ONORE A RABIN?

È difficile capire dove porterà la tragica deriva moderata, di cui è ormai da tempo in balìa la sinistra italiana. E forse no, la fine del percorso è probabilmente la sua estinzione come forza autonoma e portatrice di valori forti e distinguibili nella palude di pseudo buoni sentimenti e cinismo politico in cui sembra navigare da un pezzo l’intera politica italiana. Considerazioni così pessimistiche non possono che scaturire dall’analisi e dalla stessa immagine che un giornale storicamente critico e "dalla parte del torto" come il Manifesto ha fatto e dato dell’assassinio, per mano di un colono appartenente ad un gruppuscolo armato di estrema destra, del premier israeliano Ytzhak Rabin. "Onore a Rabin", titolava il quotidiano comunista in perfetta sintonia con la totalità della grande stampa nazionale. Onore ad un "soldato della pace" che, riposto il fucile, ha scelto con coraggio e convinzione la strada della trattativa e del compromesso per garantire a due popoli uguali diritti e un futuro senza più guerra e violenza.
È veramente troppo, e lo diciamo non solamente pensando alle centinaia di palestinesi che mentre il "soldato della pace" insieme al suo servizievole interlocutore, firmava un trattato che è un eufemismo definire umiliante per la controparte, continuano a marcire e ad essere torturati nelle galere del democratico Stato di Israele, colpevoli solo di essersi legittimamente ribellati ad una brutale (come se ne esistessero di soavi) occupazione militare, stigmatizzata come tale da decine di inutili risoluzioni ONU. O pensando a quelli che sono morti nelle strade della Palestina, con un sasso nelle mani e spesso non più di quattordici o quindici anni di vita vissuta in un miserabile ghetto, che certo il trattato di pace non trasformerà in un posto dove sia possibile trascorrere una decorosa esistenza.
Lo diciamo perché questa strada è quella che porta alla rimozione di ogni memoria, alla scomparsa di ogni senso di giustizia, alla dissoluzione del concetto stesso di oppresso e oppressore, di occupato e occupante, di vittima e carnefice, su cui molto spesso, e a ragione, abbiamo sentito discettare ed indignarsi i compagni del Manifesto quando si trattavano problemi e prospettive di casa nostra. Una strada che finisce con l’eludere totalmente un giudizio basato sulle certezze storiche e non sulle mere speranze - citiamo a memoria da uno dei commenti "ci piace pensare che con gli anni il vecchio soldato si fosse sinceramente convertito alla causa della pace"- su un’analisi che voglia avere qualche parvenza di "scientificità" oltre che di attendibilità politica.
La "carriera" di Rabin è ben nota. Nel 1941 si unisce giovanissimo al "Palmach", originario nucleo clandestino dell’esercito israeliano, che si distinguerà nella lotta contro gli inglesi e, successivamente, nelle attività terroristiche - non è possibile definirle altrimenti - contro le popolazioni arabe. Sotto il suo comando verrà operata la cacciata dei 50mila abitanti di un villaggio della Palestina del nord: vecchi, bambini, donne che non hanno più rivisto la terra dove erano nati, e che oggi continuano a non essere neppure citati, come tutti gli altri profughi della diaspora palestinese, nelle trattative in corso. Nella Guerra dei Sei Giorni è con Moshè Dayan lo stratega che porterà alla vittoria Israele, ma anche uno dei responsabili diretti delle atrocità commesse, e solo recentemente rivelate, da quell’esercito, contro prigionieri arabi, egiziani in particolare. Nel 1982, pur essendo come "laburista" all’opposizione, si rifiuta di condannare l’invasione del Libano e, contestualmente, i massacri operati dai falangisti, con la supervisione israeliana, nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila. Nessuna condanna anche per l’appoggio dato da tutti i governi succedutisi alla guida di Israele alle più feroci dittature anticomuniste, a partire da quella