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Grande
Fratello fiscale ed aziendalizzazione del “lavoro autonomo”.
«Costruire un fronte antiliberalizzazioni»: è l’indicazione politica
lanciata lo scorso luglio da Marco Veruggio, della segreteria regionale
di Rifondazione Comunista Liguria, dopo la lotta dei tassisti contro l’abolizione
del divieto di cumulo delle licenze contenuta nel decreto “Visco–Bersani”.
Un’indicazione che un’eventuale forza di liberazione nazionale dovrebbe
far propria. Sarebbe in sostanza da rappresentare per tale via –connettendola
a lotte analoghe dei lavoratori dipendenti– l’esigenza di alcuni ceti sociali
di difendersi da norme deregolamentatrici che rispondono, in ultima istanza,
a diktat provenienti da Washington e Bruxelles, per Veruggio volti
a «sostituire vecchi privilegi e antiche corporazioni (sui cui bisognerebbe
comunque entrare nel merito, ndr) con nuovi (e più forti) oligopoli».
Come le norme di tale decreto favoriscano i “poteri forti” di questo
paese è l’oggetto dell’articolo, che si sofferma altresì su alcune delle
normative d’accompagno (il decreto è un pacchetto di provvedimenti per diversi
ambiti) elaborate dal viceministro dell’Economia Visco con il pretesto della
“lotta all’evasione fiscale”.
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Intrecci
politica e finanza. I DS dopo il caso Unipol-BNL. Nelle scalate dell’estate
2005 (quelle dei “furbetti del quartierino”) era emerso il coinvolgimento
di alti esponenti politici DS (Democratici di Sinistra) dalle intercettazioni
delle comunicazioni telefoniche con Consorte. Significative le parole
di Fassino (sempre pronto a ricordare il certo pernicioso intreccio politica-affari
di Berlusconi) all’ex presidente di Unipol: «Allora, abbiamo una banca?».
Anche dopo l’uscita di scena di Consorte e Sacchetti, gran parte del gotha
dei DS non ha rinunciato al progetto di rafforzare il potere economico
del partito. Le ultime nomine all’Unipol, agli scranni parlamentari ed
ai più importanti ministeri registrano non a caso un rafforzamento del
potere di chi a suo tempo ha difeso a spada tratta l’OPA Unipol su BNL.
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“Lavoro
autonomo” contro lavoro dipendente. Il divide et impera delle classi
dominanti, il ruolo di sostegno della “sinistra radicale”. Una rielaborazione editoriale, rivista ed autorizzata
dall’autore, di due scritti di Gianfranco La Grassa (“Finiti storicamente, ma zombies ancora pericolosi” e soprattutto
“La politica dei blocchi sociali”), pubblicati sul diario (blog)
http://ripensaremarx.splinder.com/. Si focalizza l’attenzione sulla strategia
del divide et impera attuata dal centrosinistra e sponsorizzata
dall’apparato finanziario-industriale nostrano subordinato all’imperialismo
USA. Una strategia finalizzata a creare un clima sociale idoneo
anche al drenaggio di fondi dal cosiddetto “ceto medio”, come ha
mostrato la Finanziaria, e a cui sindacati confederali e “sinistra radicale”
hanno assicurato un importante sostegno.
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Rifondazione
comunista. All’estrema sinistra di un esecutivo neoliberista. Il sostegno
al governo Prodi (1996-1998). Che una forza che si definisce “non violenta”
ed “antiliberista” abbia prorogato, tra le altre, la partecipazione
alla missione di guerra in Afghanistan, e votato provvedimenti come il decreto
“Visco-Bersani” e la Finanziaria 2007, sembrerebbe sorprendente. Quando
di parla di Rifondazione, però, grande è lo scarto alla prova dei fatti
tra il dire –sempre più remissivo negli anni per venire incontro
all’alleanza con il centrosinistra– ed il fare. Eppure era tutto
evidente già dieci anni fa, quando il governo Prodi, con i voti del partito
di Bertinotti e Cossutta, approvava provvedimenti deleteri per la collettività
nazionale. Nell’articolo si prova a ripercorrerli. Questi i paragrafi: 1)
In nome dell’euro. Gli scippi economici di Ulivo-Rifondazione; 2)
Sulla “finanza creativa” e l’entrata in Europa del governo Prodi;
3) “Privatizzare è bello”; 4) Provvedimenti sociali
sinistri di Ulivo e Rifondazione; 5) Il “federalismo” di Rifondazione; 6)
Rifondazione con l’elmetto.
