GEORGIA

Uno snodo della conflittualità nel Caucaso, tra resistenze nazionali e imperialismo

 

I lettori del notiziario quindicinale di “Indipendenza” avranno notato come, negli ultimi tempi, la repubblica caucasica ex-Sovietica della Georgia occupi un posto fisso nelle notizie internazionali. La Georgia è oggi uno degli snodi della conflittualità nel Caucaso, regione da sempre crocevia di interessi strategici ed economici di grandi potenze, che si intrecciano in una regione particolarmente ricca di storie nazionali, di regioni in contrasto, di popoli spesso poco conosciuti.

Lo Stato nazionale georgiano è lacerato da spinte indipendentiste nell’Abkhazia (Nord-Ovest) e nell’Ossezia del Sud (Nord). Tali questioni nazionali sono oggetto, a loro volta, di manovre strumentalizzanti da parte di Mosca, che spera così di strappare larghe fette di territorio al controllo di Tbilisi, dal momento che questa è di fatto entrata nell’orbita statunitense ed è occupata in intensi negoziati per entrare a far parte della NATO. A tali questioni nazionali, va aggiunta la questione dell’Agiaria (Sud-Ovest), mentre da tenere d’occhio è la Javakhetia (Sud), regione popolata da armeni, che non ha mai chiesto l’indipendenza dallo Stato centrale, ma la cui economia è pressoché dipendente dalla base russa di Akhalkalaki, in cui più della metà dei militari presenti è stata reclutata tra la popolazione locale. A tal proposito, va detto che Mosca, al momento, è presente in Georgia con truppe d’interposizione nell’Ossezia del Sud e al confine abkhazo-georgiano, più quattro basi militari a Vaziani (presso Tbilisi), Gudauta (Abkhazia), Batumi (Agiaria) e la su citata Akhalkalaki (Javakhetia): tutte basi su cui sono in corso negoziati per il loro smantellamento.

 

 

 

 

Cenni storici e geografici sulla Georgia

 

Nata dall’unione di più principati tra il X e il XIII secolo, la Georgia fu, in precedenza, oggetto delle invasioni e del dominio di Greci (nella parte occidentale dell’odierno paese), Persiani, Macedoni, Seleucidi e Romani. Intorno al 400 d.C. la parte meridionale fu invece sottomessa dall’Impero bizantino, penetrato dalla regione armena, con conseguenze determinanti sul piano religioso, dato il radicamento del Cristianesimo ortodosso. A nord, si scontravano per l’egemonia i Persiani e gli Arabi, che prevalsero nel VII secolo, stabilendo un emirato a Tbilisi. Infine, dopo un breve ma importante periodo di indipendenza susseguente alla liberazione dal giogo arabo (1122), l’Impero turco, i Mongoli e la potenza persiana-safavide si contesero il dominio della Georgia a partire dall’XII secolo. Nel XVIII secolo, la potenza ottomana ebbe la meglio, inglobando la nazione caucasica nel proprio impero, per poi cedere però alla Russia zarista, tra il 1870 e il 1880. L’influenza russa è rimasta persistente, anche grazie all’inglobamento della Georgia da parte sovietica nel 1920. Precedentemente, durante la Prima guerra mondiale, il paese era stato invaso dalle truppe inglesi, e nella nazione georgiana erano sorti movimenti socialisti a carattere fortemente nazionalista, tra i cui animatori vi era anche Josif V. Dziugashvili, in “arte” Stalin, successore di Lenin dal 1924 in URSS. Dal 1991 la Georgia è “indipendente”, ma si sposta nell’orbita statunitense, e dal 2003 il nuovo presidente Sakhashvili sta stringendo la morsa sulle regioni “autonomiste”, con il benestare di Washington.

