Violentata con un’arma durante il suo arresto e torturata.
La denuncia di Amaia Urizar, dai Paesi Baschi.
Amaia Urizar racconta i suoi cinque giorni di isolamento dopo essere stata
arrestata il 29 ottobre scorso. Dieci fogli la cui testimonianza è stata resa
pubblica da Torturaren Aurkako Talea (TAT). Urizar, di Bilbao (Bilbo in
euskara), è la compagna di Garikoitz Azpiazu, al quale la polizia attribuisce
importanti responsabilità in ETA.
Il caso della giovane basca non è isolato. TAT fa sapere dell’archiviazione, da due anni, delle denunce di tortura. Quest’anno ne sono state presentate 56. Le motivazioni dell’archiviazione sono sempre le stesse: «Non ci sono prove oggettive».
TAT esige la cessazione dell’isolamento e l’adozione di misure dirette a prevenire maltrattamenti e torture. «Spazi opachi», ha detto la rappresentante di TAT, Izaskun González, «nei quali si trova una persona per cinque giorni, 120 ore, in cui nessuno sa dove sta. La famiglia non sa, e non ci possono essere visite del proprio medico di fiducia, né del proprio avvocato... E all’Audiencia Nacional ci si scontra con l’attitudine del giudice che, molte volte, non crede a quel che gli si racconta ed archivia la denuncia (…). E mentre persiste l’isolamento, la porta rimane aperta per la tortura».
Il racconto, che segue, di Amaia Urizar, è stato letto dalla madre, Rosa de Paz, nel corso di una conferenza stampa organizzata il 28 dicembre da TAT. Presenti anche le madri di Aitziber Sagarminaga e Haritz Totorika, arrestati dalla Guardia Civil e dalla Polizia spagnola nella retata iniziata a fine ottobre a Bizkaia. Rosa de Paz ha tenuto a precisare che «tutte le ragazze ed i ragazzi arrestati nelle ultime retate hanno sofferto, se non lo stesso, situazioni molto simili ed altrettanto gravi come quella subita da Amaia». Ha quindi sottolineato che la testimonianza di sua figlia «essenzialmente è per ricordare le persone che, per diversi motivi, non hanno potuto sporgere denuncia». Prima di leggere la testimonianza della figlia, ha espresso il suo affetto e «tutta la forza che il mio cuore può loro dare» a tutte quelle persone che hanno sofferto vessazioni e maltrattamenti da parte dei corpi di polizia e militari dispiegati in Euskal Herria.
Il 29 dicembre, il consigliere di Giustizia, Lavoro e Sicurezza Sociale del governo di Lakua (della Comunità Autonoma Basca), Joseba Azkarraga, ha reclamato al ministero spagnolo dell’Interno che «non si volga lo sguardo altrove o si persegua chi denuncia la possibile violazione di diritti umani e la pratica della tortura» e si apra un’inchiesta sulle torture denunciate da Amaia Urizar. Azkarraga ha detto di aver «rabbrividito» ascoltando la testimonianza della figlia letta dalla madre in conferenza stampa.
«Mi hanno arrestata il 29 ottobre, venerdì, alle tre del
mattino, mentre ero a casa dei miei genitori. Al momento dell’arresto, i miei
genitori erano in casa. Hanno colpito la porta, gridando che era la Guardia
Civil e che aprissimo. Mi sono innervosita molto e mi ha preso il panico, così
sono corsa nella camera dei miei in cerca di protezione. È stata mia madre ad
aprire. Immediatamente
numerosi agenti della Guardia Civil si sono precipitati all’interno, armi alla
mano, puntandole
ovunque e chiedendo di me. In quel momento mi sono resa conto che non c’era scampo
ed il mondo mi è crollato addosso. Mi sono presentata davanti a loro e ho detto
che Amaia ero io. Mi hanno costretto a sedermi su una sedia, nell’ingresso; una
donna della Guardia Civil mi ha letto l’ordine di arresto, alla presenza dei
miei genitori, mentre diceva che mi si arrestava per la mia collaborazione con
ETA. All’inizio hanno cominciato a gridare, ma poco alla volta si sono
tranquillizzati; io avevo paura per i miei genitori, perché loro immaginavano
cosa mi avrebbero fatto durante quei cinque giorni... e in quel momento mi è
venuta la nausea, credo per la tensione di quella situazione. Mi hanno detto
che mi portavano nella mia stanza per cominciare la perquisizione. Una volta lì
hanno smontato tutti gli armadi, tirato fuori tutti i vestiti, spostato tutti i
libri. Nel frattempo raccoglievano le cose che credevano importanti: lettere di
prigioniere e prigionieri politici, quaderni di scuola, fotografie di amici e
parenti, cartine stradali, agende telefoniche. A perquisire erano sei Guardia
Civil, gli altri stavano sulla porta, con i miei genitori, e ce n’erano anche
sulle scale del condominio. Hanno lasciato la mia stanza a soqquadro, tutto
sparso in giro; quando hanno finito, sono entrati nella stanza di mio fratello
maggiore, che si trova in prigione, e l’hanno guardata superficialmente. Ho
detto loro che non avevano il diritto di perquisire la sua stanza, perché era
di mio fratello e lì c’erano solo cose sue, che non era un ambiente comune
dell’appartamento; da lì, non hanno portato via niente. Poi, mi hanno portata
in sala; mentre la perquisivano tutta, mi era impossibile controllare cosa
prendevano, dato che i sei agenti perquisivano ovunque e spostavano tutto
insieme. Ero nervosa, ma allo stesso tempo tranquilla, ero completamente
terrorizzata, perché mi impressionava molto vedere tutti quegli agenti della
Guardia Civil incappucciati ed armati, in casa dei miei genitori; di tanto in
tanto guardavo i miei, anche solo perché mi vedessero tranquilla e,
contemporaneamente, per accertarmi che li trattassero correttamente.
