DAI MUNICIPI ALL’INDIPENDENZA

Dalla finestra di questo fine anno si può fare il punto su alcuni avvenimenti significativi che proiettano Euskal Herria nel nuovo secolo, avvenimenti che vanno integrati con quanto già scritto negli ultimi numeri della rivista.
L'accordo di Lizarra-Garazi e la tregua incondizionata di ETA, dichiarata il 18 settembre 1998 sono state indubbiamente due tappe fondamentali per l'avvio di un cammino verso il conseguimento della sovranità. In questa nuova fase che si sta aprendo "non hanno più valore i faziosi schemi che da Madrid vogliono vendere i partiti statalisti argomentando una nuova politica di scontro tra fronti nazionalisti e non nazionalisti. La società basca, visto il suo carattere così plurale, non può limitarsi ad una semplice classificazione in blocchi definitori. Il tempo ci ha già dato ragione, nonostante il precedente tentativo di dividerci in violenti e non violenti. Si tratta di conseguenza di portare sul terreno della pratica la massima democratica più semplice che esiste: il popolo basco sarà quello che i suoi uomini e le sue donne vorranno e, al momento attuale, la maggioranza di essi ha già scelto di poter decidere sul presente e sul futuro a prescindere da Madrid e Parigi". L’ottica, quindi, in cui si muove il movimento abertzale è quella dell’impianto di strutture radicate nei settori popolari. In tal senso, un importante passaggio, che sta registrando momenti significativi in queste ultime settimane, ha avuto inizio nel febbraio scorso con la costituzione dell'Assemblea Nazionale dei Municipi, la prima istituzione a carattere nazionale che si sta via via radicando nell'intera Euskal Herria, per dibattere e decidere dei problemi riguardanti l'insieme della società basca: educazione, economia, sanità, infrastrutture…
A questo processo dinamico di costruzione della sovranità di Euskal Herria, avviato a Lizarra il 12 settembre, ETA ha inteso portare il proprio contributo, il 18 settembre, con la proclamazione del "cessate il fuoco". Un atto -è bene ribadirlo- che ETA rivolgeva al popolo basco, situandolo all’interno delle coordinate dell’incipiente processo verso la sovranità, e non, come alcuni hanno voluto interpretare, come l’inizio di un processo di pace. Insomma, lo sviluppo e l’esito di questo processo sovrano sono la condizione per la realizzazione o meno di un processo di pace, che si colloca quindi, come risultante, in una fase successiva. Su questo passaggio invitiamo a prestare la massima attenzione anche per la comprensione degli sviluppi degli avvenimenti.
Uno dei punti fermi dell’Assemblea dei Municipi è il superamento di quella che è la negazione più violenta nei confronti del paese basco, cioè la sua divisione territoriale. Da qui l'importanza di avviare dinamiche di ricostruzione economica, politica e culturale che coinvolgano l’intero ambito nazionale.
Il versante istituzionale, sul quale Herri Batasuna e la coalizione di forze presentatesi alle elezioni come Euskal Herritarrok stanno lavorando, è anche quello municipale, considerato "l’asse principale di lavoro, in quanto più vicino alla popolazione". Lo esplicita bene Ibon Arbulu, responsabile istituzionale di Herri Batasuna: "Vogliamo costruire il nostro paese e lo vogliamo fare da sinistra, prestando fede a considerazioni per noi fondamentali:
- un modello istituzionale per Euskal Herria che sia fatto dal basso verso l’alto, dalle Assemblee locali alle Assemblee regionali, dove un governo nazionale rappresenta l’ultimo anello. Non accettiamo modelli piramidali che si allontanano dai modelli democratici e fondati sulle proprie radici, e che perseguono quindi il controllo totale dei cittadini nella vita pubblica.
