"MADRID DEVE TRATTARE UNA SOLUZIONE POLITICA DEMOCRATICA DEL CONFLITTO"

Non poteva non accrescere la tensione in Euskal Herria (Paese Basco) la condanna a 7 anni di carcere (dicembre ‘97) inflitta dal Tribunale supremo spagnolo a tutti i membri della Mahai Nazionala (Mesa Nacional, una sorta di direttivo) di Herri Batasuna, "colpevoli" di aver diffuso un video in cui l’organizzazione politico/militare Eta (Euskadi Ta Askatasuna, Euskadi e libertà) espone le linee della sua «Proposta di Pace: Alternativa Democratica per il Paese Basco», avanzata nell’aprile del 1995 ed unica proposta di soluzione politica negoziata del conflitto sinora esistente. La risposta del premier del Partito Popolare al governo, Aznar, è stata di intensificare i tentativi di infiltrazione, mostrare assoluto disprezzo alle quattro vie di esplorazione e di contatto, due ‘ereditate’ dall’epoca del PSOE (l’intermediazione dell’allora Nobel per la pace Perez Esquivel e della Fondazione Caster), le altre due stabilite rispettivamente con un rappresentante della Ong Gernika Gogoratuz e con il giornalista Eugenio Ibarzabal.
Si è scelta la strada repressiva, ritenendo che fare "terra bruciata" alle istanze di liberazione indipendentiste ed il tempo avrebbero giocato a favore di una prospettiva di normalizzazione. La risposta giudiziaria dello Stato spagnolo è conseguente con questa logica ed è al tempo stesso un segnale politico dell’intenzione di alzare il livello di scontro. Appare sconcertante la disinvolta convinzione di poter liquidare il movimento abertzale (patriottico) come se decenni di energica e sofisticata repressione non abbiano ancora fugato dubbi sul radicamento popolare delle istanze indipendentiste. Ma tant’è. Il suo biglietto da visita Aznar lo aveva esibito poco dopo la vittoria alle elezioni e aver preso la guida del governo, con un rilancio in grande stile della "guerra sporca" in Euskal Herria: detenuti indipendentisti "suicidati" nelle carceri mani e piedi legati, ritrovamento di etarras (militanti di Eta) sequestrati e assassinati con un colpo alla nuca, repressione violenta di manifestazioni pubbliche, intensificazione di arresti e torture come pratica già "normale" nei commissariati. La lotta armata di Eta -comunque la si giudichi- non può prescindere da questo contesto.
L’inflessibilità e il fermo rifiuto al dialogo di Aznar è condiviso pienamente dai socialisti del Psoe. Una convergenza non del tutto ‘disinteressata’ -quella dei socialisti del Psoe- coinvolti direttamente negli anni ‘80 con l’allora premier Felipe Gonzàlez, il suo ministro dell’interno Barrionuevo e alti ufficiali dei servizi segreti e delle forze armate, tuttora sotto processo, nell’attività delle squadre della morte dei Gal (gruppi antiterroristi di liberazione), messe in piedi dai servizi segreti spagnoli nella guerra sporca contro gli indipendentisti abertzale.
Intanto i meccanismi repressivi girano a pieno regime. A finire in carcere, in queste ultime settimane, decine e decine di persone ritenute legate in vario modo ad Eta. Tra questi Pablo Gorostiaga, uno dei 24 componenti della nuova Mahai Nazionala appena eletta il 14 febbraio scorso. Per molti di loro l’imputazione consiste nell’aver fornito finanziamenti all’Eta tramite imprese di import-export che commerciano soprattutto con paesi dell’America Latina e con Cuba. Presi di mira anche organi di informazione vicini all’area indipendentista, come il quotidiano Egin e la radio ad esso collegata Egin-Irratia, che sono stati chiusi "provvisoriamente" con la solita motivazione di fiancheggiare Eta. È la prima volta, dalla fine del franchismo, che la magistratura madrilena compie un atto del genere. Al momento di andare in stampa giunge comunque notizia che Egin, cambiato nome, avrebbe già ripreso le pubblicazioni.