Una volta finito in sala, mi
hanno portato nella camera dei miei genitori. Ho detto loro lo stesso che
quando mi avevano portata in quella di mio fratello, ma mi sono resa conto che,
quando erano entrati, mi avevano visto uscire da lì; hanno perquisito tutta la
stanza, ogni angolo, ogni armadio e si sono portati via alcune carte. Mentre
perquisivano l’abitazione, ho avuto una leggera nausea e la donna della Guardia
Civil della quale ho accennato mi ha portata in cucina perché prendessi un po’
di zucchero; quando sono stata meglio, mi hanno portata nella mia stanza. Mi
hanno obbligata a vestirmi ed a prendere una borsa con del vestiario (mutande,
magliette, calzoni e qualche tampax). Ero molto nervosa e non sapevo bene cosa
prendere, non volevo uscire di casa, non volevo restare sola con loro. Mi hanno
portata alla porta e messo delle manette di metallo dietro la schiena; mentre
dicevano di stare tranquilla, mi hanno fatto scendere le scale. Prima di
arrivare al portone mi hanno ordinato di abbassare la testa e mentre mi
dicevano di non provare nemmeno a guardare, mi hanno lasciata nelle mani di
altri due uomini. Mi hanno afferrata per le braccia, mi hanno detto “adesso
zitta”, mi hanno portato fuori e mi hanno infilata in una macchina scura. Ho
sentito le grida di mia madre che mi faceva coraggio, ero terrorizzata, mi
trovavo nelle loro mani e non potevo fare niente per uscire da quella
situazione. Non potevo credere che fosse vero, doveva essere un incubo...
Nell’automobile stavo in mezzo a due uomini, avevo la testa china. Appena salita in macchina, quello alla mia destra mi ha levato le manette e me le ha rimesse sul davanti. Ha cominciato a parlarmi: “sei stata presa, Amallita, e di questo devi renderti conto; per noi è lo stesso, perché sappiamo tutto, ma sappi che devi raccontarcelo tu e hai due modi per farlo: con le buone o con le cattive e credo che non ci sia bisogno di spiegartelo, no? Sicché, adesso, pensaci, perché ti darò l’opportunità di cominciare a parlare adesso, altrimenti dormo per tutto il viaggio e, quando arriveremo, sarò riposato e allora, se non avrai detto niente, saranno cazzi tuoi...”. Stavo tremando e mi è venuta la nausea, gli ho chiesto dello zucchero, perché sapevo che la donna che era stata in casa gliene aveva dato un paio di bustine; i quattro agenti nella macchina hanno cominciato a ridere e uno di loro mi ha mostrato il pacchettino dello zucchero, mi ha detto che aveva aperto il finestrino e che l’aveva buttato. Mi ripetevano continuamente le stesse cose, che cominciassi a parlare, altrimenti lui stesso avrebbe deciso di iniziare a picchiarmi, che sarei rimasta nelle loro mani per cinque giorni e che ormai non si tornava indietro. Ero perduta, non sapevo cosa volessero sentire e ho deciso di restare in silenzio, perché pensavo che mi avrebbero picchiata comunque, qualsiasi decisione avessi preso. Dicevo loro che non sapevo niente e loro mi replicavano che, così, cominciavo male. Quando mi si rivolgeva mi chiamava Amallita, come fanno le persone a me vicine; questo mi faceva male, perché mi parlava con confidenza ed il fatto che facesse finta di essere una persona a me vicina ed in confidenza, mi disorientava. Siccome il viaggio è stato lungo e poiché la persona che era stata arrestata prima di me era stata trasferita a Madrid, ho pensato che ci avrebbero portato anche me e così è stato. Quando la macchina si è fermata per la seconda volta, ero convinta che fossimo a Madrid; in precedenza, si erano fermati ad una stazione di servizio, lo so per l’odore che c’era.
Appena arrivati alla caserma della Guardia Civil a Madrid e prima di farmi scendere dalla macchina, mi hanno coperto gli occhi con una benda; quello che durante il tragitto mi parlava, mi ha detto “adesso siamo arrivati, puttana, e non ci hai detto niente”, mentre mi lasciava nelle mani di altri Guardia Civil. Questi, fra loro c’era una donna, mi hanno portata in un bagno che si trovava in fondo a delle scale, mi hanno detto di levarmi i vestiti e di mettermi sotto una doccia; mi hanno bagnata completamente, con acqua fredda, poi mi hanno restituito il tanga ed il reggiseno, ordinando di mettermeli. Mi hanno tolto gli orecchini, i braccialetti, gli anelli eccetera. Mi hanno di nuovo coperto gli occhi e messo in una cella. A quel punto la donna mi ha spiegato come dovevo comportarmi ogni volta che avessero bussato alla porta (sentendo la sua voce mi sono resa conto che era la stessa donna presente alla perquisizione ed al mio arresto): dovevo mettermi contro la parete opposta alla porta, con le gambe leggermente piegate e le braccia dietro la schiena; mi ha detto questo e ha chiuso la porta. La cella aveva più o meno le dimensioni di questa, qui a Soto, era dipinta di bianco, c’era una branda con due coperte sudice ed una lampada fissata alla parete, all’interno di una reticella metallica. La porta aveva una piccola finestra che loro aprivano e chiudevano costantemente.
Ero tranquilla, terrorizzata per
ciò che sarebbe accaduto nei giorni seguenti, ma tranquilla; in testa
continuavo ad avere il momento dell’arresto, la preoccupazione per come stavano
i miei genitori.
Nel giro di una decina di minuti, da quando mi avevano messo nella cella, hanno
bussato due volte ed ho fatto ciò che mi avevano ordinato: mi sono messa con le
spalle alla porta, contro il muro; per la paura mi tremava tutto il corpo.
