ADDIO AI PAESI BASCHI

 

Tornando quest’anno (2005) nei Paesi Baschi intuivo già che molto probabilmente sarebbe stato il mio ultimo viaggio in casa del “popolo più antico d’Europa”.

Quella con Euskal Herria è una lunga relazione cominciata ancora alla fine degli anni Sessanta, quando i Baschi rappresentavano nell’immaginario della sinistra (citati perfino da un cantautore come Vecchioni) un eroico manipolo di resistenti contro il franchismo. Anche a Vicenza ci fu una significativa manifestazione (in piazza Garibaldi, nel 1970 se non ricordo male) a cui partecipammo un po’ tutti, dal PSIUP agli anarchici. Era il momento del processo di Burgos quando alcuni militanti di ETA (etarras) vennero condannati a morte (pena poi commutata nel carcere a vita). Nel settembre del 1975 manifestazioni e proteste (anche l’assalto al consolato spagnolo di Venezia) vennero organizzate dovunque per protestare contro la fucilazione di due etarras (Txiki e Otaegi) e di tre militanti dell’organizzazione marxista-leninista-maoista FRAP (Fronte Rivoluzionario d’Azione Proletaria).

Avevo poi avuto modo di conoscere personalmente la situazione nel corso degli anni Ottanta e Novanta in occasione di alcuni viaggi, tentando di confrontare la questione basca con altre di cui mi sono occupato (Irlanda, Kurdistan, Sudafrica…). E qui non posso fare a meno di ricordare chi mi ha dato la possibilità di pubblicare con continuità articoli sulla questione basca (squadre della morte, tortura, violazione dei diritti umani... tutti argomenti su cui i media preferivano stendere un velo poco pietoso): il buon Vincenzo Sparagna, direttore di Frigidaire.

Alla fine, un paio di anni fa, ho raccolto le mie esperienze e varie testimonianze (soprattutto interviste a militanti dell’area abertzale) in un libro (“Indiani d’Europa – Euskal Herria”) che nelle librerie è finito accanto a testi su Toro Seduto e Cavallo Pazzo.

E proprio il libro è stato “galeotto” nel determinare questo viaggio, anche se all’entusiasmo giovanile si vanno ormai sostituendo il disincanto e la stanchezza; non tanto nei confronti dei Baschi, che godono sempre del mio rispetto, ma piuttosto nei confronti delle “lotte per un mondo migliore”.

D’altra parte, tenendo conto che la mia prima vera manifestazione (con cariche della mitica “Celere” di Padova) risale all’ottobre 1967 (davanti alla caserma “Ederle”, contro l’intervento americano in Vietnam) e che in qualche modo sono arrivato fino alle giornate di Genova 2001 (dove ho potuto apprezzare i famigerati gas CS), continuando poi con Firenze 2002, le ultime iniziative contro le guerre etc. etc. (senza dimenticare le tante manifestazioni di altro genere: per l’obiezione di coscienza, contro il nucleare, contro i traffici di armi, contro l’apartheid sudafricano, contro la vivisezione...)... posso dire, fuor di metafora, che ormai mi sarei anche rotto i coglioni? Anche perché del tanto sperato “mondo nuovo” continuo a non vedere tracce. In compenso contemplo sempre più un “paesaggio con rovine”, in espansione…

Volevo  portare il libro alle persone citate (con foto, interviste…) e farlo di persona, in particolare a Mikel, fratello del Txiki (Juan Paredes Manot) fucilato nel 1975. Ripensandoci, capisco che questo era il vero scopo del mio ultimo viaggio.

 

Il ritorno di “Zipri”

 

Arriviamo in Iparralde (Paese Basco “francese”) all’alba, dopo una corsa notturna di circa tredici ore, alla media di 150 all’ora, nonostante la pioggia e i divieti. I due simpatici veneti che mi hanno dato un passaggio sono abituati così. Da parte mia decido di tornarmene in treno. Più lento ma più sicuro.

Ci salutiamo sulla strada per  Donostia (San Sebastian).

Telefono a Xavier e mi accingo ad aspettarlo in una piazzetta con panchine e statua di ammiraglio. Il traffico è intenso; oltre la strada noto una sede di Aralar, il partito dei fuoriusciti da Batasuna su posizioni pacifiste e nonviolente.

