RESISTENZA IRACHENA E MATTANZA USA
– lettera di un soldato statunitense, testimone della battaglia di Falluja –
Sono giorni terribili
per i militari statunitensi in Irak. Sembra che, ovunque si guardi, siano
sempre più i soldati morti, feriti e mutilati negli scontri con i ribelli. La
ribellione aumenta nelle città di Bagdad, Mosul e Baquba. La guerriglia è ben
organizzata ed utilizza tecniche ed armi molto avanzate. Dopo la battaglia che
ha lasciato Falluja completamente distrutta, i ribelli sono tornati, duramente
determinati a vincere o a morire. Molti cominciano a pensare che non riusciremo
a vincere questa guerra. Ma davvero qualcuno riteneva che la vittoria fosse
possibile? Le forze militari statunitensi continuano a guadagnare terreno, ad
ogni nuova frontiera uccidono una marea di civili e di ribelli. Eppure a
Falluja i ribelli sono tornati come uno sciame di api inferocite, e attaccano
con frenesia, violentemente.
Ero a Falluja negli
ultimi due giorni dell’assalto finale.
La mia missione era diversa da quella dei valorosi soldati e marines impegnati nei combattimenti. Avevo una missione di scorta. Dovevo, accompagnato da un battaglione, proteggere un alto ufficiale nella zona dei combattimenti. Un ufficiale un po’ fanatico. Se ne stava lì, arrogante, a guardare l’ultima battaglia, e sembrava uno spettatore durante gli ultimi minuti di una partita di calcio. Una volta arrivati al Campo Falluja, occupato dai marines, ci siamo accorti che gli spari dell’artiglieria erano diretti verso la città. Il tipo si è dato immediatamente un gran da fare per avere un ruolo attivo nella battaglia che avrebbe ridotto Falluja in cenere. C’erano state voci su di lui. Si diceva che quel che voleva era tenere la mano sul fucile, dimostrare a tutti che lui era il cowboy più duro dell’est dell’Eufrate. Di individui simili ce ne sono un sacco nell’esercito: militari di carriera che hanno passato i primi vent’anni di servizio pattugliando il Muro di Berlino o proteggendo la zona smilitarizzata tra la Corea del Nord e del Sud. Tipi di ufficiali che potrebbero aver combattuto durante la prima Guerra del Golfo, anche se la maggior parte di loro ha passato il tempo sparando contro i “rag heads” (1).
Questi tipi con l’aria
dura ed il grilletto facile hanno vissuto gli ultimi due decenni di Guerra
Fredda con una frenesia bellica che poi, quando la guerra è finita, gli ha
lasciato un vuoto drammatico. Ma adesso c’è la Nuova Guerra, l’”Allerta Rossa”
senza fine, piena di azione, nella quale la minaccia comunista è stata
rimpiazzata dalla “guerra contro il terrorismo”. I soldati più giovani, quelli
che sono cresciuti in tempi relativamente pacifici, pensano che per questi tipi
essa rappresenti una sorta di compensazione per le opportunità perdute. Ma per
la generazione maggiore, quella col grilletto facile, è la vera, grande opportunità:
l’occasione per mettere infine in pratica l’addestramento tenuto dagli anni
settanta in poi e tutti i giochetti fantastici che gli hanno insegnato per
qualcosa di tangibile, di utile... Finalmente era arrivata l’ora.
Al fronte erano state
stabilite alcune regole di sicurezza, sintomo che il combattimento in città era
intenso. I veicoli più leggeri che venivano fatti passare erano i carri armati
Bradley. Il comandante, dopo aver dato un’occhiata ai nostri Humvees blindati,
ci ha detto che non stavamo messi bene. Gli Humvees blindati sono massicci, praticamente
impenetrabili al fuoco di armi di piccolo calibro, ma non resistono bene come
un carro armato pesantemente blindato agli attacchi dei missili ed alle bombe.
Le informazioni dalla zona di guerra parlavano di forti attacchi di missili e
di un’insurrezione armata che agiva in ogni vicolo alla ricerca di obiettivi
facili. Il comandante ha detto al nostro super entusiasta ufficiale di non
entrare nel settore con i camion perché nelle ore buie sarebbe stato suicida.
