"INDIPENDENZA" E LA QUESTIONE NAZIONALE SARDA
- notazioni sul principio di nazionalità -

Prima di analizzare alcuni passaggi dell'intervista a Sardigna Natzione, non è fuor di luogo ribadire dei punti fermi che caratterizzano dalle origini Indipendenza sulla questione delle colonie nazionali interne alle statualità affermate e riconosciute. Tanto più che qui -nel caso della Sardegna, appunto- si tratta di una problematica che si pone in casa' come rapporto di subalternità della nazione dominata (quella sarda) rispetto alla nazione dominante (quella italiana). Questo rapporto, sviluppato da Lenin, merita di essere ben compreso a monte', inquadrando meglio il soggetto del dominio, cioè la cosiddetta nazione dominante. Diciamo subito che è necessario operare un netto distinguo tra Stato e nazione: se sia effettivamente la nazione ad essere dominante o piuttosto non sia lo Stato che utilizza strumentalmente, come fonte di legittimazione, i caratteri propri di una nazione. Per chi si vede negato il diritto di utilizzare pienamente la propria lingua è evidente che il nemico venga percepito immediatamente in chi parla la lingua dominante. L'inimicizia tra popoli è consequenziale, foss'altro perché chi è parte consapevole della nazione negata generalizzerà il nemico in chiunque parli la lingua dell'oppressore. Eppure, se è fuor di discussione che il rapporto di dominio si esprime esteriormente e più visibilmente su un piano culturale' e innanzitutto linguistico, il dominio culturale' fa da battistrada alla vera posta in gioco, l'effettivo dominio politico/economico esercitato dallo Stato. È lo Stato che assume su di sé una patente di legittimazione formidabile, come quella nazionale, e di essa si serve per perpetuare un meccanismo di dominio -di classe, appunto- che fondamentalmente nega ogni identità nazionale, anche quella di cui si serve per opprimerne altre. Se il dominio di una cultura nazionale è la prima forma del conflitto, che non sia la cultura l'immediata posta in gioco è dimostrato dal fatto che uno Stato riesce a concepire il bilinguismo e a concedere', se necessario, molto in termini culturali, alla nazione dominata. Viceversa l'identità linguistica e quindi culturale è senz'altro l'immediata -e immanente- posta in gioco per una nazionalità negata che corre il rischio di veder estinta la sua identità. È comunque fondamentale aver coscienza che l'affermazione legittima di istanze identitarie può, dopo lotte, essere accolta dallo Stato, purché ci si fermi lì. Questo ci porta a tener presente qual è la ragion d'essere d'uno Stato, la sua natura, nel contesto politico/economico dato, che è quello capitalistico. Uno Stato che è oggi soggetto ad una profonda ristrutturazione delle sue funzioni, ma che sarebbe errato considerare in via di superamento in nome di pur presenti spinte di tipo aggregativo imperialistico sovranazionale. Non è questa la sede, ma una traccia possibile di lavoro analitico su cui discutere -e che andrebbe circostanziata strutturalmente- riguarda quindi proprio il rapporto tra lo Stato dominante e la nazione in nome della quale un apparato complesso verticalizza il suo asse decisionale per finalità di dominio di classe' che, a ben vedere, vanno a scapito degli interessi collettivi di tipo sociale, economico, politico, anche culturale della stessa nazione dei cui valori identitari ci si serve.
Ciò non toglie comunque -il tema è tutt'altro che secondario ma qui lo si accenna soltanto per non perdere di vista l'aspetto della questione che si vuole affrontare- che le rivendicazioni sociali siano ovviamente diverse se si analizza la situazione dal punto di vista delle condizioni degli sfruttati nel paese oppressore, lo Stato-nazione dominante appunto, e degli sfruttati nella nazione oppressa. I primi saranno in linea generale meno sfruttati dei secondi potendo comunque usufruire, direttamente e indirettamente, di là quindi dalla diversa composizione interna di classe, di sia pur minimi benefici. Una differenza che è oggettiva solo che ci si misuri concretamente con l'analisi di situazioni specifiche. Diversamente articolate, ma convergenti nel comune fine della liberazione individuale e collettiva, dovranno essere quindi le istanze sociali parte del processo di liberazione nazionale.
La rottura dell'equazione Stato=nazione non deve quindi avvenire soltanto per il rispetto ed il diritto alla libertà di nazionalità dominate all'interno, ma per le stesse ragioni ancor più all'interno, tra lo Stato dominante e la nazione apparentemente dominante. Il che fa convergere gli interessi strategici tanto delle nazionalità negate dallo Stato-nazione dominante, quanto della nazione dominante negata dallo Stato dominante. È un passaggio importante che serve a capire meglio la natura di chi domina effettivamente. Serve a tarare lo stesso sviluppo di un processo complesso di liberazione nazionale, a far sì che questo si sviluppi in un modo piuttosto che in un altro, a far sì che si esprima nel modo più radicale e potenzialmente incisivo possibile e non finisca invece con l'essere riassorbita nelle compatibilità sistemiche dominanti. Se si ha a cuore che ogni percorso di liberazione nazionale non riperpetui, pur in lingua autoctona, precedenti meccanismi di dominio e di sfruttamento, di ineguaglianza e di ingiustizia, di privilegio e di esclusivismo, è un beneficio per tutti affinare il cosa e il come delle proprie istanze, della propria progettualità, della teoria e della pratica politica di liberazione. Tutto ciò porta quindi anche all'analisi (che non può che essere caso per caso, ossia nazionalità per nazionalità) della composizione e di quali interessi ed istanze -di conseguenza non solo nazionali- si debba far portatore un movimento nazionalitario tanto della nazionalità negata quanto della nazionalità apparentemente dominante nel contesto storico -e nel quadro politico generale- determinato.

