EUSKAL HERRIA/ LA RISPOSTA POLITICA DELLA SINISTRA PATRIOTTICA BASCA AL FRANCHISMO "DEMOCRATICO"

 

 

Il 13 ottobre, su mandato del giudice "superstar" Baltasar Garzón, sono stati arrestati cinque elementi di spicco della sinistra indipendentista basca: Arnaldo Otegi (dirigente dell'illegalizzata Batasuna), Rafa Díez (ex segretario del sindacato LAB), Miren Zabaleta, Sonia Jacinto e Arkaiz Rodríguez. L'accusa è di aver tentato di ricostituire la direzione nazionale di Batasuna.

Niente di nuovo sotto il sole per chi ha un po' di familiarità con la situazione politica di Euskal Herria: la criminalizzazione della izquierda abertzale (sinistra patriottica, ndr) portata avanti dallo Stato spagnolo dura infatti dal 1997, quando venne arrestata l'intera direzione nazionale di Herri Batasuna, partito messo poi fuori legge nel 2002 dal governo Aznar mediante la cosiddetta Ley de partidos, con l'appoggio dell'opposizione socialista.

È in queste difficili condizioni che la sinistra indipendentista da anni continua coraggiosamente ad affermare l'esigenza di una soluzione politica e democratica al problema, adoperandosi attivamente per un avanzamento in tal senso. Così fece nel 1998 con la proposta di Alternativa Democratica, così fece nel 2005 quando, sia pure da una condizione di illegalità, scaturì la Dichiarazione di Anoeta. In entrambi i casi seguì una tregua da parte di ETA, ma senza che il processo arrivasse ai risultati sperati.

Indiscrezioni giornaliste davano però come imminente la presentazione di una nuova iniziativa politica da parte della izquierda abertzale, basata sul coinvolgimento di tutti i soggetti politici, sociali e culturali dell'indipendentismo. Un'iniziativa che avrebbe dovuto sancire una distinzione netta tra la lotta nello spazio pubblico condotta su nuove basi, rispettosa delle differenze tra i vari percorsi e soggetti politici coinvolti e la lotta armata di ETA. Non sfugge quindi il tempismo con cui sono scattati questi provvedimenti giudiziari, basati peraltro sulla solita equazione indipendentismo = ETA = terrorismo. Non a caso il ministro dell'interno Rubalcaba aveva in precedenza dichiarato che Batasuna non sarebbe stata legalizzata nemmeno se avesse condannato la violenza di ETA (come sostenuto in questi anni), ma solo in caso di sparizione dell'organizzazione armata. Tra le righe di questa dichiarazione emerge chiaramente come il problema della violenza sia per lo Stato spagnolo un mero pretesto, utile da strumentalizzare per il raggiungimento del proprio vero scopo: la disarticolazione e la definitiva sconfitta politica del nazionalismo basco nel suo complesso.

 

La proposta politica abertzale

 

Tuttavia, nonostante la repressione poliziesca dello Stato, dimostratosi una volta di più incapace di misurarsi democraticamente con le rivendicazioni nazionali di Euskal Herria, puntuale la proposta è arrivata. Questa è stata resa nota con una conferenza stampa celebrata nella cittadina navarrese di Altsasu, e  presentata poi a Venezia unitamente a un video di Arnaldo Otegi nel quale il leader di Batasuna illustra i punti fondamentali dell'iniziativa. L'ambito prescelto: una conferenza internazionale sui processi di pace e la risoluzione dei conflitti, alla quale erano presenti tra gli altri una rappresentanza dello Sinn Féin e l'avvocato di Abdullah Öcalan, e nella quale è stata presentata una proposta di pace anche per il caso kurdo.