Gli ha suggerito di entrare in azione ed “ispezionare i danni” la mattina dopo,
una volta finiti gli attacchi aerei.
Intanto il sole aveva lasciato il posto ad un nebuloso orizzonte rossastro e l’artiglieria continuava a martellare quel poco che era rimasto in piedi della devastata Falluja. Durante la notte sono arrivate molte unità. Era in preparazione un attacco aereo senza precedenti che sarebbe potuto durare fino a 12 ore.
Il nostro gruppo si
trovava sopra il parcheggio degli Humvees. Fornivamo le mitragliatrici e
sorvegliavamo la città alla ricerca di attività nemica. Si supponeva che quella
fosse un’area di operazioni abbastanza sicura, proprio al confine della zona
dei combattimenti. Tuttavia non c’era nessuna protezione, soli alcuni carri
armati posizionati qua e là, e se chi era di guardia non avesse fatto
attenzione ai più piccoli dettagli sarebbe potuta succedere qualsiasi cosa. Un
soldato mi ha detto che solo due notti prima avevano sorpreso un ribelle che
girava attorno. Era armato. Uno dei carri armati lo aveva visto e lo aveva
fatto a pezzi. Certo, ci sentivamo abbastanza sicuri da fumarci una sigaretta,
ma dovevamo stare molto attenti a quel che succedeva attorno se la mattina dopo
volevamo essere ancora vivi. Sul finire della sera, mentre l’artiglieria
continuava a sparare, una danza macabra ha illuminato il cielo: erano arrivati
i cacciabombardieri ed avevano dato il via ad un grandioso spettacolo di
massicci attacchi aerei. Ad ogni bomba, ad ogni sparo d’artiglieria, il cielo
illuminava la ferocia e la distruzione. Prima si vedeva un lampo all’orizzonte,
come se un fiammifero fosse caduto in un deposito di dinamite, poi
un’esplosione tremenda che ti scuoteva il corpo, ti faceva uscire gli occhi
dalle orbite e ti colpiva lo stomaco come un pugno. Le bombe venivano lanciate
a non più di cinque chilometri di distanza, ma era come se ti arrivassero
dritte in faccia.
All’inizio era
impossibile non sobbalzare ad ogni boato, ma dopo diverse esplosioni, tutte
fortissime, abbiamo cominciato ad abituarci, quasi ad accettarle. A volte gli
aerei volavano basso, rombavano sopra città, poi aprivano il fuoco di missili
più piccoli ma estremamente precisi. Era proprio lo spettacolo che mancava al
nostro Top Gun, sempre più inorgoglito ed entusiasta degli straordinari effetti
sonori. I missili ruggivano sinistri, come un fuoco d’artificio in una
bottiglia piena di plutonio, poi non si sentiva più niente. Pochi secondi ed
una colossale esplosione sconquassava l’aria: a terra restava devastazione,
grida e terrore. Poi era la volta dell’artiglieria: sparava fosforo bianco, il
napalm dei nostri giorni, che mandava lampi di luce. Qualche volta, vicino
all’area del bombardamento, si sentivano i carri armati sparare con le
mitragliatrici ed i cannoni. Era incredibile che qualcuno potesse sopravvivere
ad un simile attacco. Presto, via radio, è arrivato l’ok alla richiesta delle
“revienta-bùnkeres” (2). Pareva che l’artiglieria non riuscisse a
penetrare tra alcune ridotte di ribelli. Non sapevo quando le
“revienta-bùnkeres” sarebbero state utilizzate. Più tardi mi hanno detto che le
tremende esplosioni venivano da loro, da quei missili del tipo “soluzione
finale”.
Dal mio Humvee ho
continuato per tutta la notte a guardare l’assalto finale contro Falluja.
Esaminavo i vasti cieli con gli occhiali per la visione notturna. Per tutto il
tempo della battaglia una serie di elicotteri d’attacco hanno continuato a
volare in tondo sopra la città. I più devastanti, con i lanciamissili in serie,
erano i Cobras e gli Apaches. Grazie alla visione notturna, potevo vederli
mentre giravano sopra la carneficina, esaminando il terreno con i raggi
infrarossi che sembravano avere un raggio di chilometri. Una volta avvistato
l’obiettivo, risuonava una rapida serie di spari e dal terreno arrivava un
ra-ta-ta, come una catena ordinata di petardi.