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Lotte
di classi in italia: “poteri forti” contro piccole imprese. La politica
fiscale del governo Prodi (1996-1998). Tra i provvedimenti neoliberisti
varati dal governo Prodi I, merita attenzione la politica fiscale. Si
evidenzia, probabilmente stupendo gli assertori del dualismo borghesia-proletariato,
l’esistenza non solo di una lotta di potere all’interno di frazioni –tra
loro intrecciate– di banche e grandi imprese, ma anche di un conflitto
d’interessi tra queste e il “popolo delle partite IVA”: le piccole
imprese ed il “lavoro autonomo” (dagli artigiani ai piccoli professionisti,
ai commercianti, eccetera). Non esiste unità nella classe imprenditoriale.
La politica fiscale (non solo) di quel governo di centrosinistra si fonda
su un patto concluso con i parassitari “poteri forti” industriali e bancari
nostrani per drenare sostanzialmente a loro vantaggio risorse dal comparto
delle piccole imprese e del “lavoro autonomo”. L’illustrazione delle modalità
è oggetto dello scritto.
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Enron:
dentro il sistema finanziario imperiale. Il normale funzionamento
dei mercati finanziari: lezioni dalla più grande bancarotta della storia
USA. La bancarotta del colosso statunitense Enron (dicembre 2001), al
di là degli aspetti rimasti insoluti, ha aperto una breccia rivelatrice
sul funzionamento del capitalismo neoliberista USA. L’insolvenza (default)
dei debiti, la polverizzazione di risparmi e pensioni ed i trucchi per abbellire
i bilanci occultando debiti e perdite, sono gli aspetti più dibattuti della
vicenda Enron. Ad un’analisi più accurata, si possono trarre lezioni su
significato ed effetti di alcuni dei fenomeni caratterizzanti l’attuale
fase neoliberista ad egemonia USA: le liberalizzazioni e la finanziarizzazione
dell’economia, di cui l’ascesa dei fondi pensione privati ed il boom
dei contratti finanziari “derivati” e delle speculazioni in Borsa sono aspetti
decisivi. Ancor più in profondità, emergono intrecci significativi con frazioni
di primo piano delle élite politiche e delle società di revisione,
banche d’affari ed agenzie di rating. Chi ripercorresse la storia
dell’espansione di Enron all’estero, rileverebbe azioni pianificate e condotte
in cooperazione con oligarchie finanziarie, grandi corporation ed
apparati statali (servizi segreti e forze armate), oltre che l’utilizzo
di bande di malavitosi locali. In tal senso l’Enron era uno dei tentacoli
dell’impero USA, un’arma di egemonia economica per il controllo globale
delle fonti energetiche e degli oleodotti. Il suo crollo presenta analogie
significative con quello della Parmalat, effetto dell’immissione (anche)
dell’Italia nel mercato finanziario globale dominato da istituzioni
finanziarie USA. Un riepilogo della vicenda consente di far emergere qualche
dinamica di un sistema finanziario che –dai fondi pensione alla stipula
di contratti “derivati” da parte di Enti territoriali ed imprese– non promette
nulla di buono (anche) per il risparmio nazionale.
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Fondi
pensione: investimenti ad alto rischio. 13 miliardi di euro annui: è
la stima dei Trattamenti di Fine Rapporto (TFR) che i fondi pensione sperano
di accaparrarsi con il meccanismo del “silenzio assenso”. «Il tutto ovviamente
a spese dei lavoratori –che si trovano ad investire il TFR in fondi che
non rendono alcunché ed anzi fanno perdere denaro– e del fisco: nel mentre
si peggiorano le prestazioni pensionistiche, si prevedono agevolazioni fiscali
per le imprese e per i versamenti nei fondi pensione». Prendendo le
mosse da una trasmissione di Report sull’argomento, ci si sofferma
sulla preminenza delle banche nell’attuale sistema finanziario, sulle modalità
di gestione e rischi degli investimenti nei fondi pensione nonché sulla
riforma del TFR approntata dal precedente governo Berlusconi.
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Robin
Hood alla rovescia. TFR e pensioni “di sinistra”. Lo scritto
può considerarsi una prosecuzione-integrazione dell’articolo precedente.
