VOCI DELLA RESISTENZA ANTI-SIONISTA


Intervista a Mahmud al-Zahhar, membro di Hamas

A fini informativi e di comprensione di quel che accade in Palestina, riportiamo un'intervista al Dr. Mahmud al-Zahhar, professore universitario e membro di Hamas, tratta da Islam-online, 16 Maggio 2002

Come può un medico aver deciso di fare parte del partito Hamas?
Uno dei fenomeni più rimarchevoli in Hamas è il fatto che i suoi membri sono persone altamente culturalizzate. Vi sono medici, professori, ingegneri, pensatori. Dunque non è strano trovare professionisti all'interno di questo partito. Io credo che molte persone siano stupite a causa della percezione profondamente errata di cosa sia Hamas. Dal momento che molti ritengono che Hamas sia una struttura terroristica, si pensa: come può un medico farci parte? Il fatto è che Hamas non è nulla di tutto ciò. Noi non siamo terroristi: siamo un movimento di liberazione nazionale. Un'organizzazione altamente morale, con scopi nobili ed onesta al punto di essersi guadagnata il supporto di una larga fetta popolare in Palestina ed in altre nazioni arabe.

Hamas, a parte la resistenza, è coinvolta in altro genere di attività?
Hamas si occupa di attività sociali, per dare sostegno alle classi più disagiate, non importa quale sia la loro attitudine verso il nostro movimento. Ci occupiamo di attività economiche ed umanitarie, ad esempio degli orfani, bambini che hanno perso i genitori e ogni forma di assistenza. Ci occupiamo di attività sportive, e molti nostri club rappresentano l'intera Palestina nella Lega sportiva araba. E ci occupiamo ovviamente di religione e di educazione all'Islam delle classi sfavorite. Stiamo inoltre cercando di organizzare un sistema educativo che indirizzi i bambini dalle elementari fino alla laurea, con una predilezione verso le scienze mediche.

Avete, tempo fa, emanato un comunicato in cui avete espressamente chiesto ai bambini di non mettersi in situazioni di pericolo, avvicinandosi troppo, ad esempio, agli insediamenti colonici. Ma cosa potete fare perché ciò venga messo in pratica dai bambini stessi?
Attualmente ci occupiamo di questo problema parlando loro direttamente nelle moschee e nelle scuole. Facciamo molti incontri con la popolazione su questo problema, ed ascoltiamo anche le lamentele dei genitori. Tutti insieme possiamo fare qualcosa per cercare almeno di limitare, per i bambini, le situazioni di pericolo.
Continueranno le operazioni kamikaze all'interno di Israele, nonostante le tremende pressioni da parte degli USA ma anche di paesi come Egitto, Siria ed Arabia Saudita?

E qual è l'obiettivo di queste operazioni? Come giustificate l'attacco contro civili israeliani?
Noi siamo qui per liberare la nostra terra, che è occupata da 54 anni dal movimento sionista. Il nostro obiettivo è vivere nella nostra patria libera, come chiunque al mondo, e dare l'occasione ai nostri figli di vivere come bambini liberi, senza essere abbattuti dalle pallottole israeliane. In Israele non vi sono "civili" nel senso classico del termine. Voi avete sentito che la scorsa settimana Sharon aveva richiamato 20.000 riservisti. Questi sono civili? Molti leader israeliani hanno affermato che "ogni cittadino israeliano è un militare in abiti civili". Il ministro della guerra usa la stessa uniforme. Sharon usa la stessa uniforme. I coloni usano la stessa uniforme.

Perché non utilizzate metodi non-violenti di lotta? Non pensate che le operazioni kamikaze alienino le simpatie del mondo per la causa palestinese?
Le nostre drammatiche condizioni hanno inizio nel 1948, e la simpatia del mondo non le ha alleviate. Israele ha preso la nostra terra in successive ondate di guerre, 1948, 1956, 1967, 1982 e il mondo non ha fatto nulla per fermare la tragedia di milioni di persone sradicate ed espulse dalle loro case e rinchiuse in miserabili campi profughi. Abbiamo cominciato una lotta pacifica nel 1987. Da allora, Israele ha ucciso e ferito oltre 10.000 persone, deportato migliaia, e il mondo non ha fatto nulla per noi. Solo nel 1992, Israele deportò 420 stimati professionisti palestinesi fuori dai Territori occupati, in Libano, violando le Convenzioni di Ginevra. Durante quest'Intifada, in soli 6 mesi, l'esercito di occupazione ha ucciso oltre 1.000 palestinesi, un terzo dei quali bambini, e il mondo cosa ha fatto? Dunque non abbiamo altra scelta che difenderci. Se il mondo ci dà elicotteri, F-16, carriarmati, useremo quelli nella nostra lotta di liberazione nazionale. Ma, dal momento che non abbiamo armi, e il mondo non ha formule o soluzioni magiche per eliminare la tragedia dell'occupazione, diteci: l'occupazione è legale o illegale? Se è illegale, come stabiliscono le Nazioni Unite, credo che sia un nostro diritto difenderci come possiamo.

Come spiegate il fenomeno delle donne kamikaze? È un nuovo capitolo nella lotta di liberazione palestinese?
Non siamo noi l'organizzazione che accetta martiri di sesso femminile. Anche se, dal punto di vista religioso, non è proibito che una donna combatta, insieme agli uomini, per difendere la sua terra.

Molta gente afferma di capire cosa può condurre i palestinesi a sacrificare la loro vita con tanta abnegazione. Ma, molti obiettano, questi attentati non danno ad Israele la scusa per continuare a distruggere, bombardare e causare maggiore sofferenza ai palestinesi?
In realtà, anche la nostra lotta ha una finalità politica immediata. La nostra lotta armata colpisce Israele dal punto di vista politico ed economico. E questo è già un obiettivo. Economicamente vediamo che in Israele vi è una recessione per la prima volta dopo 54 anni. L'immigrazione colonica di americani ed europei verso Israele si è fermata. Al contrario, è aumentata l'immigrazione inversa, dalla Palestina occupata ai paesi d'origine degli immigrati. Gli attacchi spingono la società israeliana ad intervenire presso il loro governo, a dirgli: fermi, è tempo di ritirarci dalle terre palestinesi. La storia delle ripetute aggressioni israeliane ci dimostra che Israele si è ritirato dal Libano solo dopo aver perso un gran numero di soldati laggiù, mentre noi, con 10 anni di negoziati, abbiamo fallito. L'unica opzione che abbiamo è la lotta fino alla liberazione della nostra terra. È un nostro diritto, il diritto di tutti i popoli oppressi. Abbiamo proprio oggi ricevuto un messaggio da un giovane americano, che ci dice: Fino a poco tempo fa, anch'io vi consideravo terroristi. Finché non ho fatto visita ad un amico in Israele. Quello che ho visto e sentito laggiù, ha cambiato la mia visuale. Io saluto la vostra lotta di liberazione. State saldi nel vostro diritto: avete ogni diritto di resistere all'occupazione, di combattere per la vostra terra, di difendere voi stessi e le vostre famiglie. Anche se il mondo vi ha negato questo principio umano fondamentale.