Appena aperta la porta, ho sentito la voce del Guardia Civil che era stato in
macchina fino a Madrid che diceva ad un altro, che chiamava Garmendia, di fare
quel che doveva fare; mi è saltato addosso, mi ha buttato sulla branda e mi ha
afferrato molto forte per le braccia. Ho cominciato a gridare di lasciarmi e
loro mi urlavano “taci, puttana!”; allora li ho visti, erano incappucciati e
quello che era stato nella macchina aveva i pantaloni e le mutande abbassati e
veniva verso di me, dicendomi, sghignazzando, “ci scopiamo la fidanzata del
capo”. Mi è saltato addosso, sfregando il suo corpo sul mio, percepivo il suo
pene fra le mie gambe, piangevo e lottavo per levarmelo di dosso, mentre mi
gridavano che mi avrebbero violentata. La porta della cella era aperta e
c’erano non so quanti altri Guardia Civil che gridavano, sghignazzando, che
loro sarebbero stati i prossimi; io gridavo, stavo piangendo, ma a loro non
importava. Quello che mi stava sopra mi palpava dappertutto e mi premeva sempre
più forte fra le gambe, mentre mi gridava “Cosa ti dice il tuo ragazzo mentre
ti scopa? Gora ETA (Viva ETA, in euskara, ndt)? Certo che ti stai arrapando,
puttana, ti scoperemo tutti e gli farai schifo, perché ce la godremo un mondo,
con te!”. Quelli che stavano sulla porta reclamavano il loro turno e fra le
risate mi dicevano “ti scoperà persino la tipa che sta qui con noi”. Hanno
continuato così per parecchio, mi sentivo perduta, perché quello era solo
l’inizio ed avevano cinque giorni per comportarsi così con me; ero
completamente terrorizzata, ero sola nelle loro mani. Quando se ne sono andati
avevo tutto il corpo indolenzito, mi sentivo spossata e piangevo continuamente,
ero completamente bagnata e buttata in un angolo, con una coperta addosso. Non
so quanto tempo è trascorso prima che bussassero di nuovo alla porta della
cella; stavo tremando, completamente terrorizzata, non avevo nemmeno la forza
di alzarmi e hanno cominciato a gridarmi “Alzati, troia, che adesso è la volta
buona, mettiti in posizione!”. Quando ho fatto quello che mi ordinavano, la
porta si è aperta e, ridendo, mi hanno coperto gli occhi; mi hanno tirata fuori
dalla cella, ammanettata e a testa china, abbiamo sceso delle scale, ne abbiamo
salite altre, abbiamo svoltato qua e là e mi hanno messa in una stanza,
sistemandomi in un angolo, contro la parete. Un uomo, la cui voce non avevo
ancora sentito, ha iniziato a parlarmi, mi ha detto che sapeva che, fino a quel
momento, non avevo detto nulla di interessante e che da lì in avanti, per me,
sarebbe iniziato l’inferno, che avevo due opzioni e che, a quanto pareva, avevo
scelto la più dura, che tutto ciò che mi avrebbero fatto a partire da quel
momento sarebbe stata colpa mia. Intanto mi chiedeva se volevo cambiare idea. Non
riuscivo a smettere di piangere, tremavo e gli ho detto che non sapevo niente,
che non sapevo per quale motivo mi avessero arrestata; allora quell’uomo mi ha
detto “tu hai scelto” e che se ne andava, lasciandomi nelle mani dei suoi
uomini, che avrebbe voluto vedere se, quando sarebbe tornato, avessi avuto il
coraggio di continuare a dire lo stesso. Subito un altro mi ha afferrato per il
braccio e mi ha portata in un’altra stanza, tutta rivestita di piastrelle;
appena entrata lì, mi hanno tolto la benda e ho potuto vedere che c’erano
cinque uomini, tutti incappucciati. La luce era bianca e mi provocava dolore,
mi hanno fatta sedere su una sedia e mi hanno indicato un pacco di sacchi per
la spazzatura, mentre mi chiedevano se sapessi a cosa servivano; ho detto di sì
e mi hanno obbligata a spiegare per cosa li utilizzavano; ridevano molto, fino
a quando uno ha colpito la sedia con la mano. Mi hanno detto che avevo perso
tutte le possibilità e che, da quel momento in poi, avrei conosciuto ciò che
loro chiamavano tortura; mi gridavano i nomi di amici e conoscenti e volevano
che dicessi loro come mai li conoscevo e che lavoro facevano. Dicevo loro che
molti li conoscevo, ma che non avevano alcuna relazione con l’organizzazione,
almeno non che io sapessi; in quei momenti gridavano e mi insultavano, puttana,
troia, bugiarda e mi mettevano un sacchetto di plastica sulla testa,
stringendolo da dietro. Al principio sentivo caldo, avevo il viso fradicio di
sudore cercavo di muovermi quando il sacchetto mi tappava la bocca, non potevo
respirare e cominciavo ad avere la nausea; riuscivo a rompere il sacchetto con
i denti e, allora, quando cominciavo di nuovo a respirare, mi colpivano con
degli schiaffi sulle orecchie. La testa mi girava, quasi non li sentivo, ero
completamente persa, ma mi gridavano di nuovo dei nomi e, siccome le mie
risposte erano le stesse, mi mettevano un nuovo sacchetto sulla testa. Non so
quante volte me l’hanno messo, in questa prima sessione di tortura; una volta
sono caduta, con la sedia e tutto, mezza svenuta e, fra le risate, mi dicevano
“alzati, puttana, è tutto qui quello che reggi?” e, intanto, tiravano calci
allo schienale della sedia. Mi obbligavano a bere acqua continuamente,
dicendomi che erano bottiglie che avevano aperto apposta per me.
