QUALE CLIMA NEL TERZO MILLENNIO?

Le attività dell'uomo stanno causando cambiamenti climatici su scala globale. Quella che nello scorso decennio era considerata da molti studiosi solo un'ipotesi allarmistica, è entrata prepotentemente nell'agenda dei governi dei principali paesi industrializzati e non. Il concetto di "effetto serra" è ormai di uso comune, e spiega perché gli ultimi dieci anni siano stati i più caldi della storia della meteorologia, e da un anno e mezzo ogni mese batte il record di caldo degli ultimi 120 anni.
Principale responsabile di tutto ciò, è l'anidride carbonica, considerata "gas serra" per eccellenza, il cui enorme rilascio nell'atmosfera ha il potere di renderla più impermeabile al calore in uscita. Questo schermo, come i vetri delle serre, cattura la radiazione infrarossa che rimbalza sulla Terra, provocando un generale aumento della temperatura e, probabilmente, una serie di fenomeni meteorologici, come l'aumento di intensità degli uragani e l'alternanza di periodi di siccità ad altri caratterizzati da disastrose alluvioni. Derivando l'anidride carbonica dall'uso di combustibili fossili, quali petrolio, gas naturali o carbone, sotto processo sono i sistemi energetici, il traffico di veicoli e la produzione industriale. Ma anche gli incendi delle grandi foreste, che da un lato, distruggendo gli alberi, eliminano il principale agente di fissazione dell'anidride carbonica libera, i vegetali appunto, dall'altro, attraverso la loro combustione, contribuiscono al suo rilascio nell'atmosfera.
A luglio del '99 arriva finalmente una buona notizia: le emissioni, per la prima volta dal '93, sono in calo. L'anno precedente sono state rilasciati 6.32 miliardi di tonnellate in meno di gas serra, pari allo 0.5 %, a fronte di una crescita economica globale nello stesso anno del 2.5%. Questo a sfatare l'interessata equazione proposta dalle lobby industriali che correla le misure a difesa del clima con una diminuzione della crescita economica dei paesi che le applicano. In realtà si tratta di un risultato parziale, dovuto sia ad una migliore efficienza dei sistemi energetici e al minor uso del carbone come combustibile, ma anche all'abolizione di numerosi sussidi sull'energia. Uno strumento, quest'ultimo, ritenuto di capitale importanza dal Worldwatch, forse il più titolato osservatorio mondiale sui problemi dell'ambiente. Un'altra brusca flessione nelle emissioni si era, peraltro, già verificata nel '90, ma in questo caso le misure protezionistiche non c'entravano. La diminuzione era dovuta, infatti, al drammatico crollo economico nell'Europa centrale ed orientale, diretta conseguenza degli eventi successivi all'abbattimento del Muro di Berlino.
Ma la più recente diminuzione del livello di anidride carbonica può essere considerata sufficiente ad arginare i disastrosi effetti dell'aumento della temperatura su scala globale? Sicuramente no. "Per essere sicuri di evitare il disastro bisogna tagliare le emissioni del 50-70%" ammoniscono i 2.500 scienziati dell'Ipcc, (Intergovernamental Panel of Climate Change dell'Onu). Un obiettivo che annullerebbe il più importante accordo finora preso a livello internazionale per la limitazione nella produzione di gas serra. Si tratta di un trattato noto come Protocollo di Kyoto firmato dai rappresentanti di 176 paesi nel dicembre '97, durante la Convenzione sui cambiamenti climatici. Con esso i 38 paesi più industrializzati del mondo stabilivano di arrivare, entro il 2008-2012, ad una riduzione delle emissioni del 5.2%, rispetto ai livelli del 1990, una percentuale ritenuta del tutto insufficiente dai climatologi (che suggeriscono almeno di raddoppiarla) anche solo per stabilizzare la presenza di gas serra nell'atmosfera ai livelli attuali, già altissimi. Nell'ambito di questo trattato sarebbero dovute essere fissate le regole con cui avviare la riduzione delle emissioni, in particolare rispetto ai cosiddetti "meccanismi di flessibilità", che mirano ad ottenere tali riduzioni anche al di fuori dei confini del proprio paese. Un tipico esempio di tali meccanismi è rappresentato dall'Activites Immplemented Jointly. In questo caso due paesi a differente grado di sviluppo (leggi di industrializzazione, secondo i dettami fondomonetaristici) si impegnano a collaborare volontariamente con finalità economiche, ma anche ambientali, attraverso un progetto del paese investitore (quello industrializzato) ospitato sul territorio del partner "in via di sviluppo". Il Costarica, ad esempio, ha raggiunto un accordo che gli frutterà 300 milioni di dollari in 6 anni per il mantenimento delle sue foreste tropicali. Obiettivo dell'intesa la conservazione del carbonio contenuto negli alberi e lo sviluppo del turismo a basso impatto ambientale. L'appeal di tale meccanismo, per i paesi investitori, è che le quote di riduzioni ottenute nel paese partner (debitamente certificate) possono essere messe a proprio credito. In altre parole, se l'Italia finanziasse un progetto per la produzione di energia eolica in Mozambico, la quota di emissioni "risparmiata" da questo paese potrebbe essere aggiunta a quella che l'accordo di Kyoto ha imposto all'Italia stessa. Come a dire, un meccanismo del tutto interno al modello economicista, diretto responsabile dell'attuale drammatica situazione ambientale planetaria.