Come può una persona che vive al di fuori della Palestina aiutarvi nel vostro sforzo di raggiungere la libertà e l'indipendenza?
Noi diciamo sempre che la cosa migliore da fare è cercare di informare la gente, poiché la maggioranza delle persone non hanno la minima percezione dell'esatta natura del confronto in Palestina. Vi sono ovviamente molti altri modi, aiutando economicamente la gente sul posto, ad esempio. Riteniamo però che la cosa più importante sia far capire al pubblico cosa sta realmente accadendo in Palestina, poiché l'informazione in America ed Europa è totalmente controllata e manovrata; le persone comuni devono capire che stiamo resistendo ad un'occupazione sanguinosa, che ha devastato e minato alla base la società palestinese. Stiamo lottando per la sopravvivenza.

In caso di assenza da parte di Arafat, crede che Hamas abbia qualche chance di vincere le elezioni e di governare?
Allo stato attuale, se ci dovesse essere un confronto elettorale, Hamas sarebbe vincitore, con o senza Arafat. Ma noi non miriamo a governare. Il nostro scopo è liberare la nostra terra, i nostri luoghi santi, e dare la possibilità alla nostra gente di scegliere i suoi rappresentanti. Noi siamo certi di rappresentare una larga fetta della società palestinese, dentro e fuori la Palestina.

 

PARLA HEZBOLLAH
Intervista a Sayyed Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah-

Come 'materiale di conoscenza' riportiamo una sintesi dell'intervista rilasciata al giornalista Piero Di Pasquale, di RaiNews24, da Sayyed Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah ("partito di Dio"), il movimento di liberazione nazionale libanese. Hezbollah è stato inserito dagli USA nella lista delle "organizzazioni terroriste" redatta per la prima volta nel 1997 ed approvata dall'allora Segretario di Stato, Madeleine Albright. L'intervista è andata in onda in notturna, sulla Rai, il 10 settembre 2002.

D: Perché siete in guerra con Israele?
R: Perché le forze israeliane hanno invaso il territorio libanese a partire dal 1972, completandone l'occupazione nel 1982. In quell'anno è nato il partito di Hezbollah come movimento popolare che mira a cacciare via le forze straniere di occupazione. Noi siamo dunque in guerra con Israele perché occupa le nostre terre, detiene nelle prigioni molti ostaggi e costituisce una minaccia continua per il nostro paese.

D: Voi avete sempre detto di non riconoscere ad Israele il diritto di esistere. È in qualche modo possibile rivedere questa decisione?
R: Quando parliamo di diritto e di ingiustizia, parliamo di cose che non cambiano con il passare del tempo. Noi chiediamo al mondo quanto segue: prima del 1948, cosa c'era in questa regione? C'erano il Libano, la Siria, la Giordania, la Palestina, l'Egitto, l'Iraq, e non c'era una nazione di nome Israele. Storicamente la Palestina è stata sempre la Palestina, mentre Israele è uno Stato che è venuto dopo, appunto nel 1948. Da centinaia e da migliaia di anni gli abitanti di questa terra sono palestinesi, ma il movimento israeliano volle raccogliere dall'Africa, dalla Russia, dalla Polonia, dall'Argentina, dall'America e da molte altre zone del mondo gli ebrei o coloro che dicevano di essere ebrei. Si dice che il 50 % degli emigrati russi ebrei venuti nella Palestina occupata non siano ebrei, ma si siano spacciati come tali per potervi emigrare. C'è stato dunque un movimento che è venuto con le armi in Palestina ed ha cacciato via gli abitanti di questa terra e di questi villaggi, portandone altri venuti da tutte le parti del mondo. Il movimento sionista, già prima del 1948, si è sempre basato sul concetto di occupazione delle terre altrui, di allontanamento della gente dalla propria terra. Ha sempre commesso stragi, lanciato guerre contro i palestinesi e i paesi arabi. Tutti i conflitti arabo-israeliani sono stati aperti da Israele, che ha mire espansionistiche nella regione e vuole mettere le mani sulle sue risorse idriche e petrolifere. Il fatto che sia passato del tempo non concede ad Israele questo diritto. La forza non concede il diritto di commettere aggressioni nei confronti degli altri. Il fatto che vi siano paesi nel mondo che appoggiano Israele non dà il diritto a quest'ultima di commettere crimini. Noi riteniamo che la terra della Palestina sia del popolo palestinese.

D: Cosa dovrebbero fare allora gli israeliani? Andarsene tutti via?
R: Quando parliamo di soluzione, non diciamo che vogliamo uccidere gli ebrei o gettarli in mare: noi affermiamo che l'attuale situazione, cioè la terra della Palestina, non è in grado di reggere due Stati. La crisi dei negoziati, da Madrid fino ad oggi, passando da Camp David ai tempi del presidente Clinton, sta nel fatto che si intendono creare, in un piccolo spazio, due Stati su questa terra, all'ombra di innumerevoli problemi. Ma ciò che si propone oggi ai palestinesi non è un vero Stato, poiché si tratta di 8 o 9 cantoni stretti e chiusi: uno Stato privo di sovranità e di frontiere. Allora si costruisca in Palestina un solo Stato, e si provveda ad un referendum democratico con la partecipazione dei musulmani, cristiani ed ebrei per scegliere la forma di Stato che desiderano: l'importante è che vi sia un solo Stato dove vivano i seguaci delle tre religioni del monoteismo in pace e concordia. Questa formula potrebbe dare una soluzione al problema e far cessare questo conflitto. Ma che lo Stato di Israele abbia il diritto, la terra, la sovranità, le risorse idriche ed il potere di decidere, ed i palestinesi nessun diritto, è un'affermazione contraria alla storia e alla realtà.

