VOCI DELLA RESISTENZA ANTI-SIONISTA
Intervista a Mahmud al-Zahhar, membro di Hamas
A fini informativi e di comprensione di quel che accade in Palestina, riportiamo un'intervista al Dr. Mahmud al-Zahhar, professore universitario e membro di Hamas, tratta da Islam-online, 16 Maggio 2002
Come può un medico aver deciso di fare parte del partito Hamas?
Uno dei fenomeni più rimarchevoli in Hamas è il fatto che i suoi
membri sono persone altamente culturalizzate. Vi sono medici, professori, ingegneri,
pensatori. Dunque non è strano trovare professionisti all'interno di
questo partito. Io credo che molte persone siano stupite a causa della percezione
profondamente errata di cosa sia Hamas. Dal momento che molti ritengono che
Hamas sia una struttura terroristica, si pensa: come può un medico farci
parte? Il fatto è che Hamas non è nulla di tutto ciò. Noi
non siamo terroristi: siamo un movimento di liberazione nazionale. Un'organizzazione
altamente morale, con scopi nobili ed onesta al punto di essersi guadagnata
il supporto di una larga fetta popolare in Palestina ed in altre nazioni arabe.
Hamas, a parte la resistenza, è coinvolta in altro genere di attività?
Hamas si occupa di attività sociali, per dare sostegno alle classi più
disagiate, non importa quale sia la loro attitudine verso il nostro movimento.
Ci occupiamo di attività economiche ed umanitarie, ad esempio degli orfani,
bambini che hanno perso i genitori e ogni forma di assistenza. Ci occupiamo
di attività sportive, e molti nostri club rappresentano l'intera Palestina
nella Lega sportiva araba. E ci occupiamo ovviamente di religione e di educazione
all'Islam delle classi sfavorite. Stiamo inoltre cercando di organizzare un
sistema educativo che indirizzi i bambini dalle elementari fino alla laurea,
con una predilezione verso le scienze mediche.
Avete, tempo fa, emanato un comunicato in cui avete espressamente chiesto
ai bambini di non mettersi in situazioni di pericolo, avvicinandosi troppo,
ad esempio, agli insediamenti colonici. Ma cosa potete fare perché ciò
venga messo in pratica dai bambini stessi?
Attualmente ci occupiamo di questo problema parlando loro direttamente nelle
moschee e nelle scuole. Facciamo molti incontri con la popolazione su questo
problema, ed ascoltiamo anche le lamentele dei genitori. Tutti insieme possiamo
fare qualcosa per cercare almeno di limitare, per i bambini, le situazioni di
pericolo.
Continueranno le operazioni kamikaze all'interno di Israele, nonostante le tremende
pressioni da parte degli USA ma anche di paesi come Egitto, Siria ed Arabia
Saudita?
E qual è l'obiettivo di queste operazioni? Come giustificate l'attacco
contro civili israeliani?
Noi siamo qui per liberare la nostra terra, che è occupata da 54 anni
dal movimento sionista. Il nostro obiettivo è vivere nella nostra patria
libera, come chiunque al mondo, e dare l'occasione ai nostri figli di vivere
come bambini liberi, senza essere abbattuti dalle pallottole israeliane. In
Israele non vi sono "civili" nel senso classico del termine. Voi avete
sentito che la scorsa settimana Sharon aveva richiamato 20.000 riservisti. Questi
sono civili? Molti leader israeliani hanno affermato che "ogni cittadino
israeliano è un militare in abiti civili". Il ministro della guerra
usa la stessa uniforme. Sharon usa la stessa uniforme. I coloni usano la stessa
uniforme.
Perché non utilizzate metodi non-violenti di lotta? Non pensate che
le operazioni kamikaze alienino le simpatie del mondo per la causa palestinese?
Le nostre drammatiche condizioni hanno inizio nel 1948, e la simpatia del mondo
non le ha alleviate. Israele ha preso la nostra terra in successive ondate di
guerre, 1948, 1956, 1967, 1982 e il mondo non ha fatto nulla per fermare la
tragedia di milioni di persone sradicate ed espulse dalle loro case e rinchiuse
in miserabili campi profughi. Abbiamo cominciato una lotta pacifica nel 1987.
Da allora, Israele ha ucciso e ferito oltre 10.000 persone, deportato migliaia,
e il mondo non ha fatto nulla per noi. Solo nel 1992, Israele deportò
420 stimati professionisti palestinesi fuori dai Territori occupati, in Libano,
violando le Convenzioni di Ginevra. Durante quest'Intifada, in soli 6 mesi,
l'esercito di occupazione ha ucciso oltre 1.000 palestinesi, un terzo dei quali
bambini, e il mondo cosa ha fatto? Dunque non abbiamo altra scelta che difenderci.
Se il mondo ci dà elicotteri, F-16, carriarmati, useremo quelli nella
nostra lotta di liberazione nazionale. Ma, dal momento che non abbiamo armi,
e il mondo non ha formule o soluzioni magiche per eliminare la tragedia dell'occupazione,
diteci: l'occupazione è legale o illegale? Se è illegale, come
stabiliscono le Nazioni Unite, credo che sia un nostro diritto difenderci come
possiamo.
Come spiegate il fenomeno delle donne kamikaze? È un nuovo capitolo
nella lotta di liberazione palestinese?
Non siamo noi l'organizzazione che accetta martiri di sesso femminile. Anche
se, dal punto di vista religioso, non è proibito che una donna combatta,
insieme agli uomini, per difendere la sua terra.
Molta gente afferma di capire cosa può condurre i palestinesi a sacrificare
la loro vita con tanta abnegazione. Ma, molti obiettano, questi attentati non
danno ad Israele la scusa per continuare a distruggere, bombardare e causare
maggiore sofferenza ai palestinesi?
In realtà, anche la nostra lotta ha una finalità politica immediata.
La nostra lotta armata colpisce Israele dal punto di vista politico ed economico.
E questo è già un obiettivo. Economicamente vediamo che in Israele
vi è una recessione per la prima volta dopo 54 anni. L'immigrazione colonica
di americani ed europei verso Israele si è fermata. Al contrario, è
aumentata l'immigrazione inversa, dalla Palestina occupata ai paesi d'origine
degli immigrati. Gli attacchi spingono la società israeliana ad intervenire
presso il loro governo, a dirgli: fermi, è tempo di ritirarci dalle terre
palestinesi. La storia delle ripetute aggressioni israeliane ci dimostra che
Israele si è ritirato dal Libano solo dopo aver perso un gran numero
di soldati laggiù, mentre noi, con 10 anni di negoziati, abbiamo fallito.
