Nell'indifferenza internazionale non ha sosta il genocidio anti-kurdo del governo della Turchia, membro della NATO. Nell'estate dello scorso anno prima il presidente della Repubblica, Scalfaro, poi quello del Consiglio, Prodi, tra i primi a livello internazionale a salutare il neoeletto Erbakan (recentemente costretto dai militari alle dimissioni) e rinsaldare le relazioni economiche (l'Italia è il terzo partner commerciale della Turchia), hanno indirettamente contribuito a ridare fiato e credibilità alla imponente politica repressiva anti-kurda. In ottobre, il presidente della Repubblica turca, Suleyman Demirel, viene ricevuto anche da Rutelli, sindaco di Roma, e,
a Venezia, dal sindaco Cacciari, da Galan e altri numerosi industriali interessati ad investire in Turchia (si parla addirittura di un "gemellaggio" veneto-turco). Questo mentre, nella regione, gli Stati Uniti pretestuosamente minacciano
di intensificare l'embargo di generi alimentari e medicine contro l'Iraq che ha già provocato decine di migliaia di morti, soprattutto anziani e bambini. "Un dramma europeo, quello kurdo -sostiene Yaman- ben più vicino del Chiapas
e del Perù, forse più ampio e disperato dei Balcani".

KURDISTAN/ IL PUGNO DI FERRO DI ANKARA

Su un diffuso quotidiano turco (Hurriyet) è stato pubblicato un interessante reportage del giornalista Ismet Berkan che porta ulteriori conferme (ad esempio alle testimonianze raccolte dal quotidiano turco Radikal) sull'istituzione, da parte dello stato, di squadre della morte anti-kurde. Berkan racconta di un certo quantitativo di documenti segreti di stato che ha potuto consultare, sotto assoluto divieto di fotocopiarli o prendere appunti. Da questi documenti si dipana il filo rosso di sangue della guerra parallela, della guerra sporca contro i kurdi e in cui fu implicata la mafia dei Lupi Grigi. Nel 1992 lo stato turco, trovandosi in sempre maggiori difficoltà nel far fronte alla rivolta kurda, decise di adottare su larga scala la tattica (di ispirazione USA) denominata conflitto a bassa intensità. Questo implicava la distruzione dei villaggi, l'attacco preventivo ai guerriglieri e l'adozione delle loro tecniche.
Evidentemente anche l'utilizzo di questi metodi non portò a risultati soddisfacenti, per cui si decise di adottare una doppia strategia: la cattura e l'uccisione dei militanti (terroristi per lo stato turco) prima che questi avessero compiuto azioni ed un pari trattamento per coloro che li aiutavano. Questa nuova strategia venne sancita in un documento del Consiglio di Sicurezza Nazionale, che individuava anche i nomi dei personaggi incaricati di organizzare le squadre operative. Tra questi, riporta Hurriyet, quello di Abdullah Catli, il mafioso coinvolto in traffici di ogni genere e nell'attentato al Papa, all'epoca inseguito da un mandato di cattura internazionale. Come è noto Catli è morto in novembre in un incidente stradale a Susurluk, insieme alla sua compagna (miss cinema Turchia) e al vice capo della polizia, mentre un esponente di rilievo del governo è rimasto ferito. Nei documenti consultati da Ismet Berkan, accanto al nome di Catli, c'erano quelli di alcuni suoi amici e di numerosi ufficiali di polizia. In un primo momento la decisione di istituire vere e proprie squadre della morte venne sospesa per l'opposizione dell'allora presidente della Repubblica Turgut Ozal e del capo di stato maggiore Bitlis. Per una strana coincidenza entrambi morirono di lì a poco, il primo in un "incidente" e l'altro per un "attacco di cuore". Invece il nuovo presidente Suleyman Demirel, tuttora in carica, e il nuovo primo ministro Tansu Çiller (attuale ministro degli esteri) non fecero obiezioni e il documento fu approvato nell'autunno del '93.
Dichiara Ismet Berkan: "Chiamatela Gladio, chiamatele squadre della morte, ma ciò che nacque era un'organizzazione armata segreta".
Contemporaneamente cambiava anche l'atteggiamento della Çiller. In precedenza si era detta disponibile ad una soluzione basca (maggiore autonomia ai territori abitati dai kurdi) del conflitto, ma da quel momento la sua fu una posizione di assoluta intransigenza per una rapida soluzione ad ogni costo e con ogni mezzo. Le prime operazioni della nuova strategia adottata (i cui costi complessivi arrivarono a otto miliardi di dollari annui) consistettero nell'assassinio indiscriminato di quasi tutti gli uomini d'affari kurdi sospettati di finanziare il PKK; nella rinnovata pressione sui paesi europei perché mettessero fuorilegge il PKK (richiesta prontamente accolta dalla Germania) e negli attentati che distrussero le redazioni del quotidiano kurdo filo-PKK Ozgur Ulke.

