Una fiumana estiva di delocalizzazioni e chiusure sta punteggiando questa ulteriore fase di desertificazione industriale del Paese: GKN (Firenze), Whirlpool (Napoli), ex Embraco (prov. di Torino), Elica (Fabriano), Timken (Brescia), Gianetti Ruote (prov. di Monza e Brianza), Rotork Gears (Milano), Ferriera di Servola (Trieste), ex Lucchini (Piombino), Acciaierieitalia (ex Ilva di Taranto e di Genova), ABB (Marostica), ACC-Wanbao (Mel) e poi FCA, CNHi, Ferrari, San Marco Industrial e tutte le altre aziende che gli AgnelliElkann hanno coinvolto direttamente o indirettamente nell’operazione Stellantis e a cascata nell’indotto. Tante le vertenze in corso e altre in procinto di essere aperte, mentre in migliaia di famiglie cresce il numero dei cassintegrati e addirittura, senza nemmeno poter usufruire di ammortizzatori sociali, dei licenziati per posta elettronica, segno ulteriore della barbarie neo-liberale che avanza. Un’anticipazione del dramma sociale, che si allargherà nei prossimi mesi a coinvolgere anche, loro malgrado, piccole e piccolissime imprese e che già coinvolge pesantemente anche altri comparti (Alitalia, Air Italy, Monte Paschi di Siena…).

Numeri in crescendo dallo scadere (30 Giugno 2021) del blocco dei licenziamenti (con eccezione per ora nel tessile, nel calzaturiero e nella moda) in un quadro già fosco che viene peggiorato, con buona pace dell’accordo siglato da governo e parti sociali il giorno prima (29 giugno) che “raccomandava” preliminarmente il ricorso a mesi di cassa integrazione, cassa straordinaria covid, ecc. peraltro tutte a costo zero per gli imprenditori. A questo si aggiunge, fra l’altro, lo sblocco delle fasi esecutive degli sfratti affiancando all’emergenza lavorativa quella abitativa.

Una raccomandazione ineffettuale per Confindustria e aderenti (multinazionali industriali e fondi speculativi stranieri, in alcuni casi con intrecci con gruppi imprenditoriali italiani) che hanno comprato aziende con produttività apicali per appropriarsi di conoscenze industriali, marchi, strutture di ricerca, fette di mercato con relativa eliminazione della concorrenza ed hanno beneficiato di tutte le facilitazioni e sovvenzioni possibili messe a disposizione dallo Stato (decontribuzione, contratti di sviluppo, fondi industria 4.0, garanzia SACE, aiuti sotto pandemia) eludendo il fisco per poi vendere o smembrare o chiudere o delocalizzare nel contesto di una competizione globale tra grandi gruppi imprenditorial/finanziari che neanche la congiuntura sanitaria ha fermato. Si è colta, insomma, l’opportunità della pandemia per lucrare cifre enormi di denaro pubblico e per continuare a ristrutturare il mondo del lavoro, riducendone i costi ed aumentando i profitti. Tutto questo sta aggravando il disfacimento del sistema industriale e produttivo del Paese e, per i lavoratori, si sta traducendo in licenziamenti, maggiore precarietà, salari più bassi, condizioni di lavoro peggiori e meno diritti. Un meccanismo (precarietà-malessere-basso salario) che da tempo funge da forte compressore del potere contrattuale e delle rivendicazioni dei lavoratori.

Esiti prevedibili e largamente annunciati rispetto ai quali il governo Draghi non può e non intende opporre adeguate politiche industriali e vincoli per le imprese, d’altro canto è la proverbiale volpe a guardia del pollaio. I media vi dedicano scarsa attenzione e nella società italiana complessivamente non c’è reazione, salvo –con scioperi, manifestazioni, occupazioni– tra le categorie interessate, alcune relative aree territoriali e piccole (o spezzoni di) formazioni politiche e sindacali. Non ciò che dovrebbe essere, comunque. Sentiamo ripetere che la situazione è grave, che si devono fare sacrifici, che i più ‘garantiti’, alla fin fine i lavoratori più anziani e maschi –così vien detto (ad es. dal presidente del Consiglio Mario Draghi al Social Summit di Porto al forum “Employment and jobs”, 7 maggio 2021)– debbano rinunciare a parte delle proprie tutele, accettando più flessibilità per i “non garantiti” come donne e giovani (la solita prassi di mettere parti di società l’una contro l’altra per meglio dominare). La riduzione delle tutele sul lavoro e i salari più bassi –precarietà introdotta dal pacchetto Treu (1997), proseguita con la legge Biagi (2003), istituzionalizzata con Monti e Fornero (2012) e Renzi (2015)– per più occupazione è una correlazione che studi su riviste accademiche internazionali degli ultimi dieci anni, recentemente addirittura da istituzioni liberiste come FMI, Banca Mondiale o Ocse e oprattutto l’evidenza empirica pluridecennale smentiscono rilevandola debole se non nulla. Si sostiene anche che il lavoro c’è, ma non chi lo voglia svolgere, eppure dai dati Istat 2020 e 2021 il numero di posti vacanti non raggiunge il 10% del numero dei disoccupati, a tacere poi che spesso si tratta di posizioni stagionali, a termine o privi di qualsiasi prospettiva anche di medio termine.


