LA 'DEMOCRAZIA' TURCA E I KURDI
La mobilitazione suscitata dall'arrivo a Roma di Abdullah Ocalan, leader del
Partiya Karkeren Kurdistan (Partito dei lavoratori del Kurdistan) richiede qualche
precisazione sugli avvenimenti di quest'anno. Il 28 agosto scorso Ocalan aveva
annunciato una tregua da parte kurda; lo aveva fatto dopo le precise proposte
ricevute dai vertici dello stato turco attraverso intermediari qualificati (esiste
in proposito una precisa documentazione). All'iniziale interesse dimostrato
dalle autorità turche si è sostituito un rinnovato atteggiamento
bellicista, soprattutto dopo il viaggio in Israele del premier turco Mesut Yilmaz,
lasciando intuire come la questione ormai implichi accordi ed interessi internazionali
che vanno ben oltre il contenzioso tra stato turco e popolo kurdo. Il 28 ottobre,
attraverso il suo portavoce in Europa, Kani Yilmaz (nessuna parentela con il
premier turco, ovviamente), il PKK aveva dichiarato che "essendoci state
delle proposte formali da parte turca, la leadership kurda aveva il dovere di
verificarle, anche se è apparsa chiara fin dai primi giorni l'insincerità
dello stato turco e la sua volontà di usare il cessate il fuoco kurdo
all'interno di una tattica dilatoria, tenendo contemporaneamente costante l'opzione
militare".
Nei messaggi pervenuti a esponenti della resistenza kurda l'estate scorsa e
presentati a Roma dal portavoce del PKK, la Turchia si impegnava a garantire
l'agibilità politica del PKK; a verificare gli errori commessi da entrambi
i contendenti ed in particolare l'inasprimento della repressione dopo il 1993;
a dare spazio ad una assunzione di responsabilità da parte del PKK e
delle forze di opposizione nel processo di cambiamento dello stato. La Turchia
diceva anche di voler assumere un atteggiamento positivo nei confronti di alcune
richieste (definite plausibili) avanzate dal PKK come il blocco delle operazioni
militari da parte dell'esercito turco e lo scioglimento dei corpi paramilitari
in vista di una soluzione politica e pacifica della questione kurda. Si era
prospettato lo svolgimento pacifico e veramente democratico di elezioni (con
la garanzia di osservatori internazionali) e la possibilità di una amnistia
generale per i prigionieri politici. Addirittura si era parlato di un possibile
incontro dei vertici militari turchi con Ocalan. Ma, nonostante da parte dei
kurdi siano stati rispettati gli impegni di tregua, la Turchia ha scelto ancora
una volta la via repressiva e militare: almeno 15mila soldati turchi sono penetrati
nel Kurdistan sud (in territorio irakeno) in vista di una ennesima offensiva
antikurda. È la medesima tattica adottata dal governo turco nel '93 e
nel '96, in occasione di due tregue unilaterali annunciate dal PKK. Appare quindi
evidente che il fallimento del "cessate il fuoco" è imputabile
soprattutto alla non volontà di dialogo della Turchia. Nel frattempo
da parte turca si sono intensificate le operazioni repressive contro organismi
legali kurdi. È stato chiuso il quotidiano Ulkede Gundem, sono state
devastate le sedi del partito legale Hadep (i cui dirigenti, da tempo in carcere,
sono in sciopero della fame) e centinaia di persone sono state fermate o arrestate.
