Un incontro con Bernadette Devlin

Il tempo è passato anche per l'inossidabile Bernadette Devlin McAliskey, eroina delle lotte per i Diritti Civili degli anni Sessanta. Adesso ha 47 anni, tre figli e l'aspetto un po' meno battagliero di quando, armata di megafono, arringava i proletari del Bogside da qualche barricata. L'avevo già incontrata a casa sua circa dieci anni fa e, se non ricordo male, tra l'altro si era parlato della simpatia dimostrata dalla cosiddetta Destra radicale per la causa irlandese. Lapidario il giudizio di Bernadette: "Di sicuro sono simpatie a senso unico". Qualche "critica costruttiva" anche per il Sinn Fein, giudicato "troppo pragmatico". In particolare si era risentita per la partecipazione ai funerali di Bobby Sands di esponenti dell'ambasciata iraniana (ricordo che all'epoca la centrale "Strada degli Inglesi" di Teheran era stata ribattezzata "Strada Bobby Sands"). A soli ventidue anni Bernadette venne eletta al Parlamento di Westminster e quasi contemporaneamente prese parte alla "Battaglia del Bogside" (agosto '69), quando la comunità cattolica di Derry si trovò nella condizione di doversi difendere a colpi di pietre e molotov dagli attacchi delle bande paramilitari protestanti e della polizia nordirlandese. Nel '72 meritò ancora l'onore delle cronache per aver preso a pugni il Ministro degli Interni, Reginald Mauldling, che aveva spudoratamente mentito sulla responsabilità delle truppe inglesi nel massacro del 30 gennaio 1972 ("Bloody Sunday", quando a Derry 13 civili furono uccisi dai soldati).
Negli anni Settanta si impegnò nelle iniziative contro l'"internamento" di migliaia di cattolici che vennero incarcerati senza accuse né processi. Successivamente fondò il "National Armagh Block Committee" denunciando all'opinione pubblica mondiale le infami condizioni in cui venivano tenuti i prigionieri repubblicani di Long Kesh e di Armagh. Nel 1981 la sua casa venne attaccata da un commando loyalista e Bernadette rimase gravemente ferita da nove colpi di pistola. All'epoca del nostro primo incontro, proprio pensando a quell'episodio, le avevo chiesto come riuscisse a conciliare l'attività politica con il ruolo di madre. Mi rispose che "non sono certo due cose facili da conciliare, ma sono convinta che l'attività politica non mi ha impedito di essere una madre responsabile. In ogni momento la mia maggior preoccupazione è stata per i miei figli. Il 16 febbraio dell'81, quando fui gambizzata da un commando unionista che aveva invaso la mia casa, stavo nascondendo sotto il letto l'ultimo dei miei tre figli. Cosa vuoi, gli Irlandesi amano la sfida...".
Il concetto è stato ribadito in occasione di questo ultimo incontro. "Riuscire a conciliare la militanza con la propria vita quotidiana è praticamente impossibile. Ho una sola vita e, come tutti, molte cose da fare. Penso di aver avuto meno possibilità di scelta nei confronti di chi ha potuto intraprendere una carriera professionale. Qui in Italia presumo che una donna possa decidere di farsi una famiglia o una professione, o entrambe. Oppure decidere di fare qualcos'altro: occuparsi di politica, lottare... Nella mia situazione non c'era possibilità di scelta. Potevo soffrire in silenzio o soffrire gridando e lottando. Ma non avrei mai potuto scegliere di non soffrire".

Cosa pensi del modo in cui i media hanno trattato la questione irlandese in tutti questi anni?
Penso che molte delle cose terribili accadute in Irlanda del Nord in questi ultimi venticinque anni forse non sarebbero successe se l'opinione pubblica fosse stata adeguatamente informata. Francamente mi meraviglia che, in un'epoca in cui è diventato molto facile comunicare notizie, persone che hanno scelto la professione di giornalista si comportino in modo così pigro, scrivano senza recarsi di persona nei luoghi di cui pretendono parlare... Non solo per quanto riguarda l'Irlanda del Nord, naturalmente. La mia esperienza è che preferiscono starsene nei loro uffici ricevendo da altri le notizie. La maggior parte del giornalismo che si occupa del caso Irlanda non va più in là di Londra. E così l'opinione pubblica non si rende conto che le notizie arrivano direttamente dal governo inglese.