 

Nel documento politico che illustra l'iniziativa si parte dalla constatazione che in trent'anni di lotta la izquierda abertzale ha conseguito alcuni significativi successi. Questi possono essere riassunti nella capacità di impedire che la struttura istituzionale concepita nella riforma statuale post-franchista (autonomista e quindi essenzialmente spagnolista) potesse stabilizzarsi, e di conseguenza nel mantenere vive le condizioni per un cambio politico, che oggi continua ad apparire possibile. Accanto alle dure prese di posizione nei confronti dell'operato dello Stato e del PNV (Partido Nacionalista Vasco), non manca comunque una seria riflessione autocritica rispetto alla condotta della sinistra indipendentista tutta in alcune fasi cruciali di questo lungo percorso, in particolar modo in riferimento al processo di negoziazione iniziato nel 2005 e conclusosi nel 2007: «Non ci siamo resi conto del perché e con quale scopo avessimo aperto un processo democratico. Non ci siamo resi conto che non si trattava di fare qualche passo e di porre delle basi utili per altre occasioni. Non abbiamo interiorizzato che è ora di procedere verso il cambio politico e che questo obbliga noi stessi a cambiare».

Si passa poi ad analizzare la situazione attuale, partendo dalla congiuntura internazionale. Da parte della izquierda abertzale emerge una piena consapevolezza della fase attuale, caratterizzata per un verso dall'affermazione su scala mondiale del capitalismo neoliberista con il suo corollario di conseguenze nefaste in termini economici, sociali e culturali; dall'altro dalla crisi dell'egemonia  imperiale statunitense, che deve far fronte all'emergere di potenze regionali (Russia, Cina, India, Brasile). La difficoltà nel formulare previsioni circa i possibili assetti futuri non impedisce però di scorgere segnali positivi, a cominciare dal fatto che in America Latina forze socialiste stanno conquistando il potere in numerosi paesi. Si rileva inoltre come lo spazio per le rivendicazioni nazionali e la creazione di nuovi Stati sia attuale anche in Occidente, come dimostrano gli esempi di Montenegro e Kosovo (al di là delle valutazioni di merito), senza contare i progressi registrati in tal senso nelle Fiandre, in Scozia, in Groenlandia, in Québec. L'avvento di Obama ha inoltre aperto nuove possibilità per risoluzioni democratiche ai conflitti, sebbene questa strada sia percorsa dal nuovo presidente statunitense essenzialmente per ragioni di immagine e di opportunismo politico.

A fronte di questo, però, l'atteggiamento degli Stati francese e spagnolo permane improntato a una chiusura pregiudiziale. Nel caso spagnolo si sottolinea la crisi profonda dello Stato delle Autonomie scaturito dalla Costituzione, un assetto che non ha risolto il problema nazionale e ha al contempo moltiplicato la concorrenza tra territori in ambito fiscale. La crisi del modello autonomista è anche la crisi del PNV che, sulle potenzialità dello Statuto di Gernika e sulla difesa dello status quo, aveva in passato puntato tutta la sua strategia politica, e che ora si dibatte tra l'impossibilità di abbracciare l'indipendentismo (per via del fatto che la sua dirigenza è legata a doppio filo a interessi imprenditoriali di varia natura) e la concorrenza socialista.

 

I possibili sviluppi

 

Ci si trova quindi in una fase di transizione, rispetto alla quale i possibili sviluppi non possono essere che due.

Uno si basa sul progetto statale di assimilazione e di cancellazione dell'identità nazionale basca. Tale progetto, che  sembra trovare il consenso dell'attuale direzione del PNV [ma che difficilmente potrà essere accettato fino in fondo da gran parte della sua base, ndr], è perseguito dalle forze politiche spagnoliste Partido Popular (PP) e Partido Socialista Obrero Español (PSOE) in associazione con i centri del potere economico, la Chiesa e l'estrema destra, e si attua attraverso la criminalizzazione della izquierda abertzale. È chiaro il tentativo di attrarre il PNV e Nafarroa Bai in questa operazione, [riducendo al minimo le possibilità per queste forze di porsi in una posizione “terza”, con la loro conseguente inevitabile marginalizzazione politica, ndr].

Il secondo consiste, invece, nell'articolazione di un processo democratico al fine di dar vita a un assetto nel quale tutte le opzioni politiche siano realmente perseguibili. Ovviamente, in questo caso, l'iniziativa politica dovrebbe essere egemonizzata dalla izquierda abertzale, che, attraendo tutte le forze indipendentiste e sovraniste, potrebbe poi condizionare le scelte di PNV e Nafarroa Bai.