Quando vedevano che stavo un po’
meglio, cominciavano di nuovo con l’interrogatorio, gridandomi ancora ed
ancora nomi su nomi, colpendomi con la mano aperta sulle orecchie ed
infilandomi sulla testa un sacchetto dopo l’altro. Improvvisamente hanno smesso,
mi hanno tolto le manette e fatta alzare, mentre mi bendavano gli occhi; ho
sentito la porta aprirsi ed afferrandomi per le braccia mi hanno riportata in
cella. Mentre ero in cella, siccome avevo molto freddo, mi coprivo con una
delle coperte; ero in tanga e reggiseno, sentivo dei colpi contro la parete e
contro la porta e, tremando, mi mettevo nella posizione che mi avevano
ordinato, pensando che sarebbero entrati, ma non entravano e, quando tornavo a
sedermi, cominciavano a bussare di nuovo. Ero stanca, spaventata, temevo ciò
che mi avrebbero fatto, mi veniva da vomitare, così, una delle volte che hanno
aperto lo spioncino, ne ho approfittato per chiedere di andare al bagno;
allora, uno mi ha risposto: “se vomiti, ti fotti, e appena lo fai, ti rimangi
tutto”. Poco dopo, hanno bussato di nuovo, mi sono messa in posizione ed è
entrata la donna, che mi ha dato una bottiglietta d’acqua, affinché bevessi e ha
richiuso la porta. Non so quanto tempo sia passato prima che tornassero a
prendermi, ma bussavano continuamente alla porta, lo spioncino era aperto, in
modo che non potessi tranquillizzarmi. Mi hanno tirata fuori dalla cella e
portata alla sala degli interrogatori; lì c’era il Guardia Civil che era stato
in macchina durante il viaggio a Madrid e ha cominciato a parlarmi. Ero molto
nervosa, perché non potevo dimenticare ciò che mi aveva fatto appena arrivati,
la sua voce, il suo odore. Tutto mi ricordava ciò che era successo. Mi hanno
messa in un angolo, faccia al muro, mi obbligavano a tenere le gambe leggermente
piegate; sentivo una grande stanchezza, appena mi veniva un capogiro, cadevo
all’indietro e, in quel momento, quello che stava dietro di me mi spingeva
contro il muro. Le domande me le faceva quello che stava in macchina, mi diceva
che fino a quel momento non avevo detto niente e che dovevo sapere che, oltre
al sacchetto, avevano altri metodi per farmi parlare, che se dicevo ciò che
loro volevano, non mi avrebbero toccata, che dipendeva da me, ma che non mi
avrebbe dato nessun’altra possibilità. Mi dicevano che quello che avevano
arrestato prima di me non si era comportato così, che aveva parlato e che per
quello io ero lì, perché mi aveva venduta e che io dovevo comportarmi allo
stesso modo, per sopportare bene quei giorni, che tutti lo facevano ma che,
affinché la gente, fuori, non lo sapesse, denunciavano torture, che dovevo solo
testimoniare tutto ciò che mi avrebbero detto, mi dicevano di essere
furba, oppure da lì non sarei uscita in piedi; che non dormivo da molto tempo e
che non avevo ottenuto niente, che dovevo cominciare ad accettare la
situazione. Parlavano spesso del mio compagno, chiedendo se sapevo che andava
con altre mentre io stavo ad aspettarlo come una scema. Mi facevano i nomi di amiche,
dicendomi che avevano avuto relazioni sessuali con il mio compagno, erano molto
insistenti su questo tema, volevano farmi male. In quell’interrogatorio mi
dicevano solo cose del genere, dando la colpa del fatto che mi trovassi lì al
mio compagno; sono andati avanti così per molto tempo, non riuscivo più a stare
in quella posizione, tremavo, piangevo e sudavo. Mi dicevano che il mio corpo
piaceva loro, non so in quanti fossero, forse in tre, dicevano che il tanga mi
stava molto bene, che sarei stata anche meglio senza reggiseno; ho cominciato
di nuovo a piangere, perché temevo che mi facessero
ancora lo stesso che mi avevano già fatto o che sarebbero andati oltre. Cercavo
di stare dritta, ma non mi lasciavano e mi obbligavano a restare nella stessa
posizione che mi avevano ordinato; mi hanno portata di nuovo in cella. Le
pareti della cella erano dipinte con pittura “granulare” e non so perché, ma ci
vedevo delle figure e queste si muovevano; avevo paura di uscire pazza, la
cella si ingrandiva e si rimpiccioliva, la porta si avvicinava e si
allontanava, anche il pavimento si muoveva. Non sapevo (non so) se era la mia
testa o se era perché mi avevano obbligata a bere e, forse, mi avevano dato
qualcosa nell’acqua. Stavo molto male. Sentivo che la testa se ne andava e, se
chiudevo gli occhi, mi veniva la nausea. Hanno aperto di nuovo lo spioncino e
uno che portava un cappuccio bianco ha cominciato a gridarmi che non potevo
guardare da quella parte e che se l’avessi fatto ancora mi avrebbe pestata; mi
ha detto che sarebbe entrato ed io sono andata al mio posto, pensavo che mi
avrebbe picchiata e non riuscivo a smettere di piangere. Mi ha coperto gli
occhi e mi hanno portata di nuovo nella stanza con le piastrelle bianche;
entrando ho sentito rumore di acqua, come se stessero riempiendo qualcosa e
ridevano, sussurrandomi all’orecchio “Amallita, Amallita”. Non so se è stato
per la paura o per quale altra ragione, ma in quel momento mi sono orinata
addosso; alcuni hanno cominciato a ridere di me, mentre altri si sono
arrabbiati e mi hanno detto che avrei dovuto pulire tutta la stanza con la
lingua. Lo scroscio d’acqua è cessato e mi hanno costretta a fare un paio di
passi in avanti ed a mettermi in ginocchio, mi hanno tolto la benda, mi hanno
stretto le manette, ero ammanettata dietro la schiena. Davanti a me c’era la
vasca da bagno. Mi sono innervosita e tentavo di arretrare, ma non c’era via di
scampo, ero circondata; sapevo già cosa mi avrebbero fatto, uno di loro mi
gridava nomi che collegava a diversi “gruppi”, volevano solo che ammettessi ciò
che dicevano, che ammettessi che quella gente faceva ciò che loro mi dicevano.