L'unica opzione che abbiamo è la lotta fino alla liberazione della nostra
terra. È un nostro diritto, il diritto di tutti i popoli oppressi. Abbiamo
proprio oggi ricevuto un messaggio da un giovane americano, che ci dice: Fino
a poco tempo fa, anch'io vi consideravo terroristi. Finché non ho fatto
visita ad un amico in Israele. Quello che ho visto e sentito laggiù,
ha cambiato la mia visuale. Io saluto la vostra lotta di liberazione. State
saldi nel vostro diritto: avete ogni diritto di resistere all'occupazione, di
combattere per la vostra terra, di difendere voi stessi e le vostre famiglie.
Anche se il mondo vi ha negato questo principio umano fondamentale.
Come può una persona che vive al di fuori della Palestina aiutarvi
nel vostro sforzo di raggiungere la libertà e l'indipendenza?
Noi diciamo sempre che la cosa migliore da fare è cercare di informare
la gente, poiché la maggioranza delle persone non hanno la minima percezione
dell'esatta natura del confronto in Palestina. Vi sono ovviamente molti altri
modi, aiutando economicamente la gente sul posto, ad esempio. Riteniamo però
che la cosa più importante sia far capire al pubblico cosa sta realmente
accadendo in Palestina, poiché l'informazione in America ed Europa è
totalmente controllata e manovrata; le persone comuni devono capire che stiamo
resistendo ad un'occupazione sanguinosa, che ha devastato e minato alla base
la società palestinese. Stiamo lottando per la sopravvivenza.
In caso di assenza da parte di Arafat, crede che Hamas abbia qualche chance
di vincere le elezioni e di governare?
Allo stato attuale, se ci dovesse essere un confronto elettorale, Hamas sarebbe
vincitore, con o senza Arafat. Ma noi non miriamo a governare. Il nostro scopo
è liberare la nostra terra, i nostri luoghi santi, e dare la possibilità
alla nostra gente di scegliere i suoi rappresentanti. Noi siamo certi di rappresentare
una larga fetta della società palestinese, dentro e fuori la Palestina.
PARLA HEZBOLLAH ![]()
Intervista a Sayyed Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah-
Come 'materiale di conoscenza' riportiamo una sintesi dell'intervista rilasciata al giornalista Piero Di Pasquale, di RaiNews24, da Sayyed Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah ("partito di Dio"), il movimento di liberazione nazionale libanese. Hezbollah è stato inserito dagli USA nella lista delle "organizzazioni terroriste" redatta per la prima volta nel 1997 ed approvata dall'allora Segretario di Stato, Madeleine Albright. L'intervista è andata in onda in notturna, sulla Rai, il 10 settembre 2002.
D: Perché siete in guerra con Israele?
R: Perché le forze israeliane hanno invaso il territorio libanese
a partire dal 1972, completandone l'occupazione nel 1982. In quell'anno è
nato il partito di Hezbollah come movimento popolare che mira a cacciare via
le forze straniere di occupazione. Noi siamo dunque in guerra con Israele perché
occupa le nostre terre, detiene nelle prigioni molti ostaggi e costituisce una
minaccia continua per il nostro paese.
D: Voi avete sempre detto di non riconoscere ad Israele il diritto
di esistere. È in qualche modo possibile rivedere questa decisione?
R: Quando parliamo di diritto e di ingiustizia, parliamo di cose che
non cambiano con il passare del tempo. Noi chiediamo al mondo quanto segue:
prima del 1948, cosa c'era in questa regione? C'erano il Libano, la Siria, la
Giordania, la Palestina, l'Egitto, l'Iraq, e non c'era una nazione di nome Israele.
Storicamente la Palestina è stata sempre la Palestina, mentre Israele
è uno Stato che è venuto dopo, appunto nel 1948. Da centinaia
e da migliaia di anni gli abitanti di questa terra sono palestinesi, ma il movimento
israeliano volle raccogliere dall'Africa, dalla Russia, dalla Polonia, dall'Argentina,
dall'America e da molte altre zone del mondo gli ebrei o coloro che dicevano
di essere ebrei. Si dice che il 50 % degli emigrati russi ebrei venuti nella
Palestina occupata non siano ebrei, ma si siano spacciati come tali per potervi
emigrare. C'è stato dunque un movimento che è venuto con le armi
in Palestina ed ha cacciato via gli abitanti di questa terra e di questi villaggi,
portandone altri venuti da tutte le parti del mondo. Il movimento sionista,
già prima del 1948, si è sempre basato sul concetto di occupazione
delle terre altrui, di allontanamento della gente dalla propria terra. Ha sempre
commesso stragi, lanciato guerre contro i palestinesi e i paesi arabi. Tutti
i conflitti arabo-israeliani sono stati aperti da Israele, che ha mire espansionistiche
nella regione e vuole mettere le mani sulle sue risorse idriche e petrolifere.
Il fatto che sia passato del tempo non concede ad Israele questo diritto. La
forza non concede il diritto di commettere aggressioni nei confronti degli altri.
Il fatto che vi siano paesi nel mondo che appoggiano Israele non dà il
diritto a quest'ultima di commettere crimini. Noi riteniamo che la terra della
Palestina sia del popolo palestinese.
D: Cosa dovrebbero fare allora gli israeliani? Andarsene tutti via?
R: Quando parliamo di soluzione, non diciamo che vogliamo uccidere gli
ebrei o gettarli in mare: noi affermiamo che l'attuale situazione, cioè
la terra della Palestina, non è in grado di reggere due Stati. La crisi
dei negoziati, da Madrid fino ad oggi, passando da Camp David ai tempi del presidente
Clinton, sta nel fatto che si intendono creare, in un piccolo spazio, due Stati
su questa terra, all'ombra di innumerevoli problemi. Ma ciò che si propone
oggi ai palestinesi non è un vero Stato, poiché si tratta di 8
o 9 cantoni stretti e chiusi: uno Stato privo di sovranità e di frontiere.
Allora si costruisca in Palestina un solo Stato, e si provveda ad un referendum
democratico con la partecipazione dei musulmani, cristiani ed ebrei per scegliere
la forma di Stato che desiderano: l'importante è che vi sia un solo Stato
dove vivano i seguaci delle tre religioni del monoteismo in pace e concordia.
