LA TURCHIA INAUGURA LA SUA PARTECIPAZIONE
ALLA GUERRA CON UNA STRAGE A ISTANBUL E RILANCIANDO LA REPRESSIONE IN TUTTO
IL PAESE
Con un tempismo degno di miglior causa, la Turchia ha colto l'occasione della lotta al terrorismo mondiale per risolvere con la violenza le questioni interne. Il giorno 22 novembre 2001, alle ore 14, un migliaio di agenti e militari, preceduti da decine di blindati e ruspe e accompagnati dal fuoco dei cecchini appostati sui tetti, hanno dato l'assalto al quartiere di Armutlu a Istanbul, dove dall'ottobre del 2000 prosegue il dramma dello sciopero della fame di decine di ex detenuti politici e di loro familiari contro la generalizzazione delle celle d'isolamento, con la solidarietà della popolazione.
Secondo l'IHD (Associazione per i diritti umani), che ha inviato osservatori
sul luogo, il bilancio è tragico: si contano sei morti, decine di feriti
anche gravi e centinaia di arresti, oltre alla distruzione con il fuoco di almeno
una delle "Case della resistenza". Le altre abitazioni dei militanti
in sciopero della fame sono state invase dal fumo di lacrimogeni e gas tossici.
Due persone, fra cui il portavoce del digiuno Haydar Bozkurt, si sarebbero uccisi
con il fuoco per protesta, mentre è probabile che gli altri siano stati
uccisi dalla polizia. Naturalmente non bisogna dimenticare che già per
la strage nelle carceri del 19 dicembre 2000 l'autopsia rivelò che molti
dei "suicidi" erano stati deliberatamente dati alle fiamme dalla polizia.
Ai 32 (trentadue) prigionieri morti durante quella irruzione si sono aggiunti
almeno altri 49 (quarantanove) morti per fame dentro e fuori dalle prigioni,
nel vergognoso silenzio del mondo; è assai probabile che il bilancio
sia destinato ad aumentare vertiginosamente. Anche se lo sciopero venisse sospeso
ora, almeno centocinquanta persone riporteranno conseguenze fisiche e psicologiche
irreparabili.
L'assalto alle "Case della Resistenza" era già stato minacciato dal ministro della Giustizia Sami Turk. Il via libera è una conseguenza della partecipazione turca alle operazioni in Afghanistan: il regime ha ritenuto di avere le mani libere nella repressione di ogni dissenso e nel rilancio del terrore di stato. Un preciso segnale era venuto pochi giorni prima quando Gurhan Kockar, dirigente del partito filokurdo Hadep (HALKIN DEMOKRASI PARTISI), era stato assassinato dai militari sulla porta di casa a Dogubevazit.
Attualmente sono più di diecimila i detenuti politici rinchiusi nelle prigioni turche. Ad opporsi al trasferimento nelle nuove celle di segregazione (denominate celle F) sono soprattutto i militanti kurdi e di alcune formazioni della sinistra rivoluzionaria turca. Le celle di isolamento recentemente introdotte nelle carceri riducono a nulla le capacità fisiche e intellettuali dei detenuti, tagliandoli fuori da ogni rapporto sociale.
Non sono previsti spazi per la vita comune, non ci sono stanze per vedere
la televisione o ascoltare la radio, leggere o fare ginnastica. Questo sistema
inoltre è
alquanto punitivo anche per i parenti. Al momento delle visite le madri dei
detenuti si devono svestire per le perquisizioni corporali spesso effettuate
da personale non identificato (non si sa se si tratta di gendarmi o di civili).
Nemmeno gli avvocati possono incontrare liberamente i loro assistiti.
E' sicuramente da condannare la quasi totale indifferenza dell'opinione pubblica,
sia turca che europea. Se quella dei turchi è una posizione in parte
comprensibile in quanto, a partire dal colpo di stato del 1980, la società
civile appare ancora terrorizzata e non in grado di organizzarsi adeguatamente,
quella degli europei è quantomeno indecente. In un primo tempo l'Europa
si era atteggiata a severo osservatore della situazione (come avvenne durante
lo sciopero della fame del 1996, costato la vita di dodici militanti), ma successivamente
ha mostrato comprensione e incoraggiamento per la politica repressiva dello
stato turco, sostenendo che anche da noi esiste il sistema a celle di isolamento.