Intanto Ahmet Yaman, rappresentante dell'Enlya Rizgariya Netewa Kurdistan (Fronte di Liberazione Nazionale del Kurdistan) in Italia, ha voluto ringraziare pubblicamente i firmatari delle due interrogazioni parlamentari al ministero degli esteri (marzo 1997: De Cesaris, Brunetti, Mantovani, Moroni, Russo Spena, Speroni, Semenzato, Robol, de Zulueta, Boco, Contestabile) e i 111 (61 più 50) deputati e senatori firmatari dell'appello di gennaio all'ONU e al governo italiano. I firmatari avevano voluto prendere posizione a favore dei profughi kurdi della Turchia rifugiati dal '94 nel campo di Atrush (Kurdistan irakeno). Dal dicembre '96 l'Acnur (Agenzia per i profughi dell'ONU) ha negato agli oltre 15mila profughi ogni assistenza e presenza e dal 21 gennaio '97 anche l'estrema protezione della bandiera ONU. Lo scopo era quello di costringere i profughi a rientrare in Turchia. Nonostante le dichiarazioni del regime turco che sosteneva di volerli accogliere, solo una decina di famiglie sono "rimpatriate"; circa metà dei profughi ha lasciato il campo non più difeso dall'ONU e ha preferito avvicinarsi alla zona controllata da Saddam che, in questo momento, deve essere apparso come il male minore. Attualmente sono dispersi fra l'area di Zahko e l'area di Mossul, mentre 2mila sono saliti sulle montagne presso Dohuk e nell'area di Kashrook, in direzione di Arbil. L'altra metà è rimasta ad Atrush in totale abbandono e in una situazione di pericolo. I profughi, fuggiti quattro anni fa dai villaggi bombardati e distrutti dall'esercito turco, non si fidano delle promesse turche e a ragion veduta. Secondo le ultime notizie vi sono continui bombardamenti da parte dell'aviazione turca (gli stessi piloti che si addestrano nelle basi NATO in Italia?) sulle montagne che circondano la zona del campo. L'emittente kurda Med-Tv1 ha anche denunciato il piano dell'esercito turco per una invasione militare ed il rimpatrio coatto. Per Yaman "si rischia un massacro, che sarebbe una sconfitta della comunità internazionale e della civiltà". Proprio in questi giorni è stato possibile conoscere la relazione della prima delegazione italiana nel campo di Atrush (18-23 marzo 1997).
La delegazione era formata dal medico Augugliaro, dai volontari Bertuzzi e Montagnani e dal fotografo Nadalini. Hanno raggiunto il campo provenendo dalla Siria in coincidenza con la festività del Newroz, portando con sé 75 kg di medicinali forniti da medici di Varese e farmacisti di Bologna, oltre a quaderni e matite per i bambini kurdi e denaro per poter acquistare altri medicinali. Il campo era circondato dai posti di blocco del PDK di Barzani (poco favorevole ai profughi) ma anche da agenti in borghese, all'apparenza turchi. Attualmente nel campo rimangono circa 7mila rifugiati, tra cui 2mila bambini. "Adulti e bambini -ha raccontato Augugliaro- si aggirano nel campo con il pallore della denutrizione. Sta finendo un inverno privo di medicinali, cibo, kerosene... Le affezioni più frequenti sono diarree e gastroenteriti, avitaminosi, polmoniti e infezioni polmonari, otiti, ipertensione negli anziani, dermatiti diffuse, anemia da malnutrizione, emorragie nelle donne, ulcere, glomerulonefrite e infezioni urinarie, alcuni casi di epilessia. Dispongono di antibiotici per tre o quattro giorni, di un po' di Ferrobarbital per gli epilettici e possono operare solo alcune analisi del sangue e delle urine. Recentemente sono morti quattro bambini per denutrizione, cinque adulti per scompensi cardiaci o circolatori, due donne per emorragie post-parto...". Secondo la delegazione la necessità più urgente è quella di un ospedale da campo; mancano anche vestiario, coperte, materiali scolastici. Cumo Ahmed, il responsabile eletto dal campo, ha narrato i tormenti di un inverno terribile, nelle tende non più riscaldate, con i continui sorvoli a bassa quota degli aerei turchi che bombardano le località circostanti. Ha dichiarato che "i profughi potrebbero anche tornare, se solo potessero fidarsi, ma nulla è cambiato in Turchia e anzi altri villaggi vengono ancora distrutti: non si può imporre il rimpatrio se non c'è ombra di democrazia" ed ha rivendicato il diritto dei kurdi di "non vivere in prigione, ma liberi come esseri umani".
Nel ringraziare i parlamentari il rappresentate dell'Ernk ricorda che "i profughi di Atrush hanno bisogno più di prima del vostro impegno. Vi chiediamo di sollecitare al governo italiano e all'ONU una risposta alle vostre interrogazioni e petizioni. Speriamo -prosegue Yaman- che il governo italiano compia i passi necessari presso l'ONU e che chi nel governo ha la responsabilità della cooperazione e degli interventi di emergenza collabori con le ONG disponibili provvedendo anche unilateralmente agli interventi urgenti di ordine sanitario e alimentare".