È ovvio che per un sardo -per rimanere in tema- la distinzione non gli muta i termini del problema nell'immediato, ma ha tutto l'interesse, così come l'ha chi si sente parte della nazione italiana e si batte per un progetto di società -e di produzione- altro' da quello capitalista anche nella sua nazione, che avvenga in Italia come altrove -e senz'altro in Europa- nelle coscienze e materialmente, la rottura del nesso Stato=Nazione, una sorta di camicia di forza consegnata dalla Storia ormai da due secoli. Questa falsa identificazione nasce allorché il ceto politico giacobino (cioè la borghesia), conquistato il potere in Francia dopo il 1789, rilegittima in modo diverso l'autorità (dalla monarchia per diritto divino' alla borghesia in nome del popolo'), rimodernizza l'idea di Stato -come apparato centralizzato ereditato' dalle monarchie- per difendere il potere acquisito e modificare in profondità l'assetto socio-economico della società e pone alla base di questo rivolgimento l'identificazione della fonte' (popolo) e dello strumento (stato), partorendo quel concetto di stato-nazione in cui è lo Stato, incarnato da una classe con ben precisi interessi e privilegi da tutelare, a detenere l'effettivo potere anche a scapito della sua fonte' di legittimità, la nazione appunto. La borghesia, con una dialettica conflittuale di interessi anche al suo interno, utilizza le potenzialità di mobilitazione della nazione per affermare il suo status e la sua ascesa di potere. Ebbene, questa mistificazione, che ha già fatto abbastanza danni in questi due secoli, è bene che si rompa. Bisogna riprendere la nozione di nazione oltre la soglia che comprensibilmente, per ragioni materiali di interessi, nemmeno le borghesie di un tempo potevano oltrepassare. Il modo migliore non è quindi limitarsi a porre la validità di un principio generale ma accompagnarlo con una serie di condizioni -di istanze- particolari nella propria nazione, affinché le potenzialità della liberazione nazionale non siano vanificate da interessi particolari di gruppi, interni alla realtà che si vuole liberare, che ambiscano, a seconda dei casi, al mantenimento o alla conquista di posizioni di privilegio politico e/o di mercato. Tutto ciò sarebbe una prima tappa per un riavvicinamento effettivo tra popoli che siano comunità politiche democratiche consapevoli. Le relazioni reciproche si potranno riscrivere su basi paritarie solo in un contesto liberato e secondo tempi di cui non sarà immune il passato. Lavorarci prima consentirebbe di non allargare un fossato di inimicizia.
Rompere l'ambiguità dell'asse Stato=Nazione nella sua formazione storica e struttura attuale, far emergere gli interessi materiali di dominio sottostanti questa mistificazione -ora sì- tanto nella nazione dominata quanto nella nazione dominante è quindi un passaggio e uno snodo essenziale. La consapevolezza di questa rottura implica la legittimità del diritto di separazione, quindi l'assoluta tangibilità delle frontiere di qualunque Stato, che già stravolgono con la violenza i naturali confini tra i popoli, confini immateriali determinati dalla stanzialità e dai caratteri identitari -culturali- degli stessi. La separazione di oggi può divenire la libera unione -sempre revocabile- di domani. Eppure separazione è parola bandita da ogni giurisprudenza statuale e dalla percezione comune -anche cosiddetta di sinistra, antagonista- dominante in materia; la separazione, semmai, è laicamente riconosciuta e accolta, anche in questo paese, in un'ottica sessista, ma non inter-nazionalista, nel previsto diritto -non nell'obbligo dunque- di separazione tra moglie e marito. Così "separatismo" -che semanticamente non è affatto sinonimo di autarchia o isolazionismo- diventa parola cattiva; "indipendenza" un po' imbarazzante perché di fatto appaiata al separatismo; "autodeterminazione", recepita da tempo nel diritto internazionale, ha acquisito un valore etereo, astratto, virtuosamente accettabile, purché sia entro certi limiti e di fatto non in ogni caso; "autonomia", se proprio necessario, diventa parola decisamente buona come sbocco pratico dell'autodeterminazione, perché finisce con l'alterare l'assetto solo formale di uno Stato, concedendo qualcosa sul piano amministrativo e alla fin fine oleandone meglio i meccanismi di funzionamento interno. Ma chi domina -si sa- non si fa troppo scrupolo del linguaggio e adatta questi termini a suo piacimento nella realtà. Ci sono così separatismi e separatismi, indipendenze buone e indipendenze cattive, salvo che l'imperialismo è strutturalmente nemico di tutte le indipendenze che non gli siano subalterne e funzionali, perché, in tal caso, le vede per quel che effettivamente sono: un mezzo, un potente motore di risveglio per raggiungere una soluzione di liberazione più complessiva.