Dopo una doverosa dormita in casa degli amici baschi, mi concedo un giro turistico nel quartiere vecchio. Casualmente intercetto Joseba Alvarez, responsabile delle relazioni internazionali di Batasuna ed ex deputato al Parlamento Autonomo Basco, con cui avevo appuntamento la mattina successiva per un’intervista. Si sta recando, in compagnia della moglie e del figlio più piccolo, ai festeggiamenti per il ritorno a casa di un prigioniero, “Zipri”.

La cerimonia si svolge presso l’herriko taberna. Sopra il banco del bar sono appese le foto degli abitanti del quartiere attualmente in prigione (una quindicina) e quando uno esce per prima cosa toglie la sua foto tra gli applausi degli amici. Il tutto con l’immancabile contorno del suono della txalaparta, le danze tradizionali, i canti e gli slogan in euskara.

Colgo l’occasione per aggiornarmi sulla situazione dei prigionieri politici, destinati a diventare una delle questioni principali (come è stato per l’Irlanda del Nord) in caso di accordi di pace e di soluzione politica del conflitto.

In tutto attualmente sono circa settecento, di cui ben 160 in Francia (addirittura più dei Còrsi che sono una sessantina). Altri sette Baschi sono in Messico e uno in Gran Bretagna. Il resto in Spagna, ma solo venti in Euskal Herria.

Rientro molto tardi e la lunga strada che sale da Anoeta (lo stadio) verso la casa di Xavier  mi appare ben più inquietante che di giorno. Alberi, parchi, addirittura un boschetto... tutto circondato dal buio. Un’auto in sosta dal mio lato (posteggiata in senso inverso a quello di marcia) evoca squadracce varie (GAL e predecessori). Una volta non ero così impressionabile; forse, come dicevo, devo aver ormai esaurito la “spinta propulsiva”...

Il giorno dopo mi dedico alle interviste; oltre a Joseba incontro anche un esponente di Eguzki (“Sole” in basco), movimento ecologista noto soprattutto per le sue battaglie antinucleari. Mi ricorda che una militante di Eguzki, Gladys, venne uccisa dalla polizia durante una manifestazione contro la centrale di Lemoiz. Molti altri vennero picchiati e incarcerati. Alla fine comunque nessuna delle numerose centrali previste in Euskal Herria venne costruita, diversamente da altre regioni della penisola iberica dove le lotte furono meno intense. Basti pensare alla Catalunya con le sue Vandellos e Ascò e i “treni nucleari” che trasportano le scorie. Attualmente, oltre che della diga di Itoiz (che definiscono “il prossimo Vajont”), quelli di Eguzki si stanno occupando soprattutto di inceneritori. Per impedirne la costruzione, ovviamente.

Verso sera partecipo ad una manifestazione (completa di banda musicale) indetta da Animalien Eskubideen  Aldeko  Elkartea (Associazione ProDiritti degli Animali) contro la corrida. Slogan  in basco (colgo ripetutamente la parola “EZ”, NO) e in castigliano, contro i toreri (definiti “asesinos”).

Molto pittoreschi i cartelli (in basco e in castigliano, come i volantini) e le magliette di alcuni partecipanti: “Lurra ta Askatasuna” (“Terra e Libertà”, in basco con il volto di Zapata); “Defensar la terra no es cap delicte” (in catalano)…

 

I fratelli del Txiki

 

Il giorno dopo partiamo per Zaraus per incontrare il fratello del Txiki di cui ho dimenticato l’indirizzo. La Herriko taberna domina la piazza principale con i suoi striscioni contro le tortura.  Spiccano in particolare due gigantografie con il volto di un compagno recentemente arrestato, prima e dopo la “cura”. In una sono evidenti le tumefazioni, i colpi ricevuti e il collare per le lesioni alle vertebre cervicali. Di sicuro impatto mediatico per i numerosissimi turisti che a Zaraus vengono per crogiolarsi in riva all’Oceano.

Incontriamo “Pili” una militante che ha trascorso molti anni in galera e sua figlia, Blanka, che mi riconosce a distanza di anni. Infatti l’avevo intervistata nel 1997 al Centro Sociale “Stella Rossa” di Bassano (poi sgombrato e demolito) durante un giro di conferenze delle Gestoras pro Amnistia.

