LA FUGA DI ISRAELE
Hezbollah caccia i sionisti dal sud del paese

Diceva Giap, mitico comandante militare delle forze di liberazione vietnamite: "Non potevamo perdere: francesi e americani avevano una casa dove tornare, noi no. Quella terra per cui combattevamo era la nostra casa". Destino obbligato dei movimenti di liberazione nazionale, e loro indiscutibile forza, è quello di essere costretti a battersi fino alla vittoria, privi come sono di una qualsiasi alternativa politica alla vittoria stessa contro l’occupante, o al proprio annientamento. Questo spiega meglio di tante sofisticate analisi politologiche la capacità, dimostrata da piccoli gruppi di partigiani, di impegnare duramente e sconfiggere eserciti nazionali enormemente più forti e meglio equipaggiati. È successo in Vietnam, in Afghanistan, in Angola, in Mozambico, succederà in Cecenia. Sta accadendo in Libano. Ehud Barak, ha ufficialmente annunciato che entro il 7 luglio si concluderà il ritiro dei circa 1000 soldati israeliani che occupano la cosiddetta Fascia di sicurezza, nel sud del paese dei cedri. Contestualmente verrà sciolto l’Esercito del Libano Meridionale (ELS), una milizia mercenaria composta da circa 2500 uomini, che affianca il governo di Tel Aviv nel controllo del territorio. Artefice principale di questa innegabile disfatta politico-militare del più potente esercito mediorientale, è l’Hezbollah, il gruppo libanese sciita che, con le sue spesso eclatanti azioni militari, ha costituito il cardine centrale della più ampia "Resistenza Islamica", cui hanno dato il loro importante contributo anche i gruppi palestinesi radicali ed una fazione del movimento sciita filo siriano Amal.
La storia dell’Hezbollah inizia con l’invasione del Libano compiuta dagli israeliani, nel giugno dell’’82, nota come operazione Pace in Galilea. Nel tentativo di arginare i continui attacchi della guerriglia palestinese contro i soldati e i coloni insediati nella Palestina del nord, l’allora primo ministro israeliano Menahem Begin e il suo consigliori militare Ariel Sharon arrivarono con le proprie truppe a cingere d’assedio la capitale libanese Beirut che, dopo l’evacuazione dei miliziani dell’Olp di Arafat, verrà occupata con il sostegno delle milizie falangiste cristiano-maronite. Saranno loro, sotto la supervisione degli israeliani, a "punire" centinaia di civili palestinesi rimasti nei campi profughi di Sabra e Chatila, vittime innocenti di un massacro compiuto con inaudita ferocia. L’intervento delle missioni militari francese, americana ed italiana, teoricamente deputate a difendere i palestinesi da ulteriori soprusi, ma di fatto garanti dello status di occupazione imposto dalla guerra, aprirà una nuova fase del conflitto anti-sionista. Con l’incoraggiamento della vincente rivoluzione iraniana e di una parte del clero radicale libanese, alcuni gruppi di giovani mussulmani sciiti, spesso provenienti dal sud del paese o dalla degradata periferia di Beirut, fondano l’embrione di quello che diventerà il "Partito di Dio", Hezbollah, appunto. A fornire loro un adeguato addestramento militare saranno, inizialmente, duecento Pasdaran, i guardiani della rivoluzione khomeinista, acquartierati in una caserma di Balbeek, antica città libanese nella Valle della Béqaa controllata dai siriani e protetta dalle loro batterie anti-aeree.