Questa formula potrebbe dare una soluzione al problema e far cessare questo
conflitto. Ma che lo Stato di Israele abbia il diritto, la terra, la sovranità,
le risorse idriche ed il potere di decidere, ed i palestinesi nessun diritto,
è un'affermazione contraria alla storia e alla realtà.
D: Cosa direste in caso di un accordo regionale tra Libano, Siria, Israele
e Palestina?
R: È importante vedere quali siano le basi di questa soluzione.
Se è fondata su basi di giustizia, è proprio ciò che chiediamo.
Se invece la soluzione è basata sull'usurpazione dei diritti degli altri,
allora nessun uomo libero potrebbe approvare una tale posizione. La questione
palestinese non riguarda soltanto il popolo palestinese. Ogni arabo, ogni musulmano
considera la questione palestinese come se fosse la sua. Gerusalemme è
città santa per tutto il mondo, per i musulmani come per i cristiani
e gli ebrei. Di conseguenza non si può essere parziali nel definire il
destino della Palestina e di Gerusalemme.
D: Se Gerusalemme è la città di tutti, e non è soltanto
di qualcuno, sarebbe d'accordo sull'ipotesi che Gerusalemme non sia né
la capitale di Israele, né quella della Palestina, ma sia, per esempio,
una città internazionale?
R: La questione di Gerusalemme, capitale della Palestina, non si risolve dicendo
che Gerusalemme è capitale internazionale sotto la protezione della società
internazionale e delle Nazioni Unite. Non si può esaminare la questione
di Gerusalemme senza prendere in considerazione la questione palestinese. Dividere
questo fascicolo vuol dire seminare delle mine. La soluzione del problema sta
in un solo Stato di Palestina, dove vivano musulmani, cristiani e ebrei. La
capitale di questo Stato deve essere Gerusalemme. Lei vede che tutti i negoziati
tra palestinesi e ebrei, con Arafat a fare concessioni storiche che gli israeliani
non avrebbero mai immaginato, non hanno portato a nessuna soluzione: le condizioni
che gli israeliani pongono ai palestinesi sono molto offensive. Visto che la
questione palestinese è ancora senza soluzione e che il popolo palestinese
è oppresso, noi riteniamo che sia doveroso da parte non soltanto nostra
di Hezbollah, ma anche di tutte le forze del mondo arabo e islamico (anche se
molti di questi governi non hanno il coraggio di esprimere questo concetto),
aiutare il popolo palestinese e sostenerlo affinché possa riavere i suoi
legittimi diritti, o almeno difenderlo dinanzi allo sterminio e alle stragi
collettive commesse dal governo di Sharon. Questo è in sintonia con le
religioni ed anche con la legge internazionale. Noi applichiamo la legge internazionale
perché diamo un aiuto al popolo palestinese che vuole riavere le sue
terre, mentre gli Stati Uniti appoggiano l'occupante di questa terra. Oggi il
popolo palestinese è assoggettato a crimini di guerra ... è uno
sterminio collettivo ... le case vengono distrutte ... vi è un popolo
che sta morendo dinanzi agli occhi del mondo. Il mondo non riconosce la striscia
di Gaza e la Cisgiordania -cioè i territori occupati nel 1967- come territori
israeliani. Riconosce che questi territori sono territori palestinesi occupati,
ma non fa niente per far uscire Israele dalla Cisgiordania e da Gaza, mentre
gli israeliani commettono ogni giorno assassinii e stragi in questi territori.
Abbiamo il dovere di aiutare i palestinesi, ma non combattiamo al loro posto:
sono loro che combattono. Quando le forze di occupazione si trovavano nei nostri
territori, combattevamo noi. E se la società internazionale non vuole
avere la responsabilità di tutto questo, noi non possiamo abbandonare
le nostre responsabilità.
D: Se Israele si ritirasse dietro la linea del 1967?
R: Questo concetto è legato a come il popolo palestinese affronta
questa questione. La Palestina è un diritto di tutto il popolo palestinese.
Se il popolo palestinese accetta poi di rimanere, ad esempio, nella sua terra
nonostante l'occupazione, questo secondo me è una sorta di generosità
da parte sua. Ma dal punto di vista storico noi consideriamo la Palestina, dal
mare al fiume, terra palestinese. Chi ha il diritto di decidere il destino di
questa terra è il popolo palestinese.
D: Avete sempre detto che non c'è differenza tra i militari israeliani
e i civili israeliani, perché secondo voi sono tutti e due degli occupanti.
Questo significa che non c'è differenza tra sterminio dei civili israeliani
rispetto a quelli palestinesi o a quelli libanesi?
R: Prima di tutto i palestinesi non vogliono annientare gli ebrei in
Palestina. Quello che loro fanno oggi non è altro che una reazione. La
seconda Intifada ebbe inizio in Palestina dopo la visita di Sharon alla Moschea
Al Aqsa, che offese i sentimenti dei palestinesi e dette inizio alle manifestazioni.
I palestinesi per tre mesi non hanno sparato una sola cartuccia, limitandosi
ad atti civili per esprimere la loro posizione mediante manifestazioni, sit-in,
comizi e scioperi e, nel peggiore dei casi, lanciando pietre contro i carri
armati israeliani. Dal primo giorno invece i soldati israeliani hanno cominciato
a sparare contro donne, bambini e giovani palestinesi. Nei primi tre mesi hanno
trovato la morte non meno di 300-400 giovani palestinesi. E il mondo? Non ha
fatto niente. Nessuno ha denunciato l'uccisione dei palestinesi nelle strade
per mano dei soldati israeliani. I palestinesi si sono difesi soltanto. I palestinesi
non possiedono missili, carri armati, aerei o cannoni, ma detengono esplosivi
e modeste quantità di armi. Desta meraviglia il fatto che gli Stati Uniti
d'America possano uccidere decine di migliaia di afghani nei villaggi dell'Afghanistan,
o bombardare un raggruppamento di civili mentre festeggiano le nozze di una
coppia, senza contestazione alcuna, perché farebbe parte della "guerra
contro il terrorismo". Se "l'Occidente" giustifica moralmente
l'uccisione di civili nel contesto della guerra contro il regime dei Talebani
o l'organizzazione di Al Qaeda, perché allora non accetta la logica che
i palestinesi non hanno altro che questa scelta? Sono certo che ogni combattente
palestinese intenzionato a commettere un'azione suicida, preferirebbe colpire
una caserma militare israeliana qualora fosse in grado di raggiungerla. L'esercito
israeliano non distingue tra civili e combattenti palestinesi, ed apre il fuoco
senza distinzione uccidendo decine e centinaia di persone. Il mondo non ha aiutato
i palestinesi ad avere un'altra scelta.
