Teheran dopo Baghdad? Gli eventi ‘recenti’ e in corso, nella spirale di azioni e reazioni, innescata dall’aggressività di Washington nello scacchiere arabo-centroasiatico, delineano l’apertura di un nuovo fronte di guerra. Stavolta contro l’Iran, ma con un occhio strategico rivolto soprattutto ad est, verso Pechino.

Nello specifico, un conflitto tra imperialismo con ambizioni planetarie (Stati Uniti) e politica di sicurezza regionale (Iran). A ben vedere, sullo sfondo dello scenario globale, qualcosa di ben più rilevante nel rivolgimento in atto degli assetti mondiali. Nel terzo paragrafo si legge la politica di fase di Teheran. Preliminarmente, nei primi due paragrafi, accenni storici e di geopolitica sull’Iran.

 

 

L’INCUBO GEOPOLITICO DELL’IRAN

– nella “Guerra Infinita” imperiale degli Stati Uniti –



Questo breve scritto si propone di analizzare la fase storica dell’imperialismo statunitense in Medio Oriente, nello specifico i rapporti tra USA e Iran, alla luce di considerazioni geopolitiche di fondo sul peso e sul ruolo iraniano nelle relazioni internazionali. L’Iran, infatti, già dal 1979 nella “lista nera” dei paesi “nemici” di Washington, è stato inserito da quest’ultima, subito dopo l’11 settembre 2001, nella “nuova lista nera” dei paesi componenti il cosiddetto “Asse del Male”, una copertura ideologico/demonizzante per definire le nazioni non subordinatesi al Washington Consensus, o aventi regimi politici ritenuti da Casa Bianca e Pentagono “non affidabili” per il perseguimento dei propri interessi.

1. Lineamenti di geopolitica dell’Iran


L’Iran è geopoliticamente definibile come paese-cerniera tra il Golfo Persico e l’Asia centrale. Nel senso stretto del termine, l’Asia centrale comprende le ex repubbliche sovietiche del Turkmenistan, Tagikistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakistan. In senso più ampio, e più utile sul piano di considerazioni storico/politiche di un certo respiro, l’Asia centrale è l’insieme delle terre storicamente contrassegnate dal dominio turco e persiano, che si estendono quindi da Istanbul al limitare della Mongolia, passando per Azerbaigian, Afghanistan e Iran, e per le 5 repubbliche ex-sovietiche citate. Se si accetta questa definizione ampia, si comprende come l’Iran sia il paese della macro-regione con più profondità geopolitica, in quanto si affaccia al Nord sul Mar Caspio, che divide i confini settentrionali tra Azerbaigian (Ovest) e Turkmenistan (Est), e al Sud sul Golfo Persico.

 

 

Il Mar Caspio e il Golfo Persico racchiudono gran parte delle risorse energetiche della vasta zona centro-asiatica e mediorientale. È quindi quasi superfluo metterne in luce l’importanza strategica. Inoltre, l’Iran è il punto di passaggio tra l’Iraq, con cui confina ad Ovest, e l’Afghanistan (Est), ma anche il Pakistan (Sud-Est), diventando dunque una via verso il sub-continente indiano e i mari caldi del Sud. Se la situazione è complessa sul piano geografico/fisico, non meno importante è il fattore geografico/umano, cioè il piano “etnico”, culturale, religioso e storico. Erede dell’impero persiano, l’Iran è il cuore pulsante dell’Islam sciita, rivivificato ulteriormente dalla rivoluzione khomeynista (1979). Gli sciiti rappresentano l’89% della popolazione a fronte di un 9% di sunniti. La politica estera di Teheran dal 1979 a oggi è stata spesso considerata come frutto sia degli interessi di sicurezza classici, sia delle ambizioni di esercitare influenza politico/religiosa in altre parti del mondo musulmano. Nella sua composizione, la nazione iraniana è patria di persiani (maggioranza), azeri (vi è una importante enclave), e poi, con percentuali modeste, turchi, arabi, beluci, curdi, gilaki, mazandarani. La nazione iraniana moderna ingloba parte dell’Azerbaigian (Azerbaigian-Naxcivan) e del Belucistan (Sud-Est), questioni poco note ma che conviene tenere a mente, soprattutto nel caso azero, per comprendere alcuni aspetti della politica estera di Teheran.