D: Cosa direste in caso di un accordo regionale tra Libano, Siria, Israele e Palestina?
R: È importante vedere quali siano le basi di questa soluzione. Se è fondata su basi di giustizia, è proprio ciò che chiediamo. Se invece la soluzione è basata sull'usurpazione dei diritti degli altri, allora nessun uomo libero potrebbe approvare una tale posizione. La questione palestinese non riguarda soltanto il popolo palestinese. Ogni arabo, ogni musulmano considera la questione palestinese come se fosse la sua. Gerusalemme è città santa per tutto il mondo, per i musulmani come per i cristiani e gli ebrei. Di conseguenza non si può essere parziali nel definire il destino della Palestina e di Gerusalemme.

D: Se Gerusalemme è la città di tutti, e non è soltanto di qualcuno, sarebbe d'accordo sull'ipotesi che Gerusalemme non sia né la capitale di Israele, né quella della Palestina, ma sia, per esempio, una città internazionale?
R: La questione di Gerusalemme, capitale della Palestina, non si risolve dicendo che Gerusalemme è capitale internazionale sotto la protezione della società internazionale e delle Nazioni Unite. Non si può esaminare la questione di Gerusalemme senza prendere in considerazione la questione palestinese. Dividere questo fascicolo vuol dire seminare delle mine. La soluzione del problema sta in un solo Stato di Palestina, dove vivano musulmani, cristiani e ebrei. La capitale di questo Stato deve essere Gerusalemme. Lei vede che tutti i negoziati tra palestinesi e ebrei, con Arafat a fare concessioni storiche che gli israeliani non avrebbero mai immaginato, non hanno portato a nessuna soluzione: le condizioni che gli israeliani pongono ai palestinesi sono molto offensive. Visto che la questione palestinese è ancora senza soluzione e che il popolo palestinese è oppresso, noi riteniamo che sia doveroso da parte non soltanto nostra di Hezbollah, ma anche di tutte le forze del mondo arabo e islamico (anche se molti di questi governi non hanno il coraggio di esprimere questo concetto), aiutare il popolo palestinese e sostenerlo affinché possa riavere i suoi legittimi diritti, o almeno difenderlo dinanzi allo sterminio e alle stragi collettive commesse dal governo di Sharon. Questo è in sintonia con le religioni ed anche con la legge internazionale. Noi applichiamo la legge internazionale perché diamo un aiuto al popolo palestinese che vuole riavere le sue terre, mentre gli Stati Uniti appoggiano l'occupante di questa terra. Oggi il popolo palestinese è assoggettato a crimini di guerra ... è uno sterminio collettivo ... le case vengono distrutte ... vi è un popolo che sta morendo dinanzi agli occhi del mondo. Il mondo non riconosce la striscia di Gaza e la Cisgiordania -cioè i territori occupati nel 1967- come territori israeliani. Riconosce che questi territori sono territori palestinesi occupati, ma non fa niente per far uscire Israele dalla Cisgiordania e da Gaza, mentre gli israeliani commettono ogni giorno assassinii e stragi in questi territori. Abbiamo il dovere di aiutare i palestinesi, ma non combattiamo al loro posto: sono loro che combattono. Quando le forze di occupazione si trovavano nei nostri territori, combattevamo noi. E se la società internazionale non vuole avere la responsabilità di tutto questo, noi non possiamo abbandonare le nostre responsabilità.

D: Se Israele si ritirasse dietro la linea del 1967?
R: Questo concetto è legato a come il popolo palestinese affronta questa questione. La Palestina è un diritto di tutto il popolo palestinese. Se il popolo palestinese accetta poi di rimanere, ad esempio, nella sua terra nonostante l'occupazione, questo secondo me è una sorta di generosità da parte sua. Ma dal punto di vista storico noi consideriamo la Palestina, dal mare al fiume, terra palestinese. Chi ha il diritto di decidere il destino di questa terra è il popolo palestinese.

D: Avete sempre detto che non c'è differenza tra i militari israeliani e i civili israeliani, perché secondo voi sono tutti e due degli occupanti. Questo significa che non c'è differenza tra sterminio dei civili israeliani rispetto a quelli palestinesi o a quelli libanesi?
R: Prima di tutto i palestinesi non vogliono annientare gli ebrei in Palestina. Quello che loro fanno oggi non è altro che una reazione. La seconda Intifada ebbe inizio in Palestina dopo la visita di Sharon alla Moschea Al Aqsa, che offese i sentimenti dei palestinesi e dette inizio alle manifestazioni. I palestinesi per tre mesi non hanno sparato una sola cartuccia, limitandosi ad atti civili per esprimere la loro posizione mediante manifestazioni, sit-in, comizi e scioperi e, nel peggiore dei casi, lanciando pietre contro i carri armati israeliani. Dal primo giorno invece i soldati israeliani hanno cominciato a sparare contro donne, bambini e giovani palestinesi. Nei primi tre mesi hanno trovato la morte non meno di 300-400 giovani palestinesi. E il mondo? Non ha fatto niente. Nessuno ha denunciato l'uccisione dei palestinesi nelle strade per mano dei soldati israeliani. I palestinesi si sono difesi soltanto. I palestinesi non possiedono missili, carri armati, aerei o cannoni, ma detengono esplosivi e modeste quantità di armi. Desta meraviglia il fatto che gli Stati Uniti d'America possano uccidere decine di migliaia di afghani nei villaggi dell'Afghanistan, o bombardare un raggruppamento di civili mentre festeggiano le nozze di una coppia, senza contestazione alcuna, perché farebbe parte della "guerra contro il terrorismo". Se "l'Occidente" giustifica moralmente l'uccisione di civili nel contesto della guerra contro il regime dei Talebani o l'organizzazione di Al Qaeda, perché allora non accetta la logica che i palestinesi non hanno altro che questa scelta? Sono certo che ogni combattente palestinese intenzionato a commettere un'azione suicida, preferirebbe colpire una caserma militare israeliana qualora fosse in grado di raggiungerla. L'esercito israeliano non distingue tra civili e combattenti palestinesi, ed apre il fuoco senza distinzione uccidendo decine e centinaia di persone. Il mondo non ha aiutato i palestinesi ad avere un'altra scelta.

