PARLA AHMET YAMAN, RAPPRESENTANTE IN ITALIA DEL FRONTE DI LIBERAZIONE NAZIONALE DEL KURDISTAN (ENIYA RIZGARIYA NETEWA KURDISTAN)

KURDISTAN/ TRA REPRESSIONE E RESISTENZA

Puoi tratteggiarci i passaggi più significativi della storia del popolo curdo e quindi le ragioni che hanno portato alla nascita del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), quale strumento per la difesa e l'affermazione dell'identità curda?
Il popolo curdo è tra i più antichi del vicino oriente con più di tremila anni di storia, ma non ha mai avuto un'entità statale. Nel 612 a.C., insieme ai Persiani, sconfisse gli Assiri, leggendari per la loro ferocia: si diceva che mangiassero il cervello dei loro nemici. Leader della rivolta fu un fabbro curdo di nome Kawa.
Il carattere nomade e feudale della società curda, con il potere esercitato nelle diverse regioni dai rispettivi capitribù, non ha favorito una mentalità disponibile a riconoscersi in un'autorità centrale: volontà egemoniche, estranee agli interessi del nostro popolo hanno cercato in ogni modo di spezzare e cancellare la nostra unità e l'identità curda.
Nel 1639 (accordo di Kasiri-Sirin) si è avuta la prima divisione del Kurdistan, tra l'impero ottomano e quello persiano. La seconda, dopo alcuni secoli, decisa dal trattato di Losanna nel 1923 -con l'influenza decisiva dei paesi europei- è quella che ha sancito la divisione del Kurdistan tra la Turchia, l'Iran, l'Iraq, la Siria.
Per capire come ciò sia stato possibile, occorre considerare che i curdi hanno combattuto durante la 1ª guerra mondiale per la Repubblica Turca contro francesi e inglesi -che, come la Germania, avevano occupato il Kurdistan- in cambio della promessa di veder riconosciuta la propria identità. Ma alla fine della guerra, nonostante il Trattato di Sevres, nel 1920, avesse posto le condizioni per la creazione di uno stato curdo indipendente, i kemalisti, fautori dell'ideologia che afferma l'esistenza della sola identità turca all'interno dei confini dello stato, non soltanto disattesero gli accordi, ma diedero avvio ad una politica di assimilazione e di fortissima repressione.
Tenendo conto della non omogeneità della popolazione curda -un sistema feudale all'interno del quale si parlavano diversi dialetti e venivano praticate le più diverse religioni- si mirava ad occupare una alla volta le diverse regioni, in vista di un controllo di massa nel territorio curdo. Inevitabili scoppiarono molte rivolte, soffocate nel sangue: i kemalisti trucidarono milioni di curdi che si erano rifiutati di rinnegare la propria identità per confondersi con quella turca. Fu il periodo dello sterminio rosso.
Dopo il '40 i turchi usarono una strategia diversa per raggiungere il medesimo obiettivo di assimilazione: l'insediamento di scuole turche in ogni paese e villaggio. I bambini, sottratti alle famiglie, erano obbligati a frequentare le scuole fino all'età di 16-17 anni con il divieto assoluto di parlare curdo e la possibilità di incontrare i genitori solo una o due volte l'anno. Gran parte dei familiari di quelli che avevano partecipato alle rivolte, intanto, erano costretti all'esilio da forme durissime di repressione. Fu il periodo dello sterminio bianco.
Degna di nota la doppiezza, efficace, della diplomazia turca che riuscì, durante tutto il periodo della guerra fredda, ad avere l'appoggio sia degli Stati Uniti che dell'Unione Sovietica. Durante l'impero ottomano, benché si tendesse ad assimilare i popoli dell'impero alla cultura turca -lo stesso generale Kenan Evren, ad esempio, responsabile del colpo di stato negli anni Ottanta (i colpi di stato in Turchia si susseguono con scadenza decennale) era di origine balcanica- al Kurdistan era tuttavia concessa una qualcerta autonomia che consentiva l'istituzione di scuole locali nelle quali trovavano spazio la lingua e la cultura del mio popolo.