Situata a sud delle regioni caucasiche settentrionali ancor oggi parti della Federazione russa (Repubbliche di Caraciaia-Circassia, Cabarda-Balcaria, Ossezia del Nord, Inguscezia, Daghestan e Cecenia) e a nord di Turchia, Armenia e Azerbaigian, e con il confine occidentale completamente lambito dal Mar Nero, la Georgia è dunque sempre stata una regione strategica per il passaggio dal Mar Nero al Mar Caspio, tra il mondo russo e quello turco, tra il Caucaso e il Medio Oriente, e tra il mondo mediterraneo (si pensi alla Grecia) e l’Asia centrale (a oriente del Caspio).

 

 

 

[mappa dei gruppi linguistici e delle nazionalità caucasiche]

 

 

Un luogo strategico per tutti gli imperi europei e asiatici, ancor più delicato a partire dall’ultimo secolo, allorché le grandi potenze divennero dipendenti, per scopi civili e militari, dal petrolio e dal gas naturale, due risorse che abbondano nelle regioni comprese tra il Mar Nero, il Mar Caspio e il Golfo Persico. Come spesso accade, a pagare per tale ruolo geopolitico sono i popoli e le nazioni che abitano queste regioni, perennemente in lotta per non diventare puro strumento di strategie decise altrove e per affermare la propria indipendenza.

 

La Georgia oggi. Nodi geopolitici

 

Un’analisi geopolitica che voglia evitare facili determinismi e semplificazioni deve prendere in considerazione tanto i fattori geografico-fisici (rapporto terra/mare, centro/periferia, rilievi montagnosi, risorse naturali) quanto quelli geografico-umani[1] (demografia, lingua, formazione di nazioni, linee di frattura religiose e confessionali, gerarchie sociali originate da dominazioni passate, potenze confinanti ecc. ecc.). Sarebbe infatti riduttivo imputare alla sola presenza del petrolio, ed in particolare al progetto (quasi terminato) di oleodotto BTC –Baku (Azerbaigian, sul Caspio)-Tbilisi-Ceyhan (Turchia)–, lo scatenarsi di conflittualità interne ed esterne. Le questioni nazionali non risolte dal susseguirsi di imperi e dominazioni e influenze esterne, e l’intricatissimo mosaico di nazionalità e religioni della regione caucasica sono fattori importanti per comprendere il disordine regnante. È decisivo rilevare su quali problematiche di carattere storico, culturale, eccetera, facciano leva le varie grandi potenze per conseguire i propri fini. Negli ultimi 10 anni, i mezzi di comunicazione in tutto il mondo si sono concentrati sul sanguinoso conflitto ceceno, ma, come ha rilevato Sergio Salvi, vi sono purtroppo altri focolai di tensione suscettibili di esplodere: dall’Inguscezia al Daghestan, al Nagorno-Karabakh, oltre alle questioni interne georgiane.

Esaminiamo le evoluzioni recenti di quest’ultime, innanzitutto l’Ossezia del Sud, assieme all’Ossezia del Nord (rientrante nello Stato russo) la repubblica caucasica più filo-russa per motivi storici. Il 30 settembre scorso, il leader osseto, Edvard Kokoity, ha dichiarato cheessendo il 98% degli abitanti della repubblica sud-osseta russi «è ora di finirla di parlare di Sud e Nord, vi è una sola Ossezia ed è parte della Russia», promettendo di fare quanto in suo potere per una stretta collaborazione con le autorità moscovite. Lo storico Alexej Zverev, tuttavia, ricorda come solo il 66% della popolazione della repubblica sia osseta (il 29% è georgiano), e come sia presente una consistente minoranza musulmana[2]. È inoltre inesatto assimilare gli Osseti ai Russi proprio per ragioni storiche, essendo i primi i discendenti delle antiche popolazioni alane stanziate in Iran. Ad ogni modo, le dichiarazioni di Kokoity erano giunte dopo che, a metà settembre, l’esercito georgiano aveva predisposto un nuovo comando unificato ad hoc, con lo scopo di prepararsi a cingere d’assedio la capitale sud-osseta Tskhinvali. Venti di guerra, dunque, sullo sfondo di un conflitto russo-americano per l’egemonia nell’area che i russi ben difficilmente potranno sostenere, preoccupati come sono di ricevere l’appoggio di Washington nell’opera di repressione contro gli indipendentisti ceceni.