- Istituzioni aperte alla partecipazione popolare ed ispirate ad un modello di democrazia partecipativa e lontana dalle democrazie occidentali classiche, che fissano solo sul terreno elettorale le quote di partecipazione popolare nella vita politica. In tal senso, il ruolo dei Comuni, dal nostro punto di vista, è fondamentale"
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In questo contesto, le elezioni municipali e forali tenutesi nella prima decade di giugno hanno segnato per Euskal Herritarrok il massimo storico raggiunto dalla sinistra abertzale. La loro importanza non è solo nel risultato ma anche e soprattutto per aver rappresentato un momento di confronto ed un terreno di verifica tra diversi settori politici, sindacali e sociali per l’elaborazione delle proposte programmatiche, la loro presentazione pubblica, la loro socializzazione come risultato delle giornate municipali e conseguentemente la formazione delle liste.
Quel che preme sottolineare è la prevalenza, accentuatasi negli ultimi anni, data alla questione nazionale su quella sociale e che vede nell’accordo di Lizarra-Garazi la chiave di volta dei successivi passaggi, e non solo il radicamento territoriale nelle municipalità. Per Herri Batasuna la creazione di uno spazio pubblico basco rappresenta l'unico presupposto credibile per realizzare un modello socio-economico radicalmente diverso da quello dominante a livello di Stato spagnolo e mondiale. Qualcosa di ben più complesso ed importante del solo recupero della sovranità nella gestione delle proprie risorse, come rivendicato dalla componente moderata basca, il che, slegato da tutto un contesto, potrebbe ridursi solamente ad un’aspettativa di migliore e più proficua integrazione degli interessi dei gruppi imprenditorial/finanziari baschi nella competizione intercapitalistica.
Gli aspetti sociali ed economici vengono così valorizzati nell’ambito del processo di unificazione e liberazione nazionale. I due più recenti passaggi politici di un certo rilievo sono stati quelli relativi all’accordo raggiunto da PNV (il moderato partito nazionale basco), Euskal Herritarrok, Eusko Alkartasuna (nato da una scissione del PNV) su un programma di legislatura per i prossimi quattro anni al parlamento di Gasteiz (complementare all’attività nei municipi) e il senso della presenza alle elezioni per il Parlamento Europeo del 13 giugno scorso che ha registrato un’avanzata di Euskal Herritarrok.
A questo proposito, il capolista della lista Euskal Herritarrok, Koldo Gorostiaga, ha tenuto a tratteggiare i due assi significativi della presenza abertzale:
1. "Ottenere che in Europa, per la prima volta, si distingua fra quelle che sono le minoranze nazionali e piccole nazioni, e noi non siamo una minoranza nazionale, siamo una piccola nazione che da alcune migliaia di anni sa dove si trova, in questo punto di incontro d’Europa, in questo angolo dell’Atlantico che si chiama Mar Cantabrico".
2. "Portare avanti una denuncia del carattere monetarista dell’Europa che si sta costruendo".

Il tema del lavoro è senz’altro uno degli aspetti essenziali della questione sociale in Euskal Herria. Un tema all’ordine del giorno in tutti i paesi industrialmente avanzati verso il quale diversi sono gli approcci delle forze che a vario titolo si definiscono anticapitaliste. Volendo rimanere solo su questo aspetto, può essere interessante riprendere un passaggio che posiziona Euskal Herritarrok su questo tema in relazione al processo di unificazione europea. "Noi esigeremo -sostiene sempre Koldo Gorostiaga- che tutti gli Stati presentino annualmente un documento sullo stato dell’occupazione e che questo ammetta davvero una critica ragionevole. E quando dico una critica ragionevole, dico che se siamo in sede europea e lo Stato spagnolo enuncia le glorie della sua politica sull’occupazione, diremo loro che il lavoro che si sta creando è un lavoro essenzialmente precario, che non garantisce ai giovani e alle donne in particolare nessuna possibilità di poter configurare il proprio futuro. Contratti di giorni, contratti di mesi, o al massimo contratti di un anno, non possono permettere a nessuna persona di progettare il proprio futuro (...) Pensare ad un’omogeneizzazione del diritto del lavoro al livello europeo, o un’omogeneizzazione delle prestazioni sociali, è sognare (...) La politica sociale deve essere un’alternativa, o deve occupare uno spazio almeno equivalente alla politica economica. E se così fosse, ovviamente, si dovrebbe tenere conto della politica occupazionale. Se non disponiamo di una politica sociale, sulle politiche dell’occupazione ci verranno a dire che a Maastricht si è introdotto un principio sacro, quello della sussidiarietà. Significa che l’Europa non deve intervenire nelle questioni sulle quali sono competenti esclusivamente i singoli Stati. E la politica dell’occupazione deve essere una politica statale".