Quali sono, a tuo avviso, le cause del permanere di questa situazione coloniale o neocoloniale in Irlanda?
Sono soprattutto cause storiche. È facile nell'Europa moderna dimenticare la storia, anche quando (come in Irlanda o in Bosnia) gli errori della storia distruggono la vita di migliaia di persone. L'Irlanda è stata la prima colonia degli Inglesi e pare destinata a diventare anche l'ultima. Oggi l'impero britannico non esiste più, ma esistono ancora alcune colonie. Oltre all'Irlanda del Nord, Gibilterra, Hong Kong (che sta per diventare indipendente) e le isole Falkland (Malvinas, ndr). Per queste ultime la Gran Bretagna ha combattuto una guerra contro l'Argentina agli inizi degli anni Ottanta. Le relazioni tra Spagna e Gran Bretagna sono ancora difficili per via di Gibilterra. Per quanto riguarda l'Irlanda il rapporto è ancora sostanzialmente quello tra colonizzato e colonizzatore. Se non ci si mette in questa ottica, si farà sempre fatica a capire quanto accade. Il problema nasce dal rifiuto di Londra di accettare l'autodeterminazione dell'Irlanda.

La cronaca registra soprattutto gli episodi più eclatanti, la violenza della lotta armata. Esiste solo questo da parte del popolo irlandese che lotta per la sua indipendenza?
Noi Irlandesi abbiamo lottato molto anche in modo nonviolento per la nostra autodeterminazione. Quando è stato possibile con il voto: nel 1918 a Londra i deputati irlandesi avevano 105 seggi. Di questi ben 78 erano andati al Sinn Fein. Questa vittoria elettorale permise al Sinn Fein, con una decisione pacifica e democratica, di costituire un Parlamento indipendente. Gli Inglesi considerarono quel voto un tradimento, i deputati vennero imprigionati e cominciò la nostra guerra di indipendenza. Alla fine furono ancora gli Irlandesi a muoversi per una soluzione pacifica. Invece gli Inglesi preferirono dividere in due il paese, creando le premesse per un futuro conflitto.

Londra ha sempre dichiarato di aver voluto in questo modo tutelare una minoranza, i protestanti...
Si tratta di una minoranza privilegiata, stanziata in due contee e mezza dell'Isola. È come se in Sudafrica gli Afrikaner si fossero ritagliato uno stato indipendente. Ma quando il governo inglese volle la separazione, i leaders irlandesi commisero l'errore di accettare. La cosiddetta "maggioranza protestante" che era tale solo in due contee e mezza, si vide assegnare molto di più: sei contee. Ancora oggi è concentrata in due contee: Antrim (dove c'è Belfast) e Down.

Come sono andate le cose dopo la divisione dell'Isola? E, in particolare, cosa è accaduto negli ultimi venticinque anni?
Non certo democraticamente. Dal '22 al '72, per cinquant'anni, gli Unionisti gestirono il potere in esclusiva. Anche i membri delle forze dell'ordine appartenevano al partito unionista. Dal canto loro gli esponenti della comunità cattolica hanno sempre avuto almeno il doppio di probabilità di restare disoccupati rispetto ai protestanti e in tutto questo tempo è rimasta in vigore la legislazione di emergenza. Alla fine degli anni Sessanta il Movimento per i Diritti Civili, nonviolento, venne ripetutamente attaccato dalla polizia e dai paramilitari protestanti. Con l'arrivo delle truppe inglesi, inizialmente inviate per difendere i cattolici, ebbero inizio venticinque anni di quella che io chiamo "società militarizzata". Gli inglesi non possono governare in modo democratico nell'Irlanda del Nord semplicemente perché qui non esistono strutture democratiche. Nel corso di questi ultimi venticinque anni ogni elementare diritto civile è stato abolito. Pensa a cosa significa poter essere arrestato per strada in ogni momento, senza che nemmeno venga reso pubblico il motivo... Si parlava prima della famiglia... Ebbene, i miei tre figli (che ora hanno rispettivamente 15, 19 e 23 anni) sono cresciuti sapendo che in ogni momento potevano essere arrestati anche senza aver fatto nulla, per un sospetto, per un controllo... È difficile, per chi non l'abbia provato, capire cosa significhi realmente la mancanza di rispetto per i Diritti Umani.