La situazione osseta potrebbe in futuro riesplodere nonostante l’accordo raggiunto, il 5 novembre scorso, grazie all’importante mediazione russa, tra il primo ministro georgiano, Zurab Zhvania, ed il su citato Kokoity per avviare una smilitarizzazione dell’area. Intenzione ribadita lo scorso 18 gennaio dal leader osseto, il quale si è detto pronto a tagliare del 50% le sue truppe «se la Georgia fa cadere i piani di risolvere il conflitto con la forza». Diversi analisti sottolineano però come il negoziato non sia stato condotto in prima persona da Saakashvili: un elemento reputato indice della precarietà dell’accordo, sulla cui evoluzione sarà determinante lo stato dei rapporti tra Stati Uniti e Russia.

Situazione instabile anche in Abkazia, anch’essa, come l’Ossezia del Sud, uno Stato di fatto indipendente dalla Georgia in seguito al conflitto del 1992-1993. Così come in Ossezia, forte è la presa economica e politica della Russia, come mostrato dalle elezioni presidenziali del 3 ottobre scorso. I due principali contendenti sono stati Raul Khajimba e Sergei Bagapsh, entrambi in possesso di doppia cittadinanza –abkhaza e russa– e dichiaratisi strenui sostenitori dell’indipendenza dell’Abkhazia dalla Georgia. Tuttavia, il primo era l’uomo sostenuto dal Cremlino, mentre il secondo è stato accusato di simpatizzare per la Georgia.  

L’ampia vittoria di Bagapsh alle elezioni è stata impugnata dal suo rivale per presunti brogli. Ne è scaturita una situazione di tensione, sfociata nell’assalto degli edifici governativi da parte di sostenitori di Bagapsh, per la cui risoluzione determinante è stato l’intervento di Mosca. La chiusura della frontiera russo-abkhaza e la minaccia di interrompere il pagamento delle pensioni agli abkhazi di cittadinanza russa hanno spinto Bagapsh ad un accordo con Khajimba. In esso si concordavano nuove elezioni presidenziali, a cui Bagapsh e Khajimba avrebbero partecipato costituendosi insieme in un’unica lista, e concorrendo rispettivamente per la presidenza e la vice-presidenza. «L’Abkhazia sarà sempre unita alla Russia. Il processo di integrazione con il nostro vicino del nord continua. Sulla Georgia? Siamo uno Stato indipendente», sono state le dichiarazioni di Bagapsh dopo la vittoria, nello scorso 9 gennaio, della lista unica con il 90,1% dei voti.

Da un punto di vista storico, giova però ricordare che l’inizio delle disgrazie per il popolo abkhazo risalgono alla dominazione zarista del 1864, che lo privò di diritti dichiarandolo “popolo delinquente”. Da allora, in un decennio circa, più di 200.000 persone, due terzi della popolazione, abbandoneranno la propria patria. Le loro terre verranno, nei decenni successivi, progressivamente colonizzate da russi e georgiani: se nel 1866 gli abkhazi rappresentavano l’85,7% della popolazione in Abkhazia, nel 1989, secondo l’ultimo censimento dell'Unione Sovietica, rappresentavano solamente il 17%.

