SANGUE SUL KURDISTAN

L'offensiva di primavera -ossia il tentativo annuale, con l'arrivo del disgelo, di distruggere militarmente la guerriglia del PKK attraverso il massacro della popolazione kurda- si è dispiegata con l'invasione del Kurdistan Sud (Irak Nord) da parte di un'armata turca mai stata così imponente. Alle 3 del mattino del 14 maggio, 60mila militari con centinaia di aerei, elicotteri ed il sostegno di migliaia di squadristi delle bande paramilitari (Guardiani del Villaggio1), appoggiati in territorio irakeno da 20mila peshmerga del PDK di Barzani e dalla milizia turkmena denominata 'Forza di pace' sono entrati, progressivamente, in una fascia di territorio di oltre 40 km, nel confine iracheno. A fronteggiare l'attacco, alcune decine di migliaia di guerriglieri dell'ARGK (Esercito di Liberazione Nazionale del Kurdistan) coadiuvati dalle milizie di tutti i partiti del Kurdistan Sud fra cui il Partito Comunista Kurdo ed il Movimento Islamico Kurdo, mentre il PUK di Talabani ha deciso di non schierarsi.
La quasi totalità dei mass media italiani ha riportato la versione ufficiale del governo turco: importanti successi militari, con il solito corollario di migliaia di combattenti kurdi rimasti sul campo, occultando così il genocidio -soprattutto civili2- pianificato con l'offensiva. D'altro canto, poiché le fonti sono le agenzie di stampa, che, a loro volta, fanno riferimento all'agenzia ufficiale turca "Anadolu" (Anatolia), il risultato, sul piano informativo, non avrebbe potuto essere diverso. Pressoché ignorata, ad esempio, la notizia che un esercito altrettanto numeroso sta assediando, nel Kurdistan turco, la città ed i villaggi dell'area di Dersim3; operazioni ricorrenti -queste contro i villaggi- che intendono provocare stragi ed emigrazioni di massa4. Ma, come scrive l'Agenzia settimanale di informazione sul Kurdistan a cura dell'Ufficio in Italia del ERNK (Fronte di Liberazione nazionale del Kurdistan), in Europa sono disponibili fonti quali un'agenzia stampa quotidiana (la Dem-Ajans) e la televisione kurda Med-Tv, ricevuta via satellite da milioni di persone, che insieme alle notizie provenienti dallo stesso popolo, dà voce a chi combatte quotidianamente per l'autodeterminazione.
Le ripercussioni dell'attacco sferrato contro la resistenza kurda sono state avvertite anche in Turchia dove si vive in un clima di terrore: tutte le sedi del partito HADEP (Partito della Democrazia del Popolo), dell'IHD (Insan Haklari Dernegi, Associazione Turca per i Diritti Umani) e di altre istituzioni kurde o democratiche sono deserte, per timore di irruzioni e arresti.
Prima di trarre un bilancio, provvisorio, dell'offensiva, è importante descrivere il contesto entro il quale è stata decisa. Il territorio dove il PKK è in grado di operare si estende oltre alla Turchia, in Iraq ed in Siria. I siriani hanno concesso ad Abdullah Ocalan (presidente del PKK) di stanziarsi nel proprio territorio e di addestrarvi l'esercito, mentre esercitano -all'interno- il pugno di ferro sul milione di kurdi. Tradizionalmente non ci sono buoni rapporti tra la Siria e la Turchia da quando i confini tra i due stati furono oggetto di controversia nella sistemazione post 1918 e, recentemente, un'altra causa di frizione è sorta sulla questione del controllo diretto esercitato dalla Turchia sui fiumi Tigri ed Eufrate, considerato dai siriani una violazione degli accordi sull'uso dell'acqua. Damasco ha, per rappresaglia, appoggiato il PKK e poco poteva fare la Turchia, a parte il tentativo di creare un fronte comune contro il nazionalismo kurdo. Insieme alla stessa Siria e all'Iran, ha avviato una serie di incontri multilaterali, il più recente dei quali si è svolto a Teheran il 7 settembre 1995. Tra i risultati l'accordo turco-iraniano per arrestare e deportare i rispettivi rifugiati politici e il reiterato sostegno comune per l'integrità territoriale dell'Iraq, come garanzia che ogni stato non avrebbe approfittato delle rivolte kurde a danno dei paesi vicini.