Lo stato secolare turco, invece, porta alle estreme conseguenze la politica nazional assimilazionista, così fino agli anni Settanta l'identità curda rimane in sonno; il popolo stesso aveva cominciato a perderne la piena coscienza. Con una legge discriminatoria, che non ha paragoni nel mondo, la nostra lingua veniva messa fuori legge (ancora oggi è proibito parlare curdo) nel tentativo di estirpare il "problema" alle radici ed impedire che altre rivolte potessero mettere in crisi l'autorità egemonica dello stato turco e portare alla completa indipendenza del Kurdistan. Ma grazie anche al vento rivoluzionario che spirava in tutto il mondo -Che Guevara, il Vietnam, le varie guerriglie di liberazione nazionale che divampavano un po' ovunque- l'identità curda, mai cancellata, trovò nuova linfa.
L'allora studente in scienze politiche all'università di Ankara, il curdo Abdullah Ocalan -futuro cofondatore del PKK ed attuale leader del partito- ed alcuni studenti turchi decisero, verso la fine degli anni Settanta, di prepararsi alla lotta armata, con un programma politico di sinistra che però non contemplava la questione curda. Un colpo di Stato nel '71 stroncò sul nascere le loro velleità: arresti quotidiani ed uccisioni in massa (molti saranno impiccati) ridussero ai minimi termini l'area legata alla sinistra radicale turca. Abdullah Ocalan è arrestato; trascorre in carcere sette mesi durante i quali valorizza la sua identità curda approfondendo la storia della sua nazione. Quando esce, insieme a due turchi, Haki Karer e Kemal Pir, promuove una conferenza ad Ankara, propedeutica ad un successivo seminario ed esordisce affermando che, all'interno dello Stato nazione turco, sono presenti due nazionalità: quella turca e quella curda.
I tre danno vita ad un movimento che fino al '75 si impegna nello studio della storia curda, nella formazione politica dei militanti e del loro inquadramento nell'organizzazione; si tratta di un lavoro prevalentemente interno. Le autorità turche seguono con attenzione il movimento; di contro, le organizzazioni di sinistra turche gli negano il sostegno politico e finanziario, nell'errata convinzione che i curdi avessero ormai perso coscienza della loro specificità etno culturale. Così, nel '75, tra i 40 e i 50 studenti decidono di rientrare in Kurdistan sparpagliandosi 2-3 per città e paesi, ottenendo un buon successo. Dopo circa tre anni, nel '78, la popolazione già li sosteneva apertamente. Nel '77, preoccupato per quello che stava avvenendo, il governo turco fa assassinare dai servizi segreti un militante turco del movimento. Il messaggio è evidente: tutti i militanti sono in pericolo di morte. Il '78 vede la nascita del PKK e la repressione si fa più brutale. Popolazioni civili vengono massacrate dagli squadroni della morte. Il colpo di Stato in Turchia nell'80 viene attuato per colpire innanzitutto i curdi e, tangenzialmente, le organizzazioni della sinistra turca. Migliaia di militanti del PKK vengono arrestati; le autorità sono a conoscenza che il PKK sta allestendo basi per praticare la guerriglia.
Nell'82 la lotta si estende nelle carceri, condotta da 7-8mila prigionieri politici. Solo 200 militanti, tra cui Ocalan, sfuggono alla repressione spostandosi in Libano per addestrarsi ed organizzare la lotta armata. Intanto nel Kurdistan la repressione prosegue ad alti livelli di intensità. Libri scritti in curdo vengono bruciati, la popolazione sottoposta continuamente a minacce e vessazioni; ma è sui numerosi prigionieri che si concentra la brutalità del governo che cerca anche di innescare dinamiche di pentimento e delazione che non trovano sbocchi.