Eppure sappiamo che questo principio democratico, quello del diritto all'autodecisione, cioè all'indipendenza politica che può essere anche libertà di separazione, per tutte le nazioni, un principio storicamente proprio delle borghesie, è sgradito -e malvisto- dagli apologeti della purezza proletaria rivoluzionaria (a proposito, non era Lenin che diceva "chi aspetta una rivoluzione sociale "pura", non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a chiacchiere, che non capisce la vera rivoluzione"?) e financo da avveduti antimperialisti ed anticapitalisti. È tutt'altro che un fatto curioso notare che chi ha una concezione stadiale, finalistica, evolutiva, progressiva della storia, dei processi materiali, della lotta tra le classi, valuta positivamente i movimenti di liberazione nazionale nelle aree arretrate' (l'America Latina, l'Africa, l'Asia) -laddove insomma non si sarebbe ancora conosciuta la maturazione rivoluzionaria' delle borghesie locali e quindi una sorta di passaggio dal feudalesimo allo sviluppo capitalistico- e per lo più negativamente -perché arretrati', antistorici e nient'affatto stadiali- quelli esistenti in Europa, dove le rivoluzioni nazionali si sarebbero concluse tra il 1789 al 1871 e, quel che più conta, dove il capitalismo è più che maturo perché si affermi consequenzialmente prima o poi il sol dell'avvenire. Ci si dovrebbe invece interrogare sul perché questo principio, che secondo noi si configura -anche in Europa e non solo per le nazionalità negate- nella materialità storico/economica, nell'esperienza stessa, nelle motivazioni dei movimenti nazionali, non solo non sia mai stato realizzato effettivamente, ma venga continuamente osteggiato nella sua applicazione generale nella stessa epoca contemporanea di monopolio imperialistico e di impunito saccheggio planetario delle oligarchie finanziarie transnazionali.
Chi candidamente o convintamente si professa internazionalista, avendo come sfondo una prospettiva di liberazione, di giustizia sociale che superi i confini statuali, generalmente confini di violenza e di privilegio, e addirittura si rifà, con i limiti strutturali specificativi di merito, ad un internazionalismo di classe, dei proletari, che punta alla rottura di ogni tipo di catena, se vuole scendere dalle empiree sfere dell'astrattismo e intendere la parola inter-nazionalismo in modo sensato e non come flatus vocis, come semplice emissione di fiato, è necessario che si interroghi su quella che è un'affermazione meditata e convinta, preliminare all'analisi e alla relazione tra le classi, e cioè: l'interesse di classe (di una classe modernamente intesa) per la sua liberazione (e quella del popolo di cui è parte) e per un terreno di incontro di liberazione possibile a livello inter-nazionale deve -deve, non può- ammettere e riconoscere preliminarmente il diritto di autodecisione delle nazioni, quindi anche il loro diritto -non obbligo- alla separazione. Questo per la doppia ragione strategica della piena liberazione degli individui e delle nazioni (ad includere quindi i diritti personali, collettivi, nazionalitari, pienamente esprimibili nella loro interazione) e della non concessione di alcun vantaggio strategico alla classe o, se si preferisce, ai ceti politico/economici dello Stato dominante, interessati a (con)fondere, come la storia ha sovente dimostrato, i loro interessi con quelli della nazione. Non è questa la sede, ma un'analisi dettagliata, strutturale, incentrata (anche) sul colonialismo interno dello Stato-nazione dominante circostanzierebbe e darebbe riscontri alle suddette affermazioni.
Quanto detto si riassume quindi in una sintesi duplice e necessariamente concomitante: 1) nel sostegno alla lotta di liberazione di tutte le nazioni negate, oppresse, comprese quella -o quelle- sotto dominio del proprio Stato-nazione, sostegno che per ogni nazionalitario e inter-nazionalista conseguente è una delle cartine al tornasole della credibilità del progetto di liberazione nel proprio paese; 2) nella lotta di liberazione nella e della propria nazione dalla dipendenza esterna (oggi pressoché generalizzabile per tutte le nazioni, i popoli, essendo ormai planetario il dominio statunitense e quello degli organismi finanziari transnazionali) e interna (incarnata dall'ascarismo del ceto politico della borghesia di Stato verso i suddetti referenti economico/finanziari).
A chi obiettasse la possibile strumentalizzazione a fini colonialistici o imperialistici di una lotta di liberazione nazionale, per la penetrazione egemonica in una data area1 e ribadisse quindi l'opportunità in alcuni casi di battersi contro la separazione di questa o quella nazione oppressa, la risposta deve essere netta: il diritto di autodecisione di un popolo, che si esprimesse massicciamente per la separazione ed in modo consapevole o inconsapevole fosse convergente con interessi di tipo coloniale e/o imperiale, non può essere soggetto per questo a dei distinguo sul piano del principio generale. È però evidente che una lotta sedicente di liberazione nazionale ma di fatto convergente con finalità fondamentalmente antinazionali, come lo sono interessi di tipo colonialistico o imperialistico di qualsivoglia tempo, luogo e colore', non vale lo spargimento di una goccia di sudore o di sangue né nazionale né inter-nazionale per appoggiare quel dato movimento concreto. Il che non significa ritirarsi asceticamente su un monte ma interagire con chi, in quella realtà nazionale, sia consapevole del carattere fondamentalmente antinazionale di una strumentalizzazione di quel tipo e lavori per alzare il livello di coscienza tra il suo popolo e preparare, in una fase successiva, la conflittualità strategica contro ogni colonialismo o imperialismo per una liberazione nazionale che sia effettivamente tale rispetto all'esterno e all'interno.