D: Quindi voi continuerete a supportare con armi, con denaro, con aiuti di tutti i tipi, organizzazioni come Hamas o la Jihad Islamica, per la battaglia che fanno per la liberazione dei territori?
R: In linea di massima noi non parliamo di un determinato gruppo. Dico che il popolo palestinese è un popolo oppresso che combatte per la liberazione della sua terra. Daremo ogni forma di aiuto possibile ai palestinesi.

D: Voi sapete che sono diversi i gruppi israeliani che vorrebbero, dal mare al fiume, un grande Israele. Se le posizioni rimangono queste quali scenari Lei vede davanti?
R: In ultima analisi vincerà l'oppresso. Non possiamo non ammettere che vi è un conflitto in questa regione; una guerra iniziata dagli israeliani, non dai palestinesi o dagli arabi. I palestinesi non hanno lasciato la Palestina per distruggere l'esistenza degli ebrei in Russia, in Ucraina, in Polonia né hanno commesso stragi nei confronti degli ebrei in Germania, né hanno aggredito gli ebrei in Etiopia... non hanno aggredito nessuno. Quando i gruppi sionisti cominciarono a venire in Palestina, vi erano già qui gruppi di ebrei che vivevano in pace con i palestinesi e con i cristiani. Gli israeliani hanno cominciato, non noi. C'è una guerra imposta, e la gente oppressa non può che difendersi e rivendicare i propri diritti. Lei sa come tutti quanti che ogni forza che occupa terre altrui può rimanere cinquanta o cent'anni, ma alla fine dovrà andarsene.

D: È passato un anno dall'11 settembre. Lei, che sa cosa significa provare il dolore per la perdita di un proprio caro in un evento drammatico, cosa sente di dire alle famiglie americane che hanno perso i loro cari in quell'attentato?
R: Avevamo, a suo tempo, emesso un comunicato dove abbiamo presentato loro le nostre condoglianze per la perdita dei cari. Da 50 anni in questa regione viviamo queste situazioni in continuazione. Abbiamo perso amici, figli e parenti a causa dell'aggressione israeliana. Le forze israeliane hanno commesso stragi nei confronti di civili libanesi e palestinesi. Sappiamo le difficoltà provate dalle famiglie delle vittime di quegli avvenimenti, siamo spiacenti.

D: Cosa vorrebbe dire al presidente americano Bush?
R: Il presidente e il popolo americano sono invitati a rivalutare l'11 settembre. Sfortunatamente ciò che è accaduto in quella data, e noi non lo approviamo, invece di spingere a rivedere le politiche sbagliate specie nei confronti del Medio Oriente, è stato sfruttato per continuare nelle politiche aggressive. Se gli USA oggi desiderano combattere il terrorismo come affermano, dovrebbero prima di tutto esaminare le motivazioni che l'hanno prodotto. Il popolo americano deve sapere che le politiche dell'Amministrazione Americana provocano delle conseguenze. Il governo degli USA deve assumersi le sue responsabilità quanto agli avvenimenti dell'11 settembre. Non voglio offrire giustificazioni, ma sottolineo una realtà. Fino a quando verranno considerati come "terroristi" i bambini caduti sotto il fuoco dell'esercito israeliano, e non verrà riconosciuto Sharon (e molti altri come lui in Israele) come terrorista, nessuno nel mondo arabo e islamico crederà alla guerra statunitense contro il "terrorismo". Dico a Bush che continuare nelle attuali politiche non garantirà la sicurezza degli USA, anzi la coinvolgerà in conflitti sempre più difficili da vincere. L'aggressione americana in diverse parti del mondo può non trovare reazioni a lungo andare, ma non è così nel mondo arabo e islamico. Bush può difendere il suo paese e i suoi interessi dal terrorismo attraverso una revisione delle politiche adottate dal governo americano e non attraverso la guerra.

D: Si sente in guerra con gli Stati Uniti?
R: Non siamo in guerra contro gli USA, ma siamo in contrasto politico con l'Amministrazione americana. Crediamo che le politiche degli USA nei confronti dei nostri popoli e dei nostri governi siano errate e aggressive. Il governo americano appoggia sempre Israele offrendogli tutto l'aiuto militare, politico ed economico richiesto, e ostacola l'approvazione al Consiglio di Sicurezza dell'ONU di ogni condanna di Israele per i massacri commessi nei confronti dei palestinesi. Non abbiamo proclamato guerra contro gli USA, anzi, al contrario, loro lanciano guerre contro di noi e gli altri, ma noi ci difenderemo con coraggio.

D: Secondo Bush per curare i mali del Medio Oriente bisognerebbe cominciare proprio da voi. Che cosa è successo tra poco prima e poco dopo l'11 settembre che ha irrigidito i rapporti vostri con gli americani?
R: Vi sono stati sempre problemi tra i popoli di questa regione e gli Stati Uniti, e ho già detto qual è il motivo: la posizione degli USA a sostegno di Israele. L'esercito israeliano ha occupato le terre arabe con carri armati di fabbricazione statunitense. Con caccia americani gli israeliani hanno distrutto le case dei libanesi uccidendo migliaia di persone. Quindi le responsabilità di tutto ciò non sono soltanto di Israele, ma anche di quelli che lo difendono e lo proteggono. Questo nasce prima dell'11 settembre. Dopo quella data, con la scusa di combattere il terrorismo, l'Amministrazione Americana addita come "terroristi" i movimenti di resistenza nella regione. Questo non è giusto. Dobbiamo forse dire a tutti, anche agli americani, che ogni popolo che difende la propria terra dagli oppressori è un popolo terrorista? Non possiamo accettarlo nel modo più assoluto. L'insistenza americana di etichettare i movimenti di resistenza come gruppi terroristici, mentre Israele che commette ripetuti massacri è considerato dagli USA un paese "democratico" ed "evoluto", è una contraddizione che provoca inimicizie verso gli USA. Il problema non è il popolo americano, ma il suo governo che commette questi errori.

