PALESTINA/ E LO CHIAMANO "PROCESSO DI PACE"
Anche a Gerusalemme -oltre che nei Territori Occupati- prosegue lo
stillicidio di vessazioni compiute dalle autorità israeliane nei confronti dei
palestinesi nonostante, sulla carta, il processo di pace sia in corso: espropriazioni di
terre, demolizioni di case, restrizioni dei permessi di costruzione e quant'altro possa
assicurarvi una maggioranza ebrea (ci sono già 160.000 ebrei rispetto a 155.000 arabi).
Dal 1967 si stima che siano almeno 50.000 i Palestinesi espulsi dalla municipalità o dal
paese e circa 21.000 le famiglie palestinesi senza alloggio o male alloggiate, a fronte
dell'allargamento favorito dal governo israeliano di coloni ebrei immigrati a Nord, a Sud
e ad Est della città.
Ciononostante Yasser Arafat ha ancora una volta lanciato di recente un appello alla
comunità internazionale per salvare il processo di pace verso cui ha rivendicato un
impegno totale definendolo una "scelta strategica", dunque irreversibile.
Non ha potuto fare però a meno di deplorare la "situazione di stallo di tutto
ciò che è stato previsto a Washington e al Cairo per quanto riguarda l'indizione delle
elezioni palestinesi, il recupero della sovranità, la questione di Gaza e la fine delle
colonizzazioni ebree". Trova conferma e rimane attualissimo, in questo senso,
quanto scriveva Meron Benvenisti su Haaretz il 12 maggio '94, commentando l'accordo
firmato 8 giorni prima, al Cairo, tra OLP e Israele: "Una lettura attenta delle
centinaia di pagine dell'accordo non lascia dubbio alcuno su chi sia il vincitore e chi il
perdente nel negoziato. Se si sfronda tutta la nobile fraseologia, la deliberata
disinformazione, le centinaia di sezioni, sottosezioni, appendici e protocolli da
azzeccagarbugli, si vede bene che la vittoria israeliana è assoluta e la sconfitta
palestinese degradante". Alcuni mesi fa Edward Said, dalle colonne di "Al-Hayat",
rimarcava alcune tra le più significative limitazioni imposte ai palestinesi: "i
decreti emanati dall'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) devono essere approvati o
respinti da Israele e lo stesso vale per tutti gli incontri politici; il commercio deve
essere approvato da Israele; gli ingressi e le uscite da Gaza e Gerico restano in mano
israeliana con una presenza simbolica della polizia palestinese; la sovranità rimane in
mani israeliane, al pari dei diritti sull'acqua e sulla sicurezza, interna ed
esterna...". Dall'inizio del processo di pace sino a fine febbraio '95 sono ben
233 i palestinesi morti e 112 gli israeliani, stando alle cifre fornite dallo stesso
Arafat, che continua a ribadire, in ottemperanza con gli accordi sottoscritti con Israele,
l'impegno dell'OLP sul piano delle "garanzie di sicurezza". Il dissenso
alla linea arafattiana, accusato di "cedimento" se non di vero e proprio "collaborazionismo"
con l'occupante, sta crescendo nei territori occupati, avallato dal persistere delle
vessazioni israeliane. Si allarga anche la fronda all'interno dell'OLP: una parte del suo
comitato esecutivo, riunitosi di recente al Cairo, ha fatto il punto della situazione
ribadendo la radicale contrarietà alla linea di Arafat che ha inoltre ricevuto un
comunicato sottoscritto da ben 179 personalità palestinesi -tra cui George Habbash, del
Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP)- che denuncia la repressione
condotta a Gaza dalla polizia palestinese principalmente negli ambienti islamisti, con
metodi comparabili a "quelli delle forze d'occupazione israeliana".
Cosciente dell'intenzione del governo israeliano di creare una dinamica di guerra civile
tra palestinesi, Hamas ha chiarito di voler fare il possibile per evitare lo scontro con
l'ANP verso la quale intende muovere una "opposizione pacifica" e di
voler "continuare le operazioni contro l'occupante finché esisterà
l'occupazione". Ibrahim Ghosheh, portavoce di Hamas, sottolineava alcuni mesi fa,
su "Palestine Time", come la continua confisca delle terre palestinesi,
la demolizione di case per far posto ai coloni ebrei provenienti dalle ex repubbliche
sovietiche, le uccisioni continue di civili palestinesi ad opera dei coloni e
dell'esercito israeliano, le migliaia e migliaia di arrestati, la quotidiana dipendenza
dal mercato ebraico, l'impossibilità di uno sviluppo autoctono delle proprie risorse
anche per la distruzione delle più basilari infrastrutture -tutte cose che il processo di
pace non ha affatto fermato, anzi- indicano che l'unica soluzione resta il ritiro di
Israele dai territori occupati nel '67, nella liberazione di tutti i palestinesi detenuti,
nello smantellamento di tutti gli insediamenti ebraici e nel trasferimento dei coloni. "Se
questo avverrà, Hamas rinnoverà la sua proposta di tregua. In ogni caso prima si
dovranno ritirare. Fino a questo momento la pressione non ha raggiunto il culmine e le
nostre operazioni alla fine costringeranno Israele a ritirarsi".