Ripetevo che non sapevo niente, che davvero non lo sapevo, che erano solo amici
o gente che conoscevo e che quello che mi stavano dicendo non era vero o che,
almeno, io non lo sapevo. Allora, in due, uno afferrandomi per il corpo,
l’altro tirandomi per i capelli, mi mettevano la testa nella vasca da bagno,
molto violentemente, in modo che con il petto urtavo il bordo: sentivo che
affogavo, tentavo di tirarmi indietro con le gambe, ma non ci riuscivo, muovevo
la testa con tutte le mie forze, per tirarla fuori dall’acqua, ma era
impossibile finché loro non me lo permettevano. Ho bevuto troppa acqua, sia
attraverso la bocca, sia attraverso il naso, mi girava la testa, ero senza
forze, ma a loro non importava e continuavano a gridarmi nomi e ancora nomi,
che dovevo ammetterlo, che dovevo ammetterlo; il pianto non mi lasciava dire
niente e continuavano a mettermi la testa nell’acqua. Ormai non si aspettavano
nessuna risposta, dato che non lasciavano tempo sufficiente fra un’immersione e
l’altra, ne lasciavano solo per respirare un momento; non ne potevo più, in
quei momenti pensavo che non sarei uscita viva da lì, che non potevo fare
niente e ho lasciato che il mio corpo diventasse come quello di una marionetta.
Non opponevo alcuna resistenza a quello che mi stavano facendo, volevo solo che
finisse, se il loro obiettivo era ammazzarmi, che lo facessero al più presto.
Ma controllavano molto bene quello che facevano, perché mi davano giusto il
tempo indispensabile per respirare, non volevano nessun problema, il che, in
quei momenti, mi tranquillizzava; per uscire da lì, ho ammesso quello che
volevano, ho detto di sì, che avrei ammesso tutto e mi hanno riportata in
cella. Non avevo nemmeno la forza di camminare, ero distrutta e mi ci hanno trascinata;
mi hanno lasciata lì parecchio tempo, avvolta in una coperta, perché avevo
freddo ed ero bagnata. Mi sono messa sulla branda, in un angolo, piangendo.
All’improvviso hanno di nuovo bussato alla porta e mi sono messa in posizione,
nervosa: ma erano calmi, mi hanno bendato gli occhi e mi hanno detto che mi
avrebbero portata nella sala degli interrogatori, per tranquillizzarmi; quando
siamo arrivati in quella sala, mi hanno messa contro una parete, in un angolo,
con le mani libere (ero quasi sempre ammanettata). Allora, ho sentito la voce del
Guardia Civil della macchina, era calmo e mi ha chiesto se volevo sedere, ma ho
detto di no, perché non volevo che pensasse che gli davo confidenza, perché non
volevo che pensassero che facevo “differenze” fra loro. Mi diceva che ero molto
furba, un po’ testarda, ma che alla fine, anche
se a legnate, avrei imparato a comportarmi bene, che i suoi uomini gli avevano
detto che c’erano buone notizie per lui e che questo significava che avrei
ammesso tutto; dunque, che cominciassi a parlare. Sono rimasta in silenzio,
tremando; allora mi ha avvertito che mi avrebbe detto ciò che dovevo ripetere
di sopra e che se sul verbale non ci fossero state le cose esattamente come lui
diceva, sapevo già cosa mi aspettava al ritorno e mi diceva che dovevo
impararle bene. Poi, hanno cominciato a leggermi le domande che mi avrebbero
fatto durante la deposizione e ciò che dovevo rispondere; sono andati avanti a
lungo, fino a che non ho imparato a memoria le risposte. Mi hanno dato i
pantaloni ed il maglione, affinché me li mettessi ed un asciugamano per
asciugarmi la testa; mi hanno detto che durante la deposizione loro sarebbero
stati ad ascoltare e che se le mie risposte non li avessero soddisfatti, sapevo
già cosa mi aspettava. Mi hanno anche detto che avrei incontrato il medico
legale, ma che non potevo dire niente delle torture, perché altrimenti sì che ne
avrei subite e di molto più dure. Mi hanno di nuovo bendato gli occhi e mi
hanno portata “di sopra”, in una sala piccola; c’erano tre persone, una
scriveva ad un computer, un altro mi faceva le domande e, dietro, c’era la
persona che svolgeva il ruolo di avvocato d’ufficio. Appena entrata, uno mi ha
letto i miei diritti, mi ha detto che la persona seduta alle mie spalle era
l’avvocato d’ufficio e che non potevo né guardarlo, né parlare con lui; mi sono
voltata e ho visto che era una donna, seduta in un angolo; ho visto che c’era
uno specchio e, appena ho guardato, ho sentito due colpi da dietro lo specchio.
Sapevo che dietro lo specchio c’erano i miei torturatori, che ascoltavano la mia
deposizione; quello che mi ha letto i diritti, aveva in mano alcuni fogli, sui
quali c’erano le domande e le risposte. Ero completamente terrorizzata, avevo
molta paura che se non avessi detto quello che mi avevano ordinato, mi
avrebbero torturata di nuovo; sapevo già che, anche se avessi detto quello che
volevano, non mi avrebbero lasciata in pace, ma la paura ha avuto il
sopravvento e ho tentato di rispondere alle domande. Ero molto nervosa e non
volevo denunciare i miei amici e conoscenti, tanto più che erano tutte
menzogne. Esitavo nel rispondere a quasi tutte le domande, non potevo
sopportare il pensiero che quella gente sarebbe stata torturata come me, e
cominciavo a piangere; in
quei momenti sentivo di nuovo picchiare dall’altra parte dello specchio: i due
uomini nella sala
fingevano di non sentire i colpi e mi offrivano acqua e sigarette, ma io non
accettavo. Quando hanno finito con le domande, hanno stampato la deposizione e
me l’hanno data, affinché la leggessi e la firmassi; c’era tutto, anche cose
che mi ero dimenticata di dire, allora mi sono resa conto che avevano la
deposizione preparata in anticipo, perché c’era ciò che loro volevano che io
dicessi, perché c’erano cose che non avevo detto in quei momenti. Ho firmato il
verbale. Mi hanno detto di alzarmi e mi hanno di nuovo coperto gli occhi,
mentre mi dicevano che mi avrebbero portata dal medico legale; mi hanno portata
in un’altra stanza, dove, appena entrata, mi hanno tolto la benda. Quella
stanza era molto piccola, appeso al muro c’era un armadietto con una croce
rossa e c’era anche un tavolo; un uomo mi ha mostrato un attimo il tesserino e
mi sembrava diffidente. La prima cosa che mi ha chiesto, è stata se avessi
subito maltrattamenti ed io, fra i singhiozzi, gli ho risposto di no. Mi ha
chiesto se avessi le mestruazioni, se sentissi qualche dolore e gli ho detto di
guardarmi gli occhi, perché avevo quello sinistro gonfio e rosso; mi ha dato
un’occhiata e mi ha detto che non era niente, che di sicuro mi si era infettato
mentre mi facevano la vasca da bagno e mi ha chiesto se volessi un collirio.