Si esprime qualche ulteriore considerazione sui fondi pensione, che «non
producono alcuna ricchezza, bensì prelevano quella già prodotta,
sottraendola ai lavoratori e redistribuendola ai “mercati”», e sui furti
pensionistici che il centrosinistra si propone di attuare. Uno sguardo anche
alla riforma del TFR varata dal governo Prodi.
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Sulla
supremazia del capitale finanziario. Riflessioni a margine di un
articolo di James Petras. Qual è la funzione del capitale finanziario
(bancario + assicurativo) in un sistema capitalistico? Il suo ruolo di preminenza
nell’attuale configurazione del capitalismo USA rischia di portare quest’ultimo
al collasso o è al contrario una componente importante del dominio globale
di Washington? Si cerca di dare una risposta a questi due quesiti. I risultati
sono in contro tendenza rispetto alle analisi in voga anche nel mondo dell’”antagonismo”
anticapitalista: «Gli agenti strategici finanziari statunitensi fanno
guadagnare dominio e supremazia agli USA contro agenti strategici di altri
paesi che contendono all’impero americano il controllo di aree d’influenza
e risorse economiche».
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Sinistra
/ destra: identità politiche in crisi. In questa intervista Massimo
Bontempelli, coautore con Marino Badiale de “Il mistero
della sinistra” (Graphos, Genova), analizza i tratti fondamentali dell’identità
di sinistra. Dopo aver nello scorso numero richiamato i passaggi storici
cruciali che, a partire dalla fine degli anni Settanta, hanno segnato l’avvento
del “neoliberismo” e prodotto l’attuale svuotamento etico-culturale della
sinistra, Bontempelli parte dal dibattito politico pubblico
e dalle percezioni comuni rilevabili per addentrarsi nei nuclei concettuali
dell’essere di sinistra oggi. La conclusione dell’autore è perentoria:
una cultura antagonistica che voglia superare l’orizzonte del neoliberismo
(la fase attuale del capitalismo) e più in generale la dominanza del capitalismo
deve porsi oltre l’orizzonte della sinistra.
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Destra
e sinistra. Dentro le idee, fuori dalle ambiguità. L’autore entra
nel merito dell’attuale valenza e, al tempo stesso, insignificanza delle
categorie di “destra” e “sinistra”. Lo fa senza generalizzarne significato
o insignificanza (a seconda dell’ottica...) nel tempo o nello spazio.
Fornendo infine indicazioni ‘operative’ per non impantarsi in un oltrismo
(oltre la destra e la sinistra) che per la gran parte è stato ed
è «un modo divenuto un po’ stucchevole, e sostanzialmente stantio,
che raggruppamenti minoritari e marginali di destra utilizzano a mo’ di
salmo responsoriale per declinare da alcuni decenni o il nulla politico,
o un confusionarismo da ribellismo estetico ed impolitico o inquietanti
scenari comunitari, organicistico-sacrali, geopolitici imperiali».
Appunto: dentro le idee, fuori dalle ambiguità.
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Quattrocchi,
Giuliani, Nassiriya. Eroismo e valori nazionali: i nodi di tre questioni
(prima parte). Il conferimento della medaglia d’oro al valor civile
a Fabrizio Quattrocchi e le polemiche ad esso legate rinviano alla necessità
di un approfondimento razionale del significato di eroismo, e di quali
siano i valori fondativi in base ai quali giudicare chi è eroe e chi no.
È il tema su cui si misura Marino Badiale che estende la riflessione
a vicende come quella del giovane Carlo Giuliani, ucciso dalla polizia
negli scontri al G8 di Genova (luglio 2001), o l’attacco contro la caserma
dei militari italiani a Nassiryia in Iraq (novembre 2003).
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Il
problema dell’autorità sovranazionale. Può esistere un “terzo neutro” al
di là dei contendenti? Questo scritto interroga in modo critico le prospettive
possibili di un’autorità sovranazionale e lo fa prendendo come modello la
guerra che la NATO ha condotto contro la Repubblica Jugoslava nella primavera
del 1999. «Attraverso questo modello, infatti, ritengo che si possa guardare
alla realtà degli odierni conflitti e del ruolo delle istituzioni internazionali
con maggiore profondità, convinto che le tendenze e le strategie dispiegatesi
in quella guerra non siano di breve periodo e permangano anzi attuali. Si
è trattato, infatti, di una guerra nella quale hanno avuto grande rilevanza
concetti “universali” –quali “umanità” e “diritti umani”, si sono impegnate
forze europee e statunitensi in territorio “esterno” ed in cui il nostro
Paese ha avuto un ruolo abbastanza importante, grazie ai governanti di allora
che sono anche i governanti di oggi». Nello svolgimento delle argomentazioni
si traggono le contraddizioni e le lezioni di merito.