La persistenza, ai limiti dell’ottusaggine politica, dei governanti spagnoli di non riconoscere il carattere politico del conflitto che li oppone a Euskal Herria, ha da decenni spinto ogni esecutivo a superare qualsiasi limite, in nome del "tutto è permesso" contro l’indipendentismo basco.
La scoperta, alcune settimane fa, di dispositivi permanenti di spionaggio nelle principali sedi di Herri Batasuna installati dal Cesid, il servizio segreto militare (specializzato, secondo gli indipendentisti, nella conduzione della guerra sporca), non ha fatto altro che surriscaldare ulteriormente la situazione. Il governo ammette (15 aprile) di averli autorizzati, ne minimizza la portata, quindi comunica (17 aprile) che non ci sarebbero state né dimissioni né sospensione dal servizio dei responsabili, i cui nomi vengono comunque taciuti. Herri Batasuna presenta immediata denuncia nei confronti del ministro della difesa, del governo e del direttore del Cesid per gli atti di spionaggio, che suscitano, sugli stessi media di stato, forti perplessità ed interrogativi sulla liceità, in uno stato che si dice di diritto, dei metodi adoperati nei confronti degli indipendentisti. La stessa stampa spagnola è costretta ad ammettere che l’essere il Cesid venuto a conoscenza, grazie a questi dispositivi di controllo, della linea difensiva degli avvocati ben prima della conclusione del processo contro la Mahai Nazionala di Herri Batasuna, getta un’inquietante ombra sulla regolarità processuale. Herri Batasuna denuncia e documenta come il Cesid si sia servito di queste informazioni indicando al Tribunale supremo di Stato la linea di comportamento da seguire e preparando con questo e con alcuni mezzi di comunicazione le condizioni per una sentenza di condanna.
Il 21 aprile, in Parlamento, il ministro della Difesa, Eduardo Serra, riconosce la responsabilità governativa dell’accaduto e la ‘legittima’, affermando che "l’azione del CESID è stata avviata per portare a compimento gli obiettivi decisi dal Consiglio dei Ministri del 31/3/97" (nella sola sede di Herri Batasuna di Gasteiz queste apparecchiature erano in funzione da circa 5 anni!) e che nei confronti di Herri Batasuna (che, si badi bene, è un partito legalmente riconosciuto e rappresentato in parlamento) "il fine giustifica i mezzi". Il 24 aprile il quotidiano Egin svela l’identità di 8 militari coinvolti nell’attività di spionaggio alle sedi di Herri Batasuna. Che la sua chiusura successiva sia una ritorsione di Stato per questo motivo?