Dicevi prima che sull'Irlanda del Nord i media sono sempre stati reticenti. Anche dopo che è iniziato il processo di pace?
Come ho detto, i giornalisti sembrano volersi occupare più che altro dei fatti spettacolari, della violenza. Passata la "sbornia" per il cessate il fuoco dell'IRA, l'interesse è venuto meno. Quando i Repubblicani hanno fatto questo passo verso la pace, molti giornali hanno detto che ormai la pace era stata raggiunta. In realtà i problemi restano uguali a prima. L'esercito continua ad usare i proiettili di plastica (micidiali e, spesso, mortali; usati anche contro pacifiche dimostrazioni, ndr); soprattutto contro i giovani e spesso senza motivo. La gente non ha il diritto di essere rappresentata dai politici che sceglie...

Puoi farci un esempio?
Io posso votare per il Sinn Fein ma il governo non riconosce il Sinn Fein come legittimo rappresentante di una parte della comunità cattolica. Quindi è come se non avessi votato. Se io chiedo al mio candidato di indagare, per es., su un problema sanitario e lui scrive, fa una richiesta al Ministro della Sanità, questo non gli risponde nemmeno. Finora il governo si è sempre rifiutato di parlare con il Sinn Fein. Quindi noi abbiamo il diritto di voto ma per il governo è come se non avessimo votato.

Ma adesso, dopo le dichiarazioni di Major ai primi di novembre, sembra che finalmente qualcosa stia cambiando...
In realtà, a più di tre mesi dal cessate il fuoco dell'IRA, il governo inglese non ha dato, a mio avviso, garanzie di una sua precisa volontà politica di risolvere il conflitto. Sembra interessato soltanto a ritornare alla situazione che c'era prima dell'inizio della guerra (Bernadette si riferisce alla ripresa della lotta armata da parte dei "Provisionals", quindi agli ultimi venticinque anni, ndr), ma la storia del mio paese insegna che se non si risolvono i problemi la guerra riprenderà. Magari tra qualche anno, magari alla prossima generazione. Ricordo che la Gran Bretagna non ha mai governato in Irlanda per più di due generazioni senza guerra. Bisogna risolvere le questioni coloniale, culturale, economica, dei Diritti Umani... solo allora avremo la pace.

Pensi che la lotta armata potrebbe riprendere?
Penso che la stragrande maggioranza delle persone che vivono in Irlanda vorrebbe risolvere la questione in modo pacifico, ma gli Inglesi si illudono se pensano che "non c'è più lotta armata, non ci sono più problemi". È molto importante che ci si occupi ancora dell'ultima colonia inglese.

In questi giorni sono ripresi i combattimenti nella Bosnia e qualche giornale ha fatto il paragone con gli scontri settari nell'Irlanda del Nord. Pensi sia lecito stabilire un'analogia?
Sono paragoni quanto mai superficiali. Caso mai si può ricavarne una medesima lezione: anche la violenza della Bosnia trova la sua origine nella storia. Per esperienza devo dire che in genere i giornalisti non informano i loro lettori sulle ragioni storiche dei conflitti. Si auspica una soluzione senza aver studiato il contesto storico. Ritengo sia semplicistico dire che i Serbi sono i cattivi e gli altri i buoni. Ci vuole ben altro per riuscire a capire come si possa essere arrivati a quel punto, a violare in tale misura i Diritti Umani. Ritengo inoltre che vi sia un rapporto tra le sofferenze inflitte al "nemico" e quelle subite da un popolo, una comunità, un gruppo sociale; soprattutto se nessuno, a livello di opinione pubblica, si è occupato di queste. Penso che per cominciare a risolvere i problemi sia indispensabile conoscere, informarsi, istruirsi... altrimenti si parla a vuoto.