Non potevo crederci, mi aveva chiesto se avessi subito maltrattamenti e poi,
lui stesso, mi ha detto della vasca da bagno. Non ho accettato il collirio,
volevo continuare ad avere l’occhio arrossato quando mi avrebbero messo a
disposizione del magistrato. Mi ha misurato la pressione perché i Guardia Civil
gli avevano detto che avevo dei cali degli zuccheri, mi ha chiesto che giorno
fosse, dove eravamo e gli ho risposto che non lo sapevo; a parte l’acqua,
quando mi ha chiesto se mi avessero dato da mangiare e da bere, gli ho risposto
di no. Appena finito, un Guardia Civil mi ha nuovamente bendata e, mentre mi
riportava in cella, mi ha detto che avevo fatto molto bene, sia la deposizione,
sia la visita del medico legale. Mi hanno rimessa in cella, mi hanno detto di
approfittarne per dormire un po’, ma pochi minuti dopo sono tornati a bussare.
Mi sono messa al mio posto e sono entrati due agenti incappucciati, mi hanno
detto di mettermi sotto la luce, che mi avrebbero messo del collirio,
mostrandomi un grosso flacone; ho detto che non volevo che mi mettessero niente
nell’occhio, ma uno di loro mi ha risposto che non gli importava quello che
volevo, che me lo avrebbero messo comunque, che decidessi se l’avrebbero fatto
con le buone o con le cattive. Non so cosa fosse quel liquido, ma me ne hanno
messo un po’ in ogni occhio e se ne sono andati. Sono rimasta parecchio tempo
in cella, mentre loro accendevano e spegnevano la luce e bussavano; non
riuscivo a tranquillizzarmi e mi venivano dei leggeri capogiri; ma non volevo
che entrassero di nuovo e sono rimasta seduta per terra, con la testa fra le
gambe, fino a quando sono tornati a prendermi. E mi hanno portata un’altra
volta, bendata, alla sala degli interrogatori; mi hanno messa al solito posto e
uno di loro ha cominciato a parlarmi. Mi ha detto che durante la deposizione mi
ero comportata bene, ma se mi fossi azzardata un’altra volta a guardare
l’avvocato d’ufficio, sapevo cosa mi sarebbe capitato. Anche se all’inizio mi
parlava con un tono tranquillo, diventava sempre più nervoso. Mi ha detto che
mi avrebbero mostrato alcune fotografie e che avrei dovuto dire nome e cognome
delle persone ritratte, gli indirizzi dei loro posti di lavoro e di dove
abitavano e, siccome ci sarebbe voluto del tempo, mi hanno obbligata a sedermi
su una sedia. Avevo le braccia legate allo schienale e mi hanno legato le
caviglie alle gambe della sedia, con una specie di manette di corda; in quella
posizione mi sentivo ancora più debole, perché non avevo nessuna possibilità di
muovermi e questo mi spaventava; uno di loro mi ha tolto la benda, ero contro
la parete e, in quel momento, uno che era incappucciato mi ha messo davanti un
foglio con una fotografia, non so quante fotografie mi hanno mostrato... ma
quando rispondevo qualcosa che non era di loro gradimento, mi minacciavano con
il sacchetto e con la vasca da bagno e, a volte, mi colpivano sulle orecchie
con la mano aperta, lasciandomi mezza svenuta. Ho detto loro che quasi tutta la
gente delle fotografie era gente che conoscevo dal bar, ma che non sapevo né
che luoghi frequentasse, né dove vivesse; hanno continuato a mostrarmi
fotografie su fotografie, fino a quando si sono stancati e, allora, quello che
faceva la parte del capo, ha cominciato a gridarmi “Puttana, troia, se in
questi giorni non hai imparato niente, imparerai!” e cose del genere. Mi ha
detto che non gli costava niente tirarmi due colpi e mi ha rimesso la benda; mi
ha chiesto se quello che avevo detto della gente nelle fotografie fosse vero e
se avessi detto tutto ciò che sapevo. Ho risposto di sì, che non sapevo
nient’altro su quelle persone. Ero completamente terrorizzata, piangevo... mi
ha gridato di non piangere, che lui sapeva tutto e che non gli avevo ancora
detto nemmeno la metà e che per me sarebbe stato molto peggio se lo avesse
detto lui, al mio posto, che il gioco era finito; mi ha alzato un poco la
benda, mi ha mostrato una pistola, era di metallo. Ho cercato di voltarmi, ero
terrorizzata, pensavo che mi mia avrebbero sparato... ridendo, mi hanno chiesto
se volevo prenderla in mano, volevano vedere se “avevo le palle” per sparare
loro, come mio fratello e il mio compagno; io dicevo di no, fra i singhiozzi,
tremando, e loro, ridendo, mi dicevano cose come “puttana traditrice”. Allora
ho sentito il metallo fra le gambe e un Guardia Civil mi ha sussurrato di non
muovermi. Piangevo e ho cominciato ad urlare come una pazza, mentre facevo
forza per chiudere le gambe, ma non potevo, perché avevo le caviglie legate
alle gambe della sedia. Mi ha messo la pistola fra le gambe e, con la mano, ha
scostato il tanga. Gli gridavo di lasciarmi in pace, ma si è messo a colpirmi
sulle orecchie, con la mano aperta, mentre mi gridava di stare ferma o gli
sarebbe partito un colpo, che la pistola era carica. Sentivo le risate degli
altri, che dicevano cose come “troia, vacca, puttana, ti piacerà...”. Mi ha
introdotto la canna della pistola nella vagina, gridandomi continuamente
nell’orecchio “Cosa ti dice (riferendosi al mio compagno) quando ti scopa? Gora
ETA?”, non riuscivo a smettere di piangere e non avevo più la forza di gridare.