La dichiarazione del ministro, che crea sconcerto e rinfocola le polemiche, richiama un copione già noto -la "ragione di stato"- che, ricordano gli indipendentisti, fu tirato in causa anche in passato in circostanze simili: quando fu assassinato Josu Muguruza, parlamentare di Herri Batasuna a Madrid, quando fu sorpreso "in flagrante" un ufficiale di cavalleria nella macchina di un membro della Mesa Nacional oggi detenuto, quando si assassinò il militante di ETA Xabier Galparsoro nei locali della Polizia Nazionale o quando Josu Zabala, anch’egli militante di ETA, misteriosamente "suicidatosi", fu ritrovato a chilometri di distanza dal luogo in cui si diceva fosse avvenuto il fatto. La stessa "ragione di stato" invocata da ministri del precedente governo socialista, come José Barrionuevo, per esempio, allora agli interni, e da tutti i capi dei GAL. Il ministro della difesa spagnolo non ha esitato ancora una volta ad invocare questa "ragione di stato" unico argomento valido e accettato da un’ampia maggioranza della classe politica -anche d’opposizione- e dei massmedia spagnoli. Del resto, all’indomani della transizione dal franchismo, i vari gestori del potere, UCD, PSOE e oggi PP hanno sempre cercato di legittimare "la giovane democrazia" spagnola davanti alla comunità interna e internazionale, rimuovendo e tacitando il conflitto basco, mentre si tentava di annichilirlo e schiacciarlo con la repressione, in nome del "tutto è valido" e de "il fine giustifica i mezzi". L’utilizzo di questi mezzi ha mostrato -sostengono gli indipendentisti- la vera matrice della democrazia spagnola, che rifiuta la volontà espressa da ampi settori della popolazione basca per uno sbocco democratico alla tragica situazione che vive Euskal Herria. "Perseguitando la libertà d’opinione, sostenendo la delinquenza istituzionale delle strutture dello stato, facendo regnare l’impunità, permettendo la barbarie giuridica proprio come uno Stato autoritario, si è innescata una spirale di violenza che rende inevitabile la clandestinità di Eta e non contribuisce a creare le basi di uno scenario realmente democratico in cui tacciano le armi". L’aggravamento del conflitto, quindi, prima che dagli alti indici di morti, torturati, prigionieri, origina dall’ostinazione dello Stato spagnolo di voler imporre il suo dominio e di negare i diritti storici che Euskal Herria ha come popolo.
In moltissimi centri baschi si susseguono manifestazioni. Una costante, peraltro, del movimento di liberazione che ha intensificato in questi ultimi anni le sue iniziative su una pluralità di tematiche. La partecipazione, stando alle stime di stampa e polizia, risulta generalmente notevole, smentendo frettolose e non disinteressate affermazioni su "crescenti segni di stanchezza della società basca". Dalla società basca sono piuttosto crescenti le proposte, dichiarazioni, appelli, iniziative di vario tipo, che sollecitano il governo spagnolo all’apertura del dialogo e ad una soluzione democratica. Hanno preso vigore proprio all’indomani della proposta di soluzione negoziata di Eta. Dalla chiesa fino agli organismi popolari passando per il mondo sindacale e politico sono sempre più coloro che domandano una soluzione degna che ponga fine a molti anni di sofferenza.
Ultimi, in ordine di tempo, gli appelli di oltre 600 preti del Coordinamento dei sacerdoti di Euskal Herria, organismo che si è avvicinato alle posizioni di Herri Batasuna, e di personalità del mondo giuridico, della comunicazione, della cultura, delle professioni. C’è stata una chiara presa di posizione in tal senso del presidente del governo della Comunità Autonoma Basca, José Antonio Ardanza, che si è dimesso dal cosiddetto Patto di Ajuria Enea (accordo "antiterrorista" del gennaio 1988 "per la pacificazione e la normalizzazione di Euskadi", sottoscritto da tutti i partiti rappresentati a Madrid; fu il frutto del lavoro di una commissione internazionale di "esperti" appositamente incaricata dal governo spagnolo "legati alla Cia, alla Loggia P2, alla democrazia cristiana internazionale") e dal suo partito, il PNV (autonomisti baschi, tradizionalmente alleati con i governi di Madrid), di fronte all’ostinazione governativa di non negoziare e di non dialogare su nulla. Ha anche chiesto al ministro della difesa spagnolo di presentare le scuse a Herri Batasuna per la grave violazione dello stato di diritto in relazione allo spionaggio del Cesid. Anche la maggior parte dei sindacati in Euskal Herria e particolarmente Ela e Lab (che da alcuni anni hanno stretto un’intesa di intenti e sviluppato una convergenza d’azione anche sul terreno elettorale rappresentando il 62% del sindacalismo basco) hanno chiesto l’apertura di un nuovo processo politico e istituzionale basato sul riconoscimento della sovranità basca e del diritto all’autodeterminazione. Aperture e posizioni in tal senso sono parimenti venute da partiti politici baschi.