A Roma, il 18-19 aprile, una Conferenza Internazionale ("Per la Pace in Turchia e per un Dialogo sulla Questione Curda") ha riunito membri del parlamento turco, importanti esponenti turchi e kurdi di vari circoli politici e intellettuali, membri di associazioni, parlamentari europei, accademici e attivisti per i Diritti dell'Uomo da tutta l'Europa. Tra gli altri Naim Geylani, deputato dell'ANAP; Ahmet Turk e Sedat Yurttas, presidente e vicepresidente dell'HADEP; Refik Karakoc (DBP); Ertugrul Kurkcu (ODP). Tra gli esponenti delle organizzazioni umanitarie e per la difesa dei diritti umani: Akir Birdal, Nazmi Gur, Mahmut Shakkar (IHD); l'avvocato Selim Okcuoglu (TOHAV); Husnu Ondul (TIHV); lo scrittore Murat Belge; il giornalista di Radikal Gazetesi Koray Duzgoren; l'economista e docente universitario Dogu Ergil...
È stato prodotto un comunicato che "esprime l'aspirazione comune di tutti i partecipanti" e la preoccupazione che "un eventuale ritardo nel trovare una soluzione democratica, pacifica e politica alla questione kurda possa causare ulteriori distruzioni sul piano politico, economico, sociale e culturale". Per scongiurare ulteriori violenze la Conferenza richiede "una dichiarazione bilaterale di cessate il fuoco da parte del PKK e delle autorità turche ed un'attenzione contro ogni ulteriore operazione militare", oltre che "l'abolizione dello Stato di Emergenza e del sistema delle guardie di villaggio, e lo scioglimento delle forze paramilitari e delle unità illegali".
In conformità con l'art. 39 del Documento di Mosca sulla Dimensione Umana dell'OSCE, le organizzazioni umanitarie internazionali qualificate dovrebbero poter accedere all'area in questione. Dovrebbero poi cessare gli sfollamenti e i villaggi distrutti essere ricostruiti. I profughi andrebbero risarciti in ogni caso e assistiti qualora decidano di ritornare nei luoghi di provenienza.
Nel Comunicato si auspica anche l'abolizione di tutte le leggi restrittive "soprattutto quelle che vietano una libera discussione sulla questione kurda". L'identità kurda va riconosciuta e la lingua kurda usata liberamente sia nei mass media che come lingua di insegnamento nelle scuole. Soprattutto deve essere garantito il diritto del popolo kurdo di determinare il proprio futuro, oltre al "diritto dei kurdi e delle altre entità di organizzarsi in forme politiche e associazioni". Diventa quindi necessaria e urgente una "dichiarazione di amnistia generale e il rilascio di tutti i prigionieri politici e di coscienza". Tutti gli Stati membri dell'UE, il Consiglio d'Europa e le organizzazioni internazionali dovrebbero fare in modo di accertarsi del rispetto da parte della Turchia dei suoi obblighi internazionali. A conclusione della Conferenza i partecipanti si sono impegnati a continuare nei loro sforzi per ottenere "democrazia, uguaglianza, libertà, pluralismo e coesistenza in Turchia".
Ai partecipanti è giunto il saluto di Abdullah Ocalan, presidente del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). "È increscioso e paradossale -sostiene Ocalan- che, nonostante i kurdi siano i primi occupanti della regione, si neghi la loro esistenza e si voglia privarli dei loro diritti politici e culturali fino alla loro eliminazione dalla storia". Per il leader kurdo "la comunità internazionale da un lato ignora totalmente la feroce repressione, definibile unicamente come genocidio, perpetrata contro il nostro popolo e a cui assiste passivamente, dall'altro manifesta una preoccupazione puramente simbolica". Nonostante i kurdi siano una nazione che conta quasi 40 milioni di persone, posta in una regione strategicamente importante "le ormai croniche divisioni, l'impossibilità di sviluppare la nostra lingua e la nostra cultura a causa dell'arretratezza economica e sociale e la politica di assimilazione della repubblica turca, hanno impedito ai kurdi di dar voce alle loro richieste". Per Ocalan "l'essenza stessa dell'attuale Nazione