Si è messo ad introdurmi e togliere la pistola con maggiore violenza e mi
faceva male, mentre quello che mi stava violentando mi sussurrava “ti piace,
puttana”, “non avrai un figlio di puttana, perché ti tirerò due colpi”; il suo
odore mi invadeva, mi faceva schifo, non so se quell’odore mi uscirà mai dalla
mente. Tutti ridevano, uno mi teneva per il collo, mentre l’altro continuava a
mettermi e togliere dalla vagina la canna della pistola e mi palpava il petto
in maniera molto brusca, strizzandomi il seno. Percepivo dentro di me il freddo
del metallo, mi ripetevano che la pistola era carica e che se avesse sparato
sarebbe stata colpa mia. Non so quanto tempo è durata la violenza, ma sono
ammutolita, ero persa; in quella stanza, stavano violando il mio corpo, ma per
un istante sono riuscita a fuggire da lì, fra i singhiozzi, ma sono riuscita a
fuggire da lì; mi ricordavo della mia gente, ero con loro, ero protetta.
All’improvviso ha estratto molto bruscamente la canna della pistola dal mio
interno, dicendo agli altri “guardate come ha goduto, questa puttana”,
“bisognerà rifarlo, che alla troia è piaciuto...”. Sono tornata alla realtà, mi
faceva male dappertutto. Mi hanno di nuovo mostrato le fotografie, una ad una
e, di ogni persona, mi ripetevano quello che io avevo detto (il paese del quale
erano...), oltre a ciò di cui volevano accusarla, mi dicevano che dovevo
imparare tutto a memoria, per ripeterlo quando mi avrebbero portato di sopra, a
deporre. L’hanno ripetuto molte volte e io dovevo a mia volta ripetere ancora
ed ancora e, se mi confondevo, ricominciavano a picchiarmi sulle orecchie con
le mani aperte ed a minacciare di violentarmi di nuovo.
Mi hanno riportata in cella,
messo dell’altro “siero” negli occhi e mi hanno lasciata lì per un po’ finché
hanno nuovamente bussato; mi sono messa al mio posto e mi hanno dato pantaloni
e maglione per portarmi a deporre. Ero nella stessa stanza di prima, con gli
stessi agenti, ma questa volta l’”avvocato” era un uomo (non l’ho visto, ma ho
sentito la sua voce); questa volta mi hanno mostrato le fotografie, su ogni
foglio ce n’erano sei o sette, dovevo firmare sulle fotografie di chi conoscevo
e dire come mai lo conoscevo. Ero molto nervosa e non ricordavo la maggior
parte dei dati, ogni volta che esitavo, sentivo bussare dall’altra parte dello
specchio, come durante l’interrogatorio precedente, per tenermi sotto
pressione; è andata avanti così fino a che non sono passate tutte le fotografie
e, quando è finito, mi hanno detto che mi avrebbero fatto l’esame del DNA, che
volevano sapere se acconsentivo. Siccome ero terrorizzata e non avevo la forza
di rifiutare, ho detto di sì; mi hanno fatto un tampone, mettendomi in bocca un
paio di bastoncini, di quelli per pulirsi le orecchie. Per portarmi fuori dalla
stanza, mi hanno di nuovo coperto gli occhi e mi hanno riportato dal medico
legale, che mi ha fatto le stesse domande, chiedendomi se avevo le
mestruazioni, se avevo subito maltrattamenti eccetera; ma, come la volta
precedente, non ha scritto nulla sul suo quaderno. Mi hanno riportata in cella,
dove sono rimasta qualche ora, direi “tranquilla”, anche se bussavano ed
aprivano lo spioncino, ma senza entrare; non riuscivo a dormire, perché ero
terrorizzata e nervosa, non riuscivo a togliermi dalla testa quello che mi
avevano fatto... erano arrivati persino a violentarmi, non poteva succedere niente
di peggio, mi sentivo sporca, mi faceva schifo solo pensarci, non sapevo perché
mi avessero violentata e non riuscivo a smettere di piangere. Quando sono
tornati a prendermi, ho avuto un leggero capogiro, di certo per la paura e
prima che mi riportassero alla sala degli interrogatori ho chiesto che mi
lasciassero andare in bagno. La voce di una donna mi disse di fare in fretta.