Nel caso dell'Iraq, tuttavia, l'accordo non ha avuto valore; la creazione di una zona fuori dal controllo diretto del regime iracheno nell'area a nord del 36° parallelo ha dato ai turchi carta bianca per inviare truppe oltre confine a seconda della propria convenienza. Quest'anno non è la prima volta che il PDK appoggia l'esercito turco; anche nel 1992 furono congiuntamente attaccate le basi del PKK nella zona. Il PDK è considerato un ausiliario stabile nella guerra. Il tradimento -ingiustificabile- del leader kurdo Barzani è stato innescato da ragioni la cui responsabilità ricade, in primo luogo, sugli Stati Uniti e sulle sue emanazioni politiche internazionali. Con il doppio embargo delle Nazioni Unite e di Saddam, si è stabilita la dipendenza economica dei kurdi 'iracheni' dalla Turchia; inoltre la base militare alleata per 'proteggere' i kurdi dell'Iraq è stata, non a caso, allestita in Turchia, che può, di fatto, esercitare sugli stessi una pressione militare decisiva, sia operativa che psicologica.
Ciò detto, gli obiettivi che l'offensiva di primavera si proponeva, sembrano sostanzialmente falliti. La distruzione delle basi della lotta popolare kurda non si è finora verificata per l'inefficacia, in montagna, della tattica da "terra bruciata", con immenso volume di fuoco, messa in atto dall'esercito turco. Le cifre che parlano di 1.000-1.500 guerriglieri uccisi sono pura fantasia, laddove si tratta, purtroppo, di civili massacrati. L'isolamento del PKK, che il governo turco voleva raggiungere confidando nel non interesse delle altre organizzazioni ad impegnarsi in una guerra cruenta, è rimasto nelle intenzioni giacché -come accennato all'inizio- tutti i partiti e movimenti kurdi iracheni, tranne Barzani, si sono schierati militarmente a fianco del PKK. Anche internazionalmente è cresciuta la solidarietà con il popolo kurdo: l'Europa è stata attraversata da manifestazioni e sit-in di protesta contro la politica imperialista del governo turco. Un protettorato permanente nell'area sul modello di Cipro, obiettivo pianificato nelle riunioni preventive con USA e Israele, sta franando. L'esercito turco è entrato per una profondità che arriva a 40-50 km, in territorio kurdo iracheno, ma la resistenza del PKK ha fatto fallire la 'guerra lampo'; l'Irak, la Siria e l'Iran hanno schierato truppe ai rispettivi confini ed ora la Turchia deve sostenere una pressione internazionale che chiede il ritiro delle truppe.
In un lungo discorso all'emittente Med-Tv, il presidente del PKK ha accusato i paesi europei (a parte la responsabilità della troika USA-Israele-Turchia) di coprire con il loro sostanziale silenzio il genocidio del popolo kurdo e la violazione del diritto internazionale. "L'Europa -ha dichiarato- ha smembrato il popolo kurdo all'inizio di questo secolo, e ora l'Europa assiste al suo massacro avanzando pochi ed insufficienti distinguo. I vari paesi europei si coprono l'uno con il silenzio dell'altro, senza capire che rischiano una deflagrazione: lo sanno i paesi arabi, contro i quali è anche diretto questo attacco. Ci attendiamo molto dall'Italia, il cui popolo e governo potrebbero guidare l'offensiva di pace europea. Noi rimaniamo impegnati per la pace anche adesso, mentre combattiamo l'invasione: anzi, la nostra resistenza crea le condizioni per forzare il governo turco al dialogo come unica possibilità e salvaguarda la regione dalla guerra che seguirebbe allo sconvolgimento degli equilibri regionali". Ocalan ha sottolineato le gravissime responsabilità del clan kurdo di Barzani, "che si è posto sullo stesso terreno delle milizie mafiose filoturche dei Guardiani del villaggio e, con la strage di Erbil, fuori dal popolo kurdo", rinnovando la disponibilità del PKK ad un dialogo senza alcuna precondizione, se non il rientro in caserma dell'armata turca: "Non ci arrenderemo mai; l'apertura del dialogo e di una trattativa, al contrario, segnerebbero la nostra vittoria".