Alcuni fondatori del partito vengono rinchiusi nel famigerato carcere di Diyarbakir. Durante il capodanno curdo -Newroz- che cade il 21 marzo e che è stato vietato negli anni Venti dalla repubblica turca, uno di questi, il turco Haki Karer, si dà fuoco per lanciare un segnale alla popolazione, seguito nel gesto, a maggio, da altri quattro dirigenti. Un mese dopo, sempre nel carcere di Diyarbakir, Kemal Pir muore dopo 65 giorni di sciopero della fame, seguito da altri quattro militanti.
Per tutto l'82 continua la preparazione alla guerriglia presso i campi palestinesi, che offrono ai 200 la possibilità di addestrarsi. I curdi contraccambiano partecipando alla guerra contro gli israeliani nella quale rimangono uccisi 20 nostri militanti. Nell'83 Ocalan indice la prima conferenza con la quale annuncia l'intenzione di tornare nel Kurdistan insieme ai 200 militanti per intraprendere la lotta armata, considerata come l'unico strumento, l'unica possibilità contro la politica etnocida del governo turco.
Il rientro in patria si accompagna ad un'azione spettacolare: un'intera cittadina viene conquistata e l'esercito turco, sconfitto, è costretto ad abbandonare il campo. Negli anni '84-'85 si avverte la necessità di creare un fronte che organizzi la popolazione e renda ancora più efficace, politicamente, l'azione armata del PKK stesso. Nasce così l'ERNK (Eniya Rizgariya Netewa Kurdistan, il Fronte di Liberazione Nazionale del Kurdistan), organizzazione interclassista di intellettuali, studenti, operai, rappresentativa di ogni settore della società curda, un fronte ampio che gode di un notevole sostegno di massa e che opera anche fuori dai confini del Kurdistan per far conoscere la lotta di autodeterminazione del popolo curdo.
I nostri militanti si stabiliscono temporaneamente all'estero dove, imparando la lingua del posto, fanno da cassa di risonanza a quanto avviene in Kurdistan; in questo modo la cortina del silenzio imposta dal governo turco viene largamente contrastata e le notizie date quasi in tempo reale.
La guerra dura ormai da 12 anni (con l'inizio della lotta armata nell'84, ndr), smentendo tutte le previsioni fatte, di tempo in tempo, dai vari governi turchi che, confondendo il desiderio con la realtà, ci danno per spacciati sempre nell'arco di un paio di mesi, quando non di settimane. L'A.R.G.K. (Esercito Popolare di Liberazione del Kurdistan) può contare su 50mila uomini/donne ed un sostegno enorme tra la popolazione; controlla le montagne ed anche alcune città dove l'esercito turco non può mettere piede ed è riuscito a fermare, con un contrattacco, un'offensiva di 10mila soldati turchi ai primi di novembre ('96) sul confine turco irakeno.
La lotta armata, oltre a svolgere un ruolo insostituibile di autodifesa, serve a mantenere viva la coscienza identitaria ed è uno strumento per aprire il dialogo ed arrivare ad una soluzione negoziata del conflitto. È dovere di ogni popolo combattere, anche con le armi se necessario, per difendere i propri diritti e la democrazia.
Accanto all'esercito abbiamo creato tutte le strutture di cui uno Stato ha bisogno per rappresentare gli interessi del popolo. Non è stato un lavoro facile, ostacolato dalla repressione turca e -come ho già accennato- dalla società feudale che non ha potuto modernizzarsi, come per altre popolazioni, proprio a causa della mancanza di autodeterminazione che ha caratterizzato gran parte della storia curda. Ora il popolo è pronto; il PKK ha lavorato perché l'obsoleta logica feudale fosse superata anche sul piano -altrettanto fondamentale- della mentalità. Grossi passi avanti sono stati fatti.
Come dicevo, è nostra intenzione aprire il dialogo con Ankara ed è in questa prospettiva che abbiamo per ben due volte proclamato il cessate il fuoco unilaterale. Il primo è durato 83 giorni a partire dal marzo '93, il secondo quasi 9 mesi da dicembre al 15 agosto '96. In entrambe le occasioni non c'è stato alcun segnale positivo da parte del governo turco, che ha anzi risposto continuando a bruciare villaggi e ad operare massacri tra la popolazione. All'interno dello stato più di un politico sarebbe favorevole ad una soluzione negoziata del conflitto, ma si ha paura ad esprimere pubblicamente quest'opinione per timore della vendetta dei militari, il cui potere si estende anche nell'ambito delle scelte politiche.