Di telefonata in telefonata, riusciamo a contattare l’altro fratello del Txiki, Diego, più giovane.

Più tardi viene rintracciato anche Mikel che, come dieci anni fa, arriva in vespa. Ci abbracciamo, contenti entrambi di rivederci. Mi dice di aver visto la sua foto su internet (probabilmente presa dall’articolo uscito su A – rivista anarchica) e  di aver cercato di mettersi in contatto.

Colgo un leggero reciproco disagio tra Mikel e gli altri compagni; mi avevano già accennato che le sue attuali posizioni dovrebbero essere un po’ critiche nei confronti degli abertzale “duri e puri”.

Lo intuisco anche da una sua breve considerazione: «...qui molte cose sono cambiate dall’ultima volta che sei venuto...». Ma non è questo il momento di approfondire; consegno a entrambi una copia del libro e ci accordiamo per incontrarci nei prossimi giorni e parlarne un po’. Invece poi, come spesso succede, tra una cosa e l’altra ripartirò senza rivederlo...

 

Tornando con Xavier a Donosti parliamo delle persone intervistate nel mio libro e inevitabilmente ci tocca fare qualche considerazione sul tempo che trascorre, macina impietoso, sulle cose che cambiano…

Due anni fa è morto sui Pirenei, sotto una valanga, Manex Goinetxe, fondatore della sezione basca della “Lega per i diritti e la liberazione dei popoli”; nello stesso periodo è morto anche Marc Palmes, l’avvocato catalano che difese il Txiki davanti al Tribunale speciale nel 1975; il giornalista Pepe Rei  ha subito un grave incidente automobilistico (sulle cui reali dinamiche sussistono forti dubbi) e, sopravvissuto, si trova in gravi difficoltà. Un altro compagno (la cui intervista risaliva al 1995, quando aveva partecipato ad un incontro-dibattito a Vicenza), ex prigioniero politico, è gravemente ammalato; Gorka Martinez, dirigente storico di Herri Batasuna, era morto qualche tempo fa dopo una serie di arresti e detenzioni e la medesima sorte è toccata quest’anno a Jon Idigoras. È rimasta invece in Euskal Herria Eva Forest (scrittrice, arrestata e torturata in epoca franchista) che recentemente, stanca delle nuove persecuzioni, aveva dichiarato di voler chiedere asilo politico a Cuba.

Per completare il quadro Xavier mi informa che Takolo (l’unico che non sono riuscito a contattare) ha lasciato Batasuna e ora milita in un piccolo partito comunista. Anche lui comunque sarebbe stato nuovamente inquisito dal giudice Garzon (come Joseba Alvarez e tutti i maggiori esponenti ed ex esponenti di Herri Batasuna, Jarrai, Gestoras…) in quanto ex responsabile agli esteri di Herri Batasuna negli anni Ottanta.

Certo che la vita di un militante basco è dura assai…

 

Jo Ta Ke…

 

Il 15 agosto 2005 partecipo ad una manifestazione non autorizzata. Scene già viste negli anni Ottanta e Novanta, anche se in passato la repressione più dura era affidata alla Policia Nacional, mentre ora è la polizia “autonoma”, l’Ertzaintza, a sparare proiettili di gomma e a pestare i  dissidenti. Il corteo è aperto dallo striscione “Orain Herria Orain Pakea” (“Ora il Popolo, Ora la Pace”) sostenuto dai militante abertzale; in prima fila Joseba Alvarez, Pernando Barena e Juan Joxe Petrikorena, esponenti del partito illegalizzato Batasuna.

Si procede tra le grida: “Batasuna Aurrera”; “Independentzia”; “Euskal Herria Aurrera”…

La manifestazione, nonostante il divieto, si svolge ugualmente, compreso il comizio. Solo in seguito le provocazioni dell’Ertzaintza innescheranno scontri con cariche brutali, cassonetti incendiati, lanci di pietre, alcuni feriti e numerosi arresti.

Personalmente dovrò correre precipitosamente in svariate occasioni per non restare imbottigliato in qualche vicolo. Talvolta la situazione  appare un po’ paradossale; si chiacchera, ci si scambia qualche impressione con chi ti sta vicino e un attimo dopo stai correndo, travolgendo tavolini, scavalcando le siepi dei giardinetti, piegato in due per non offrire troppo bersaglio ai proiettili di gomma (che possono sempre mandarti all’ospedale). Entri in una taberna, stai bevendo una birra sulla porta e devi rientrare precipitosamente per non finire bastonato dal solito tutore dell’ordine incarognito.