2. Teheran e le grandi potenze


Lo storico iraniano Firouzeh Nahavandi[1] rileva come le origini della moderna nazione iraniana siano da rilevarsi nella «disperata lotta per l’indipendenza» in cui il paese si gettò nel XIX secolo, allorché «si trovò coinvolta nel pieno del conflitto inter-imperialista russo-britannico». Londra era presente nella regione per via della propria spinta colonizzatrice nel subcontinente indiano, e Mosca cercava, appunto, di contrastarne il dominio e di garantirsi l’accesso all’Oceano indiano. Il dominio britannico in varie regioni mediorientali, oltre che in India e Pakistan, fu poi sostituito da quello statunitense nel corso del XX secolo e in particolare dopo il 1945. Alla contrapposizione russo-britannica si sostituì quella sovietico-statunitense, con l’ulteriore questione della presenza israeliana in Medio Oriente. L’Iran sperimentò il vero significato del dominio statunitense nel 1953, quando il presidente Mossadeq venne rovesciato per volere della CIA[2] in seguito alla sua intenzione di nazionalizzare le riserve energetiche. Gli eventi di quell’anno sono una perfetta ed emblematica illustrazione della mancanza di sovranità effettiva da parte delle nazioni gravitanti nell’orbita USA. Eliminato Mossadeq, gli USA controllarono abbastanza agevolmente la situazione politica iraniana fino all’avvento della rivoluzione khomeynista del 1978-79, conclusasi con uno smacco per Washington proprio mentre i sovietici invadevano il vicino Afghanistan. Non possiamo, in questa sede, dilungarci sulla storia dei rapporti Iran-USA negli ultimi 25 anni, né sulle cause e gli effetti del conflitto contro l’Iraq di Saddam Hussein (1980-88). Si tenga solo a mente che, per la “profondità geopolitica” precedentemente accennata, l’Iran si trova da un lato a doversi difendere dalle mire delle grandi potenze (Russia, Gran Bretagna, URSS, USA), dall’altro a poter esercitare un ruolo di potenza regionale, sulla base di una memoria storica in parte imperiale (l’antica Persia), ma in gran parte contrassegnata da un’infinita serie di invasioni (Greci, Arabi, Turchi, Britannici, Russi, Afgani, Mongoli). Per questo motivo, rileva Nahavandi, un’analisi del lessico politico usato dalla classe dirigente iraniana mette in luce la massiccia presenza di concetti come “spia” o “marionetta nelle mani di qualcuno”, perché Teheran teme che qualche grande potenza (in particolare la Russia e gli Stati Uniti) possa fomentare e finanziare movimenti separatisti all’interno per “dislocare” la nazione iraniana.


3. L’Iran dopo la guerra statunitense all’Iraq


All’indomani dell’11 settembre 2001, Teheran ha capito senza troppe difficoltà che sarebbero state scatenate delle guerre in punti sensibili per i propri interessi. Ha allora deciso di giocarsi le proprie carte, senza attendere conferme superflue dalle azioni statunitensi. Non si dimentichi che, meno di un mese dopo gli attacchi contro New York e Washington, gli USA scatenarono la guerra all’Afghanistan talebano, rovesciando il regime, distruggendo alcune (almeno ufficialmente) basi di Al-Qaida, e impiantandosi militarmente in Asia centrale in apparente accordo con Mosca (in realtà, suscitando malumori negli ambienti putiniani e sciovinisti russi).

