Sommario esteso n. 17 (gennaio/febbraio 2005)

 

Editoriale/ Declino Azienda Italia tra incudine europea e martello USA.

 

Una Fecondazione male assistita. Mercificazione, logica del profitto e tecnica come “ambiente dell’uomo”: è all’interno di questa triade che Massimo Bontempelli affronta, interrogandone il senso, il tema della “fecondazione assistita”, che l’autore più correttamente definisce “tecnologia della riproduzione biologica”. Nell’articolo vengono descritte le fasi della “fecondazione in provetta” e dell’“inseminazione artificiale” con le relative problematiche fisiche ed antropologiche. Si critica inoltre, radicalmente, la legge in merito varata dal centrodestra, che da un lato mira a non scontentare la Chiesa cattolica, dall’altro però non mette in discussione il devastante meccanismo tecnico né si preoccupa di indicare misure di tutela sanitarie. L’autore invita comunque all’astensione nel referendum abrogativo sostenuto, tra gli altri, da Radicali, DS, Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi, perché ispirato ad una logica liberista sul piano del costume analoga a quella in voga in campo economico e sociale, e sostanzialmente convergente con il centrodestra nell’accettazione del meccanismo tecnico. «Il diritto dell’embrione è mistificatorio. La questione è la persona che nasce da un procedimento tecnico», afferma l’autore, che ad un tempo respinge l’idea dell’embrione come “persona” ma anche come “cosa” manipolabile a piacimento: «L’embrione nasce da un processo relazionale. Esige rispetto: trattandolo come cosa, si esprime un non rispetto anche per l’Uomo. Bisognerebbe considerarlo avente un grado di spiritualità inferiore a quello della persona».

 

Il Sud nel triangolo Stato-banca-industria. Una chiosa a Tremonti meridionalista. Un’articolo di Giulio Tremonti sul Corriere della Sera, in cui si auspica la costituzione di una “banca del Sud” per lo “sviluppo” dell’industria nel Meridione, fornisce a Nicola Zitara il pretesto per un breve excursus sulle operazioni di drenaggio fiscale, finanziario e monetario effettuati da Stato e banche, nei confronti del Meridione, a partire dall’unificazione del 1861. Sul merito della proposta dell’ex ministro dell’Economia del centrodestra, l’autore rileva come «il Sud ha avuto, in tempi non tanto remoti, non uno, bensì tre istituti di credito industriale: uno per il Sud continentale (Isveimer), uno per la Sicilia (Irfis) e uno per la Sardegna (Cis). Nessuno di essi ha prodotto qualcosa», e sottolinea come non le banche, bensì «la volontà dello Stato ed i mezzi che questo è in grado di mettere in campo» si siano rivelati storicamente il fattore determinante per avviare l’industrializzazione in Italia.

 

Principio di nazionalità e diritto di cittadinanza. Per un progetto di società liberata, indipendente e sovrana. Uno scritto teso a rivalutare in chiave politica la categoria di nazionalità, da legare dialetticamente al concetto di cittadinanza e da liberare da quelle accezioni che di fatto mirano a squalificare la prima e a rendere evanescente la seconda. Lo scritto parte interrogandosi sulle basi su cui «fondare la legittimità di una sovranità, individuare la titolarità di chi la esercita e circoscriverne il dove, lo spazio territoriale» ed argomentando, tra l’altro, come «il fatto nazionale» sia «un fondamento, il più esteso e significativo storicamente esistito, e politicamente pensabile, di legittimità politica della sovranità (…) senza per questo far scaturire una data prescrizione, automatica, di quale debba essere l’organizzazione politica e sociale che si dà una nazionalità». Nella seconda parte dello scritto ci si sofferma sulla interrelazione tra autoctonìa e allogenìa. I paragrafi dello scritto: 1) Nazionalità: cultura, territorio, riconoscibilità; 2) La nazionalità tra “gruppo sociale” e “società globale”; 3) Nazionalità come categoria storica; 4) Nazionalità, allogenìa, cittadinanza; 5) Cittadinanza, democrazia post-nazionale, Impero; 6) Conclusioni.

 

Note filosofico-politiche sul concetto di libertà. «Libertà significa anche e soprattutto libertà di cambiare le cose». È una delle tesi principali di questo articolo di Costanzo Preve, scritto che, in apertura, ricerca le basi filosofiche e la matrice storica dell’“ideologia occidentale della libertà”. Constatato l’uso «a geometria variabile ed in modo unilaterale, quasi sempre sulla base di menzogne spudorate» del correlato “interventismo dei Diritti Umani”, l’autore affronta, in sintetica successione, le accezioni in tema di libertà elaborate dalla storia della filosofia “occidentale”.