Un fatto è chiaramente emerso in questi anni: la Turchia non è disposta a trovare una soluzione politica e confida solo sull'azione militare. Questo dato incontrovertibile appare paradossale se si pensa che il PKK non è più su posizioni separatiste ma sostiene la 'real-politik' di una federazione all'interno dello stato turco che, pur salvaguardando i diritti politici e culturali del popolo kurdo, non ne modifichi i confini. Nella conferenza internazionale "Per la pace in Turchia" svoltasi a Roma il 18-19 aprile di quest'anno, nel messaggio inviato da Ocalan si legge: "...Se si mette fine alla nostra resistenza, i kurdi non saranno forse eliminati dalla storia? Eppure abbiamo avanzato richieste minime per deporre le armi, relative alla garanzia dell'identità del nostro popolo e dei suoi diritti culturali e alle libertà politiche: la risposta è la minaccia di annientamento...". Finché saranno i militari, difensori della purezza ideologica dello stato turco laico ed unitario, a detenere il potere conquistato con successivi colpi di stato5 e legati ad interessi mafiosi (droga e traffico d'armi) a doppio filo con i vari governi, sarà ancora la guerra il futuro del popolo kurdo.


1 L'impero Ottomano, sotto il regno del Sultano Abdulhamid II, decise di affrontare le ribellioni locali usando una speciale milizia stanziata nel sudest dell'Anatolia. Obiettivo principale fu "disciplinare le popolazioni nomadi della regione" e mantenere la lealtà delle tribù kurde all'autorità centrale. Nel 1985, esattamente 80 anni dopo la costituzione del primo reggimento, fecero la loro comparsa i Guardiani del villaggio. Sfruttando la povertà e la disoccupazione endemiche nella zona kurda, il governo offrì alti stipendi a chi accettava di arruolarsi con il compito (immutato rispetto ai predecessori di 80 anni prima) di combattere e dare la caccia, sulle montagne, ai militanti del PKK. Per raggiungere lo scopo ("avere kurdi che uccidono kurdi"), le stesse truppe non hanno mai esitato a bruciare e devastare i villaggi dove la popolazione rifiuta di unirsi al sistema delle guardie e ad operare sistematiche violazioni dei diritti umani. Oggi la Turchia ha circa 70mila Guardiani, la cui alta retribuzione dipende esclusivamente dalla prosecuzione del conflitto. I guerriglieri del PKK sono comunque intervenuti a più riprese contro i Guardiani e più in generale contro chiunque collabori con le autorità turche, ottenendo il sostegno popolare e dimostrando, nelle zone sotto il loro controllo, che è nell'interesse della popolazione sostenerli piuttosto che collaborare con la Turchia.
2 Ad Erbil, miliziani del PDK e fascisti turcomanni hanno trucidato 14 guerriglieri ricoverati nell'ospedale della Mezzaluna Rossa Kurda ed hanno attaccato le sedi del MKM (Centro Culturale della Mesopotamia), le sedi dei giornali Welat e Melatè Roj, del PUK e del partito dell'Unione Democratica del Kurdistan, con un numero imprecisato di morti, comunque superiore al centinaio.
3 Città che subì la repressione dello stato turco nel 1938 (ventottesima ribellione kurda), la cui caduta sancì la completa occupazione del Kurdistan.
4 Secondo una stima dello scorso anno (cfr The Economist, "Turkey Survey", 8-14/6/'96) dell'Associazione per i Diritti Umani sarebbero 2540 i villaggi distrutti e 3 milioni i kurdi costretti all'esilio dall'inizio (1984) del conflitto. Il governo, in questo modo, non riuscendo a sconfiggere militarmente il PKK, mira a fargli perdere il naturale 'serbatoio' rappresentato dalla popolazione.
5 Recentemente il leader del partito moderato islamico (Refah), Erbakan, è stato costretto dai militari a dare le dimissioni da primo ministro, pur se i suoi provvedimenti in materia di religione non lasciavano certo temere l'instaurazione di un regime islamico sul modello iraniano o dei talebani.


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