Affermare il diritto -non l'obbligo- alla separazione ci pare un primo passaggio fondamentale per ridiscutere le relazioni all'interno delle statualità dominanti. La prima pietra nella lotta contro lo sciovinismo, quindi, va lanciata in casa propria. Più in generale, riconoscendo a tutte le nazioni il diritto all'autodecisione, riteniamo si possa apporre un primo tassello che rappresenta il massimo di democrazia nelle relazioni inter-nazionali e che necessita comunque di un completamento interno a valorizzarne l'essenza. Nessuna concessione, quindi, allo sciovinismo, al colonialismo, all'imperialismo che hanno necessità di avvalersi strumentalmente di connotati nazionali per affermarsi, così come è fondamentale non concedere alibi nemmeno a chi, virtuosamente, pur sostenendo di essere contro ogni sciovinismo, finisce di fatto con il fargli da portatore d'acqua. Di là di un'apparente divergenza, ciò si manifesta come rotaie necessariamente costituenti uno stesso binario:
-sia quando si giudica antistorica -quindi negandola- la rivendicazione del diritto di autodecisione delle nazioni, ovunque questa si esprima, e, in nome dell'opposizione a "qualunque nazionalismo", si sancisce di fatto, accettando e facendo proprio il retaggio storico della nozione e della natura borghese del concetto di nazione, l'oppressione del nazionalismo di Stato dominante e l'assorbimento della nazione dominata nello stesso;
-sia quando, dietro la retorica ecumenica della cittadinanza del mondo, del cosmopolitismo, del meticciamento multietnico e multiculturale, si intende aggirare, talvolta anche con nobili intenti, il primo tipo di sciovinismo ma se ne alimenta alla fine un secondo nella forma più sottile, subdola e pericolosa che sia mai stata conosciuta: l'americanizzazione culturale in corso sul pianeta.
Entrambe queste forme sono a diverso titolo funzionali allo sviluppo -anche conflittuale al suo interno- del capitalismo che si comporta, per le finalità che si prefigge, come rullo compressore di identità individuali, collettive e nazionali.