 

 

 

[si noti che fra le “rotte d’esportazione” del petrolio, vi è quella che passa da Supsa, proveniente da Baku attraverso una via per un tratto parallela alla Baku-Tbilisi del Baku-Ceyhan]

 

 

Il governo georgiano sembra invece, senza particolari difficoltà, aver normalizzato la situazione in Agiaria, regione strategica per l’importante porto di Batumi, sul Mar Nero. Gli agiari sono georgiani di fede musulmana, cittadini dell’Impero Ottomano fino al 1878. Dall’indipendenza della Georgia dall’U.R.S.S. (1991), il paese è finito nelle mani di Aslan Abashidze, ex-ufficiale sovietico discendente da una famiglia che padroneggiava la regione ai tempi dell’Impero Ottomano. Nel marzo scorso, il presidente Saakashvili inizia un braccio di ferro con Abashidze imponendo un embargo economico all’Agiaria. In virtù dell’astensione di Mosca, fino ad allora protettrice di Abashidze, Saakashvili proseguì con la prova di forza intimando al presidente agiaro, con un ultimatum, di dimettersi. Il patron agiaro è allora fuggito in Russia, e Saakashvili può così incamerare i proventi petroliferi del porto di Batumi. Si noti che l’area di Batumi, e di Supsa poco più a nord, rientra in un progetto di oleodotto divenuto operativo nell’aprile 1999: la cosiddetta “western route” del Baku-Supsa, parallela per un tratto alla linea Baku-Tbilisi del su menzionato oleodotto BTC, per poi proseguire verso nord-ovest, e ridiscendere per l’Agiaria. Una pipeline che, negli intenti di Washington, fungerebbe da complemento al BTC. È dunque necessario uno sguardo ravvicinato al progetto di oleodotto che tanto sta a cuore a Stati Uniti e Gran Bretagna.

 

La posta in gioco del petrolio e la strategia USA nel Caucaso

 

Per capire la strategia USA è fondamentale tenere presente la ricca letteratura strategica sfornata dal Pentagono e dai vari centri e istituti di studi facenti capo al “complesso militar-industriale” a stelle e strisce dal 1990 in poi. Le due costanti rilevabili in tali documenti sono gli obiettivi di imporre il libero commercio in aree sempre più ampie e la prevenzione dell’ascesa di un “competitore globale”. Questo secondo obiettivo è perseguibile solo mantenendo un vantaggio tecnologico-militare molto ampio sulle medie/grandi potenze globali e controllando l’accesso di queste ultime alle risorse strategiche.

Non è, quindi, solo un problema di profitti capitalistici. Questi ultimi sono ovviamente un eccellente incentivo per coinvolgere le imprese del settore energetico. Ma l’obiettivo strategico ultimo è più profondo: accentuare la dipendenza delle altre potenze dagli USA, controllandone l’accesso a petrolio, gas, oceani ecc. La Cina è sempre più bisognosa di petrolio, ed è altresì sempre più nel mirino degli strateghi economici e militari statunitensi, che la considerano il candidato n. 1 alla competizione con gli USA per l’egemonia mondiale nei prossimi decenni, cominciando ovviamente dall’area del Pacifico. Sul piano militare ed energetico, la stessa Russia, pur meno potente e influente che nel periodo sovietico, resta un possibile egemone regionale. Ed anche la Russia è dipendente dalle materie prime di cui, pur ricca nel proprio territorio, non riesce a profittare sufficientemente a causa di ritardi tecnologici.

Questo breve, e certamente parziale, affresco dello sfondo geopolitico attuale è necessario per capire l’importanza dell’azione statunitense nel Caucaso. In un libro del 1997, Zbigniew Brzezinski[3] definì l’Azerbaigian la nazione-chiave per il controllo dell’area che si estende dal Kazakhstan alla Turchia[4]. Un paese, l’Azerbaigian, dove il petrolio è tanto e inutilizzato. Dalla capitale, la città di Baku sul Mar Caspio, origina l’oramai “famigerato” oleodotto BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan).