E avanti così mentre si fa notte.

Scene già viste, come dicevo, anche se una volta mi divertivo di più.

 

Escursione in Iparralde

 

Salgo sul “Topo” (metropolitana di superficie) e mi dirigo verso il confine francese. Lungo il percorso intravedo scritte, striscioni, perfino qualche  murales (divenuti ormai una rarità).

Scendo al capolinea di Hendaia, in Iparralde (Paese Basco del Nord) fermamente intenzionato a dedicare almeno un giorno a spiagge e scogliere.

Noto che anche qui il bilinguismo è ormai ufficiale nella segnaletica. Nella baia un isolotto con qualche canneto è riservato agli uccelli palustri; intravedo qualche piro-piro, un cormorano e uno splendido esemplare di airone bianco. Raggiungo la spiaggia (circondata da colate di ignobile cemento) e mi dirigo verso le scogliere, ornate da alcuni faraglioni su cui l’Oceano si infrange. Per qualche ora percorro un sentiero tra prati, boschetti e frequenti scorci panoramici sulle rocce sottostanti. In questo tratto la strada è abbastanza lontana dalla costa e il paesaggio ne guadagna sicuramente.

Torno a Donosti in tempo per assistere al rientro di una strana “flotta”: battelli sostenuti da bidoni e da (orrore!) blocchi di polistirolo che spandono granellini assolutamente non degradabili nella baia. Sono i giovani (abertzale, “autonomos”, frequentatori dei centri sociali occupati, anche qualche anarquista…) che hanno organizzato una festa alternativa a quella ufficiale. Sbarcano con le loro eterogenee (ma non antitetiche da queste parti) bandiere: nera col teschio, gialla con l’aquila nera (antico simbolo della Navarra), il cerchio con la saetta, oltre all’immancabile ikurrina.

Per caso (stavolta il destino mi ha proprio dato una mano), mentre sto parlando con alcuni “antagonisti” italiani, incontro Inaki Egana, valente storico di professione, insieme al figlio che ricordavo bambino e che  ormai ci sovrasta. Dice di avermi riconosciuto dalla voce (e la cosa è inquietante) e mi aggiorna sulle sue attività. Ormai viaggia su una media di due libri all’anno, soprattutto con l’editrice Txalaparta. C’è il tempo per una birra, per scambiarci nuovi indirizzi (e qualche notizia su amici comuni) e poi mi dirigo in fretta verso Anoeta. È tardi e devo preparare lo zaino per il rientro di domani. Ci rivedremo? Quien sabe. Nella mente e nel cuore, compagni. Per sempre.

 

Jo Ta Ke

 

Gianni Sartori – 25 ottobre 2005

 

 

 

°°°° Chiedo a Joseba di  raccontarmi la storia del giovane, dall’aspetto alquanto emaciato. Mi spiega che “Zipri” è un militante già arrestato nel 1987 e  rimasto poi in carcere per due anni. In seguito continuò a militare e venne ancora  imprigionato nel 1991. Mentre si trovava in libertà provvisoria si rifugiò in Francia. Venne poi nuovamente arrestato dalla polizia francese mentre tornava dalla Svizzera con la delegazione (ne facevano parte anche esponenti della Comunità di Sant’Egidio) che stava portando avanti le trattative tra ETA e il Governo spagnolo.

Ha subito una condanna di sette anni, appena conclusa, ed è stato espulso. Dato che temeva, una volta espulso in Spagna, di subire tortura, era entrato in sciopero della fame (32 giorni); per questo appare così smagrito.

La sua famiglia lo stava aspettando alla frontiera in Catalunya (dove solitamente avvengono le espulsioni di militanti baschi dalla Francia) e invece lo hanno lasciato a Irun. Qui, mentre cercava un telefono in un bar, è stato riconosciuto da un altro compagno del suo stesso quartiere (un “autonomo”) che lo ha riaccompagnato a casa. Per la sera stessa i suoi concittadini avevano già organizzato i festeggiamenti.