Infine la questione della Nato. Sono trascorsi 13 anni dal referendum del 1986 che vide pronunciarsi il 62,79% di baschi nelle quattro regioni storiche di Hego Euskal Herria (sotto lo Stato spagnolo): Nafarroa, Araba, Bizkaia, Gipuzkoa. Un manifesto politico "Per la sovranità di Euskal Herria, no alla Nato" che coinvolse giovani, donne, intellettuali, sindacalisti, sacerdoti, artisti, scrittori, ecologisti, in una miriade di iniziative che ebbero i quartieri, i paesi, le fabbriche, le università come punti di riferimento. Incontri, conferenze, dibattiti, proteste (come lo spegnimento delle luci), meeting, festival e marce al poligono di tiro di Bardenas, nelle quali si sono manifestati congiuntamente la tradizione antimperialista, il radicato antimilitarismo basco ed il suo profondo sentimento democratico.
In Euskal Herria si segue comunque con viva preoccupazione la riforma del Trattato dell’Alleanza Atlantica, realizzata in occasione del 50° anniversario della Nato a Washington e che ha trovato la "propria necessaria legittimazione nei Balcani". Il punto di vista in merito è abbastanza netto. I bombardamenti sulla Serbia e sul Kosovo vengono correttamente letti nella loro pretestuosità di difendere i diritti della componente albanese del Kosovo e ricollocati piuttosto in un quadro di riaffermazione egemonica mondiale. È netta la convinzione che il Pentagono, ormai da più di otto anni, riflette sulla ridefinizione del ruolo che avrebbe dovuto assumere la Nato dopo la caduta del Muro di Berlino e lo smembramento del cosiddetto "blocco socialista". Un passaggio significativo in tal senso viene individuato nella riunione atlantica tenutasi a Roma nel 1991. "La stessa Guerra del Golfo, l’irruzione della Nato in Bosnia come garante degli accordi di Dayton e al riparo di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, i bombardamenti unilaterali condotti dagli Stati Uniti contro il Sudan o in collaborazione con la Gran Bretagna contro l’Iraq, hanno delineato una mappa politica in cui gli Stati Uniti conservano la propria egemonia, stabilendo qualsiasi intervento in qualsiasi parte del mondo in funzione dei propri interessi geo-strategici (...) Il centro di questa strategia si trova a Washington, dove la Nato si attribuisce, in maniera unilaterale, il diritto di decidere come, quando e contro quale paese sovrano dispiegare il proprio arsenale armato, prescindendo dal concerto giuridico-internazionale degli ultimi 50 anni, ossia le Nazioni Unite. In questo modo, gli Stati Uniti si garantiscono la propria supremazia sugli ipotetici rivali europei e perpetuano la subordinazione dell’Unione Europea alla Nato".
Insomma, il rifiuto alla Nato del 1986 è lo stesso rispetto alla Nato del 1999 e a quella che si prefigura nel secolo che si sta aprendo. L’unica alternativa ai conflitti politici che si verificano in ogni parte del pianeta è quella democratica e negoziata, nella valorizzazione della questione nazionale, e dunque sociale.

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