razzista di Pretoria per arrivare al Salvador del Colonnello D’Abuisson. Per i meriti guadagnati "sul campo" Rabin verrà nel 1987, come Ministro della Difesa di un governo di Unità Nazionale, incaricato di reprimere la "rivolta delle pietre", l’Intifada scoppiata nei territori occupati di Cisgiordania e Gaza. Suo l’ordine di "spezzare le ossa dei rivoltosi", prontamente eseguito, anche in diretta televisiva, dalle solerti truppe di Gerusalemme. È difficile anche fornire un numero preciso delle vittime di questo barbarico punto di vista sugli altrui diritti, fossero anche solo quelli degli oggetti di un’occupazione militare. Centinaia di adolescenti e giovani sono caduti sotto i proiettili di gomma - ma molto più spesso di piombo - dei soldati di Rabin, migliaia i feriti, i mutilati, gli storpiati, i torturati, gli arrestati detenuti senza processo in lager nel deserto. Centinaia le esecuzioni extragiudiziarie portate a termine da squadroni della morte dei servizi segreti, centinaia le case di famiglie di sospetti "terroristi" distrutte con l’esplosivo in una sorta di mafiosa "vendetta trasversale" di Stato. Tutto questo non cinquant’anni fa, ma ieri e anche oggi, ben dopo l’inizio delle trattative con l’OLP. Trattative iniziate - sembra impossibile che qualcuno l’abbia già dimenticato - esclusivamente in virtù delle sollecitazioni dell’Amministrazione USA, che minacciò apertamente il governo di Israele di bloccare nuovi finanziamenti economici e aiuti militari per quel paese. E non certo per filantropismo o amor di giustizia, ma in quanto garante, come contropartita alla partecipazione di molti stati arabi alla Guerra del Golfo contro Saddam Hussein, di una qualche soluzione del problema palestinese. Rabin, quindi, come rappresentante di quell’area politica "pragmatica", che approfittando della debolezza contrattuale di Arafat, è riuscita ad imporre un trattato che, in cambio della fine delle ostilità da parte della componente militare dell’OLP e di una legittimazione internazionale, ha concesso ai palestinesi alcuni "bantustan" circondati da filo spinato e dispositivi di sicurezza, dove neppure lo stesso Capo dello Stato/Sindaco Yasser Arafat può liberamente muoversi senza il preventivo assenso degli ex (?) occupanti. Faceva bene ad essere soddisfatto Rabin del risultato ottenuto, quando rivendicava ai suoi critici che il 73% delle terre conquistate durante la Guerra dei Sei Giorni sarebbero comunque rimaste in mano israeliana, così come tutte le risorse economiche della regione contesa (prima fra tutte la disponibilità delle fonti di acqua), eterna arma di ricatto contro una minoranza cui si negavano le più basilari forme di autosostentamento economico.
Eppure tutto questo, dopo la morte del "vecchio soldato", ma sostanzialmente anche prima, sembra essere svanito, inghiottito dall’aureola di "martire della pace" che i media mondiali gli hanno cucito addosso.
E allora, perché non proporre al Nobel per la Pace anche il generale Pinochet, che in fondo è stato l’artefice del ritorno alla democrazia in Cile? Perché non candidare anche il parafascista Efrain Rios Montt, ex sanguinario dittatore del Guatemala, oggi riciclato come leader politico di un partito che presenta un suo candidato alle elezioni presidenziali? Dopo aver concesso un simile attestato di stima internazionale anche a William De Klerck, leader di una forza politica che per decenni ha gestito quella gigantesca prigione per neri che era il Sudafrica dell’apartheid, non ci si può/deve scandalizzare più di nulla.
Ytzhak Rabin, ucciso da qualcuno forse peggiore di lui, ma di sicuro più sincero, è stato un oppressore, un razzista che nella sua lunga carriera politica ha non solo avallato, ma consolidato quel "doppio binario" istituzionale (democrazia per gli ebrei, apartheid per gli arabi) che ha contraddistinto lo stato di Israele fin dalla sua nascita: non abbiamo di certo pianto la sua morte.