 

Relatività e contraddittorietà della (non)violenza (seconda ed ultima parte). Un giudizio etico-storico non può basarsi né sulla polarità assolutizzata di violenza e nonviolenza, come fa il pacifismo assoluto, né sulla valorizzazione della violenza in nome della storia, o della razza, o di quant’altro, come hanno fatto tante ideologie novecentesche, ma deve basarsi su categorie valoriali capaci di interpretare il senso della violenza in relazione alle circostanze in cui si esplica. Non si può cioè dire mai violenza, perché questo dire è irrealizzabile, e non si può neanche dire la violenza per la causa va bene, perché la violenza non è mai bene, ma bisogna domandarsi fino a che punto la situazione ammette la violenza come male necessario? Questa domanda non ha una risposta fissa, perché ogni situazione storica dà un suo senso peculiare alla violenza che si manifesta nel suo quadro. I paragrafi della seconda parte dello scritto: 1) È la pace il valore supremo? 2) Fondamentalismo cristiano bushista e fondamentalismo islamico wahabita; 3) Significato e preminenza del valore della giustizia; 4) La violenza non riconosciuta del sistema capitalistico; 5) Violenza ed ingiustizia. L’oppressione sionista della Palestina; 6) La perdita della dignità umana come massima ingiustizia.

 

L’epoca delle Costituzioni regressive. Una breve panoramica sulle evoluzioni (o involuzioni?) costituzionali in Cina, Italia ed Unione Europea. Partendo dalla premessa che il vero potere politico consista nel concorrere alla formazione delle decisioni, si rileva come l’asse del potere sociale (in linea con le indicazioni formulate da un organismo di concertazione tra oligarchie soprattuto economiche “occidentali” –ma a guida statunitense– come la Commissione Trilaterale) si stia sempre più spostando verso “organi di vertice” slegati dagli interessi popolari e fortemente intrecciati con ristretti circoli oligarchici imprenditorial-finanziari. È la cosiddetta “ideologia della governabilità”, altra cosa da pratiche di effettiva democrazia diretta in cui gli organi di governo assolvano a funzioni realmente esecutive e non direttive, assoggettandosi a quanto stabilito dal “popolo” tramite discussione e confronto democratico nel “territorio”.

 

Oltre i limiti del marxismo. In quest’articolo Gianfranco La Grassa critica a fondo la previsione teorica –marxiana e marxista– che lo sviluppo del modo di produzione capitalistico spinga al superamento di se stesso in direzione del socialismo e del comunismo, e che coltivi al suo interno la stessa classe sua “affossatrice”. Sull’identità di tale soggetto “rivoluzionario”, Marx ha inoltre mutato opinione negli anni. Se il Marx del Manifesto del partito comunista (1848) lo individua nel proletariato, sinonimo di classe operaia e lavoratori manuali salariati della grande industria (concezione poi ripresa dal marxismo tradizionale fondato da Kautsky), ne Il Capitale (1867), in specie nel terzo libro curato da Engels e nel cosiddetto Capitolo sesto inedito, il soggetto antagonista del capitale viene individuato nel lavoratore collettivo cooperativo di fabbrica, di cui l’operaio sarebbe un semplice membro. Lo scritto focalizza l’attenzione su tale previsione –irrealizzata– di Marx, completamente rimossa dalle varie correnti marxiste che a lui pretenderebbero d’ispirarsi, e al contempo pone nodi ed orientamenti di riflessione per una nuova teoria critica del capitalismo, indissociabile da una conseguente prassi.

 

Gli Stati Uniti e l’integrazione europea. Washington e la politica comune europea in materia di sicurezza e difesa. Alla luce della documentazione proveniente da Casa Bianca, Pentagono, istituzioni europee e istituti di studi facenti capo al “complesso militar-industiale” statunitense, si evince che la politica comune europea in materia di sicurezza e difesa, lungi dal costituire le premesse per una presunta conflittualità interimperialista tra USA e Unione Europea, «è una gabbia che –invece di rendere gli Stati europei più autonomi dalla volontà della superpotenza statunitense– toglie loro progressivamente sovranità politico/militare e risorse finanziarie, dando in cambio uno strumento debole e sistematicamente sottomesso alla NATO stessa». Dopo aver mostrato come, sia nel periodo 1947-1990 della “Guerra Fredda”, sia in quello attuale 1991-2005, «l’Alleanza Atlantica e la costruzione europea siano state concepite all’interno di uno stesso quadro strategico di fondo», l’articolo si conclude auspicando un riorientamento «della politica di sicurezza a partire dai reali interessi nazionali, sia geostrategici, sia economici e sociali, e di trovare mezzi efficaci per opporsi ai diktat congiunti di Washington e di Bruxelles in questo campo come in altri». 