In particolare il leader del PKK Ocalan è diventato il bersaglio di una
politica di annientamento fisico. All'attacco contro Ocalan il popolo kurdo
ha reagito con determinazione, sia con manifestazioni di protesta che con nuove
lotte nelle carceri, dove sono rinchiusi circa diecimila prigionieri politici
e di guerra kurdi. In ottobre diciassette di loro si sono dati fuoco, sei hanno
perso la vita e altri sette sono ancora ricoverati in ospedale con gravissime
ustioni. Il 20 ottobre altri due kurdi, imprigionati perché membri del
PKK, sono morti carbonizzati nel carcere di Midyat durante una protesta contro
le inumane condizioni detentive. Altri tre sono morti nello stesso modo in tre
diverse prigioni turche. Il prigioniero kurdo, Mehemet Aydin, si è dato
fuoco il 13 novembre alla notizia dell'arresto di Ocalan ed è in fin
di vita. Nei giorni successivi si è parlato anche di un'altra decina
di prigionieri che avrebbero tentato il suicidio per protesta e contro le minacce
di estradizione per Ocalan. A questi si sono finora aggiunti altri tre kurdi
(due a Mosca e uno a Roma, il 17 e il 18 novembre) che si sono dati fuoco dopo
essersi cosparsi di benzina. Soltanto il 17 ottobre, alla manifestazione delle
"Madri del sabato" organizzata dai parenti degli scomparsi (i "kayiplar"
sono ormai migliaia), si sono registrati più di cinquecento arresti.
Ma questi fatti clamorosi potrebbero aver oscurato un gran numero di episodi
'minori'. Ne riporto solo un paio riguardanti minorenni e da cui emerge tutta
la brutalità del regime turco nei confronti del popolo kurdo.
In una conferenza stampa tenuta dalla "Human Right Association" la
madre di un handicappato mentale ha accusato pubblicamente due agenti di aver
torturato suo figlio a Istanbul il 13 settembre. Il ragazzo, Metin Caglayan,
era stato arrestato mentre giocava in strada e quindi trascinato in una cella
della stazione di polizia.
Pochi giorni prima, il 7 settembre, quattro ragazze di età compresa fra
gli 11 e i 15 anni erano state arrestate nei pressi di Izmir perché indossavano
abiti rossi, gialli e verdi (i colori della bandiera kurda). Secondo il quotidiano
Radikal le ragazze stavano organizzando uno spettacolo di beneficenza. Inoltre
tra il 16 e il 22 novembre sono state arrestate oltre 2.700 persone nel corso
delle retate contro gli esponenti del partito Hadep. Due militanti arrestati
giovedì 12 (Metin Yurtserver e il diciottenne Halit Cakir) sono morti
a seguito delle percosse subite dalla polizia.
Niente di nuovo insomma per il popolo kurdo che da anni subisce torture, squadroni
della morte, leggi di emergenza.
Una situazione di brutale repressione e controllo sociale che non riguarda solo
i kurdi ma anche ampi settori delle classi popolari turche e da cui hanno tratto
consistenti benefici i nostri industriali. Sono più di cinquemila le
imprese italiane installate in Turchia dove usufruiscono dei sottosalari turchi,
della repressione antisindacale (vedi il recente caso della Fiat dove almeno
duecento operai turchi sono stati licenziati per aver lasciato il sindacato
'giallo' di regime Turk Metal ed essersi iscritti al Birlesik Metal-is) e del
lavoro minorile (almeno tre milioni di bambini vengono sfruttati soprattutto
nelle aziende del campo tessile e del vestiario). La maggior parte dei minori
che lavorano per Benetton (vedi il caso della Bermuda Tekstil) sarebbero figli
di profughi kurdi, arrivati nelle metropoli turche dopo la distruzione dei loro
villaggi.
È tempo che anche l'opinione pubblica italiana reagisca adeguatamente,
prima che questo secolo, apertosi con il genocidio armeno, si concluda sulle
stesse terre con il genocidio dei kurdi. Ripensando a quello che è stato
fatto una decina di anni fa contro il regime sudafricano dell'apartheid bisognerebbe
denunciare e boicottare tutti coloro (Benetton, Fiat, Turbanitalia, gli orafi
veneti...) che con le loro attività commerciali contribuiscono a mantenere
in vita il regime fascista di Ankara; fermare almeno l'esportazione di armi
dall'Italia verso la Turchia. Sarebbe anche necessario che nuove delegazioni
di parlamentari, giuristi, giornalisti, esponenti di associazioni in difesa
dei diritti umani si recassero in Turchia per denunciare la logica di sterminio
applicata contro i dissidenti nel circuito carcerario turco. Inoltre le vittime
di questa politica criminale che giungono in Italia andrebbero trattate come
profughi di guerra, una sporca guerra genocida di cui anche noi dobbiamo sentirci
responsabili.
Gianni Sartori