D: È vero che dopo l'11 di settembre vi siete incontrati con dei mediatori americani e che c'è stata qualche proposta che non avete accettato?
R: I mediatori non erano statunitensi ma di altre nazionalità che portavano delle lettere da parte delle autorità americane. Queste contenevano alcune richieste in cambio delle quali, se accettate, gli Hezbollah sarebbero stati cancellati dall'elenco dei gruppi terroristici. Una di quelle richieste pretendeva la trasformazione del partito di Dio in agenti segreti e collaborazionisti dei servizi segreti americani. Abbiamo risposto che non avevamo legami con gruppi terroristici come Al Qaeda e quindi non potevamo trasformarci in agenti segreti per conto degli USA. Poi ci hanno chiesto una mano dal punto di vista umanitario: abbiamo risposto che da 50 anni gli USA offrono servizi non umanitari in questa regione sostenendo Israele. Infine ci hanno anche chiesto di abbandonare la resistenza all'occupazione israeliana, ma ho risposto loro: com'è possibile lasciare la nostra terra sotto occupazione mentre numerosi nostri figli sono nelle prigioni in Israele? Nel sud del Libano c'è un piccolo fiume chiamato "Al Wazani", che nasce nel territorio libanese per entrare in Palestina. Israele ha sfruttato le acque di questo fiume per più di 20 anni durante l'occupazione del Libano. Israele afferma che il Libano non ha diritto su queste acque! Insomma non possiamo bere dalle acque dei nostri fiumi perché Israele minaccia guerra contro di noi! Come facciamo a rinunciare alle armi e alla resistenza? Dal ritiro israeliano, il 25 maggio 2000, Kofi Annan dice che Israele in applicazione della risoluzione ONU 425 non ha diritto ad entrare nello spazio aereo libanese, ma durante gli ultimi 2 anni Israele ha violato questo spazio 5.000 volte. Come si pretende che un popolo abbandoni la resistenza? Gli USA e la comunità internazionale non hanno fatto niente. Se non fosse stato per la nostra resistenza, Israele non sarebbe mai uscito dal Libano. Ancora oggi c'è un piccolo territorio occupato e l'Amministrazione Americana non ha fatto nulla. Probabilmente siamo nella lista nera perché abbiamo rifiutato di tradire la nostra causa.

D: Lei ha sempre detto che non avete avuto rapporti con AlQaeda, però ci sono indicazioni che lasciano intravedere qualcosa di diverso. Il quotidiano israeliano Haaretz ha detto che ci sarebbero 150-200 terroristi di Al Qaeda in Libano. Un recente libro uscito a Londra cita i nomi delle persone di Al Qaeda che sarebbero venute in Libano per esercitarsi. Ne cito qualcuno: Abou Tala Al Soudani, Saif Al Isla Al Massri ed altri. Come stanno le cose?
R: Sono affermazioni israeliane prive di ogni fondamento. Il governo libanese ha negato categoricamente. Gli Stati Uniti sanno la verità, e credo che non ci hanno creduto. I servizi di sicurezza libanesi collaborano con gli USA. Le dico che qui non c'è nessun membro di Al Qaeda, nessuno di questi ha fatto esercitazioni in Libano. I membri di Al Qaeda sono concentrati in Afghanistan. Credo che i libanesi abbiano molti altri problemi. Gli israeliani cercano sempre di trovare legami tra la resistenza libanese e i gruppi terroristici.

D: Secondo Lei Al Qaeda cos'è?
R: Se vogliamo definire Al Qaeda, dobbiamo rivedere una parte della storia. Dopo l'occupazione russa dell'Afghanistan, gli USA dettero aiuto ai movimenti islamici afghani. Molti membri di questi movimenti furono addestrati in Pakistan da ufficiali statunitensi. Tutti sanno che gli USA chiesero ad amici in alcuni paesi arabi e islamici di inviare combattenti in Afghanistan. Ma dopo l'uscita dei russi dall'Afghanistan, i paesi arabi e islamici hanno abbandonato questi combattenti, e loro si sono sentiti traditi, e quindi sono nate nuove organizzazioni tra le quali Al Qaeda, che si è trasformata da amico in un nemico degli USA. Tutti sanno chi aiutò questo movimento per combattere i russi.

D: Questo è il passato. Ma oggi, Lei ritiene che Al Qaeda sia un'organizzazione terroristica o no?
R: Non voglio entrare in queste descrizioni, perché mi sentirei una parte della macchina americana che vuole accusare questa o quell'altra organizzazione. Al Qaeda ha commesso gravi errori, contrari alla legge islamica, e non avrebbe dovuto commetterli.

D: Lei ha dichiarato che quello che sta succedendo non riguarda i rapporti fra cristianesimo ed Islam. Ritiene sempre che tra cristiani e musulmani non ci siano problemi e non ce ne saranno?
R: Nessuno desidera un confronto tra cristiani e musulmani. Gli altri desiderano questo. Francamente il movimento sionista mondiale vuole trasformare la sua battaglia con i musulmani in un conflitto tra cristiani e musulmani. I musulmani non approvano questo. L'Islam non lo accetta. Se alcuni cristiani commettono delle aggressioni nei confronti dei musulmani, questo non vuol dire che tutti i cristiani ne siano responsabili. Così anche nel caso contrario. I rapporti tra cristiani e musulmani devono basarsi sul reciproco rispetto, sull'accettazione dell'altro, sull'avvicinamento e sulla soluzione dei problemi mediante il dialogo.