 

Risiko energetico ed imperialismo statunitense. La strategia USA dei “corridoi” nei Balcani, Caucaso ed Asia centrale. «Controllare lo sfruttamento ed il trasporto delle risorse petrolifere e gassose è, per le classi dominanti statunitensi, funzionale al conseguimento di un più profondo obiettivo strategico: prevenire l’ascesa della Cina, accentuare la dipendenza delle altre potenze ed imporre così definitivamente la propria egemonia mondiale». Approfondire le modalità con cui gli Stati Uniti provano «ad escludere Iran e Russia dai circuiti di distribuzione di petrolio e gas, a controllarne l’accesso degli Stati membri dell’Unione Europea (in modo da disporre di un’ulteriore arma di ricatto e condizionamento politico) e a chiuderne i rubinetti alla Cina» costituisce oggetto di questo articolo. I paragrafi dello scritto: 1) Imperialismo USA e Mar Caspio. L’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan; 2) La sudditanza dell’Unione Europea; 3) Strategia della terra bruciata attorno alla Russia; 4) L’Ucraina nella grande scacchiera imperialista; 5) Il gas turkmeno tra Iran e Afghanistan; 6) La strategia energetica cinese.

 

Il Caucaso tra questioni nazionali e risiko energetico – intervista a Sergio Salvi. Il Caucaso, area di primaria importanza geopolitica nella “battaglia per i corridoi” di petrolio e gas, già in passato crocevia degli interessi di grandi potenze, è abitato da una moltitudine di nazionalità, buona parte delle quali di antica origine. Insediamenti e colonizzazioni succedutesi nei secoli hanno accresciuto e frammentato il quadro nazionale e linguistico nell’area caucasica. Si sono formati nuovi popoli, nuovi legami culturali e politici, ma si sono sviluppati anche conflitti e repressioni, fonti di profondi rancori e tuttora irrisolte questioni nazionali, sovente derubricate ad indecifrabili “problemi etnici”. A complicare tale scenario, ecco irrompere le ambizioni di dominio globale dell’imperialismo statunitense: il risiko su oleodotti e gasdotti ne rappresenta un cruciale aspetto. Ne deriva un intricato garbuglio, per orientarsi nel quale è fondamentale la conoscenza della cultura e della storia di questi popoli, nonché delle loro problematiche e rivendicazioni storiche. Ne parliamo con Sergio Salvi, studioso del principio di nazionalità, autore di diversi libri sulle nazioni della “Non Russia (ex) sovietica”.

 

La via basca all’autodeterminazione. Parla Batasuna – intervista a Joseba Alvarez. L’intervista è stata realizzata a Venezia, il 26 novembre 2004, nell’ambito delle iniziative promosse da Batasuna per far conoscere, a livello internazionale, il documento “Orain Herria, Orain Bakea” presentato a San Sebastian il 14 novembre 2004. Joseba Alvarez, attualmente responsabile delle Relazioni Internazionali di Batasuna e deputato al Parlamento Autonomo Basco, affronta vari argomenti, dalla situazione storica e politica –recente e non– alle lotte ecologiste in Euskal Herria, all’immigrazione, ad una valutazione sull’esperienza irlandese, eccetera.

 

La scommessa politica di Batasuna. Il dibattito politico in Euskal Herria si è in questi ultimi mesi ravvivato con due proposte politiche che stanno mettendo duramente in crisi la strategia repressiva dell’indipendentismo basco attuata da Madrid: la proposta di dialogo “Orain Herria, Orain Bakea (“Ora il popolo, ora la pace”, ndr) presentata da Batasuna ed il Piano Ibarretxe del governo della CAV (Comunità Autonoma Basca), votato nel Parlamento autonomico di Gasteiz a fine dicembre. Si descrivono brevemente tali progetti, «divisi dalla prospettiva e dal contenuto, ma accomunati dalla volontà di arrivare ad un pronunciamento ufficiale e decisivo del popolo basco sul suo futuro». Si rintracciano inoltre le premesse di tali progetti nel cambio di strategia indipendentista attuata da Batasuna a metà degli anni Novanta, ed incentrata su un processo di costruzione nazionale, denominato “Alternativa Democratica”. Un processo che sta coinvolgendo ampi strati di tutti i settori politici, sociali e culturali dell’intera Euskal Herria (sia sotto amministrazione francese che spagnola), ed ha formato, in seno al popolo basco, una presa di coscienza sui propri diritti nazionali che Madrid difficilmente potrà ignorare.

 

Lettere: Interrogativi di un marxista su una prospettiva nazionalitaria; il Caucaso nella Guerra Infinita. Ad entrambe si accompagnano riflessioni redazionali.