Una guerriglia moderna: l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale
Messico, 1° gennaio 1994. Poco più di un anno fa. Mentre i turisti
italiani brindavano all'anno nuovo, l'E.Z.L.N. (Esercito Zapatista di Liberazione
Nazionale) lanciava, nella regione meridionale del Chiapas, un'offensiva militare in
grande stile contro il governo di Carlos Salinas de Gortari. Centinaia, forse migliaia, di
indigeni di etnia Maya, affiancati da contadini e studenti venuti dalle grandi città,
occupavano i municipi, simboli del potere centrale, dei più importanti centri del
distretto, ingaggiando ripetuti scontri a fuoco con polizia ed esercito; attaccavano le
basi militari della zona; prendevano d'assalto le carceri cittadine liberando i detenuti;
arrestavano le personalità locali in passato distintesi nell'opera di repressione della
protesta sociale.
Il mondo scopriva così, in modo spettacolare, l'esistenza di un problema "messicano"
e "indigeno", che il governo aveva per anni negato. Una rivolta sociale
ed etnica, quella di Capodanno, non certo per un caso scoppiata in quella data e in quella
regione del grande paese americano. Il primo gennaio entrava infatti in vigore il NAFTA
(North American Free Trade Agreement), il trattato di libero commercio che unifica, dal
punto di vista degli scambi economici, Stati Uniti, Messico e Canada, puntando a
costituire il più grande mercato del mondo (360 milioni di persone), che dal 2009 sarà
totalmente libero da vincoli o imposte doganali. Un'importante vittoria della filosofia
ultraliberista il NAFTA, da anni aspramente criticato dalle associazioni ambientaliste per
le conseguenze disastrose che la sua applicazione avrà sull'ambiente e sulle economie
locali.
Per vederlo già in azione basta andare in Messico, lungo il confine con gli Stati Uniti,
dove sono nate 2000-2500 "maquiladoras", fabbriche che producono per
conto terzi, segnatamente multinazionali americane, impiegando mano d'opera locale con
salari da fame e senza alcun rispetto delle norme di protezione dell'ambiente. Di fatto il
trattato sancisce il diritto, per il colosso economico a stelle e strisce, allo
sfruttamento indiscriminato delle risorse messicane che, non va dimenticato, comprendono
anche la quarta riserva mondiale di petrolio. La ribellione zapatista è quindi una
risposta diretta a quella che si prefigura come la fase finale dell'azione di
annientamento delle realtà indigene presenti nel paese. Una rivolta che affonda
sicuramente le sue radici nel malcontento locale, ma riesce ad arricchirlo con analisi
politiche e sociali che oltrepassano i confini del Chiapas.
Il Chiapas, terra di straordinaria bellezza ma da sempre costretta ad una povertà feroce
che deriva dallo sfruttamento. Unito al Messico con un referendum solo dal 1824 è abitato
da 880.000 indios (circa un decimo di quelli dell'intero paese) appartenenti a varie etnie
maya, che rappresentano il 26.3% della popolazione della regione con più di 5 anni. La
metà di essi è analfabeta, il 90% non mangia carne nonostante lo Stato produca il 25% di
quella consumata dall'intero paese, l'80% non riesce a coltivare neppure i fagioli e il
mais necessari per l'autoconsumo. Da qui proviene il 60% dell'elettricità del Messico, ma
il 30% delle case è privo di energia con cui riscaldarsi o cucinare. La situazione
sanitaria non è certo migliore, con un medico ogni 1500 persone (nella "povera"
Cuba ve ne è uno ogni 100), una sala operatoria ogni 100.000. Le straordinarie risorse
naturali sono da sempre saccheggiate dai latifondisti e dai loro partner internazionali,
come le grandi compagnie per lo sfruttamento del legname. Tutti, in Chiapas, tagliano
alberi, ma se a farlo sono i contadini o gli indios c'è il carcere, oltre a multe
salatissime che nessuno può pagare. In questo esplosivo mix di sfruttamento e orgoglio
etnico affondano le radice della guerriglia zapatista, che rappresenta il distillato di
una serie di organizzazioni politiche e militari da anni operanti nella regione. Il suo
serbatoio di reclutamento è rappresentato dal Consiglio dei Popoli Indigeni (CNPI),
strenuo nemico dei grandi proprietari terrieri e dei "caciques" (leader
indigeni al servizio delle autorità), dai militanti dell'ARIC (Associazione Rurale di
Interesse Collettivo) e dalle numericamente più limitate OCEZ (Organizzazione Contadina
Emiliano Zapata) e ANCIEZ (Alleanza Nazionale Contadina Indipendente Emiliano Zapata),
entrambe di matrice maoista. Ma il nocciolo duro della rivolta armata ha origini
ideologicamente più precise. Risale infatti al 1977 l'arrivo in Chiapas della Brigata
Rivoluzionaria Emiliano Zapata, della Lega Comunista 23 settembre (un gruppo che fino a
quel momento aveva operato nelle città) e dell'Organizzazione Ideologica Dirigente (OID),
vicina al Partito de los Pobres di Lucio Cabanas, che era attivo nello Stato di Guerrero.