Esistono in Hego Euskal Herria (il Paese Basco 'spagnolo') una serie di condizioni favorevoli al perseguimento di questa seconda opzione, a cominciare dalla crisi del modello statutario e della politica del PNV. È quindi parallelamente cresciuta la domanda del diritto di decisione del popolo basco, che può contare sul fatto che esiste uno zoccolo duro del 25-30% che è indipendentista a prescindere dalla contingenza politica. C'è inoltre da rilevare che la maggioranza sindacale (composta da LAB, il sindacato di riferimento della izquierda abertzale, e da ELA, storicamente legato al PNV, ma che nel tempo si è spostato su posizioni marxiste e sovraniste), al netto di sfumature e distinguo, sottoscrive sostanzialmente le tesi della izquierda abertzale. Bisogna poi tenere in considerazione la crescita che negli ultimi anni ha fatto registrare il nazionalismo politico in Ipar Euskal Herria (il Paese Basco 'francese'). Non va d'altra parte dimenticato che i cambiamenti socio-culturali determinati dalla globalizzazione (individualismo, consumismo, sradicamento), oltre a essere più veloci dei cambiamenti politici, non possono certo facilitare il perseguimento degli obiettivi della sinistra indipendentista, per cui occorre imprimere un'accelerazione.

Ribadendo l'obiettivo strategico dell'indipendenza e del socialismo (affermando a chiare lettere che «la liberazione nazionale e la liberazione sociale sono due facce della stessa moneta»), il documento evidenzia come a tal fine sia necessaria la somma di tutte le forze disponibili a sposare tale progetto, che dovrà essere quindi rigorosamente interclassista. Diventa quindi imprescindibile non trincerarsi in lotte che possano risultare settarie e provocare divisioni. Ciò non vuol dire certo rinunciare alla prospettiva di un radicale cambiamento sociale: la izquierda abertzale si propone però di raggiungerlo mediante l'indipendenza e la disponibilità di un potere statuale proprio. Si rileva quindi l'importanza di costituire un soggetto politico indipendentista plurale, che abbia tra le sue finalità la legalizzazione, nonché la forza e la capacità di condurre il processo democratico aggregando tutte quelle forze orientate alla costruzione nazionale.

 

Le linee guida, in 7 punti, della sinistra indipendentista basca

 

Nel più sintetico documento denominato "Principi e volontà" la izquierda abertzale ha inteso poi riassumere le linee guida che intende far proprie e condividere al tempo stesso «con la cittadinanza basca, attori politici, sindacali e sociali del paese così come con la Comunità Internazionale».

1. La volontà popolare, espressa attraverso vie pacifiche e democratiche, diviene l’unico riferimento del processo di soluzione democratica, sia per sancirne la sua messa in moto che il suo migliore sviluppo, così come per raggiungere gli accordi che dovranno essere condivisi dai cittadini e cittadine. La Sinistra abertzale, come dovrebbero fare il resto degli attori politici, si impegna solennemente a rispettare ogni fase del processo decisionale che liberamente, pacificamente e democraticamente adotteranno i cittadini e le cittadine basche.

2. L’ordinamento giuridico-politico risultante, in ogni fase deve essere conseguenza della volontà popolare e deve garantire i diritti di tutti i cittadini e cittadine. Le cornici legali, vigenti in ogni fase, non possono essere freno o ostacolo alla libera volontà popolare democraticamente espressa, ma devono essere bensì garanzia del suo esercizio.

3. Gli accordi da raggiungere nello sviluppo democratico dovranno rispettare e regolare i diritti riconosciuti tanto nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, come nel Patto Internazionale dei Diritti Economici, Sociali e Culturali e il Patto Internazionale dei Diritti Civili e Politici, così come altre normative internazionali concernenti i Diritti Umani, siano essi individuali che collettivi.

4. Il dialogo politico inclusivo, a parità di condizioni, diviene il principale strumento per raggiungere accordi tra le differenti sensibilità politiche del paese. La sinistra abertzale dichiara la sua totale volontà di essere parte di questo dialogo.