D: Quindi voi continuerete a supportare con armi, con denaro, con aiuti
di tutti i tipi, organizzazioni come Hamas o la Jihad Islamica, per la battaglia
che fanno per la liberazione dei territori?
R: In linea di massima noi non parliamo di un determinato gruppo. Dico
che il popolo palestinese è un popolo oppresso che combatte per la liberazione
della sua terra. Daremo ogni forma di aiuto possibile ai palestinesi.
D: Voi sapete che sono diversi i gruppi israeliani che vorrebbero, dal mare
al fiume, un grande Israele. Se le posizioni rimangono queste quali scenari
Lei vede davanti?
R: In ultima analisi vincerà l'oppresso. Non possiamo non ammettere
che vi è un conflitto in questa regione; una guerra iniziata dagli israeliani,
non dai palestinesi o dagli arabi. I palestinesi non hanno lasciato la Palestina
per distruggere l'esistenza degli ebrei in Russia, in Ucraina, in Polonia né
hanno commesso stragi nei confronti degli ebrei in Germania, né hanno
aggredito gli ebrei in Etiopia... non hanno aggredito nessuno. Quando i gruppi
sionisti cominciarono a venire in Palestina, vi erano già qui gruppi
di ebrei che vivevano in pace con i palestinesi e con i cristiani. Gli israeliani
hanno cominciato, non noi. C'è una guerra imposta, e la gente oppressa
non può che difendersi e rivendicare i propri diritti. Lei sa come tutti
quanti che ogni forza che occupa terre altrui può rimanere cinquanta
o cent'anni, ma alla fine dovrà andarsene.
D: È passato un anno dall'11 settembre. Lei, che sa cosa significa
provare il dolore per la perdita di un proprio caro in un evento drammatico,
cosa sente di dire alle famiglie americane che hanno perso i loro cari in quell'attentato?
R: Avevamo, a suo tempo, emesso un comunicato dove abbiamo presentato
loro le nostre condoglianze per la perdita dei cari. Da 50 anni in questa regione
viviamo queste situazioni in continuazione. Abbiamo perso amici, figli e parenti
a causa dell'aggressione israeliana. Le forze israeliane hanno commesso stragi
nei confronti di civili libanesi e palestinesi. Sappiamo le difficoltà
provate dalle famiglie delle vittime di quegli avvenimenti, siamo spiacenti.
D: Cosa vorrebbe dire al presidente americano Bush?
R: Il presidente e il popolo americano sono invitati a rivalutare l'11
settembre. Sfortunatamente ciò che è accaduto in quella data,
e noi non lo approviamo, invece di spingere a rivedere le politiche sbagliate
specie nei confronti del Medio Oriente, è stato sfruttato per continuare
nelle politiche aggressive. Se gli USA oggi desiderano combattere il terrorismo
come affermano, dovrebbero prima di tutto esaminare le motivazioni che l'hanno
prodotto. Il popolo americano deve sapere che le politiche dell'Amministrazione
Americana provocano delle conseguenze. Il governo degli USA deve assumersi le
sue responsabilità quanto agli avvenimenti dell'11 settembre. Non voglio
offrire giustificazioni, ma sottolineo una realtà. Fino a quando verranno
considerati come "terroristi" i bambini caduti sotto il fuoco dell'esercito
israeliano, e non verrà riconosciuto Sharon (e molti altri come lui in
Israele) come terrorista, nessuno nel mondo arabo e islamico crederà
alla guerra statunitense contro il "terrorismo". Dico a Bush che continuare
nelle attuali politiche non garantirà la sicurezza degli USA, anzi la
coinvolgerà in conflitti sempre più difficili da vincere. L'aggressione
americana in diverse parti del mondo può non trovare reazioni a lungo
andare, ma non è così nel mondo arabo e islamico. Bush può
difendere il suo paese e i suoi interessi dal terrorismo attraverso una revisione
delle politiche adottate dal governo americano e non attraverso la guerra.
D: Si sente in guerra con gli Stati Uniti?
R: Non siamo in guerra contro gli USA, ma siamo in contrasto politico
con l'Amministrazione americana. Crediamo che le politiche degli USA nei confronti
dei nostri popoli e dei nostri governi siano errate e aggressive. Il governo
americano appoggia sempre Israele offrendogli tutto l'aiuto militare, politico
ed economico richiesto, e ostacola l'approvazione al Consiglio di Sicurezza
dell'ONU di ogni condanna di Israele per i massacri commessi nei confronti dei
palestinesi. Non abbiamo proclamato guerra contro gli USA, anzi, al contrario,
loro lanciano guerre contro di noi e gli altri, ma noi ci difenderemo con coraggio.
D: Secondo Bush per curare i mali del Medio Oriente bisognerebbe cominciare
proprio da voi. Che cosa è successo tra poco prima e poco dopo l'11 settembre
che ha irrigidito i rapporti vostri con gli americani?
R: Vi sono stati sempre problemi tra i popoli di questa regione e gli
Stati Uniti, e ho già detto qual è il motivo: la posizione degli
USA a sostegno di Israele. L'esercito israeliano ha occupato le terre arabe
con carri armati di fabbricazione statunitense. Con caccia americani gli israeliani
hanno distrutto le case dei libanesi uccidendo migliaia di persone. Quindi le
responsabilità di tutto ciò non sono soltanto di Israele, ma anche
di quelli che lo difendono e lo proteggono. Questo nasce prima dell'11 settembre.
Dopo quella data, con la scusa di combattere il terrorismo, l'Amministrazione
Americana addita come "terroristi" i movimenti di resistenza nella
regione. Questo non è giusto. Dobbiamo forse dire a tutti, anche agli
americani, che ogni popolo che difende la propria terra dagli oppressori è
un popolo terrorista? Non possiamo accettarlo nel modo più assoluto.
L'insistenza americana di etichettare i movimenti di resistenza come gruppi
terroristici, mentre Israele che commette ripetuti massacri è considerato
dagli USA un paese "democratico" ed "evoluto", è
una contraddizione che provoca inimicizie verso gli USA. Il problema non è
il popolo americano, ma il suo governo che commette questi errori.
D: È vero che dopo l'11 di settembre vi siete incontrati con dei
mediatori americani e che c'è stata qualche proposta che non avete accettato?