Rilevante è la presenza della mafia nello stato turco. Il 4 novembre ('96), in un incidente stradale presso Bursa, due uomini muoiono ed uno resta ferito. Sono Abdullah Catli, morto. Assassino di sette militanti del Partito dei lavoratori (un'organizzazione della sinistra turca) nel '77, membro dei Lupi Grigi, fece evadere dal carcere Alì Agca, cui fornì le armi per l'attentato al Papa. Arrestato nell'85 a Parigi per traffico di droga, estradato in Svizzera, evaso dopo un anno. Inseguito da undici anni da mandato di cattura internazionale.
Hussein Kocadag, morto. Addestrato negli USA, ex vice capo della polizia di Istanbul (quando ne era a capo l'attuale ministro dell'Interno Mehmet Agar, suo intimo amico), poi direttore dell'Accademia di Polizia, organizzatore delle squadre speciali di polizia che operano in Kurdistan.
Sedat Bucak, ferito. Capo dell'omonimo clan nell'area di Siverek, dove dirige la milizia filogovernativa "Guardiani del villaggio". Oggi deputato del partito islamico di governo Dyp; fra il '93 e il '94 la sua milizia si è resa responsabile di decine di attentati, incendi, sparizioni e aggressioni ai danni di militanti, dirigenti e deputati del partito curdo Dep e sindacalisti.
Lo scandalo è enorme. Il trafficante ricercato viaggiava con documenti e lasciapassare rilasciati dalla polizia. È uno squarcio di luce sullo "Stato criminale" che organizza la 'guerra sporca' in Kurdistan, così come il traffico di droga (l'80% dell'eroina in Europa è di provenienza turca). Il ministro dell'Interno Mehmet Agar è costretto a dimettersi dopo lo scandalo: già capo della polizia turca, è responsabile, da ministro, della morte di 24 detenuti (di cui, disse, non si doleva affatto) ed indicato in vari rapporti come organizzatore di attività terroristiche contro il PKK. Per non dire di Tansu Çiller, vice premier e ministro degli Esteri, il cui nome è varie volte emerso in inchieste di mafia; due sue guardie del corpo furono uccise da mafiose mentre erano con mafiosi... È la dimostrazione dell'intreccio tra guerra e corruzione, tra guerra e traffici. E viceversa, del legame tra diritti del popolo curdo e democratizzazione dello Stato turco, giacché fino a quando non sarà risolta la questione curda non ci potrà essere democratizzazione e sviluppo dei diritti umani in Turchia.

Cosa è accaduto dopo la fine del secondo cessate il fuoco, dal punto di vista militare?
C'è stato un attacco in grande stile contro l'esercito turco. Diverse zone sono state liberate e sono ora controllate dall'ARGK. Si è deciso inoltre di portare la lotta anche nelle metropoli turche, non soltanto a livello militare ma attraverso la lotta popolare, nelle piazze, con manifestazioni, con propaganda politica tra la popolazione turca. In quest'azione siamo aiutati dalla sinistra turca e da organizzazioni pro curde.

Qual è la funzione dei partiti turchi a base curda nella strategia della lotta per la liberazione nazionale?
Nel '91 fu creato l'HEP (Partito del Lavoro) e dopo qualche tempo fu messo fuori legge; venne così fondato il DEP (Partito della Democrazia) nel '94 che subì la stessa sorte, con l'immunità parlamentare negata ai suoi 22 deputati costretti a fuggire all'estero, dove hanno dato vita al parlamento curdo in esilio. Emblematico è il caso della parlamentare Leyla Zana condannata a 15 anni insieme ad altri deputati per reati di opinione. Infine è nato l'HADEP (Partito della Democrazia del Popolo) il cui principale obiettivo è di aprire il dialogo con proposte di pace, le stesse d'altro canto che propone il PKK. Se il governo turco non vuole o non può ancora accettare il dialogo con il PKK, potrebbe cogliere l'opportunità che gli offre l'HADEP.