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L’impasse geopolitico
di Washington. Il dominio globale USA a quindici anni dal crollo dell’URSS.
Per prevenire l’emergere di competitori (Stati) che ne insidino la propria
egemonia (princìpi ribaditi in molteplici documenti dell’establishment
militare/strategico statunitense), gli Stati Uniti hanno scatenato dopo
l’implosione dell’URSS (1991) una serie di conflitti prima di riaffermazione
egemonica nel campo ‘occidentale’ (prima guerra del Golfo ma anche Kosovo,
1991 e 1999) e poi di conquista di posizioni strategiche su proiezione mondiale
(vedasi anche l’allargamento ad est della NATO a partire dal 1999) come
Afghanistan (2001) ed Iraq (2003) per la madre di tutte le battaglie,
che al Pentagono ritengono sarà contro la Cina. In questo contesto,
la necessità di controllare le fonti di approvvigionamento e le reti di
trasporto dell’energia, vitale per controllare il sistema industriale di
uno Stato, ha portato Washington a scatenare una “guerra di civiltà” contro
l’Islam. In questo articolo, rielaborato dalla redazione ed approvato dall’autore,
Gianfranco La Grassa esprime considerazioni in merito rilevando lo
stallo in cui si trovano le classi dominanti statunitensi.
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L’Iraq
nell’urna (degli USA). L’esito delle elezioni di “medio termine” (novembre
2006) negli USA ha risentito in modo decisivo della conduzione disastrosa
della politica imperiale statunitense in Iraq. Si parte da questo dato di
fatto per una messa a punto dello stato del conflitto alla luce delle diverse
forze e dei diversi interessi che si stanno scontrando.
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Grande
medioriente”: i nuovi progetti dei “neoconservatori”. Al Pentagono,
si sa, sono soliti sfornare inquietanti scenari da risiko ai fini del rafforzamento
della dominanza USA sul pianeta. Quello di Ralph Peters, rinomato stratega
del Pentagono e membro del famigerato “Project for the New American Century”,
ha avuto il privilegio di essere sottoposto al Collegio di Difesa
della NATO nel settembre 2006. Il suo progetto di “Grande Medioriente allargato”
sarà perseguito in tutto, in parte, o accantonato? È presto per dirlo con
certezza, nonostante una serie di segnali possa alimentare qualche previsione.
Intanto è bene conoscerlo nel suo contenuto. Per leggere meglio,
forse, le dinamiche imperiali a stelle e strisce di questi e dei prossimi
anni.
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Afghanistan. La missione
di guerra del centrosinistra. Partendo dalla pantomima parlamentare
che ha contrassegnato l’attuale governo di Prodi, incluse le sue componenti
istituzionalmente alla sua estrema sinistra, sul disegno di legge relativo
al rifinanziamento delle “missioni” militari italiane all’estero, si fa
il punto della guerra in corso in Afghanistan. Un’altra delle attuali aree
(molto) calde del mondo dove è con le armi della guerra che ambizioni ed
interessi geopolitici statunitensi stanno cercando di affermarsi.
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11/9/2001 - 11/9/2006.
Afghanistan, cinque anni dopo. Pro-memoria su un’aggressione imperialista
– L’ONU come cinghia di trasmissione delle strategie USA. Una
rapida carrellata di atti e di fatti degli ultimi cinque anni mirano a focalizzare
i passaggi più significativi a partire da una vicenda, quella dell’attentato
alle “Torri gemelle” di New York e al Pentagono, che ancora suscita non
solo interrogativi, ma anche crescenti e diffuse perplessità, per incentrarsi
sulle dinamiche conflittuali in Afghanistan.
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Recensioni:
John Perkins, Confessioni
di un sicario dell’economia, Minimum fax, 2005.
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Lettere
su: comunismo, pacifismo, internazionalismo, “imperialismo italiano”.