Non mancano altre amenità per eludere le responsabilità della disoccupazione, che ormai strutturalmente caratterizza l’Italia, in capo a chi continua a portare avanti politiche economiche (esportazioni, compressione dei salari, liberalizzazione dei movimenti di merci, crescente sfruttamento) e di austerità fiscale derivanti dal funzionamento istituzionale europeo che riflettono rapporti di subordinazione nazionale e di forza del grande capitale, imprenditoriale e finanziario veicolati attraverso l’integrazione monetaria
(euro) e la libera circolazione dei capitali. Ora, di fronte a multinazionali e fondi speculativi che si muovono globalmente, ma non certo con un’unità di intenti e di interessi, è evidente che quella sindacale è una risposta perdente perché la sua forza non potrà mai essere allo stesso tempo e adeguatamente alternativa e globale.

Per questo non si può prescindere da una dimensione politica che rivendichi la necessità decisiva di un perimetro nazionale e di una ripresa piena e senza vincoli dell’intervento dello Stato (per quel che riguarda l’Italia, di un ben diverso Stato), di una sua piena funzione di direzione. Come è possibile pensare altrimenti di invertire rotta? Da decenni i governi ‘italiani’ di centrodestra o di centrosinistra si muovono nel quadro delle direttive e dei vincoli europei ed i risultati, non solo sul versante produttivo e lavorativo, sono sotto gli occhi di tutti. È necessario un lavoro culturale e politico di contro-egemonia per liberarsi dalle fallimentari logiche predatorie neoliberali dell’Unione Europea –e delle sue propaggini in Italia– e riconquistare il potere di decidere. Serve uno Stato che, per salvare i livelli occupazionali e mantenere attivi poli e distretti qualificanti, abbia la piena sovranità di procedere con sostegni, investimenti, nazionalizzazioni, di sostenere forme di autogestione della produzione e di autorganizzazione del lavoro, comunque di esercitare un controllo su ogni grande azienda operativa sul territorio italiano, finanche imporre un benestare ministeriale per qualsiasi piano industriale in relazione a impatto ambientale, qualità dei prodotti, sicurezze e garanzie occupazionali. Questa prospettiva di sovranità, di indipendenza, di liberazione è fuori dall’Unione Europea e lo è rispetto a tutte le diverse declinazioni di europeismo. Benessere popolare e sicurezza personale sono impensabili senza sovranità nazionale, senza direzione politica pubblica d’interesse nazionale, senza il coinvolgimento partecipativo dei lavoratori sulle attività economiche che si svolgono in Italia.

Francesco Labonia
(n. 51 – settembre / ottobre 2021)


https://associazioneindipendenza.wordpress.com/2017/09/24/documento-tematico-diindipendenza-sul-lavoro/ https://associazioneindipendenza.wordpress.com/2018/10/08/le-tesi-sulla-questionenazionale/

  1. Ripiegare realisticamente sulla lotta per il socialismo nel proprio paese come primo passo. La dimensione nazionale è da intendere come un ‘confine culturale’, come il ‘limite’ di un’identificazione collettiva, non come una barriera. Realizzare la liberazione della nazione costituisce un passo verso la liberazione di tutti coloro che la compongono, ma non, di per sé, la realizzazione piena di questo obiettivo. Occorre dunque, di sicuro, che ad essa faccia seguito la liberazione degli oppressi della nazione –e, se ve ne sono, dalla nazione. Riconquistare indipendenza nazionale significa muoversi nell’unico modo –e nell’unico senso– possibile per giungere concretamente alla riconquista di una ‘possibilità di socialismo’. La liberazione nazionale è la conditio sine qua non della rivoluzione. Le due cose possono darsi contemporaneamente, laddove le condizioni storico/politiche lo consentono, ma non può esserci rivoluzione senza libertà nazionale.
  2. Sulla base di queste considerazioni, si può affermare che la rivendicazione di carattere nazionale non costituisce affatto, di per sé, una pericolosa manifestazione di sciovinismo, di interesse esclusivo per le classi dominanti, di imperialismo in pectore. Ciò tanto più oggi, che le classi dominanti ‘nazionali’ dimostrano sempre più di considerarsi ed essere un’unica classe sovranazionale, e che le tendenze economiche e politiche espresse da quest’oligarchia-senza-patria puntano decisamente verso l’abbattimento di qualsiasi frontiera (persino di quelle doganali, che essa stessa ha in passato voluto). Rivendicare la propria identità è, oltre che una primaria esigenza dell’uomo, indispensabile a stabilire rapporti equilibrati con gli altri. E questo vale tanto più a livello di collettività. Per questo motivo non sarà mai possibile costruire un sistema di rapporti inter-nazionali giusto ed equo senza che, prima, le singole nazioni abbiano raggiunto la propria, reale, indipendenza. In tale prospettiva ci sentiamo inter-nazionalisti, considerandoci vicini politicamente ed eticamente a qualunque realtà si muova in senso anticapitalista ed antimperialista. Detto in altre parole: la questione nazionale è principale, la questione di classe è fondamentale. Il nostro sogno egualitario, di giustizia sociale, di liberazione individuale e collettiva è, in quest’ottica, senza frontiere