 

 

Attraverso la Georgia, il tracciato arriva in Turchia da Ardahan, per poi dirigersi verso il porto mediterraneo di Ceyhan. «Il BTC è un progetto fortemente voluto (e in gran parte finanziato) dagli Stati Uniti, il cui costo totale è stato stimato in 2,9 miliardi di dollari: cioè un oleodotto assai più dispendioso di progetti che seguivano percorsi alternativi»[5]. Perché, viene da chiedersi, questo apparente spreco, così poco in linea con i dettami economicisti del capitalismo? Proprio per i motivi esposti poco sopra: tale oleodotto «nei disegni di Washington permette di aggirare Russia e Iran e di favorire Georgia e Turchia». Russia e Iran, dunque, due possibili partner di una Cina in cerca di alleanze o dell’asse Franco-Tedesco, sempre in cerca, senza molto successo, di una maggiore indipendenza energetica –pur se, occorre ribadirlo fermamente, in un’ottica capitalista tutta incentrata sul petrolio e quindi definibile solo in termini di classica politica di potenza. I lavori per la costruzione del BTC, accelerati dal 2003 per conto del gigante britannico British Petroleum, dovrebbero terminare nel 2005, permettendo di pompare 1 milione di barili di “oro nero” al giorno. Il BTC potrà veicolare verso i mercati occidentali anche il petrolio proveniente dal giacimento di Kashagan, in Kazakhstan, la più grande scoperta petrolifera degli ultimi trent’anni secondo alcuni esperti.

Anche l’Unione Europea (UE) –erroneamente percepita da molti come alternativa stabilizzatrice degli equilibri geo-economici mondiali– ha confermato recentemente la sua sudditanza alle strategie statunitensi. Giuseppe Sarcina, sul Corriere della Sera del 9 ottobre 2004, dava conto dei progetti di Bruxelles per l’area centroasiatica e caucasica. In particolare, l’oleodotto Baku-Ceyhan è stato inserito tra gli “assi prioritari della UE: in sostanza, verranno convogliati fondi in un progetto di oleodotto elaborato negli States, e controllato in gran parte da capitali anglo-americani.

 

Conclusioni: un paese diviso e più che mai dipendente

 

Mentre si infiammano le conflittualità causate da questioni nazionali non risolte, la Georgia appare un paese debole, diviso e sempre più condizionato dagli Stati Uniti, la cui egemonia sulla nuova classe dirigente impersonata da Sakhashvili si va sempre più evidenziando. Gli USA spingono sull’acceleratore per l’adesione di Tbilisi alla NATO. Ciò comporterà non solo l’ovvio adeguamento degli standard militari georgiani a quelli della NATO, ma una serie di misure di aggiustamento strutturale sul piano politico-economico. Le stesse che da tempo condizionano pesantemente la libertà politica ed economica delle nazioni del mondo ex comunista (e non solo), entrate nell’orbita della “iperpotenza” planetaria nordamericana. Tali misure, il più delle volte, sono accettate dalle nuove classi dominanti in cerca di protezione e di benefìci finanziari in senso molto poco nazionale, al contrario della retorica che accompagna tali processi di ristrutturazione. Tali nuove classi, come si può facilmente prevedere, possono godere di legittimazione popolare solo in presenza di una perenne minaccia (interna –di stampo separatista– o esterna) contro cui rivolgere l’attenzione. Uno scenario inquietante da cui è difficile uscire, a meno dell’ascesa di forze autenticamente nazionali e democratiche.

 

 

Alessio Testa

(“Indipendenza”)

25 gennaio 2005



[1] Si veda ad esempio, per tale metodo di analisi, Aymeric Chauprade, Géopolitique. Constantes et Changements dans l’Histoire, Parigi, Ellypses 2003.

[2]  Ethnic Conflicts in the Caucasus, cap. I, in AAVV., Contested Borders in the Caucasus, http://poli.vub.ac.be/publi/ContBorders/eng/info.htm

[3]  Ex consigliere del presidente USA Jimmy Carter (1976-80), influente geopolitologo, “maestro” di Madeleine Albright e Condoleezza Rice.

[4] La Grande Scacchiera, trad. it Milano, Longanesi 2000.

[5] Gianpaolo R. Capisani, Dal Caucaso all’Asia centrale, in “Guerra e pace”, n. 92, settembre 2002, pp. 13-15.