R: I mediatori non erano statunitensi ma di altre nazionalità
che portavano delle lettere da parte delle autorità americane. Queste
contenevano alcune richieste in cambio delle quali, se accettate, gli Hezbollah
sarebbero stati cancellati dall'elenco dei gruppi terroristici. Una di quelle
richieste pretendeva la trasformazione del partito di Dio in agenti segreti
e collaborazionisti dei servizi segreti americani. Abbiamo risposto che non
avevamo legami con gruppi terroristici come Al Qaeda e quindi non potevamo trasformarci
in agenti segreti per conto degli USA. Poi ci hanno chiesto una mano dal punto
di vista umanitario: abbiamo risposto che da 50 anni gli USA offrono servizi
non umanitari in questa regione sostenendo Israele. Infine ci hanno anche chiesto
di abbandonare la resistenza all'occupazione israeliana, ma ho risposto loro:
com'è possibile lasciare la nostra terra sotto occupazione mentre numerosi
nostri figli sono nelle prigioni in Israele? Nel sud del Libano c'è un
piccolo fiume chiamato "Al Wazani", che nasce nel territorio libanese
per entrare in Palestina. Israele ha sfruttato le acque di questo fiume per
più di 20 anni durante l'occupazione del Libano. Israele afferma che
il Libano non ha diritto su queste acque! Insomma non possiamo bere dalle acque
dei nostri fiumi perché Israele minaccia guerra contro di noi! Come facciamo
a rinunciare alle armi e alla resistenza? Dal ritiro israeliano, il 25 maggio
2000, Kofi Annan dice che Israele in applicazione della risoluzione ONU 425
non ha diritto ad entrare nello spazio aereo libanese, ma durante gli ultimi
2 anni Israele ha violato questo spazio 5.000 volte. Come si pretende che un
popolo abbandoni la resistenza? Gli USA e la comunità internazionale
non hanno fatto niente. Se non fosse stato per la nostra resistenza, Israele
non sarebbe mai uscito dal Libano. Ancora oggi c'è un piccolo territorio
occupato e l'Amministrazione Americana non ha fatto nulla. Probabilmente siamo
nella lista nera perché abbiamo rifiutato di tradire la nostra causa.
D: Lei ha sempre detto che non avete avuto rapporti con AlQaeda, però
ci sono indicazioni che lasciano intravedere qualcosa di diverso. Il quotidiano
israeliano Haaretz ha detto che ci sarebbero 150-200 terroristi di Al Qaeda
in Libano. Un recente libro uscito a Londra cita i nomi delle persone di Al
Qaeda che sarebbero venute in Libano per esercitarsi. Ne cito qualcuno: Abou
Tala Al Soudani, Saif Al Isla Al Massri ed altri. Come stanno le cose?
R: Sono affermazioni israeliane prive di ogni fondamento. Il governo
libanese ha negato categoricamente. Gli Stati Uniti sanno la verità,
e credo che non ci hanno creduto. I servizi di sicurezza libanesi collaborano
con gli USA. Le dico che qui non c'è nessun membro di Al Qaeda, nessuno
di questi ha fatto esercitazioni in Libano. I membri di Al Qaeda sono concentrati
in Afghanistan. Credo che i libanesi abbiano molti altri problemi. Gli israeliani
cercano sempre di trovare legami tra la resistenza libanese e i gruppi terroristici.
D: Secondo Lei Al Qaeda cos'è?
R: Se vogliamo definire Al Qaeda, dobbiamo rivedere una parte della storia.
Dopo l'occupazione russa dell'Afghanistan, gli USA dettero aiuto ai movimenti
islamici afghani. Molti membri di questi movimenti furono addestrati in Pakistan
da ufficiali statunitensi. Tutti sanno che gli USA chiesero ad amici in alcuni
paesi arabi e islamici di inviare combattenti in Afghanistan. Ma dopo l'uscita
dei russi dall'Afghanistan, i paesi arabi e islamici hanno abbandonato questi
combattenti, e loro si sono sentiti traditi, e quindi sono nate nuove organizzazioni
tra le quali Al Qaeda, che si è trasformata da amico in un nemico degli
USA. Tutti sanno chi aiutò questo movimento per combattere i russi.
D: Questo è il passato. Ma oggi, Lei ritiene che Al Qaeda sia un'organizzazione
terroristica o no?
R: Non voglio entrare in queste descrizioni, perché mi sentirei
una parte della macchina americana che vuole accusare questa o quell'altra organizzazione.
Al Qaeda ha commesso gravi errori, contrari alla legge islamica, e non avrebbe
dovuto commetterli.
D: Lei ha dichiarato che quello che sta succedendo non riguarda i rapporti
fra cristianesimo ed Islam. Ritiene sempre che tra cristiani e musulmani non
ci siano problemi e non ce ne saranno?
R: Nessuno desidera un confronto tra cristiani e musulmani. Gli altri
desiderano questo. Francamente il movimento sionista mondiale vuole trasformare
la sua battaglia con i musulmani in un conflitto tra cristiani e musulmani.
I musulmani non approvano questo. L'Islam non lo accetta. Se alcuni cristiani
commettono delle aggressioni nei confronti dei musulmani, questo non vuol dire
che tutti i cristiani ne siano responsabili. Così anche nel caso contrario.
I rapporti tra cristiani e musulmani devono basarsi sul reciproco rispetto,
sull'accettazione dell'altro, sull'avvicinamento e sulla soluzione dei problemi
mediante il dialogo.
D: Gli Stati Uniti continuano a dire che l'operazione Iraq inizierà.
Qual è la vostra posizione?
R: Rifiutiamo, in linea di principio, che gli USA -da soli o con i suoi
alleati- lanci un attacco contro ogni paese del mondo, che sia un paese arabo,
musulmano, europeo o asiatico, perché ogni aggressione è ingiusta.