Inoltre (siamo nel 2001-2002), Teheran sapeva che il rovesciamento di Saddam era in preparazione. Tale rovesciamento, d’altronde, era nell’agenda dei neoconservatori –nucleo duro dell’amministrazione Bush– sin dal 1992[3]. Teheran decide di partecipare con la propria intelligence agli avvenimenti. Alcune indiscrezioni, messe in circolo dalla CIA la scorsa estate, parlano di Ahmed Chalabi (faccendiere iracheno utilizzato dagli statunitensi e inizialmente candidato, dal Pentagono, a primo ministro dell’Iraq), come un agente iraniano infiltrato ad altissimo livello. Ciò non può essere dato per certo. Di sicuro, tuttavia, Teheran esercita influenza nell’Iraq occupato attraverso gli ayatollah sciiti, soprattutto il Grande Ayatollah al-Sistani. Teheran può raggiungere due obiettivi: 1) liberarsi di Saddam, che era un nemico regionale storico; e 2) impiantarsi (come potenza  influente, non però espansionista nel senso “classico” della conquista) in Iraq. Ciò rafforza la propria sicurezza, sebbene, al contempo, provochi un pericoloso avvicinamento alle proprie frontiere delle infrastrutture militari USA. Per fronteggiare questo pericolo, l’Iran avrebbe favorito, e attivamente appoggiato, una guerriglia suscettibile di tenere gli USA, impantanati, lontani da altre aggressioni, in primis contro se stessa[4]. Nel frattempo il governo di Teheran, per ottenere il combustibile che alimenti le centrali nucleari per fini civili, annuncia l’avvio del processo di arricchimento del minerale d’uranio. Dichiarazioni che hanno innescato l’accusa –pretestuosa da chi (USA ed Israele) peraltro ne promuove e ne prolifica– di voler coprire ricerche militari e l’attivazione di programmi di armamento nucleare[5].

Nel complesso comunque, un Iran più forte, influente in Iraq oltre che in Libano, rappresenta, puramente e semplicemente, l’incubo geopolitico di Israele[6]. Gli sviluppi degli ultimi 6 mesi sembrano avvalorare questo scenario. In effetti, gli sciiti si dimostrano capaci di tenere in scacco le truppe USA in episodi come Najaf, mentre gli Hezbollah sciiti sono attivi dal Libano in Palestina e in Iraq...

Ora, la questione del Darfur (Sudan), di cui si parla molto, ultimamente, sembrerebbe slegata dal contesto. In realtà non lo è, perché come ricordano Nahavandi e altri storici iraniani, sin dai tempi di Khomeyni i rivoluzionari iraniani hanno lavorato per estendere la propria influenza in Sudan, non tanto sul piano “confessionale”, quanto su quello strategico e politico[7]. Soprattutto, è bene non sottovalutare che il Sudan rappresenta la sponda sud-ovest del «Medio Oriente allargato»[8], oltre ad essere un terreno di competizione tra USA/Israele/Arabia Saudita e Iran.

 

 

Non solo. Gli USA hanno basi in Iraq, ma controllano di fatto anche l’Azerbaigian[9]. Quest’ultimo è delicato per Teheran, perché 6 milioni di iraniani sono azeri e Baku è destabilizzante per l’Iran, tanto è vero che Teheran –con buona pace dei seguaci di Huntington e del presunto scontro di civiltà fondato sulla religione– appoggia l’Armenia cristiana contro gli azeri musulmani[10] in Nagorno-Karabakh[11]. Controllando militarmente Afghanistan, Azerbaigian e Iraq, gli USA hanno praticamente circondato l’Iran.

Per Israele, a questo punto, è vitale indebolire Teheran e possibilmente spazzare via i mullah, creando uno stato filo-statunitense debole e diviso. In caso di guerra vittoriosa contro l’Iran, da parte imperialista si cercherebbe di creare una serie di piccoli staterelli federati e litigiosi. La distruzione della nazione iraniana, appare dunque uno dei prossimi grandi obiettivi israelo-statunitensi. Un obiettivo da perseguire entro poco tempo, per evitare che Teheran si doti effettivamente di arma atomica, rendendo il tutto molto più difficile.