Ancora artiglieria, ancora carri armati, ancora tiri di mitragliatrici, ancora bombardamenti spaventosi che radevano al suolo la città di una volta... non era una guerra, era una mattanza! Se ricordo quegli attacchi aerei, che sono durati fino alla mattina dopo, non posso non sorprendermi di fronte alla moderna tecnologia e non posso non essere nauseato per l’uso che se ne fa. Molte volte mi è capitato di pensare che mentre la resistenza di Falluja combatteva valorosamente con le armi arcaiche della Guerra Fredda, noi volavamo alto sulle loro teste lanciando la furia dei Thor, di un potere distruttivo e di una precisione da guerra nucleare.
Era come se gli
iracheni stessero combattendo con un bastone contro i carri armati. Eppure,
malgrado tutto, la resistenza continuava, molti hanno combattuto fino alla morte.
Che determinazione!
Alcuni soldati dicono
che i ribelli sono stupidi perché pensano di avere una probabilità di
sconfiggere l’esercito più potente del mondo. Io li considero valorosi. Non
combattono per una vittoria immediata. E cosa volete che valga una vittoria
convenzionale in una guerra non convenzionale! È del tutto evidente che questa
guerra non è più nelle mani degli Stati Uniti.
Abbiamo ridotto Falluja
in polvere. Abbiamo gridato vittoria e detto al mondo che Falluja era sotto il
nostro totale controllo. I nostri militari hanno dichiarato che le vittime
civili erano state poche e che i ribelli morti erano stati migliaia. La CNN e
la Fox News hanno strombazzato che la storia avrebbe considerato la battaglia
di Falluja un successo straordinario, testimonianza della supremazia degli
Stati Uniti nelle guerre moderne. Eravamo tutti sicuri che la situazione fosse
sotto controllo e già cominciavamo a concentrare la nostra attenzione su
un’altra città difficile: Mosul.
Ma, passata la
tempesta, mentre i generali se ne stavamo comodamente seduti nei loro uffici a
fumare ed a celebrare la vittoria, le linee del fronte a Falluja sono state
nuovamente prese d’assalto: i ribelli attaccavano le forze degli Usa e della
coalizione con mortai, fucili ed armi leggere. Siamo dovuti tornare a Falluja.
Il Dipartimento della
Difesa e la stampa nazionale mentivano quando hanno parlato di un’altra
vittoria della guerra preventiva? Non necessariamente. Convenzionalmente,
avevamo vinto noi: chi avrebbe potuto negarlo? Avevamo distrutto tutta la città
ed ammazzato migliaia e migliaia di persone. Ma il punto vero - non
sufficientemente compreso dai militari e dalla gente - è che questa è una
guerra di guerriglia. Totalmente. Alcune volte mi chiedo se gli ufficiali di
West Point abbiamo mai studiato l’intricata e semplice efficacia della guerra
di guerriglia. Mi è capitato di chiedere a tenenti e capitani se hanno mai
sentito parlare della Guerra di Guerriglia del Che Guevara. Quasi la metà di
loro mi ha risposto di no. Incredibile! Dovremo far fronte, forse per anni, ad
una guerra di guerriglia, e la direzione militare non sa neanche che cosa sia!
Qualsiasi persona può dirti che un guerrigliero è uno che utilizza tecniche di attacchi
a sorpresa nell’intento di battere una forza convenzionale più forte.
Ma quel che è
importante, in una campagna di guerriglia, è la passione politica che la
motiva. Durante la storia sono stati molti gli eserciti guerriglieri che hanno
avuto successo, compreso il nostro stesso paese nella lotta per l’indipendenza.