5. Nel quadro del processo democratico, il dialogo tra le forze politiche deve avere come obiettivo un Accordo Politico risolutivo, che dovrà essere approvato dalla cittadinanza. L’accordo risultante dovrà garantire che tutti i progetti politici possano non solo essere difesi in condizioni di pari opportunità ed in assenza di qualsiasi forma di coercizione o ingerenza, ma che possano materializzarsi se questo è il desiderio maggioritario della cittadinanza basca espresso attraverso i procedimenti legali idonei.

6. Il processo democratico deve svilupparsi in assenza totale di violenza e senza ingerenze, mediante l’utilizzazione di vie e mezzi esclusivamente politici e democratici. Partiamo dal convincimento che questa strategia politica renderà possibili i progressi in un Processo Democratico. Sud Africa e Irlanda sono, in tal senso, l’esempio.

7. Rinnoviamo il nostro impegno con la proposta di Anoeta. In linea con essa, si devono stabilire un processo di dialogo ed accordo multipartitico a parità di condizioni tra l’insieme delle forze del paese, che favorisca la creazione di un quadro democratico con il quale la cittadinanza possa decidere liberamente e democraticamente rispetto al suo futuro, come deciso dalla volontà popolare. Questo processo deve basarsi sui principi del senatore Mitchell. D’altro canto, deve stabilirsi un processo di negoziazione tra ETA e lo Stato spagnolo che contempli la smilitarizzazione del paese, la liberazione di prigionieri e prigioniere politiche basche, il ritorno di esiliati ed esiliate e un trattamento giusto ed equo nei confronti delle vittime del conflitto.

 

Le reazioni al documento abertzale

 

Le reazioni all'iniziativa della izquierda abertzale non si sono fatte attendere e per la verità non sono state granché sorprendenti.

Il PP e il PSOE, forti di una sentenza della Corte Europea di Strasburgo che ha considerato legittima l'illegalizzazione di Batasuna, hanno messo il PNV, Eusko Alkartasuna (EA), Ezker Batua (EB) e Aralar di fronte alla scelta se situarsi tra i democratici o tra i violenti. Ovviamente per essere dei buoni democratici occorre rinnegare l'abertzalismo. Il PNV, per bocca del suo presidente Iñigo Urkullu, ha dal canto suo cercato di rivendicare la posizione centrale del suo partito, alternativa sia alla coppia PSE-PP sia alla izquierda abertzale, che accusa di «non voler assumere la via politica [sic], di essere lontana dalla realtà e di sognare un modello sociale del passato».

Incoraggiante invece la reazione di Eusko Alkartasuna che, al termine di un dibattito interno, ha deciso di puntare alla creazione di una piattaforma strategica di tutte le forze politiche, sociali e sindacali indipendentiste e di sinistra. Premessa indispensabile la cessazione di ogni tipo di violenza, quella di ETA ma anche quella degli Stati spagnolo e francese, ai quali si chiede di smettere di calpestare i diritti dei prigionieri e di riconoscere la volontà espressa democraticamente dal popolo basco. Soddisfazione è stata espressa anche da parte di Ezker Batua, mentre il sindacato LAB ha presentato un documento nel quale vengono ribaditi punto per punto i contenuti della proposta della izquierda abertzale, e nel quale si manifesta la volontà di avviare nei prossimi mesi una dinamica di lavoro con lo scopo di incidere nel dibattito politico in Euskal Herria.

Particolarmente significativa (in senso negativo) la reazione dello Stato spagnolo, che ha risposto con la più grande operazione di repressione mai realizzata contro la gioventù basca: il 24 novembre, su ordine del giudice Fernando Grande Marlaska, sono state infatti arrestate ben 34 persone appartenenti al movimento giovanile SEGI, nel quadro di un'operazione che ha comportato anche 92 perquisizioni tra abitazioni private, sedi di associazioni culturali e ricreative, gaztetxes (centri sociali) ed herriko tabernas (case del popolo). Una reazione pessima, ma che palesa al tempo stesso il timore suscitato negli apparati statali da una iniziativa politica indipendentista, democratica e socialista. In una parola, nazionalitaria.

 

 

Dario Romeo

("Indipendenza", agosto 2009)