Questi sono alcuni aspetti utilmente introduttivi (anche) alla questione nazionale sarda.
Se definiamo nazionalità un gruppo umano che abita su un territorio determinato, che è caratterizzato da un insieme di fattori linguistici, culturali2, storici3 e socio-economici, che determina nei componenti questo gruppo la coscienza di un'identità particolare che lo differenzia da altri gruppi connotati dagli stessi e in quanto tali distinti fattori, la Sardegna è indiscutibilmente una nazione in sé, come a dire oggettiva'.
E lo è anche di per sé, soggettivamente' quindi, per il fatto che da alcuni decenni operano movimenti che esprimono progetti politici che, a partire da rivendicazioni identitarie di tipo nazionalitario, prefigurano, per il proprio spazio nazionale, un'organizzazione autonoma, specifica e distinta dalla realtà statuale in cui sono stati forzatamente inseriti e inglobati, alimentandosi anche della critica serrata all'autonomismo per la pessima prova che non casualmente ha dato di sé nel contesto dato. Dire questo ci pare focalizzare una realtà ed un progetto oggettivamente legittimi. Diverrebbe altrimenti incomprensibile riconoscere la legittimità della formazione nazionale italiana, al pari peraltro di altre formazioni nazionali, e non riconoscere con gli stessi criteri quella sarda, tanto per rimanere ad un esempio che non ci porta lontano. O meglio, più che l'incomprensibilità, si svelerebbe la contiguità subalterna o l'essere anche parte costitutiva, consapevole o inconsapevole, degli interessi di dominio di forze ben determinabili.
Se il diritto di autodecisione di una nazione non si discute, che detto altrimenti significa il diritto all'indipendenza politica e quindi, lo ripetiamo in maniera pedante, la pari legittimità di opzioni diverse -separazione, autonomia, unione, federazione, comunità di stati indipendenti, ecc.4- ciò non significa astenersi da valutazioni -pur sempre delicate per ragioni legate alle situazioni specifiche e di contesto- su istanze, percorsi o prefigurazioni politico/sociali di questo o quel movimento di liberazione nazionale.
L'intervista a Sardigna Natzione contiene, in tal senso, passaggi sui quali non possiamo esimerci dal muovere delle notazioni critiche.