In una micidiale sequenza il neonato gruppo mette a segno una serie di devastanti attacchi prima contro l’occupante sionista, distruggendo il quartier generale degli israeliani a Tiro, poi contro le potenze straniere venute a garantire la pace degli occupanti. La prima ad essere colpita è l’ambasciata americana a Beirut; successivamente due attacchi suicidi contro le truppe americane e francesi radono al suolo i loro acquartieramenti, provocando in ambedue i casi la morte di centinaia di soldati. L’attacco al comando dei marines, compiuto da "un giovane sorridente" alla guida di un camion bomba, vede addirittura azzerata la struttura di intelligence statunitense in Libano. Dimostrando di conoscere bene il proprio nemico, l’attentatore provocherà, infatti, l’esplosione esattamente sotto l’ala dell’edificio in cui si trovavano in riunione la quasi totalità degli appartenenti alla stazione CIA nel paese. In contrasto con l’immagine di rozzi fanatici religiosi, fornita spesso dalla stampa occidentale, gli identikit dei primi martiri di Hezbollah, e della sua struttura armata, la Jihad islamica, corrisponde in realtà, spesso, a quello di giovani universitari, di ottima istruzione ma altrettanto incrollabile fede politica. Drammaticamente consci, purtroppo, del necessario e tragico costo da pagare per opporsi con efficacia ad eserciti infinitamente meglio armati. Un sacrificio che, indubbiamente, ottiene frutti concreti, con il precipitoso ritiro degli occidentali dal Libano. In questa fase il Partito di Dio inizierà a lavorare ad una serie di strutture sociali, destinate a creare un largo consenso alla sua azione militare e politica, soprattutto nelle fasce di popolazione meno abbienti e garantite, che in Libano storicamente coincidono con la minoranza sciita, fino ad allora rappresentata dal filo siriano e ben poco rivoluzionario movimento Amal. Nasce così, alla periferia di Beirut, grazie alle generose donazioni iraniane, il modernissimo ospedale Ayatollah Khomeiny, ed un servizio d’assistenza medica gratuita di livello nord europeo. Col passare degli anni questa rete sociale si svilupperà sempre di più, tanto da superare nettamente, in qualità e quantità, quella statale. Attualmente, in moltissimi villaggi del sud Libano, Hezbollah gestisce interamente, ed in modo efficientissimo, non solo il servizio sanitario, con cliniche aperte 24 ore su 24, ma anche quello postale, la scuola regionale e le centrali telefoniche. Una specifica fondazione, chiamata "Guerra Santa per la ricostruzione" si occupa, inoltre, di riparare i danni subiti dalle case civili a causa dei bombardamenti israeliani, mentre un milione di lire al mese è corrisposto alle mogli dei caduti, cifra che sale ad un milione e mezzo per i figli. Per entrambi è prevista l’assegnazione di un’abitazione in modo del tutto gratuito. Un’attenzione, questa, ai bisogni reali della popolazione, che ha consentito alla struttura politica dell’Hezbollah, guidata da giovani quadri dirigenti come il trentanovenne Hassan Nasrallah, di conquistare 9 dei 128 deputati del parlamento libanese. Che, secondo i sondaggi, potrebbero addirittura superare i 30 alle prossime elezioni politiche d’agosto. Pur avendo costante il riferimento allo "stato islamico", l’impostazione politico-religiosa di Hezbollah è, tuttavia, lontana anni luce dall’oscurantismo barbarico dei Talebani e dei loro sponsor sauditi. Questo dato, probabile retaggio di un Libano da sempre cosmopolita e multiconfessionale, fa sì che al "Partito di Dio" aderiscano anche settori non particolarmente caratterizzati dal punto di vista islamico della società libanese.
Nel 1985, prima di ritirare le sue truppe dal Libano, Israele istituisce la cosiddetta fascia di sicurezza, una striscia di territorio nel sud del paese che segue il confine libanese allargandosi per circa 5 km al suo interno. 850 kmq che il governo di Tel Aviv considererà da qual momento indispensabili per garantirsi dagli attacchi della resistenza palestinese ed islamica. Un calcolo, i fatti lo dimostreranno, del tutto errato dal punto di vista politico e militare, visto che quella stretta striscia di territorio si trasformerà in un vero e proprio inferno per i circa 1000 soldati israeliani e per i 2500 mercenari dell’ELS che, dalla metà degli anni ’80 ad oggi, sono diventati oggetti di un’infinita sequela di devastanti attacchi da parte della guerriglia.
La prima fase di questo durissimo conflitto vede decine di imboscate tese con armi convenzionali dai miliziani della Resistenza Islamica ai soldati occupanti. Israele risponde con bombardamenti alle basi della guerriglia e sui villaggi sospettati di ospitare suoi simpatizzanti (di fatto tutti quelli musulmani del sud Libano…). Ai colpi più duri, grazie ad un costante lavoro di infiltrazione, reagisce organizzando assassini o rapimenti di dirigenti (in genere di secondo piano) di Hezbollah, nel tentativo di scambiarne la liberazione con quella dei propri soldati catturati, o più semplicemente dei loro corpi. Il livello di conflitto, tutto sommato di "bassa intensità", si innalza nel momento in cui la resistenza libanese decide di portare la guerra in territorio nemico. Gli artiglieri di Hezbollah, armati di missili terra-aria-terra Grad e Katyusha, iniziano a colpire i villaggi di frontiera della Galilea la cui popolazione, composta interamente da coloni estremisti, è spesso costretta a ripararsi nei rifugi. Nel 1996 la resistenza inaugura una nuova strategia militare, sostituendo progressivamente gli attacchi con armi pesanti (lanciarazzi, mine anticarro, cariche esplosive radiocomandate e fatte brillare al passaggio dei militari nemici) a quelli compiuti da unità di guerriglieri armati di armi leggere. Dal giugno del 1996 ad oggi sono oltre duecento i militari israeliani uccisi dalla guerriglia, cui si aggiungono trecento caduti fra le file dell’ELS. Un numero di perdite incredibile, se si pensa al fatto che l’esercito della Stella di Davide è considerato dagli analisti militare uno dei più addestrati e meglio equipaggiati del mondo. Neppure le più sofisticate tecnologie belliche sono riuscite ad arrestare tale tragica statistica di morte. Una serie di fantascientifiche contromisure elettroniche sono state, infatti, messe in campo dagli israeliani, padroni del territorio nella "fascia di sicurezza" ormai solo di giorno e con un massiccio impiego di uomini e mezzi, per prevenire le esplosioni di cariche radiocomandate. Una strategia evidentemente poco efficace, che da anni li costringe a rifornire i propri uomini esclusivamente attraverso gli elicotteri, così come gli inglesi furono costretti a fare nelle fasi più acute del conflitto in Irlanda del nord. È proprio utilizzando una mina radiocomandata che Hezbollah, a gennaio di quest’anno, mette a segno uno dei suoi colpi più spettacolari. A morire, all’uscita della sua super protetta villa, è il colonnello Akel Ashem, numero due dell’ELS e responsabile del Mabat, la sua intelligence, che tutti consideravano il certo successore di Antoine Lahad, attuale comandante dell’ELS.