D: Gli Stati Uniti continuano a dire che l'operazione Iraq inizierà. Qual è la vostra posizione?
R: Rifiutiamo, in linea di principio, che gli USA -da soli o con i suoi alleati- lanci un attacco contro ogni paese del mondo, che sia un paese arabo, musulmano, europeo o asiatico, perché ogni aggressione è ingiusta. Se la scusa dell'Amministrazione Americana poggia sul fatto che il regime di Saddam è un regime che opprime il popolo iracheno, perché allora ha offerto allo stesso Saddam Hussein, insieme agli alleati europei ed arabi, tutto il sostegno finanziario, militare ed economico durante la guerra tra Iraq e Iran? La posta in gioco non è la salvezza del popolo iracheno dal regime di Saddam o la protezione dei paesi confinanti. Riguarda gli interessi degli Stati Uniti che mirano a mettere le mani sulle ricchezze petrolifere in Iraq e nella regione. Se il cuore degli Stati Uniti batte veramente per il popolo iracheno, allora avrebbe dovuto intervenire da molti anni per salvare questo popolo, ma non l'ha fatto. E se il cuore americano batte oggi per il popolo iracheno, perché non batte anche per i palestinesi? Non è dunque un fatto umanitario. Se Saddam tenta di produrre armi di distruzione di massa, che dire di altri paesi che possiedono già queste armi? Le giustificazioni presentate dall'Amministrazione Americana sono inaccettabili. Questo non vuol dire che personalmente sostengo il regime di Saddam Hussein. Abbiamo un'altra visione, ma il fatto che gli USA pretendano di avere il diritto di aggredire l'Iraq o ogni altro paese è inaccettabile. Credo che il popolo iracheno abbia il diritto di determinare il proprio destino. Credo anche che occorra aiutare ogni popolo oppresso che lavora per cambiare il regime, senza però l'intervento di una potenza esterna che lanci guerre a destra e a manca per cambiare la mappa geografica. È molto grave sentir parlare di dividere la regione secondo le confessioni e le etnie. Questo vuol dire che intendono dividerla perché resti una zona di guerre e conflitti interni. Personalmente non approvo simili piani.

D: Se dovesse scoppiare la guerra, cosa potrebbe succedere in Europa e soprattutto in Italia?
R: Invito il governo italiano alla neutralità, a non partecipare a questa guerra e a questa aggressione. Poi invito l'Italia a maggiori sforzi per evitare una guerra nella regione, anche per la posizione politica dell'Italia nel contesto dell'Europa. Si potrebbero far risparmiare a questa regione esperienze drammatiche.

D: Fino adesso abbiamo parlato di guerra, di forza, di rischi, di problemi. In realtà Hezbollah in questi ultimi anni si è occupato dei problemi della società civile, di aiutare quanti ne hanno bisogno. Le chiedo: tra il braccio armato e il braccio politico, quale pesa di più in questo momento all'interno di Hezbollah?

R: Ogni braccio ha le proprie funzioni e responsabilità. Abbiamo partecipato alle prime elezioni parlamentari in Libano, dopo la fine della guerra civile, ed abbiamo dato uno slancio alla vita politica nel paese. Abbiamo partecipato alle elezioni parlamentari del '92, poi a quelle del '96 e a quelle del 2000, ed abbiamo un ottimo blocco all'interno del parlamento. Abbiamo partecipato alle elezioni municipali ed amministrative, e partecipiamo a tutte le elezioni sindacali in Libano. Abbiamo anche rapporti con tutte le confessioni religiose ed i partiti politici nel paese. Assistiamo ad un'apertura verso tutte le forze in Libano, anche con quelle che non abbracciano le nostre idee religiose, dottrinali e politiche. Crediamo che i libanesi debbano continuare a dialogare tra di loro. Non è permesso un ritorno del Libano alla guerra civile. Devo dire a tal proposito che Hezbollah non è stato parte della guerra civile. Il nostro movimento mirava a combattere le forze di occupazione israeliana, e non era coinvolto nelle questioni interne in Libano tra musulmani e cristiani e gli altri partiti. Continueremo nella nostra azione politica e quest'azione non indebolisce l'altra, al contrario la rafforza.

D: Voi sareste pronti anche a riprendere un dialogo con gli Stati Uniti per trovare una soluzione pacifica? E se così fosse, che cosa vorreste fare?
R: La questione non dipende da noi, ma dal governo degli USA. Tutti quelli che hanno aperto un dialogo con l'Amministrazione statunitense dovevano accettare le loro imposizioni, altrimenti sarebbero stati classificati come terroristi. Se gli USA insistono su questa politica e non accettano discussioni, allora il dialogo sarà sterile e senza utilità alcuna.

D: Per chiudere. Lei è più ottimista o più pessimista se pensa a quello che potrà accadere nelle prossime settimane, nei prossimi mesi e nei prossimi anni?
R: Non sono né ottimista né pessimista. Ma sono come tutti quelli che si trovano in questa regione, cioè sono preoccupato perché ogni aggressione contro l'Iraq o contro ogni paese arabo o islamico avrà conseguenze devastanti, e potrebbe aprire vecchie ferite e nuove porte con vittime nuove, e nessuno vuole questo.

 

10 minuti alla volta

Riportiamo l'intervista ad un esponente della resistenza palestinese inserito nella 'lista della morte' israeliana. L'autore è Ali Samudi, di Palestine Chronicle, che lo ha incontrato tra mille difficoltà.