L'HADEP è il primo partito nel Kurdistan turco con il 53% dei voti nelle ultime elezioni svoltesi nel dicembre '95, ma a causa dello sbarramento del 10%, istituito ad hoc, non può essere rappresentato in Turchia. Da due anni, cioè dalla sua nascita, sull'HADEP oltre a pendere accuse di terrorismo si è abbattuta la violenza di Stato: distruzione di sedi, arresti e, particolarmente dal '90, oltre cento attivisti (dei due partiti -HEP e DEP- prima e dell'HADEP poi) sono stati assassinati. Migliaia sono i casi di tortura.
Nel luglio '96, 30mila persone hanno partecipato ad Ankara al congresso del partito, testimoniando un appoggio popolare considerevole. Il governo turco ha già avviato il procedimento per metterlo fuori legge; il 22 novembre scorso si è avuta la terza udienza al processo aperto dalla Corte di Sicurezza dello Stato contro l'HADEP. Due giovani rischiano la condanna a morte, accusati di aver ammainato la bandiera turca durante il congresso del partito, e 43 dirigenti, tra cui il presidente Murat Bozlac, rischiano fino a 22 anni di carcere per l'accusa di separatismo e legami con il PKK. Sconosciuti invece gli assassini di 4 delegati curdi, che facevano ritorno a casa all'indomani della violenta irruzione della polizia nella sede del congresso.

Quali sono le prospettive politiche del PKK?
Lottiamo per costituire una federazione democratica garante dell'unità del popolo curdo e dei diritti delle minoranze presenti sul territorio; fautori di un socialismo democratico e popolare, auspichiamo un modello di democrazia partecipativa dove non sia negata la libertà personale ma tutti abbiano la possibilità di intervenire nelle scelte che più direttamente li riguardano.
Siamo anticapitalisti, ma anche contrari al socialismo reale così come si è realizzato nell'ex URSS. Abdullah Ocalan ha scritto un libro nel quale ha criticato profondamente questo sistema che ha dimenticato le necessità della popolazione impedendo la realizzazione di un'autentica democrazia popolare.
Non crediamo che esistano ricette valide ovunque; l'analisi marxista può essere efficace in determinate circostanze ma per noi deve essere sempre verificata nella realtà che spesso smentisce perfette analisi ideologiche.

Puoi spiegarci, con esempi, come il PKK gestisce i territori liberati, dal punto di vista politico, sociale ed organizzativo?
È difficile, perché la guerra in corso condiziona la possibilità di un autogoverno autentico della popolazione, come noi auspichiamo. Posso però dirti che, a partire dal '90, quando abbiamo preso il controllo delle montagne, i tribunali si sono svuotati perché la partecipazione popolare, ampia in ogni settore, riduce al minimo i contrasti, venendo ogni controversia chiarita all'origine.
La milizia popolare che abbiamo costituito, sostituendo le vecchie strutture di repressione turche, è composta da milioni di curdi ed opera attivamente sul territorio pronta ad aiutare la popolazione ed a raccoglierne le istanze...

Qual è il ruolo delle donne nella vita della comunità e nella guerriglia?
Le donne hanno portato un grande cambiamento nella lotta. Inizialmente non veniva accettato che potessero combattere in montagna; devi considerare che nella società curda l'atavica subalternità ha seminato paure nelle donne, perfino timore del proprio marito. L'Islam ha creato una società chiusa a discapito dei diritti delle donne. Per quanto ci riguarda, al nostro interno -mi riferisco al PKK ed alle organizzazioni collegate- non ci sono discriminazioni e lottiamo anche perché questo tipo di mentalità diventi patrimonio comune di tutto il nostro popolo. Pensa solo ai cambiamenti che si stanno già vedendo dopo tre-quattro anni di lotta armata, grazie anche alla loro grande determinazione. Sempre più spesso i genitori lasciano che le loro figlie vadano a combattere, quando fino a poco tempo fa non sarebbe stato permesso loro neanche di uscire di casa! Ora ci sono più di 5mila guerrigliere sulle montagne.