Sulla questione della Lega Nord le valutazioni sono diverse. Non torniamo, per ragioni di spazio, a quelle che su Indipendenza sono state espresse a più riprese in questi anni, seguendo questo fenomeno politico pressoché dalle origini. Ci preme solo dire che se certamente la Padania esiste, da un punto di vista geofisico, come bioregione che coincide con il corso e la valle del Po', chi tenta di caratterizzarla come nazione adduce argomentazioni -a essere eufemistici- senza spessore. Di questa vacuità -per così dire- sembra essere consapevole anche Sardigna Natzione salvo però, in mancanza di elementi tradizionali validi a marcare l'esistenza di una nazione "storicamente fondata", introdurre un concetto ardito con l'espressione "nazione di volontà". Capiamo l'interesse ad utilizzare strumentalmente le potenzialità della Lega Nord come cuneo politico per far implodere la blindatura dello Stato-nazione italiano e nel nuovo scenario prefigurare una possibilità di affermazione dell'identità e delle istanze sarde. A parte vedere alla fine chi usa chi, il passaggio è comunque delicato, investe lo Stato-nazione Italia e ancor prima il rapporto tra la nazione italiana e lo Stato inteso come apparato-prodotto storico dell'affermazione di una classe e del suo modello socio-economico. Non è però questo il tema del presente scritto. Ci preme sottolineare solo l'estrema vischiosità di un'affermazione del genere: nazione di volontà, intesa non come l'espressione potrebbe suggerire (cioè come coscienza tra i membri della reciprocità e comunanza della propria appartenenza che voglia riscattarsi da una condizione di sudditanza) ma come "parte di un popolo che esprima la volontà di riconoscersi come etnia a sé stante, di essere nazione e rivendicare una statualità indipendente". L'esempio degli Stati Uniti d'America, addotto a sostegno di questa tesi, tradisce quel che ci pare l'unico suo sbocco possibile, quello coloniale o imperialistico. L'esempio degli Stati Uniti d'America -o sulla stessa falsariga quello di Israele, la cui impunità nel genocidio del popolo palestinese ancora in corso è sfacciatamente avallata a livello internazionale- attiene a processi di colonizzazione e di sottomissione di già presenti nazioni. Certamente bisognerebbe entrare nello specifico di ogni situazione. Ma in via generale non si sbaglia dicendo che quel concetto ha già determinato la palese violazione del diritto all'esistenza di preesistenti identità nazionali e di popoli ed introduce inopportunamente una legittimazione inaccettabile allo status quo che ben può essere impugnato da chi è parte offesa in nome -tanto per cominciare- del liberale diritto di resistenza con ogni mezzo. Della nazione non abbiamo certamente un concetto rigido, statico, metafisico, come entità a sé stante, costante e perenne; sappiamo bene che queste possono morire di morte naturale o violenta. Ma il massacro dei nativi in America (che già nel nome trasuda colonizzazione), per far posto ad una nazione di volontà, non può in alcun modo essere giustificato o legittimato facendo riferimento al concetto di nazione, nemmeno nell'ambigua accezione di "nazione di volontà". Il fatto che col tempo una data situazione si sia consolidata ed imposta non significa che sia immodificabile e tantomeno deve indurre ad alcun avallo storico o culturale del metodo.
È possibile che una stessa nazionalità presente per ragioni storiche in stati diversi -accentuata ad esempio anche da una separazione di geografia fisica- possa trasformarsi e produrre' una nuova nazionalità; certamente apre una problematica che non può essere qui affrontata astrattamente, ma nello specifico della materialità del processo storico, della situazione concretamente esistente e del relativo contesto. Nel caso della Padania -si potrebbe obiettare- non si tratta nemmeno di spostamento -voluto o determinato da altri- a scapito di altre nazioni, di altri popoli, ma di una tranquilla' stanzialità. Orbene, riesce difficile capire come una parte di un popolo possa riconoscersi come nazione5 a sé stante. O non era parte di un popolo prima, o, se lo era, non si vede su che basi nazionali possa non sentirsi parte dopo. Anche qui il passaggio è delicato. La critica radicale nei confronti di uno Stato può legittimamente determinare un'estraneità verso lo stesso, il che secondo noi apre interessanti prospettive nella presente epoca di dominio planetario unipolare di uno Stato (gli Stati Uniti d'America) e di un modello socio-economico (il sistema capitalistico), ma -ancora- non si può fare (con)fusione tra Stato e Nazione. Cosa direbbero i compagni sardi se una parte del popolo sardo affermasse di essere un'altra nazione -"di volontà"- e rivendicasse una statualità propria in Sardegna? Tutto ciò non significa disconoscere il fatto che una nazionalità intesa come aggregato umano storicamente determinato possa essere composta da regionalità6 le cui peculiarità -lo diciamo convintamente- sono legittime e da rispettare. Ma -e la rivendicazione padanista della Lega si presta molto- è bene analizzare con attenzione e strutturalmente' le ragioni -in parte anche condivisibili- di ben diversa natura da quelle di una nazionalità oppressa che spingono diverse classi della società italiana settentrionale a servirsi del concetto mobilitante' di nazione.