Se la scusa dell'Amministrazione Americana poggia sul fatto che il regime di
Saddam è un regime che opprime il popolo iracheno, perché allora
ha offerto allo stesso Saddam Hussein, insieme agli alleati europei ed arabi,
tutto il sostegno finanziario, militare ed economico durante la guerra tra Iraq
e Iran? La posta in gioco non è la salvezza del popolo iracheno dal regime
di Saddam o la protezione dei paesi confinanti. Riguarda gli interessi degli
Stati Uniti che mirano a mettere le mani sulle ricchezze petrolifere in Iraq
e nella regione. Se il cuore degli Stati Uniti batte veramente per il popolo
iracheno, allora avrebbe dovuto intervenire da molti anni per salvare questo
popolo, ma non l'ha fatto. E se il cuore americano batte oggi per il popolo
iracheno, perché non batte anche per i palestinesi? Non è dunque
un fatto umanitario. Se Saddam tenta di produrre armi di distruzione di massa,
che dire di altri paesi che possiedono già queste armi? Le giustificazioni
presentate dall'Amministrazione Americana sono inaccettabili. Questo non vuol
dire che personalmente sostengo il regime di Saddam Hussein. Abbiamo un'altra
visione, ma il fatto che gli USA pretendano di avere il diritto di aggredire
l'Iraq o ogni altro paese è inaccettabile. Credo che il popolo iracheno
abbia il diritto di determinare il proprio destino. Credo anche che occorra
aiutare ogni popolo oppresso che lavora per cambiare il regime, senza però
l'intervento di una potenza esterna che lanci guerre a destra e a manca per
cambiare la mappa geografica. È molto grave sentir parlare di dividere
la regione secondo le confessioni e le etnie. Questo vuol dire che intendono
dividerla perché resti una zona di guerre e conflitti interni. Personalmente
non approvo simili piani.
D: Se dovesse scoppiare la guerra, cosa potrebbe succedere in Europa e soprattutto
in Italia?
R: Invito il governo italiano alla neutralità, a non partecipare
a questa guerra e a questa aggressione. Poi invito l'Italia a maggiori sforzi
per evitare una guerra nella regione, anche per la posizione politica dell'Italia
nel contesto dell'Europa. Si potrebbero far risparmiare a questa regione esperienze
drammatiche.
D: Fino adesso abbiamo parlato di guerra, di forza, di rischi, di problemi.
In realtà Hezbollah in questi ultimi anni si è occupato dei problemi
della società civile, di aiutare quanti ne hanno bisogno. Le chiedo:
tra il braccio armato e il braccio politico, quale pesa di più in questo
momento all'interno di Hezbollah?
R: Ogni braccio ha le proprie funzioni e responsabilità. Abbiamo
partecipato alle prime elezioni parlamentari in Libano, dopo la fine della guerra
civile, ed abbiamo dato uno slancio alla vita politica nel paese. Abbiamo partecipato
alle elezioni parlamentari del '92, poi a quelle del '96 e a quelle del 2000,
ed abbiamo un ottimo blocco all'interno del parlamento. Abbiamo partecipato
alle elezioni municipali ed amministrative, e partecipiamo a tutte le elezioni
sindacali in Libano. Abbiamo anche rapporti con tutte le confessioni religiose
ed i partiti politici nel paese. Assistiamo ad un'apertura verso tutte le forze
in Libano, anche con quelle che non abbracciano le nostre idee religiose, dottrinali
e politiche. Crediamo che i libanesi debbano continuare a dialogare tra di loro.
Non è permesso un ritorno del Libano alla guerra civile. Devo dire a
tal proposito che Hezbollah non è stato parte della guerra civile. Il
nostro movimento mirava a combattere le forze di occupazione israeliana, e non
era coinvolto nelle questioni interne in Libano tra musulmani e cristiani e
gli altri partiti. Continueremo nella nostra azione politica e quest'azione
non indebolisce l'altra, al contrario la rafforza.
D: Voi sareste pronti anche a riprendere un dialogo con gli Stati Uniti
per trovare una soluzione pacifica? E se così fosse, che cosa vorreste
fare?
R: La questione non dipende da noi, ma dal governo degli USA. Tutti quelli
che hanno aperto un dialogo con l'Amministrazione statunitense dovevano accettare
le loro imposizioni, altrimenti sarebbero stati classificati come terroristi.
Se gli USA insistono su questa politica e non accettano discussioni, allora
il dialogo sarà sterile e senza utilità alcuna.
D: Per chiudere. Lei è più ottimista o più pessimista
se pensa a quello che potrà accadere nelle prossime settimane, nei prossimi
mesi e nei prossimi anni?
R: Non sono né ottimista né pessimista. Ma sono come tutti
quelli che si trovano in questa regione, cioè sono preoccupato perché
ogni aggressione contro l'Iraq o contro ogni paese arabo o islamico avrà
conseguenze devastanti, e potrebbe aprire vecchie ferite e nuove porte con vittime
nuove, e nessuno vuole questo.
Riportiamo l'intervista ad un esponente della resistenza palestinese inserito nella 'lista della morte' israeliana. L'autore è Ali Samudi, di Palestine Chronicle, che lo ha incontrato tra mille difficoltà.
Ci sono voluti giorni, se non settimane, per rintracciarlo. Non solo è
difficile contattarlo, ma non puoi evitare di chiederti se una bomba non scoppierà
proprio mentre parla. È sulla lista di morte israeliana da anni. Sinora
sono falliti diversi tentativi di assassinarlo. È ancora qui, in qualche
luogo, con un telefono cellulare ed una lunga lista di domande. Finalmente riusciamo
a contattarlo.Si chiama Bassam al-Sa'adi. Nato nel 1960, ha fatto molti lavori,
ha molti sogni che sono stati infranti, un figlio ed una madre assassinati da
Israele, una casa demolita, ed un posto in cima alla "lista nera"
di Israele. Al-Sa'adi è un leader del Jihad Islami in Cisgiordania. La
sua presenza viene avvertita nella città di Jenin, sebbene non sia mai
stato visto. Il suo solo contatto con il mondo esterno avviene tramite un cellulare,
da cui non può parlare a lungo poiché, ci dice, se parlasse per
più di 10 minuti alla volta, l'intelligence israeliana sarebbe in grado
di rintracciarlo ed ucciderlo. Ci sono voluti cinque giorni per terminare quest'intervista.
Non lo abbiamo mai chiamato noi: chiamava sempre lui quando era possibile.
Al-Sa'adi è nato nel campo profughi di Jenin da una famiglia molto povera.
Dice di amare Jenin, ma che il suo cuore è rimasto ad al-Mazar. Al-Mazar
è il villaggio da cui la sua famiglia fu espulsa nel 1948. "Non
ho mai vissuto la Nakba (la catastrofe e l'espulsione in massa dei palestinesi
nel 1948, ndr) ma ne conosco ogni dettaglio, perché me ne hanno parlato
di continuo mio padre ed i vecchi della comunità". Settimo figlio
di una famiglia numerosa, ha avuto una vita molto difficile, come lo è
stata per centinaia di migliaia di profughi della seconda e della terza generazione.