In questo contesto la nuova Mahai Nazionala di Herri Batasuna ha avviato un ampio e pubblico dibattito su come accelerare il lavoro politico e sociale dal basso, nella lotta quotidiana, gomito a gomito con gli altri settori sociali, con i sindacati, con i movimenti sociali, con i gruppi vicini, come favorire il protagonismo della società basca nella lotta per le sue rivendicazioni e per l’indispensabile prospettiva di un mutamento sociale, quali risposte dare, infine, ai problemi di cui la stessa società reclama la soluzione. L’importanza delle rivendicazioni socio-economiche, la lotta contro la disoccupazione e l’esclusione sociale, la grave situazione delle donne e delle mogli lavoratrici e la mancanza di prospettive per la gioventù basca sono temi di attenzione prioritaria, unitamente alla lingua, alla cultura e all’insegnamento sottoposti ad una forte discriminazione da parte dello stato (proprio sulla lingua è di questo periodo la dura battaglia condotta dagli avvocati baschi perché ogni cittadino bascofono abbia il diritto ad essere giudicato nella sua lingua. Alle minacce dei giudici di perseguire gli avvocati che usassero la lingua basca si è aggiunta l’ordinanza governativa dell’utilizzo solo ed esclusivo della lingua di stato, il castigliano).
Herri Batasuna, proprio come dice il suo nome, Unità popolare, intende essere ancor più riferimento per tutti quei settori che scommettono per la costruzione sociale e nazionale di Euskal Herria. Il progetto politico di Herri Batasuna "è democratico e socialista, e non può essere ‘schiacciato’ sull’appoggio o meno alla lotta armata, sull’appoggio o meno ad ETA, come lo Stato e i mezzi di comunicazione pretendono mostrare per indebolire questo progetto politico". È necessario quindi lavorare per "integrare settori che possono ritenersi parte del progetto di Herri Batasuna, che mostrano di condividerne il progetto ma che a tutt’oggi non sono organizzati insieme a noi". Si rende pertanto necessario un più intenso contatto ed una più attenta sintonia con la società, consapevoli che l’"avanzare di Euskal Herria non è solo nelle nostre mani, ma in quelle della maggioranza sociale basca".
Particolare rilevanza è stata data anche alla prevista entrata in vigore della moneta unica e del Trattato di Amsterdam, continuazione del Trattato di Maastricht, che "porterà gravi conseguenze per le classi lavoratrici e per le sue conquiste sociali e che dobbiamo combattere fortemente. Di fronte a tutto questo è più che mai di grande attualità il detto: «pensare globalmente e agire localmente», nel nostro caso in Euskal Herria".
Questa realtà "ci obbliga ad essere flessibili, a cercare i punti di incontro con quei settori che, con onestà, pretendono democrazia e pace per questo popolo, a dialogare con il resto dei percorsi comuni che ci avvicinano a questi obiettivi". In questa "decisa scommessa di pace per il riconoscimento dei diritti democratici del popolo basco" c’è "necessità di stabilire una cornice democratica nella quale tutte le opinioni siano legittimate e abbiano le stesse opportunità, e il progetto socialista e indipendentista che propugnamo abbia la garanzia di attuarsi qualora un giorno lo volesse la maggioranza della società basca".
In Euskal Herria, del resto, l’Accordo di Pasqua raggiunto in Irlanda del Nord ha accresciuto le aspettative perché una similare prospettiva venga aperta dalle autorità spagnole. Il messaggio immediatamente percepito è che la negoziazione politica è l’unica strada razionale capace di superare la situazione di violenza generata da un conflitto di natura politica e che non sono necessarie condizioni preventive per l’inizio dei negoziati se non una volontà manifesta delle parti di conseguire un accordo che renda possibile la pace con giustizia e la ricerca di una soluzione democratica nel pieno diritto all’autodeterminazione. Insomma, "soluzioni politiche sono ancora possibili e necessarie nel cuore dell’Europa Occidentale".

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