Intanto il 9 gennaio è morta un'altra militante, Lale Colak di 26 anni,
da mesi in sciopero della fame per solidarietà con la lotta dei prigionieri
politici.
Da quando, nell'ottobre del 2000, è iniziata la protesta contro l'introduzione
delle famigerate celle di tipo F, sono ormai una novantina i militanti morti
a causa dello sciopero della fame o trucidati dalla polizia turca.
Negli ultimi tempi, grazie al ruolo di primo piano attribuito dagli USA alla
Turchia nel conflitto afgano, i processi di repressione in tutto il paese sembrano
aver subito un'ulteriore accelerazione, non solo nei confronti della resistenza
curda ma anche di ogni altra forma di dissenso. A subire le conseguenze del
nuovo giro di vite operato dal regime turco sono stati anche i pacifisti, alcuni
gruppi della sinistra libertaria e gli ambientalisti.
Come era facilmente prevedibile, dopo le prime proteste spontanee all'uscita
dalle moschee per la preghiera del venerdì, ogni manifestazione pacifista
è stata proibita.Nonostante i divieti un grande raduno"contro la
guerra, contro la povertà e contro il capitalismo" era stata organizzato
lo scorso primo novembre a Istanbul. Tra gli altri vi avevano aderito alcuni
gruppi anarchici come "Trasformazione per una ecologia sociale" e
"Senza padroni". La manifestazione, partita dall'Università,
si è conclusa in prossimità del monumento di Banazyr, uno dei
luoghi storici delle rivendicazioni sociali della città, attualmente
interdetto al pubblico. Il corteo è stato violentemente attaccato dalle
forze dell'ordine che ha fermato una cinquantina di militanti, poi denunciati
per violazione della legge sulle riunioni.
Più grave quanto è accaduto a sei oppositori turchi accusati di
appartenere al gruppo Anarchico Autonomo di Usak, città dell'Anatolia
centrale. Dopo il loro arresto si è saputo che saranno processati dalla
Corte di sicurezza statale CSE- DGM (Devlet Guvenlic Mahkemesi). Le CSE sono
veri e propri Tribunali speciali, istituiti per giudicare i militanti della
sinistra rivoluzionaria e gli indipendentisti curdi. Questo è il primo
caso in cui contro esponenti anarchici vengono usate le CSE invece dei tribunali
ordinari. Va sottolineato che i sei giovani sono stati arrestati per un reato
di opinione: aver distribuito alcuni volantini nel corso di una manifestazione
sindacale dello scorso 1 dicembre.
Detenuti finora nel carcere di Usak, stanno per essere trasferiti in quello
di Nazilli, in celle di isolamento di tipo F, in attesa del processo alla CSE
di Izmir. Secondo il quotidiano turco Hurriyet, i sei avrebbero fatto sapere
di essere stati picchiati e torturati nel corso degli interrogatori.
Verso la fine di gennaio anche 17 attivisti di Greenpeace sono stati arrestati
ad Aliaga (Turchia) dopo aver srotolato uno striscione con scritto "Stop
alla distruzione di navi tossiche". Si trovavano a bordo di una nave svizzera
che avevano occupato per protestare contro la pratica di abbandonare sulle spiagge
turche navi contenenti materiali tossici, come l'amianto. Nel rapporto presentato
in gennaio da Greenpeace, vengono segnalate ben 50 navi destinate a questo scopo.
Per amor di patria va ricordato che tre di queste sono italiane: la petroliera
"Valle Bianca" del 1977, la nave passeggeri Rhapsody e la Costa Riviera,
una nave della Costa Crociere. Greenpeace ha documentato che la pratica della
demolizione in Turchia riguarda almeno un centinaio di navi all'anno. Ovviamente
questo sistema di "smaltimento dei rifiuti" comporta seri problemi
di inquinamento.
Gianni Sartori (Lega per i diritti e la liberazione dei popoli)
Dopo la strage di Armutlu l'associazione Azad, raccogliendo l'appello dell'associazione
Tayad da Londra, ha chiesto di moltiplicare fax di protesta in inglese a questi
indirizzi:
Prime Minister Bulent Ecevit Fax: 0090312 417 04 76
President Suleyman Demirel: Tel-Fax: 0090312 427 13 30
Interior Minister: Tel-Fax: 0090312 418 17 95
Embassy of Turkey in Rome: 06.4941526