È stata creata, inoltre, un'organizzazione molto forte che opera sia in Turchia che in Europa, il "Movimento Indipendente delle Donne Curde", che conta 10mila militanti; insieme alla difesa dell'identità curda ed alla lotta per i diritti negati al mio popolo, si batte per un ruolo di primo piano della donna nella nostra società.
Gli esempi di coraggio che hanno fornito fino ad ora sono notevoli. Due militanti si sono date fuoco a Mannheim, in Germania, per protestare contro il governo tedesco che ha messo fuorilegge il PKK e l'ERNK; si chiamavano Beriwan e Ronaxi.
Il 30 giugno '96, Zeynep Kinaci, una guerrigliera ventiquattrenne dell'ARGK, ha ucciso nove soldati turchi gettandosi in una parata militare nella città di Tunceli (Dersim) e facendo esplodere una bomba nascosta sotto i vestiti. Ha lasciato diverse lettere, una delle quali indirizzata al presidente del PKK, Abdullah Ocalan.
Il 25 ottobre '96, Leyla Kaplan, 17 anni, una ragazza curda, nascondendo una bomba in modo da sembrare incinta, ha ucciso quattro poliziotti in un attacco suicida alla stazione di polizia della città di Adana per protestare contro le atrocità commesse dall'esercito turco.
Da noi le donne partecipano a tutte le decisioni e posso dire che ci hanno permesso di portare avanti la nostra lotta. Senza di loro che combattono al nostro fianco sarebbe stata molto più dura. Recentemente è stata creata una divisione dell'esercito composta soltanto da donne...

Perché?
Parlando in termini più generali, la condizione di subalternità delle donne non mi sembra sia granché cambiata nel mondo; da noi la società feudale non ha certo contribuito alla loro emancipazione ed è per rompere definitivamente con la mentalità che le vede subordinate che abbiamo deciso di creare una divisione esclusivamente femminile. Per dimostrare coi fatti ciò che non avrebbe bisogno di essere dimostrato, ossia che le donne possono condurre la lotta armata bene almeno quanto gli uomini e sono a loro pari, nella diversità, in ogni campo.

Risalto particolare, pur nel silenzio pressoché generalizzato dei media sulla questione curda, ha avuto lo sciopero della fame di questa estate. Quali obiettivi si proponeva?
Le richieste erano espresse in 24 punti ma voglio precisare che furono i curdi che cominciarono lo sciopero della fame il 27 marzo '96: 10mila militanti prigionieri si davano il cambio ogni 10 giorni. Poi, verso aprile-maggio, aderirono anche i prigionieri della sinistra turca, ed alcune di queste organizzazioni decisero di portarlo avanti fino alle estreme conseguenze. 12 muoiono, tra turchi e curdi. Infine a luglio si arriva ad un accordo che, pur non contemplando la totalità delle richieste, prevedeva migliori condizioni per tutti i prigionieri e la fine del sistema carcerario repressivo. Eppure, benché minimi -ad esempio non c'era quello sullo statuto di prigionieri di guerra- i punti dell'accordo non sono stati nemmeno rispettati.
Lo sciopero è quindi ripreso, quasi senza soluzione di continuità con quello appena concluso, condotto da curdi e conclusosi con la morte di quattro militanti.
Da settembre, prigionieri curdi stanno preparando una mobilitazione nelle carceri; il governo, venutone a conoscenza, ha sferrato un attacco contro una quarantina di militanti ammassati nella stessa cella nel carcere di Diyarbakir. 11 sono stati uccisi a bastonate, 20 sono rimasti feriti. È quindi iniziato il terzo sciopero della fame conclusosi il 14 novembre con un accordo simile al precedente, nuovamente disatteso e seguito dalla repressione, triste costante nella storia del popolo curdo. Una donna, è notizia di pochi giorni, è stata trovata impiccata, nella sua cella, nel carcere di Urfa.