"Volevo diventare medico, ed arrivai in Europa deciso a perseguire questo
sogno. Questo nel 1981. Dopo anni di duro studio, tornai per due settimane a
visitare la mia famiglia. Gli israeliani rifiutarono di lasciarmi ripartire.
Mi trattennero abbastanza a lungo da farmi espellere dall'Università.
Mesi dopo, riuscii a lasciare la Cisgiordania ed andai in Giordania, dove mi
laureai in storia araba ed islamica".
Fu in Giordania che l'identità islamica di al-Sa'adi cominciò
a prendere forma. Si unì ad un movimento islamico e due anni dopo tornò
in Cisgiordania. A Jenin fondò un piccolo gruppo di giovani islamici
con il compito di educare la gente sulla realtà dell'occupazione ed instillare
in essa lo spirito di resistenza. Solo un anno dopo si unì al Jihad Islami,
dopo un incontro con il dottor Fathi Shikaki, ex leader del movimento, assassinato
dai servizi segreti israeliani.
Da allora, la vita di al-Sa'adi è stata un continuo alternarsi di arresti
e scarcerazioni. Nell'agosto del 1985, racconta, "fui arrestato durante
una manifestazione di protesta. Guidavo un gruppo di uomini mascherati, che
innalzavano la bandiera del Jihad Islami. Era la prima parata militare del movimento,
in assoluto. Fui picchiato dai militari per circa quattro ore. Perdevo conoscenza,
poi mi risvegliavo e loro erano ancora lì, che mi picchiavano. Persi
molto sangue. Infine fui trasportato in ospedale. Speravano di arrestarmi dopo,
ma, con loro grande sorpresa, riuscii a fuggire".
Da allora, e fino al 1991, al-Sa'adi è rimasto sulla lista israeliana
dei "più ricercati". Una "unità speciale"
israeliana riuscì ad arrestarlo, e a farlo restare in carcere per 20
mesi. Quando Israele compose una lunga lista di attivisti della Cisgiordania
e di Gaza da deportare in Libano, al-Sa'adi era uno dei primi della lista. Insieme
a molti altri, visse accampato tra le montagne libanesi per oltre un anno. Ritornò
per essere arrestato nuovamente. Ha condotto diverse operazioni contro i militari
d'occupazione in Cisgiordania, dice. La battaglia più notevole ebbe luogo
nel 1992, in un luogo della Cisgiordania occupata da Israele, in un piccolo
villaggio chiamato Anzà. Anche l'Autorità palestinese l'ha arrestato
diverse volte, per diversi mesi, rifiutando però sempre di consegnarlo
ad Israele.
La moglie di al-Sa'adi, Um Ibrahim, ha dichiarato che la sua vita ruota intorno
alle visite fatte a suo marito in carcere. Questi sono gli unici momenti che
hanno senso, nella sua vita. "Non gli ho mai chiesto di smettere di lottare.
La sua lotta è nobile e giusta, e solo questo pensiero mi dà la
forza di andare avanti", ha detto. Durante l'invasione di Jenin dell'aprile
2002, e le successive atrocità commesse dall'esercito israeliano nel
campo, al-Sa'adi era uno di quelli da uccidere, e fu colpito, ma rimase solo
ferito. Al-Sa'adi racconta che la sua mamma settantaduenne fu interrogata da
agenti dei servizi segreti israeliani. "Fu trattenuta a lungo, la interrogarono
e la minacciarono. Neanche la sua età avanzata li commosse. Le dissero
che mi avrebbero ucciso. Non riuscì a reggere lo stress e morì
durante l'interrogatorio".
Suo figlio, il sedicenne Abdelkarim, fu ucciso dall'esercito israeliano durante
un raid. Al-Sa'adi non c'era, quando il giovane fu ucciso. Ma le migliaia di
persone che parteciparono al suo funerale rimasero colpite dalla risolutezza
delle sue parole durante l'orazione funebre per suo figlio, trasmessa da altoparlanti
attraverso un cellulare. "Mio figlio è un eroe, morto per una causa
nobile, per la causa della Palestina e della dignità del suo popolo.
Ringrazio Dio di avermi fatto vivere abbastanza a lungo da poter essere testimone
del coraggio dei miei figli. La Palestina è piena di figli come il mio".
Dopo anni vissuti di corsa, al-Sa'adi ha parlato con noi, rispondendo alle nostre
domande, dieci minuti alla volta.
A che punto è l'intifada, la rivolta palestinese, all'inizio del
suo terzo anno?
Il popolo palestinese sta comprendendo, più che mai, che la resistenza,
l'unità e il rigetto dei cosiddetti "accordi di pace" devono
diventare la nostra strategia. Ritornare ai negoziati ci strangolerebbe nuovamente,
e sempre più. Non abbiamo altra opzione se non quella di restare uniti
e di resistere. Il nostro popolo ha già rinunciato a ritornare a quel
tipo di negoziati. Il nostro popolo ha imparato dall'esperienza degli anni passati
e non vuole più "soluzioni" del genere, negoziatori di parte
e summit arabi; il nostro popolo non permetterà più ad alcuno
di fare compromessi sui suoi diritti.
Ho letto alcune biografie di leader sionisti, i quali affermavano che loro desiderio
era gettare le armi ed arrendersi, ma gli arabi si arrendevano sempre prima.
Ecco perché noi desideriamo che l'Intifada continui. L'esperienza della
resistenza palestinese, specie in questo periodo, dimostra che noi abbiamo una
volontà forte ed una visione, abbastanza per permetterci di continuare
a lottare. Ciò che chiediamo è che tutte le fazioni palestinesi
raddoppino i loro sforzi in supporto del popolo palestinese, e che questo rafforzi
la sua risolutezza nell'acquisire una chiara strategia di resistenza. Noi chiediamo
al mondo arabo di sostenerci durante questo sforzo immane. Devono ricordare
che la nostra sconfitta è una sconfitta per tutto il mondo arabo e per
l'umanità in generale.
Dal suo punto di vista, crede davvero che Israele sia interessato
a cancellare gli accordi di Oslo ed a smantellare l'Autorità palestinese
(Ap)?
Il regime sionista non vuole alcuna autorità nazionale indipendente che
rappresenti la volontà e le aspirazioni del popolo palestinese. Non vuole
una forte entità palestinese che difenda i suoi diritti ed i suoi luoghi
sacri. Comunque non credo che vi sia stata la decisione di rovesciare l'Autorità
palestinese, non lo credo affatto. Quello che Israele vuole è riformare
l'Autorità palestinese, per trasformarla in un'altra milizia Lahad (una
milizia libanese guidata dal Generale maggiore Antoine Lahad, alleata di Israele
durante la guerra civile libanese e l'invasione israeliana), il cui compito
sarebbe solo quello di obbedire agli ordini e predefinire i piani di occupazione.