Ci sono voluti giorni, se non settimane, per rintracciarlo. Non solo è difficile contattarlo, ma non puoi evitare di chiederti se una bomba non scoppierà proprio mentre parla. È sulla lista di morte israeliana da anni. Sinora sono falliti diversi tentativi di assassinarlo. È ancora qui, in qualche luogo, con un telefono cellulare ed una lunga lista di domande. Finalmente riusciamo a contattarlo.Si chiama Bassam al-Sa'adi. Nato nel 1960, ha fatto molti lavori, ha molti sogni che sono stati infranti, un figlio ed una madre assassinati da Israele, una casa demolita, ed un posto in cima alla "lista nera" di Israele. Al-Sa'adi è un leader del Jihad Islami in Cisgiordania. La sua presenza viene avvertita nella città di Jenin, sebbene non sia mai stato visto. Il suo solo contatto con il mondo esterno avviene tramite un cellulare, da cui non può parlare a lungo poiché, ci dice, se parlasse per più di 10 minuti alla volta, l'intelligence israeliana sarebbe in grado di rintracciarlo ed ucciderlo. Ci sono voluti cinque giorni per terminare quest'intervista. Non lo abbiamo mai chiamato noi: chiamava sempre lui quando era possibile.
Al-Sa'adi è nato nel campo profughi di Jenin da una famiglia molto povera. Dice di amare Jenin, ma che il suo cuore è rimasto ad al-Mazar. Al-Mazar è il villaggio da cui la sua famiglia fu espulsa nel 1948. "Non ho mai vissuto la Nakba (la catastrofe e l'espulsione in massa dei palestinesi nel 1948, ndr) ma ne conosco ogni dettaglio, perché me ne hanno parlato di continuo mio padre ed i vecchi della comunità". Settimo figlio di una famiglia numerosa, ha avuto una vita molto difficile, come lo è stata per centinaia di migliaia di profughi della seconda e della terza generazione. "Volevo diventare medico, ed arrivai in Europa deciso a perseguire questo sogno. Questo nel 1981. Dopo anni di duro studio, tornai per due settimane a visitare la mia famiglia. Gli israeliani rifiutarono di lasciarmi ripartire. Mi trattennero abbastanza a lungo da farmi espellere dall'Università. Mesi dopo, riuscii a lasciare la Cisgiordania ed andai in Giordania, dove mi laureai in storia araba ed islamica".
Fu in Giordania che l'identità islamica di al-Sa'adi cominciò a prendere forma. Si unì ad un movimento islamico e due anni dopo tornò in Cisgiordania. A Jenin fondò un piccolo gruppo di giovani islamici con il compito di educare la gente sulla realtà dell'occupazione ed instillare in essa lo spirito di resistenza. Solo un anno dopo si unì al Jihad Islami, dopo un incontro con il dottor Fathi Shikaki, ex leader del movimento, assassinato dai servizi segreti israeliani.
Da allora, la vita di al-Sa'adi è stata un continuo alternarsi di arresti e scarcerazioni. Nell'agosto del 1985, racconta, "fui arrestato durante una manifestazione di protesta. Guidavo un gruppo di uomini mascherati, che innalzavano la bandiera del Jihad Islami. Era la prima parata militare del movimento, in assoluto. Fui picchiato dai militari per circa quattro ore. Perdevo conoscenza, poi mi risvegliavo e loro erano ancora lì, che mi picchiavano. Persi molto sangue. Infine fui trasportato in ospedale. Speravano di arrestarmi dopo, ma, con loro grande sorpresa, riuscii a fuggire".
Da allora, e fino al 1991, al-Sa'adi è rimasto sulla lista israeliana dei "più ricercati". Una "unità speciale" israeliana riuscì ad arrestarlo, e a farlo restare in carcere per 20 mesi. Quando Israele compose una lunga lista di attivisti della Cisgiordania e di Gaza da deportare in Libano, al-Sa'adi era uno dei primi della lista. Insieme a molti altri, visse accampato tra le montagne libanesi per oltre un anno. Ritornò per essere arrestato nuovamente. Ha condotto diverse operazioni contro i militari d'occupazione in Cisgiordania, dice. La battaglia più notevole ebbe luogo nel 1992, in un luogo della Cisgiordania occupata da Israele, in un piccolo villaggio chiamato Anzà. Anche l'Autorità palestinese l'ha arrestato diverse volte, per diversi mesi, rifiutando però sempre di consegnarlo ad Israele.
La moglie di al-Sa'adi, Um Ibrahim, ha dichiarato che la sua vita ruota intorno alle visite fatte a suo marito in carcere. Questi sono gli unici momenti che hanno senso, nella sua vita. "Non gli ho mai chiesto di smettere di lottare. La sua lotta è nobile e giusta, e solo questo pensiero mi dà la forza di andare avanti", ha detto. Durante l'invasione di Jenin dell'aprile 2002, e le successive atrocità commesse dall'esercito israeliano nel campo, al-Sa'adi era uno di quelli da uccidere, e fu colpito, ma rimase solo ferito. Al-Sa'adi racconta che la sua mamma settantaduenne fu interrogata da agenti dei servizi segreti israeliani. "Fu trattenuta a lungo, la interrogarono e la minacciarono. Neanche la sua età avanzata li commosse. Le dissero che mi avrebbero ucciso. Non riuscì a reggere lo stress e morì durante l'interrogatorio".
Suo figlio, il sedicenne Abdelkarim, fu ucciso dall'esercito israeliano durante un raid. Al-Sa'adi non c'era, quando il giovane fu ucciso. Ma le migliaia di persone che parteciparono al suo funerale rimasero colpite dalla risolutezza delle sue parole durante l'orazione funebre per suo figlio, trasmessa da altoparlanti attraverso un cellulare. "Mio figlio è un eroe, morto per una causa nobile, per la causa della Palestina e della dignità del suo popolo. Ringrazio Dio di avermi fatto vivere abbastanza a lungo da poter essere testimone del coraggio dei miei figli. La Palestina è piena di figli come il mio".
Dopo anni vissuti di corsa, al-Sa'adi ha parlato con noi, rispondendo alle nostre domande, dieci minuti alla volta.

A che punto è l'intifada, la rivolta palestinese, all'inizio del suo terzo anno?
Il popolo palestinese sta comprendendo, più che mai, che la resistenza, l'unità e il rigetto dei cosiddetti "accordi di pace" devono diventare la nostra strategia. Ritornare ai negoziati ci strangolerebbe nuovamente, e sempre più. Non abbiamo altra opzione se non quella di restare uniti e di resistere. Il nostro popolo ha già rinunciato a ritornare a quel tipo di negoziati. Il nostro popolo ha imparato dall'esperienza degli anni passati e non vuole più "soluzioni" del genere, negoziatori di parte e summit arabi; il nostro popolo non permetterà più ad alcuno di fare compromessi sui suoi diritti.
Ho letto alcune biografie di leader sionisti, i quali affermavano che loro desiderio era gettare le armi ed arrendersi, ma gli arabi si arrendevano sempre prima. Ecco perché noi desideriamo che l'Intifada continui. L'esperienza della resistenza palestinese, specie in questo periodo, dimostra che noi abbiamo una volontà forte ed una visione, abbastanza per permetterci di continuare a lottare. Ciò che chiediamo è che tutte le fazioni palestinesi raddoppino i loro sforzi in supporto del popolo palestinese, e che questo rafforzi la sua risolutezza nell'acquisire una chiara strategia di resistenza. Noi chiediamo al mondo arabo di sostenerci durante questo sforzo immane. Devono ricordare che la nostra sconfitta è una sconfitta per tutto il mondo arabo e per l'umanità in generale.