Il programma di Sardigna Natzione, che sappiamo essere anche più articolato, dovrebbe avere una nettezza maggiore sull'impianto, sul modo di produzione auspicabilmente altro' -secondo noi- da quello capitalistico, per quanto ci siano spunti che sembrano andare in questa direzione. Il tema è senz'altro complesso, e rimanda ad una riflessione ben più ampia che coinvolge tutti i movimenti nazionalitari che vogliano essere conseguenti con la loro scelta strategica di liberazione, che trova in quello nazionale il terreno prioritario per una possibile emancipazione socio-economica. Questa possibilità, perché sia effettiva, esige una messa a punto della prospettiva e della gradualità dei passaggi da compiere, per non correre il rischio che l'eventuale indipendenza di domani sia soltanto nominale, come insegnano molti processi di decolonizzazione formali' svuotati poi di significato. La problematica non è appannaggio esclusivo dei nazionalitari sardi che anzi -a livello generale, in Italia e altrove- stenta peraltro a decollare per ragioni storico/strutturali che qui è fuor di luogo analizzare. È comunque ben difficile che un progetto di liberazione nazionale e sociale in Sardegna che si muova in una prospettiva anticapitalista, nell'ottica -per meglio dire- di un nuovo paradigma di tipo anticapitalistico ancora tutto da prefigurare, possa reggere in solitudine'; è piuttosto necessario che esso sia interdipendente con analoghi processi significativi perlomeno nell'area geopolitica di pertinenza. Questo perché anche piccoli e grandi Stati, pur strutturati in modo capitalistico, sono soggetti alla dipendenza e alla volubilità degli interessi del capitale finanziario transnazionale imperialistico. L'incidenza del capitale finanziario esterno' non è affatto detto che venga meno in una nazione resasi indipendente politicamente. Nell'epoca dell'imperialismo l'aspirazione di una nazione all'indipendenza non è di per sé irrealizzabile, purché, fermo restando interessi specifici, rimanga nel quadro delle compatibilità e dell'accettazione del capitalismo e dei rapporti imperialistici mondiali. È fuori da questo quadro che qualsiasi trasformazione sostanziale -di liberazione nazionale effettiva, appunto- necessita di molto di più. In questo senso, a condizione di non cadere nell'indistinto, ha solide fondamenta ritenere obsolete categorie tradizionali di sinistra centro destra, che oggi esprimono solo la manipolazione funzionale allo status quo capitalista delle coscienze e del consenso. Non è indifferente il contesto, quindi. Insomma, sarebbe ben misera cosa che un domani ci sia una classe dirigente sarda indipendente' che riproduca su scala, anche in lingua autoctona, dinamiche di spoliazione del territorio e di sfruttamento sociale; ciò non impedirebbe comunque la prosecuzione di una lotta per l'effettiva autodecisione nazionale e non per i miserabili interessi di una parte, di una classe privilegiata.
C'è un punto del programma di Sardigna Natzione -la "zona franca"- sul quale divergiamo e da tempo esprimiamo ai compagni sardi le nostre perplessità non tanto per quel che vorrebbero che fosse quanto per quel che è la zona franca. L'espressione è seducente, ma la zona è franca, cioè libera, per gli investitori. Del resto basta studiare e analizzare quel che sono le zone franche nel mondo per capire le dinamiche e i meccanismi, chi lucra e chi è -e resta- sfruttato, con penalizzazioni generali anche del territorio interessato. La zona franca è un'area che gode di massicce esenzioni fiscali, di una serie di incentivi finanziari, e soprattutto di convenienze normative e di un costo del lavoro di gran lunga inferiore agli standard dei paesi a capitalismo avanzato, dove è consentita la libera importazione ed esportazione di materie prime e/o semilavorate, esenti da dazi sono gli investimenti diretti alla produzione e anche la creazione di valore aggiunto in loco solo eventualmente è soggetta a imposte. L'appetibilità di una zona franca è quindi legata alla concessione di sempre ulteriori incentivi (ad es. la garanzia di un'assistenza tecnica: fornitura di servizi, energia, scali portuali e aeroportuali, ecc., nel caso di zone franche industriali) a costi inferiori a quelli praticati altrove dallo stesso paese fuori dalla zona franca. Il tutto senza che ci sia nessun tipo di impegno o di sia pur minimo condizionamento che vincola nell'area l'investitore esterno', che a sua discrezione può in qualsiasi momento ridislocarsi in un'altra area ritenuta più conveniente. Insomma, la zona franca è la risposta delle economie capitalistiche avanzate all'aumento della competitività a livello internazionale. Data la propria natura (area di assemblaggio, fase terminale dei processi produttivi), la zona franca ha scarso effetto sull'aumento della capacità produttiva del paese: la materia prima o è importata o è sfruttata dal luogo circostante; il prodotto finito, in cui passa la dominazione politica, non è nemmeno detto che si diriga al mercato locale; il controllo dei brevetti, dei progetti, della tecnologia, dello stesso processo produttivo rimane sempre esterno' così come sovente le stesse sedi delle imprese, mentre si utilizza in loco quasi esclusivamente la manodopera a basso costo; le maglie legislative sono generalmente molto larghe sull'impatto e la protezione dell'ambiente e nel complesso si garantisce assoluta discrezione e non interferenza. Il problema si pone quindi a prescindere che la zona franca sia integrale e non a macchia di leopardo'. L'alternativa all'eventuale "squilibrio tra zone forti e zone economicamente deboli dell'isola" determinato dalla presenza di punti o porti franchi non può consistere nell'ulteriore penalizzazione generalizzata dell'intera isola. Una "vertenza" -secondo noi- decisamente da accantonare con lo Stato italiano, ammesso che nell'Europa dell'euro l'Italia abbia voce in capitolo.