Spesso hai criticato duramente la politica del governo irlandese. Che giudizio dai del ruolo avuto nelle iniziative per il processo di pace? Ha avuto una particolare rilevanza il fatto che il Presidente dell'Irlanda fosse una donna?
Bisogna riconoscere che la presidente Mary Robinson ha svolto un'azione innovatrice rispetto ad anni ed anni di tradizionalismo e conservatorismo, ma questo non riguarda il processo di pace. Secondo la Costituzione, il Presidente non ha niente a che fare con il governo, che in questa circostanza ha dimostrato molta autonomia e coraggio politico. Dal mio punto di vista c'è comunque una grossa difficoltà: manca ancora un vero e proprio progetto politico. Quello che hanno in mente a Dublino, il Forum per la pace aperto a tutti i partiti irlandesi, è insufficiente. Infatti i partiti filoinglesi si sono rifiutati di prendere parte alle prime riunioni congiunte. È inoltre evidente che anche il governo inglese ha in mente un suo progetto di pace, ma anche in questo caso manca un programma preciso, una serie di scadenze da portare avanti. Mi sembra quindi difficile riuscire a far collimare i due processi di pace. Devo comunque riconoscere (ed è noto che non sono mai stata una sostenitrice del governo irlandese, anzi) che in questa circostanza ha saputo compiere un passo molto importante per la pace. Resta comunque chiaro che il governo di Dublino non ha alcuna autorità nell'Irlanda del nord.

Pensi che in futuro sia possibile convivere pacificamente tra cattolici e protestanti in Irlanda?
Si, sono convinta che vivere insieme sia possibile anche perché cattolici e protestanti convivono pacificamente dovunque nel mondo. Mi chiedo piuttosto se in Irlanda sia possibile creare una società democratica, dove la religione che uno professa non sia così determinante per la politica. Penso sia necessario programmare alcune scadenze per il futuro. Innanzitutto elaborare una Costituzione che dovrà essere ratificata dal popolo irlandese con il voto. Per arrivare a questo non c'è che lo strumento del dialogo. Inoltre deve essere ben chiara la questione dei Diritti Umani che qui sono stati violati sistematicamente. Per questo c'è bisogno di un controllo dell'ONU, di garanti non direttamente coinvolti, di un arbitro internazionale super partes: né inglesi, né irlandesi e, a mio avviso, neanche americani. Bisogna poi darsi un termine preciso. Io propongo 5 anni. Se iniziamo adesso, tra 5 anni dovremmo aver completato il dialogo politico e permettere quindi alla gente di esprimere la sua opinione con il voto. La questione centrale resta comunque la solita: il governo inglese ha intenzione di continuare a governare l'Irlanda del Nord o intende andarsene? Nella prima ipotesi dovranno render conto del loro operato e delle conseguenze agli organi di Diritto Internazionale e alle organizzazioni per i Diritti Umani. Se invece vanno via, le questioni da affrontare saranno diverse. Per esempio come garantire l'identità degli unionisti all'interno del nuovo Stato. In questo caso sarà responsabilità nostra dare risposte adeguate.

gianni sartori

ndr: per dovere di informazione riporto che rispetto ad alcuni noti esponenti del movimento repubblicano che ho intervistato negli ultimi mesi (Adams, Maskey, Bennet, Mc Keown) Bernadette (che comunque parla a livello personale) mi è sembrata molto più pessimista sui futuri sviluppi del processo di pace e anche un po' scettica nei confronti del Sinn Fein. Durante un suo recente viaggio in America aveva dichiarato che "Gerry Adams ormai è ostaggio di Major e Hume" (leader dei cattolici moderati, ndr). Va anche ricordato che le sue polemiche prese di posizione, considerate "poco costruttive", hanno rischiato di emarginarla dall'area repubblicana.

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