Negli ultimi mesi di guerra, oltretutto, grazie a nuove armi fornite probabilmente dall’Iran alla milizia sciita, i soldati di Tel Aviv e i loro alleati sono stati duramente colpiti nelle loro stesse caserme. Il TOW, un missile filoguidato prodotto dall’industria bellica Usa con funzione anticarro, si è dimostrato micidiale contro le postazioni fisse, rendendo di fatto poco sicuro per gli occupanti la stessa permanenza all’interno delle fortificazioni. Ironia della sorte si tratta, con tutta probabilità, degli stessi missili forniti dagli Usa all’Iran nell’ambito dello scandalo Iran-Contras.
Consci di essersi impantanati in una guerra impossibile da vincere, gli israeliani si preparano a ritirarsi, anche sotto la spinta di una buona fetta dell’opinione pubblica, stanca di veder tornare a casa i propri militari dentro casse di legno. "Tirateci fuori da quest’inferno", dicono i soldati, anche appartenenti a corpi "d’élite", mentre le loro madri manifestano nelle città a favore di una velocissima ritirata dalla trappola libanese.
In un primo momento i politici hanno tentato di condizionare il ritiro ad un ampio accordo, che coinvolgesse anche la Siria, da anni in trattativa segreta per ottenere la restituzione del Golan. Successivamente, essendo i negoziati ad un punto di stallo difficilmente superabile in tempi brevi, l’annuncio del ritiro unilaterale. Contrari solo i generali e i comandanti dell’esercito mercenario libanese. I primi temendo la potenzialità militare, in continua crescita, dei 6000 guerriglieri del "Partito di Dio". I secondi terrorizzati dall’ipotesi di essere "abbandonati" dai loro datori di lavoro. In realtà ad un rinvio del ritiro potrebbe essere interessata anche la Siria, che tenta di utilizzare la guerriglia islamica come carta di scambio per riottenere i territori perduti durante la guerra israelo-araba del 1967. In questo senso va vista la pur legittima richiesta del premier libanese Salim el-Hoss, di stretta osservanza siriana, il quale ha chiesto che il ritiro avvenga entro i confini del 1923, in cui è compresa anche una piccola area alle pendici del Golan, mentre israeliani e Onu parlano dei confini del 1923 modificati tenendo conto dell’armistizio del 1949. In caso tale richiesta non venisse esaudita il Libano, per bocca del suo Presidente, continuerebbe a considerare legittimi l’operato della guerriglia sciita e palestinese. Il tutto mentre Tel Aviv, per rappresaglia, continua a rispondere agli attacchi bombardando obiettivi civili, come le centrali elettriche e l’autostrada che porta a Damasco, in totale sfregio agli accordi internazionali firmati nell’aprile 1996, che impegnavano le parti in guerra a garantire la sicurezza della popolazione non coinvolta direttamente nelle attività militari.
Irrisolto, oltretutto, continua a rimanere il problema degli oltre 200.000 rifugiati palestinesi, che nelle varie ipotesi di accordo regionale, in genere non sono neppure citati. Non deve stupire, quindi, la simpatia mostrata dalla maggioranza di loro per Hezbollah. Una simpatia recentemente dimostrata tangibilmente durante la visita in Palestina, avvenuta a febbraio, del premier francese Lionel Jospin, che per aver vergognosamente definito "terroristi" i militanti del gruppo sciita è stato durante contestato a suon di sassate da un folto gruppo di studenti universitari. La data del 7 luglio si avvicina velocemente, ma la sicurezza di un Libano restituito alla sua piena sovranità territoriale sembra ancora piuttosto lontana.

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