Francesco Labonia

1 Si pensi ad esempio alle intenzioni statunitensi di creare un'enclave indipendente kurda nel nord dell'Iraq, in nome di un'istanza nazionale legittima, ma di negare che altrettanto avvenga in Turchia, base Nato già funzionale agli interessi Usa nell'area o si pensi alle mire espansioniste convergenti e tra loro conflittuali di paesi europei e degli stessi Usa nei Balcani.

2 In senso ampio, la letteratura, le arti, le credenze, il folclore, la cucina, l'organizzazione economica, ecc.

3 Da intendersi più come formazione della coscienza sociale prodottasi e consolidatasi nel tempo, nei secoli, nella storia appunto, che come susseguirsi cronachistico di vicende memorabili attinenti uno spazio territoriale dato.

4 Meccanismi nella realtà non sempre netti, ma articolati a seconda delle situazioni e dei punti di vista: in Irlanda del Nord, ad esempio, ci si batte per separarsi dal dominio plurisecolare britannico e riunificarsi al resto d'Irlanda.

5 Preferiamo evitare il termine etnia, pur utilizzato nella risposta, che, a meno di non circostanziarlo accuratamente, rileverebbe il suo retaggio concettuale di unità di sangue e di cultura' ormai pericolosamente compromesso nelle epoche moderne con istanze -di fatto antinazionalitarie- da razzismo biologico.

6 Nell'accezione che ne dà Sergio Salvi: "La regionalità è una comunità umana che presenta alcune caratteristiche linguistiche, territoriali, storiche, culturali e socio-economiche comuni e distinte da quelle di altre comunità, ed alcune caratteristiche dello stesso tipo e particolarmente significative che sono invece comuni con queste altre comunità assieme alle quali forma una comunità di ordine superiore chiamata nazionalità per distinguersi a sua volta da altre comunità dello stesso ordine.", in Patria e Matria, Vallecchi, Firenze, 1978, pagg. 142-143.

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