Da tutte queste formazioni armate e dall'ANCIEZ fondata nel 1989 e autoscioltasi nel 1993
nacque l'attuale EZLN. Arriverà in seguito l'adesione di numerose altre realtà contadine
e sindacali: insegnanti rurali e operai del settore petrolifero hanno chiesto agli
zapatisti di lottare per il loro contratto di lavoro, lo stesso hanno fatto i tagliatori
di canna da zucchero, che in 2.000 hanno pubblicamente esternato la volontà di unirsi
agli "alzados" del Chiapas.
Quel filo rosso che collega l'EZLN al vicino passato del continente non è quindi stato
interrotto (uno degli ultimi municipi occupati dai guerriglieri è intitolato ad Ernesto
Che Guevara, e l'8 ottobre scorso gli zapatisti hanno ricordato nella foresta Lacandona
con discorsi e musica l'anniversario della sua morte, avvenuta nel 1967) ma è innegabile
che esso rappresenti un qualcosa di realmente innovativo nell'ambito dei movimenti di
liberazione nazionale dell'America Latina. Qualcuno li ha definiti "la prima
guerriglia del dopo caduta del muro di Berlino".
Certo è che, pur facendo riferimento alla sinistra internazionale, i combattenti del
Chiapas hanno da una parte operato un'originalissima sintesi fra la difesa dell'identità
etnica calpestata dai colonizzatori e quella dei diritti sociali negati dell'intero popolo
messicano, dall'altra hanno saputo con grande efficacia utilizzare gli strumenti della
comunicazione di massa per dare forza e aumentare la risonanza del proprio messaggio di
rivolta. La scelta stessa del primo dell'anno come data di inizio della sollevazione, in
coincidenza oltre che con l'entrata in vigore del NAFTA, anche con il periodo di massimo
afflusso turistico, è riuscita infatti a catapultare l'evento nella video-arena
internazionale. Le televisioni di tutto il mondo, preoccupate di informare il proprio
pubblico sulla sorte dei "poveri turisti" coinvolti nel conflitto, sono
state costrette a parlare del conflitto stesso, facendolo uscire dal ristretto ambito "indigeno"
in cui il governo messicano aveva cercato inutilmente di relegarlo.
La figura, in pochi mesi diventata mitica, del sub-comandante Marcos, il volto sempre
celato da un passamontagna per non personalizzare la leadership della lotta, ha fatto poi
il resto, polarizzando l'attenzione dei media in cerca di notizie a sensazione, su quello
che stava accadendo in quella sperduta regione. Ovviamente la rivolta del Chiapas (forse
non sarebbe male cominciare a chiamarla "rivoluzione", nonostante l'uso
distorto che di questo sostantivo si è fatto ultimamente in Italia...) è molto più che
un riuscito "colpo di mano" mediatico, ma è sicuramente anche questo ed
è proprio in tale spregiudicato utilizzo delle tecniche di propaganda che è
individuabile una delle sue peculiarità. Il tema dell'orgoglio etnico e di una richiesta
di democrazia diretta, praticata ancora oggi dalle comunità indie come forma di
autogoverno, è stato strettamente intrecciato con quello di una liberazione sociale che
deve affrontare le fondamenta sessiste, "machiste" e autoritarie, comuni
a buona parte dell'America Latina "scoperta" da Colombo.
In Messico il partito che si rifà a quella concezione del potere, il PRI (Partito
Rivoluzionario Istituzionale), è ininterrottamente al governo dal 1929, simbolo
monolitico di corruzione, sfruttamento e difesa dei privilegi dei proprietari, in
particolare di quelli terrieri, gli stessi dei tempi di Porfirio Diaz, l'artefice della
modernizzazione capitalista del Messico spazzato nel 1911 dalla prima rivoluzione dei
campesinos. La terra infatti, come ai tempi di Emiliano Zapata e Pancho Villa, continua a
rimanere centrale nella vita del messicano povero. Il Chiapas ha detto no con le armi
anche all'imminente riforma dell'art. 27 della Costituzione, che avrebbe concentrato
ulteriormente quella terra nelle mani dei capitalisti agrari, rapinandola alle più
antiche proprietà comuni che fanno capo a 15 milioni di contadini, destinati in questo
modo a perdere la propria unica fonte di sostentamento.
In questo senso si può affermare quindi che l'EZLN lotti per imporre una democrazia
avanzata, con un programma che privilegia l'autodeterminazione e l'uguaglianza della donna
in un paese machista; il riscatto di tutti gli oppressi, contadini, indios e ceti urbani;
per una giustizia non corrotta; per elezioni veramente libere; per la fine degli abusi di
poliziotti e soldati e delle sperequazioni di salario tra lavoratori delle ditte
multinazionali e straniere e quelli dei paesi d'origine; per il problema dell'istruzione.