Dovremmo aver imparato la lezione sulla guerra di guerriglia trent’anni fa,
durante la guerra del Vietnam, ma la storia ha uno strano modo di ripetersi. La
guerra del Vietnam fu un esempio perfetto di come attacchi rapidi e letali, contro
truppe convenzionali, possano nel lungo periodo rendere la guerra impopolare
tra l’opinione pubblica, e questo ne determina la fine. Che Guevara nel suo
libro Guerra de Guerrillas ha scritto che l’elemento più importante in una
campagna guerrigliera è l’appoggio popolare. Se riesci ad averlo, la vittoria è
quasi assicurata. In questo senso gli iracheni sono già sulla buona strada. Non
solo hanno un rifornimento apparentemente senza fine di munizioni e di armi, ma
anche il vantaggio di muoversi nel loro ambiente, si tratti di un mercato o di
un fitto campo di palme. I ribelli iracheni hanno utilizzato al massimo questi
vantaggi, ma il vantaggio più importante, più rilevante, è l’appoggio popolare.
Quel che i militari ed il governo degli Usa dovrebbero capire è che ogni nostro
errore va a vantaggio dell’insurrezione irachena. Ogni volta che un uomo o una
donna o un bambino vengono assassinati da un’azione militare, sia essa
deliberata o no, l’insurrezione si rafforza. Persino quando un civile innocente
muore per mano dei combattenti ribelli, ad essere ritenuta responsabile sarà la
forza occupante. I ribelli continueranno ad essere considerati combattenti del
popolo.
Tutto in questa guerra
è politica... ogni imboscata, ogni attentato, ogni morte. Quando un lavoratore
od un soldato della coalizione vengono sequestrati e giustiziati, il popolo
iracheno ne ha un senso di giustizia, mentre gli occupanti restano in preda
alla furia ed allo sconforto.
Alla nostra perdizione
contribuiscono anche i media. Ogni volta che rivelano un’atrocità, il nostro
dominio su questa nazione che un tempo è stata laica svanisce. Con il tempo
aumenta negli Usa l’inquietudine della popolazione per le immagini di morte
violenta dei suoi figli in armi e le giustificazioni del governo nel continuare
questa sanguinosa catastrofe diventano sempre più deboli. Sono gli errori
inevitabili del potere convenzionale, per questo la campagna di guerriglia avrà
un successo certo. La distruzione delle forze armate Usa è impossibile, ma
l’insurrezione, con la sua tenacia, finirà per cacciarci. Sarà questo
l’inevitabile risultato della guerra.
Abbiamo perso molti
soldati nella battaglia finale di Falluja e molti ancora sono stati seriamente
feriti. Abbiamo devastato quella città solo per tenerla sotto controllo. Che
senso ha che tanti soldati continuino a morire solo per continuare a tenerla
sotto controllo?
Non posso dimenticare
lo sguardo di un soldato americano quando gli ho chiesto della guerra. Mi ha
raccontato storie di sangue e di morte violenta da far accapponare la pelle.
Lui e il suo battaglione hanno fatto sacrifici infiniti. Hanno combattuto tutti
i giorni, senza mai dormire, senza mai un pasto caldo. Non hanno neanche avuto
il tempo di mandare un telegramma ai genitori per dirgli che stavano bene.
Alcuni del battaglione dovranno ora andare da quelle famiglie a dirgli che i
loro ragazzi sono morti. Lo sguardo del soldato, mentre parlava, era profondo e
sconsolato, profondamente turbato. Mi ha descritto nel dettaglio di alcuni
iracheni uccisi dai bazuka dell’esercito, di altri cui le pallottole di calibro
50 hanno fatto volare via la testa, di altri schiacciati dai carri armati. Mi
ha raccontato di uno dei suoi compagni più bravi, morto proprio davanti a lui.
Stava nascosto dietro al muro di una stradina. Quando è uscito per sparare gli
hanno tirato una granata nella pancia. Alcune schegge hanno colpito la coscia
del mio interlocutore. Mi ha mostrato la carne bruciata. Poi, quando ha finito
il suo racconto, mi ha detto che lui era solo un ragazzo un po’ tonto della
California, che non aveva mai pensato che entrare nell’esercito significasse
andare dritto all’inferno. Mi ha detto che si sentiva più sporco del diavolo e
che voleva solo farsi una doccia. Se n’è andato lentamente, con il fucile sotto
il braccio.
1.
Teste con turbante, un modo statunitense di chiamare gli arabi.
2. Si tratta di bombe laser che pesano più di due chili e
penetrano cinquanta metri sotto terra prima di provocare esplosioni devastanti.
22 gennaio 2005
Traduzione di Manuela Palermi