Dal suo punto di vista, crede davvero che Israele sia interessato a cancellare gli accordi di Oslo ed a smantellare l'Autorità palestinese (Ap)?
Il regime sionista non vuole alcuna autorità nazionale indipendente che rappresenti la volontà e le aspirazioni del popolo palestinese. Non vuole una forte entità palestinese che difenda i suoi diritti ed i suoi luoghi sacri. Comunque non credo che vi sia stata la decisione di rovesciare l'Autorità palestinese, non lo credo affatto. Quello che Israele vuole è riformare l'Autorità palestinese, per trasformarla in un'altra milizia Lahad (una milizia libanese guidata dal Generale maggiore Antoine Lahad, alleata di Israele durante la guerra civile libanese e l'invasione israeliana), il cui compito sarebbe solo quello di obbedire agli ordini e predefinire i piani di occupazione. Nonostante il fatto che non condividiamo molte delle catastrofiche scelte dell'Autorità palestinese, non credo che l'Autorità possa eseguire queste fantasie sioniste. Non abbandonerà le aspirazioni del popolo palestinese, che sono il fulcro della sua esistenza. Non credo che l'Ap possa mai diventare un'altra milizia Lahad.

Come descriverebbe l'attuale rapporto tra il movimento del Jihad Islami e l'Autorità palestinese?
Il rapporto è governato dal diritto a resistere e combattere l'occupazione, e di aderire ai principi fondamentali del popolo palestinese. Tutti i tentativi fatti dal nemico di minare la nostra unità falliranno. La strategia del Jihad Islami è basata sulla resistenza all'occupazione. Più l'Autorità si avvicina alla resistenza, migliori saranno i nostri rapporti.

Ma ogni tanto avvengono pericolosi incidenti, come i recenti scontri a Gaza, in cui sono morte diverse persone, e che alcuni considerano come una prova generale di guerra civile. Come tali episodi condizionano i rapporti del movimento Jihad Islami con l'Autorità palestinese?
Dobbiamo affrontare questi tragici incidenti con grande senso di responsabilità, senza reazioni emotive che servirebbero solo all'occupazione. Abbiamo costituito commissioni che investigheranno su questi disaccordi. Queste commissioni lavorano secondo la consapevolezza nazionale che la resistenza deve confrontarsi solo con gli occupanti, mai con altri palestinesi. Io credo che i recenti scontri a Gaza non danneggeranno la nostra lotta, perché il nostro popolo ha esperienza e sa come rifuggire da simili tragedie. Il nostro popolo sa benissimo come sabotare i piani israeliani di guerra civile. Il nostro popolo continuerà l'Intifada.

Vi è un dibattito doloroso all'interno delle fazioni palestinesi, del mondo arabo e tra gli intellettuali riguardo gli attacchi kamikaze. Lei crede che gli attacchi kamikaze siano utili alla lotta palestinese, all'Intifada?
Considerando la schiacciante supremazia militare sionista ed il modo barbaro in cui essa viene usata, la resistenza palestinese non ha altra scelta. Non abbiamo altre opzioni, se non quella di inventare nuovi metodi di resistenza che bilancino l'equilibrio del terrore. Coloro che chiedono la fine di questi attacchi sono nemici del nostro popolo e rappresentano gli interessi sionisti ed americani. Dovrebbero smetterla di criticare, e darsi da fare per supportare questo popolo innocente, vittima dell'oppressione di una superpotenza.

Qual è la condizione della resistenza palestinese nella città e nel campo profughi di Jenin? L'attacco israeliano di aprile ne ha stroncato la resistenza?
La resistenza non è stata stroncata né a Jenin, né nel suo campo profughi né nei villaggi circostanti. Proprio pochi giorni fa, quando i sionisti vi hanno effettuato un raid, vi sono stati scontri intensi. Molti combattenti hanno affrontato l'esercito di occupazione, minando i piani israeliani di arrestare molti attivisti. Con molta onestà le dirò che i massacri di aprile non hanno sradicato la resistenza: anche durante l'attacco dell'esercito israeliano, i combattenti di Jenin erano lì, pronti a difendere la propria terra.

Si sentono di continuo richieste affinché l'Autorità sia riformata. Come vede il problema delle riforme e delle elezioni?
La situazione palestinese ha davvero bisogno di riforme serie, purché tali riforme non siano dettate da Israele. L'Autorità palestinese ha commesso un errore escludendo dai suoi ranghi elementi della resistenza. Ci devono essere riforme, ma senza alcuna interferenza estera. Le riforme devono restare nell'ambito del programma di resistenza. Questa è la vera strategia che i palestinesi non possono permettersi di sciupare.

Come vede la decisione del presidente americano di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele?
Se non fosse per gli Stati Uniti, l'entità sionista non sarebbe capace di camminare con i suoi piedi. Il supporto americano ad Israele si è intensificato negli anni '60 e '70 fino a raggiungere il picco massimo nell'era Reagan, il quale fece di Israele il partner strategico degli USA. Bush ha continuato su questa linea, fino a far diventare gli USA un burattino nelle mani di Israele, che fa tutto ciò che questo gli chiede. Ma la decisione del presidente Bush non ha alcuna capacità di cambiare la verità, né la storia.

Come valuta la condotta del Jihad Islami durante l'Intifada dell'Aqsa?
Il movimento è cresciuto e si è rafforzato perché la chiarezza è la nostra strategia. Il movimento del Jihad Islami è molto vicino alla visione, agli obiettivi ed al sacrificio del popolo palestinese. Abbiamo sacrificato oltre cinquanta martiri della nostra leadership e dell'ala militare durante quest'intifada. Abbiamo avuto un ruolo importante nella resistenza del campo profughi di Jenin.

Che messaggio invierebbe agli abitanti d'Israele?
Sharon vi sta portando al disastro, al confronto con l'intero mondo arabo ed islamico. I crociati fallirono prima di voi, ed anche la vostra macchina da guerra fallirà. Non ha paura per la sua vita?Non vi è alcuno, al mondo, che non abbia paura, di una cosa o dell'altra. Ma quando si ha fede in Dio e si crede nel destino, e dopo che si resiste da quindici anni, il livello di paura scende ... fino a scomparire del tutto.Ma lei ha una famiglia. Suo figlio è stato ucciso e la sua famiglia sta soffrendo. Non pensa di mollare la lotta?Il nostro popolo ha bisogno di ogni persona virtuosa. Tutti abbiamo la capacità di resistere e sacrificarci. Questa è una missione onorevole, più importante della vita individuale. Come possiamo avere paura dell'occupazione e delle sue minacce quando i nostri figli sono profughi, quando Gerusalemme viene violentata ogni giorno e con la morte che incombe sulle nostre teste in ogni luogo? La mia vita è nelle mani di Dio, non di Israele. Continuerò, non mi arrenderò mai.

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