4. Conclusioni


La “guerra al terrorismo”, e in particolare la tappa irachena, ha da un lato permesso agli USA di impiantarsi militarmente in Asia centrale e in Iraq, e dall’altro sconvolto i già precari equilibri di queste due aree, spingendo varie piccole e medie potenze regionali (Georgia, Iran, Pakistan, la stessa Turchia) a rivedere le proprie posizioni in base alla percezione della politica statunitense nei propri confronti. Siamo ben lontani dalle banalità sull’intrinseca rapacità dell’Islam, che –secondo i sostenitori delle tesi dello scontro di civiltà– starebbe lanciando un attacco al cosiddetto “Occidente” a scopo di conquista. In realtà, il cosiddetto “Nuovo ordine mondiale” si trasforma in nuovo disordine mondiale precisamente in seguito al tentativo statunitense di riscrittura del sistema internazionale post-bipolare, con il chiaro intento di dominarlo geopoliticamente e capitalisticamente.  In definitiva, per l’Iran, il tempo stringe. Il pericolo di una guerra all’Iran nonostante l’impantanamento in Iraq sta crescendo[12], come spiega William Pfaff sulla International Herald Tribune dello scorso 26 agosto: «Si specula molto se le elezioni presidenziali americane porteranno con loro una ‘sorpresa’», perché se da un lato «è difficile immaginare che l’Amministrazione voglia ulteriori problemi in Medio Oriente, dato che è ben lontana dal risolvere quelli già presenti», è anche vero che «un’altra teoria afferma che una guerra più estesa sarebbe migliore per gli USA, dato che il conflitto attuale è percepito come un tipo di guerra sbagliato».

 

Indipendenza

24 settembre 2004

 

 

Note
[1] Contested Borders in the Caucasus, cap. 6.

[2] Per i documenti che provano questa interpretazione, cfr. The National Security Archive, sito: http://www.gwu.edu/~nsarchiv/NSAEBB/NSAEBB126/

[3] The New York Times, 8.3.1992.

[4] “Strategic Forecasting”, 24.6.2004.

[5] Il Foglio, 3.6.2004.

[6] The New York Times, 21.6.2004.

[7] cfr. Le Figaro, 28.7.1993, 6.8.1993 riportato da Nahavandi; cfr. anche la notizia della volontà di Khartoum di approfondire i legami con Teheran sul piano industriale, in particolare nel settore dei trasporti, riportata dalla Islamic Republic News Agency (iraniana) il 9 settembre.

http://www.irna.ir/?SAB=OK&LANG=EN&PART=_NEWS&TYPE=PO&id=20040909130311F19
[8] Le Figaro, 10.2.2004. Vedi anche

http://alternativelibertaire.org/index.php?dir=journal/al130&page=130_11.htm&n=1

L’idea di “Grande Medio oriente allargato” è stata formulata insieme alla cosiddetta “guerra al terrorismo”, sebbene ufficialmente presentata nel febbraio 2004 e poi discussa nel corso del G-8 dello scorso giugno. L’idea è di «rimodellare il paesaggio politico» dei paesi compresi tra la Mauritania e il Pakistan, impiantando, dove “necessario”, dei governi filo-statunitensi. Ufficialmente, ciò avverrebbe appoggiando “l’Islam moderato” contro quello “fondamentalista”, per risolvere il problema del “terrorismo” e favorire la soluzione del problema palestinese (secondo i desiderata di Washington, ovviamente).

[9] Baku fa parte dal 1994 della Partnership for Peace della NATO e ha recentemente espresso la sua volontà di approfondire i legami militari con gli USA.

[10] «L’Iran ha guardato con sospetto sin dal 1991 –anno della sua indipendenza– l’ex Repubblica sovietica dell’Azerbaigian», Daily Star, 01.09.2004. Gli azeri, importante minoranza in Iran, hanno goduto di una certa influenza nelle élites politiche iraniane sin dal XIX secolo. Un rafforzamento della repubblica azera a scapito dell’Armenia viene percepito come un pericolo da Teheran, in quanto potrebbe poi rivendicare parti del territorio azero facente parte dell’Iran, o esercitare un’attrazione nei confronti della stessa minoranza azera in Iran.

[11] Repubblica autonoma a maggioranza armena, posta nel 1924, dai sovietici, sotto il controllo azero.
[12]
«Se Washington si “convincerà” che Teheran è vicina a dotarsi dell’atomica, ci si potrà aspettare un conflitto», cfr. “Strategic Forecasting”, giugno 2004.