Tutte richieste che la sinistra istituzionale solo oggi comincia a fare proprie con
convinzione, anticipata ancora una volta nel continente latinoamericano da quella parte
della chiesa cattolica che si rifà alla Teologia della Liberazione, nata proprio qui, in
America Latina, nelle favelas brasiliane. Combattuto dalla gerarchia ecclesiastica
messicana (che nella persona del nunzio apostolico Girolamo Prigione, alleato con i duri
del PRI e del governo, ha chiesto le sue dimissioni e l'esilio a Roma per "gravi
deviazioni dottrinali"), Samuel Ruiz, vescovo nel Chiapas, è diventato l'unico
mediatore riconosciuto dall'EZLN. E continua a chiedere al suo popolo una mobilitazione e
resistenza pacifica contro la contestatissima elezione a governatore delle Stato di
Edoardo Robleto, vittorioso a suon di brogli e intimidazioni su Amado Avendano, candidato
appoggiato, non ufficialmente, dagli insorti.
Se Cuauhtémoc Cardenas, leader del "Partido della Revolucion Democratica",
uscito dal PRI con la Corrente Democratica, appoggiava Cuba, era antimperialista,
propugnava l'integrazione latino americana e una politica di ridistribuzione del reddito,
oggi il fronte cardenista, "Alianza para la Democracia -AD", sconfitto
alle ultime elezioni, non dice di no al NAFTA e all'integrazione, ma si limita a chiedere
la rinegoziazione dello stesso, per difendere i diritti del popolo messicano e di quelli
degli altri due paese firmatari. Purtuttavia al partito di Cardenas fanno oggi in qualche
modo riferimento anche gli zapatisti, nonostante la mancata investitura come proprio
candidato dello stesso Cardenas da parte della "Convenzione Democratica",
un organismo rappresentativo delle varie componenti dell'opposizione sociale messicana che
si autoconvocò nella Selva Lacandona in pieno territorio "liberato"
dall'EZLN, poco prima delle elezioni poi vinte dal candidato del PRI Ernesto Zedillo. Che
l'EZLN voglia fare politica è d'altronde cosa certa. E la gravissima congiuntura
economica che sta attraversando il Messico nonostante l'ingresso nel NAFTA spinge anche i "falchi"
del PRI a continuare una trattativa che alcuni mesi fa sembrava essersi interrotta. Per
fare uscire il nuovo governo "amico" dall'impasse è sceso in campo anche
Bill Clinton, che dopo i 7 miliardi di dollari di crediti messi a disposizione
immediatamente dopo l'inizio dell'insurrezione, oggi parla di altri 10 miliardi da
destinare all'aiuto del nuovo partner commerciale degli USA. Due le condizioni: rispettare
le draconiane misure economico-sociali di "aggiustamento strutturale" del
FMI, cioé degli USA, e incidere l'"ascesso" insurrezionale del Chiapas.
È evidente il timore che il "foco" della rivolta etnica e sociale possa
estendersi ad altri stati messicani, rendendo quel paese troppo instabile politicamente
per consentire i lucrosi investimenti previsti.
La richiesta di autogestione delle terre è oggi il nemico da sconfiggere nel "cortile
di casa" del gigante yankee, e gli zapatisti hanno acceso una miccia che rischia
di far esplodere la questione india dopo secoli di silenzio e repressione. Dice Antonio
Hernandez, indio tojolabal eletto deputato nelle ultime elezioni: "È urgente
riformare la Costituzione, perché la composizione plurietnica del nostro paese esige il
riconoscimento dei popoli originali. L'amministrazione della giustizia, la pianificazione
economica, l'educazione, il controllo delle risorse naturali dei nostri territori
ancestrali devono ritornare nelle nostre mani". L'EZLN si prepara a combattere
una guerra di lunga durata (e non solo con le armi) perché ciò avvenga, mentre -tra la
popolazione del Chiapas che simpatizza massicciamente per gli insorti- già si cominciano
ad accatastare i morti dell'"operazione chirurgica" avviata dal
presidente Zedillo secondo uno 'stile' che ricorda quella nello stato di Guerrero negli
anni Settanta contro i "banditi" di allora: distruzioni di villaggi,
arresti di massa, torture, esecuzioni sommarie...
L'IMPERIALISMO COLPISCE ANCHE COSÌ
Cresce in Messico il numero dei nati senza tutto o parte del cervello. Si chiama anencefalia ed i casi registrati sono pressoché concentrati lungo il corso del Rio Bravo che separa il Messico dagli Stati Uniti. Insieme alla meningite l'insorgenza del fenomeno, in aumento sin dagli anni Ottanta, è attribuita dai medici agli alti tassi di inquinamento che lungo i 3.000 chilometri di confine sono frutto dei vapori tossici di impianti di lavorazione chimica nociva e delle radiazioni nucleari delle tante "fabbriche della morte" fatte costruire dagli Stati Uniti poco oltre frontiera. Gli effetti sarebbero veicolati, nelle donne incinte, attraverso la respirazione; particolarmente colpiti gli stati settentrionali di Chihuahua, Tamaulipas e Coahuila. Statistiche sanitarie ufficiali collocano il Messico, quanto ad indice di nascite anencefalitiche, ad un livello nettamente superiore a quello di Stati Uniti, Giappone, Gran Bretagna e di tutti i paesi dell'America Latina.