Appena entrata in bagno, mi sono tolta il tanga per vedere se mi avessero
causato qualche lacerazione o qualcosa del genere, perché mi faceva molto male,
ma era tutto “a posto”. Nella piastra di metallo che c’era sul boiler, mi sono
guardata l’occhio ma non era più arrossato, c’erano solo le lacrime che
cadevano, ma stavo meglio. Mi hanno detto che mi avrebbero portato nella sala
degli interrogatori, mi hanno messo al solito posto; lo stesso agente mi ha
detto che ero lì da due giorni e che, come avrei dovuto sapere, i miei compagni
avevano avuto il tempo di scappare, che ormai sapevo di cosa erano capaci, che
cominciassi a parlare. Gli ripetevo, fra i singhiozzi, che non sapevo niente e
lui cominciava a gridare; mi parlavano di qualsiasi cosa, del mio compagno,
della mia famiglia, del lavoro, degli studi... fino a quando si stancavano e
minacciavano di violentarmi ancora, di spaccarmi la testa a pedate. Da quel
momento in poi, tutto è stato in qualche modo più tranquillo; mi hanno
messo il sacchetto sulla testa altre due volte, come se fosse stato un gioco,
quando non me l’aspettavo e questo mi spaventava ancora di più. Mi hanno portata
ancora una volta nella stanza dove tenevano la vasca da bagno e mi ci hanno
rimesso la testa una volta; più che altro ho subito minacce di violentarmi, di
mettermi il sacchetto, di affogarmi nella vasca e così via, dicevano che quello
che avevano fatto a me l’avrebbero fatto anche ai miei familiari. Erano molto
insistenti riguardo il mio compagno e, intanto, mi facevano molte domande; mi
hanno detto che avrei dovuto fare una nuova deposizione e che, in quella, mi
avrebbero fatto domande solo su di lui, come hanno poi fatto in un
breve interrogatorio. Mi hanno portata di nuovo in cella, bendata;
nell’entrare, mi sono messa a piangere. All’improvviso ho sentito la voce del
solito Guardia Civil, che diceva di mettermi contro il muro; tremavo,
terrorizzata, non riuscivo a togliermi dalla testa quello che mi aveva fatto
quel tipo quando sono entrata in cella. Pensavo che lo avrebbe rifatto; quando
ho fatto come mi aveva ordinato, è entrato e, nell’aprire la porta, ha
cominciato a parlarmi... dovevo approfittare per dormire, dovevo pensare bene a
ciò che avrei detto davanti al giudice e che dovevo essere furba, perché dovevo
sapere che se non avessi detto tutto ciò che avevo dichiarato lì, sarei tornata
da lui e che, allora, non ne sarei uscita viva. Diceva che non avrei potuto
raccontare a nessuno ciò che era successo lì, sia perché loro lo sarebbero
venuti a sapere, sia perché alla gente avrei fatto schifo, soprattutto al mio
compagno, perché, secondo lui, non avrebbe più avuto voglia di stare con me;
dopo avermi detto queste cose, ha chiuso la porta e se n’è andato. Poco dopo,
la donna Guardia Civil mi ha ordinato di mettermi contro il muro, perché mi
avrebbe lasciato un panino ed una bottiglietta d’acqua sulla branda; ho fatto
come mi aveva ordinato e, quando ha richiuso la porta, ho visto il panino sulla
branda: non ho assaggiato né il cibo, né l’acqua, perché temevo che ci avessero
messo qualcosa, qualche droga e lei è rientrata a prenderli. In quei momenti,
cercavo di tranquillizzarmi, pensando ai miei, ripetevo a me stessa che loro
erano al mio fianco, perché sentivo una profonda solitudine. Non sapevo da
quanti giorni fossi lì, nelle mani dei miei torturatori e temevo che fosse una
bugia la storia che mi avrebbero portata presto dal giudice. All’improvviso
hanno bussato molto violentemente e mi sono messa contro la parete,
terrorizzata, perché i colpi erano stati molto violenti; quando ho sentito
aprirsi la porta, due uomini mi sono saltati addosso mentre, ridendo, mi
dicevano che questa volta mi avrebbero violentata davvero. All’inizio ho usato
tutte le mie forze per cercare di liberarmi di loro, ma era impossibile ed uno
mi dava degli schiaffi per farmi smettere; la porta era aperta e ce n’era un
altro che guardava all’esterno, uno di quelli che erano entrati mi ha costretta
a restare sulla branda, mentre mi afferrava per le braccia e si abbassava i
pantaloni. Piangevo, disperata, ma poi sono rimasta assolutamente ferma, perché
non avevo più forze per resistere, “cosa credevi, che te la saresti cavata così?”
mi diceva quello con i pantaloni abbassati; quando mi si è buttato sopra, non
mi sono mossa, lo guardavo negli occhi, con odio e non riuscivo a smettere di
piangere. Sfregava il suo corpo contro il mio e mi diceva delle porcherie ma,
ad un tratto, tutti si sono messi a ridere e se ne sono andati, lasciandomi in
un angolo della branda, rannicchiata, dicendomi che facevo loro schifo. A quel
punto ero disorientata, non ne potevo più, volevo essere con la mia famiglia,
uscire da lì, che l’incubo finisse... Quando sono tornati a prendermi, era
passato molto tempo, è venuta la donna e mi hanno portata al bagno, con gli
occhi bendati. Mi hanno obbligata a fare la doccia e mi hanno fatto indossare
abiti puliti; quando ho finito mi hanno rimesso la benda, mi hanno portata
fuori dal bagno e siamo rimasti lì qualche minuto, fermi, finché è arrivata la
macchina della Guardia Civil. Mi hanno detto che davanti al giudice dovevo
confermare le deposizioni, che altrimenti sapevo cosa mi aspettava e di non
dire nulla delle torture se non volevo tornare lì. Dopo avermi detto così, se
n’è andato; mi hanno messa in un furgone, tolta la benda. Mi portavano alla Audiencia
Nacional (Tribunale speciale spagnolo, ndt). Ho cominciato a piangere, alla
fine, ero fuori da quell’inferno... I Guardia Civil che hanno partecipato agli
interrogatori sono stati: quello che faceva le domande, era uno giovane, sui 30
anni, biondo, con lunghe basette, sotto il labbro aveva un poco di barba, alto
circa 1,80, naso grosso, capelli rapati, occhi chiari, pelle bianca e parlava
un euskara (lingua basca, ndt) con accento di Bizkaia molto stretto. Quello che
scriveva era anziano, sulla sessantina, capelli brizzolati, grassoccio, basso
di statura e con il viso rotondo».
29 dicembre 2004
a cura di “Indipendenza”