Kurda" è costituita dalla sua storia di continue invasioni, occupazioni e, più recentemente, dal colonialismo più selvaggio operato dagli stati vicini mossi da politiche di annientamento. Non è quindi esagerato affermare che "il popolo kurdo è oggi uno dei popoli più repressi a livello mondiale". La Turchia attraverso la repressione e il genocidio aveva già sterminato Armeni e Assiri; se non avessero organizzato la resistenza la medesima sorte sarebbe toccata ai kurdi dopo il golpe militare del 1980. "I generali che hanno organizzato il golpe -spiega Ocalan- progettarono di annientare i kurdi e la resistenza era la nostra ultima possibilità di sopravvivenza in quanto popolo... La ragione d'essere del PKK è la salvaguardia dell'esistenza e dell'identità del popolo kurdo". Per il presidente del PKK "il problema in Turchia quindi non è quello dei diritti culturali dei kurdi, ma è la questione politica del diritto dei kurdi di vivere liberamente nella loro terra". Il PKK non ha mai rifiutato proposte di pace. In tante occasioni sono state avanzate richieste minime per il riconoscimento dell'identità del popolo kurdo e per la concessione dei diritti culturali e delle libertà politiche senza che questo mettesse in discussione gli attuali confini. Se tali richieste fossero state soddisfatte, il PKK avrebbe deposto le armi. E queste richieste, dice Ocalan, "vorremmo adesso riproporle".
Di diverso avviso a quanto pare è il governo turco. Secondo le ultime notizie provenienti dal Kurdistan, truppe turche per un totale di 100.000 uomini provvisti di un completo equipaggiamento invernale, hanno acquisito il controllo di tutti i punti strategici nell'area di Dersim per ridurre alla fame un gruppo di combattenti della resistenza, localizzarli e quindi eliminarli grazie all'impiego degli elicotteri. Quasi quotidianamente le autorità turche affermano di aver ucciso 30,40,50... persone. I metodi impiegati dall'esercito turco (dotato di tecnologie d'avanguardia), soprattutto i bombardamenti aerei con l'obiettivo dell'annientamento di massa, non possono essere definiti altro che terroristici. Più di tre milioni di persone sono state costrette a lasciare il Kurdistan. "Se un kurdo che ha aiutato i guerriglieri -continua Ocalan- viene arrestato, può essere fatto a pezzi, legato a un veicolo e trascinato o gettato da un elicottero". Ocalan ha colto questa occasione per lanciare un appello anche agli USA, alleati della Turchia che dicono di "appoggiare la lotta della Turchia contro il terrorismo". "Ma chi è il terrorista? -si chiede- Qual é la parte che si rifiuta di prendere in considerazione la pace? Riesaminate la questione. Gli interessi regionali non possono giustificare l'indifferenza nei confronti della tragedia di un intero popolo". E conclude: "Le risoluzioni e le decisioni della conferenza non dovrebbero rimanere solo sulla carta. Noi crediamo che si dovrebbe istituire un organo internazionalmente riconosciuto per seguire gli sviluppi di tali risoluzioni. Questo organo potrebbe prendere in considerazione vie per coinvolgere il PKK. Ciò permetterebbe anche di sviluppare solidarietà e dialogo con i kurdi in questo momento così delicato".


Gianni Sartori


Nota:
1 Nata nell'aprile del 1995 la televisione ufficiale kurda, Med-Tv, trasmette legalmente via satellite in tutto il mondo (anche in Italia) notiziari, documentari e programmi di intrattenimento. "Da quando è nata -dice Ahmet Yaman- Med-Tv è sempre stata nel mirino delle autorità turche, che hanno più volte cercato di interrompere le trasmissioni con pressioni presso i vari governi e tentato di disturbare il segnale del satellite". Si ricorderà, ad esempio, l'irruzione a Bruxelles, il 18 settembre scorso, della polizia belga nel palazzo che ospita gli studi, gli uffici e gli impianti tecnici: perquisizione, sequestro di numerosi documenti e chiusura temporanea della sede.


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