Qual è la vostra posizione sulla NATO?
Come è noto, la Turchia è un membro della NATO. Per potervi aderire ha dovuto sottostare ad alcune condizioni tra le quali quella di partecipare alla guerra di Corea. Ma in realtà il governo turco inviò solo curdi che in migliaia persero la vita. Con la fine della guerra fredda, la Turchia ha assunto una posizione strategica per gli Stati Uniti ed i suoi alleati; se si esclude Israele, infatti, la presenza statunitense nella regione è osteggiata da vari paesi, anche nemici tra loro, come l'Iraq e l'Iran.
La NATO, d'altro canto, rappresenta un fondamentale sostegno finanziario per la Turchia: lo scorso anno ha stanziato 7 miliardi di dollari americani per spese militari, unicamente in funzione anti PKK, arrivando quest'anno a 10 miliardi. Un'escalation di cui è difficile intravedere la fine, con parte della somma coperta dall'organizzazione atlantica. Il PKK ha più volte messo in guardia i paesi aderenti alla NATO che la loro politica di sostegno al regime repressivo turco li rende corresponsabili e li espone a subirne le conseguenze.

Qual è la posizione del PKK nei confronti delle organizzazioni del PDK (Partito Democratico del Kurdistan) di Masoud Barzani e del PUK (Unione Patriottica del Kurdistan) di Jalal Talabani, che combattono una guerra che non risponde alle esigenze di liberazione del popolo curdo ma agli obiettivi dei due stati stranieri che le appoggiano: l'Iraq e l'Iran? Come intende agire per porre fine, definitivamente, ad una guerra fratricida e canalizzare le forze contro i veri oppressori?
Una premessa: il popolo curdo ha sempre lottato, in ognuna delle quattro zone occupate, contro gli Stati oppressori. La parte turca del Kurdistan oltre ad essere la più grande è anche quella che condiziona il destino di tutta la nazione curda. La guerra che lì combattiamo ha quindi un valore fondamentale. Forse pochi sanno che il PKK è più forte del PDK nel Kurdistan iracheno; tutta la montagna è sotto il controllo dei nostri militanti. Ciò detto, riteniamo importante riuscire a trovare una forma di collaborazione con queste organizzazioni e per quanto ci riguarda cerchiamo, fin dove è possibile, di evitare lo scontro armato. Siamo sempre pronti a dialogare sottolineando che non si possono ottenere risultati soddisfacenti e duraturi fintantoché si dipende da forze esterne. È una considerazione ovvia ma che va comunque ribadita, visto che l'obiettivo dell'unità nazionale ha come precondizione l'assoluta autonomia delle organizzazioni curde da interferenze esterne.
Nell'83 trovammo un accordo con il PDK e con il PUK, che ha avuto un andamento altalenante sfociato nella guerra del '92, quando fummo attaccati dall'esercito turco insieme al PDK e al PUK. Due mesi di guerra non bastarono a sconfiggerci ed alla fine le due organizzazioni furono costrette a siglare un accordo che riconosce la nostra autorità in alcune zone del Kurdistan iracheno. Questa guerra ha avuto un effetto boomerang per loro poiché la popolazione curda nel Kurdistan iracheno, da quel momento, ha cominciato a sostenerci.
Quest'ultimo conflitto del '96 (tra il PDK e il PUK, ndr) è stato originato da forze esterne, come hai accennato nella domanda. Gli Stati Uniti, l'Inghilterra e, ovviamente, la Turchia hanno peraltro chiesto al PDK ed al PUK di attaccarci, ottenendo un rifiuto.
Stiamo organizzando da un anno e mezzo un congresso nazionale che comprenda tutte le organizzazioni curde presenti nel territorio curdo, compresa una delegazione del parlamento curdo in esilio. Abbiamo invitato 23 tra partiti ed organizzazioni; il PDK ed il PUK hanno posto un veto incrociato, ma non disperiamo di poter avere entrambe.


BACK-34.GIF (1142 byte)