Nonostante il fatto che non condividiamo molte delle catastrofiche scelte dell'Autorità
palestinese, non credo che l'Autorità possa eseguire queste fantasie
sioniste. Non abbandonerà le aspirazioni del popolo palestinese, che
sono il fulcro della sua esistenza. Non credo che l'Ap possa mai diventare un'altra
milizia Lahad.
Come descriverebbe l'attuale rapporto tra il movimento del Jihad Islami
e l'Autorità palestinese?
Il rapporto è governato dal diritto a resistere e combattere l'occupazione,
e di aderire ai principi fondamentali del popolo palestinese. Tutti i tentativi
fatti dal nemico di minare la nostra unità falliranno. La strategia del
Jihad Islami è basata sulla resistenza all'occupazione. Più l'Autorità
si avvicina alla resistenza, migliori saranno i nostri rapporti.
Ma ogni tanto avvengono pericolosi incidenti, come i recenti scontri a Gaza,
in cui sono morte diverse persone, e che alcuni considerano come una prova generale
di guerra civile. Come tali episodi condizionano i rapporti del movimento Jihad
Islami con l'Autorità palestinese?
Dobbiamo affrontare questi tragici incidenti con grande senso di responsabilità,
senza reazioni emotive che servirebbero solo all'occupazione. Abbiamo costituito
commissioni che investigheranno su questi disaccordi. Queste commissioni lavorano
secondo la consapevolezza nazionale che la resistenza deve confrontarsi solo
con gli occupanti, mai con altri palestinesi. Io credo che i recenti scontri
a Gaza non danneggeranno la nostra lotta, perché il nostro popolo ha
esperienza e sa come rifuggire da simili tragedie. Il nostro popolo sa benissimo
come sabotare i piani israeliani di guerra civile. Il nostro popolo continuerà
l'Intifada.
Vi è un dibattito doloroso all'interno delle fazioni palestinesi,
del mondo arabo e tra gli intellettuali riguardo gli attacchi kamikaze. Lei
crede che gli attacchi kamikaze siano utili alla lotta palestinese, all'Intifada?
Considerando la schiacciante supremazia militare sionista ed il modo barbaro
in cui essa viene usata, la resistenza palestinese non ha altra scelta. Non
abbiamo altre opzioni, se non quella di inventare nuovi metodi di resistenza
che bilancino l'equilibrio del terrore. Coloro che chiedono la fine di questi
attacchi sono nemici del nostro popolo e rappresentano gli interessi sionisti
ed americani. Dovrebbero smetterla di criticare, e darsi da fare per supportare
questo popolo innocente, vittima dell'oppressione di una superpotenza.
Qual è la condizione della resistenza palestinese nella città
e nel campo profughi di Jenin? L'attacco israeliano di aprile ne ha stroncato
la resistenza?
La resistenza non è stata stroncata né a Jenin, né nel
suo campo profughi né nei villaggi circostanti. Proprio pochi giorni
fa, quando i sionisti vi hanno effettuato un raid, vi sono stati scontri intensi.
Molti combattenti hanno affrontato l'esercito di occupazione, minando i piani
israeliani di arrestare molti attivisti. Con molta onestà le dirò
che i massacri di aprile non hanno sradicato la resistenza: anche durante l'attacco
dell'esercito israeliano, i combattenti di Jenin erano lì, pronti a difendere
la propria terra.
Si sentono di continuo richieste affinché l'Autorità sia riformata.
Come vede il problema delle riforme e delle elezioni?
La situazione palestinese ha davvero bisogno di riforme serie, purché
tali riforme non siano dettate da Israele. L'Autorità palestinese ha
commesso un errore escludendo dai suoi ranghi elementi della resistenza. Ci
devono essere riforme, ma senza alcuna interferenza estera. Le riforme devono
restare nell'ambito del programma di resistenza. Questa è la vera strategia
che i palestinesi non possono permettersi di sciupare.
Come vede la decisione del presidente americano di riconoscere Gerusalemme
come capitale di Israele?
Se non fosse per gli Stati Uniti, l'entità sionista non sarebbe capace
di camminare con i suoi piedi. Il supporto americano ad Israele si è
intensificato negli anni '60 e '70 fino a raggiungere il picco massimo nell'era
Reagan, il quale fece di Israele il partner strategico degli USA. Bush ha continuato
su questa linea, fino a far diventare gli USA un burattino nelle mani di Israele,
che fa tutto ciò che questo gli chiede. Ma la decisione del presidente
Bush non ha alcuna capacità di cambiare la verità, né la
storia.
Come valuta la condotta del Jihad Islami durante l'Intifada dell'Aqsa?
Il movimento è cresciuto e si è rafforzato perché la chiarezza
è la nostra strategia. Il movimento del Jihad Islami è molto vicino
alla visione, agli obiettivi ed al sacrificio del popolo palestinese. Abbiamo
sacrificato oltre cinquanta martiri della nostra leadership e dell'ala militare
durante quest'intifada. Abbiamo avuto un ruolo importante nella resistenza del
campo profughi di Jenin.
Che messaggio invierebbe agli abitanti d'Israele?
Sharon vi sta portando al disastro, al confronto con l'intero mondo arabo ed
islamico. I crociati fallirono prima di voi, ed anche la vostra macchina da
guerra fallirà. Non ha paura per la sua vita?Non vi è alcuno,
al mondo, che non abbia paura, di una cosa o dell'altra. Ma quando si ha fede
in Dio e si crede nel destino, e dopo che si resiste da quindici anni, il livello
di paura scende ... fino a scomparire del tutto.Ma lei ha una famiglia. Suo
figlio è stato ucciso e la sua famiglia sta soffrendo. Non pensa di mollare
la lotta?Il nostro popolo ha bisogno di ogni persona virtuosa. Tutti abbiamo
la capacità di resistere e sacrificarci. Questa è una missione
onorevole, più importante della vita individuale. Come possiamo avere
paura dell'occupazione e delle sue minacce quando i nostri figli sono profughi,
quando Gerusalemme viene violentata ogni giorno e con la morte che incombe sulle
nostre teste in ogni luogo? La mia vita è nelle mani di Dio, non di Israele.
Continuerò, non mi arrenderò mai.