Il coinvolgimento dei paesi del Terzo Mondo nel tentativo di ridurre le emissioni è di fondamentale importanza se si considera che nel 2010 la quantità dei "gas serra" di India, Indonesia e Cina supererà quella di Europa ed Usa. Anche se attualmente è proprio in Usa, paese che rappresenta il 4% della popolazione mondiale, che si produce il 45% delle emissioni e dove il loro calo è più lento.
Un ulteriore meccanismo, contestato dai gruppi ambientalisti per la sua filosofia del "pago quindi inquino", prevede appunto la possibilità di acquisire quote di riduzione da altri paesi, con la creazione di una vera e propria "borsa delle emissioni". Non è un caso, quindi, che i paesi dell'ex Patto di Varsavia siano stati favoriti dal protocollo di Kyoto con degli scarsissimi obblighi di riduzione, che sottintendono la volontà da parte dei paesi industrializzati di acquistare le loro quote.
Nel novembre del '98 un'ulteriore round della convenzione sul clima, svoltosi a Buenos Aires, portava ben poche novità, tranne una: la ratifica, da parte degli Stati Uniti, della convenzione di Kyoto. La convenzione fissava anche un appuntamento: la verifica, entro il 2001, del rapporto fra impegni di riduzioni e previsioni di crescita delle emissioni. Un compito finalizzato ad individuare obiettivi di riduzione più avanzati, che possano coinvolgere tutti i paesi sulla base di un nuovo rapporto scientifico. Proprio le divisioni in seno al blocco di quelli industrializzati hanno rappresentano il punto focale dell'incontro che, ad un anno di distanza da quello svoltosi nella capitale argentina, si è tenuto a Bonn, nel cuore dell'Europa industriale e che si è concluso con un ennesimo nulla di fatto. Da una parte Usa e paesi "satelliti" (Canada, Australia e Nuova Zelanda) spingono per la completa liberalizzazione nel commercio delle emissioni, contando probabilmente di acquistare quelle -artificialmente "gonfiate" da troppo ottimistiche previsioni di sviluppo economico- di Russia ed Ucraina. Dall'altra l'Europa occidentale, per la quale almeno la metà delle riduzioni spettanti ai singoli paesi devono essere ottenute all'interno del paese stesso.

Il fatto davvero incredibile rimane però un altro, e cioè quanto scarsa sia l'attenzione dedicata dai paesi firmatari del Protocollo di Kyoto all'operato della Banca Mondiale, rispetto ai tanto temuti cambiamenti climatici. La banca svolge, infatti, un ruolo cruciale nel finanziamento dei progetti di estrazione ed uso di combustibili fossili che comportano un aumento esponenziale delle emissioni dei gas serra. Basti pensare che per ogni dollaro speso dalla Banca Mondiale, dalla Conferenza di Rio ad oggi, sono state prodotte tre tonnellate di anidride carbonica. La promessa del suo presidente, Wolfensohn, fatta durante l'Earth Summit II di New York alcuni anni fa, di calcolare le emissioni di gas serra legate alle attività della Banca, non limitandosi esclusivamente a quelli inerenti la costruzione di centrali termoelettriche è rimasta appunto solo una promessa. Non solo. Una clausola prevedeva la possibilità di destinare il 20% dei finanziamenti del settore energetico della Banca, a sostegno delle energie rinnovabili e dell'efficienza energetica. Frutto dell'attivismo di alcuni funzionari dalla più spiccata sensibilità ambientalista, tale clausola venne prontamente rimossa dal testo, che nel 1997 dettava le direttive dell'organismo sul problema "effetto serra", dalla direzione della World Bank.
In un panorama destinato ad ispirare ben poco ottimismo, l'Italia, una volta tanto, si è distinta per il varo di una serie di interventi certamente diretti nella giusta direzione. Questo nonostante una continua tendenza all'aumento delle sue emissioni (+ 2.8%) che, pur lontana dai dati degli Usa (+ 8%), è certamente distante dagli obiettivi di stabilizzazione posti dalla Conferenza di Kyoto.
Nel maggio del '97 è stato, infatti, stipulato un accordo fra il Ministero dell'Ambiente e la Fiat, che prevede un impegno, da parte dell'industria torinese, a ridurre del 20% le emissioni di CO2 delle autovetture che verranno vendute nel 2005. Più recentemente sono stati messi a punto una serie di strumenti operativi che vanno dalla Carbon Tax alla delibera CIPE che indica obiettivi di riduzione per i diversi settori, fissando tempi precisi per l'adozione di norme e misure da parte dei diversi ministeri; dalla riforma del mercato elettrico al Libro Bianco delle fonti rinnovabili.
D'altronde, il quadro previsto per il nostro paese, qualora si realizzasse l'aumento delle temperatura di 3° C, ipotizzato molto realisticamente per l'intero Mediterraneo dagli studiosi dell'Ipcc, è a dir poco drammatico. L'innalzamento delle acque di questo mare, calcolata in una ventina di centimetri, sarà, infatti, più che sufficiente a consentire l'infiltrazione di quella salata in alcune della falde che assicurano il ricambio dell'acqua potabile a grandi città. Il risultato più evidente di ciò sarà il cambio di aspetto di intere zone costiere. Una ricerca della Columbia University afferma che in Italia ben 11.000 km quadrati potrebbero essere conquistati dal mare. Fra le aree ad alto rischio: Venezia, il Delta del Po, la Laguna di Orbetello e molte delle spiagge meridionali.
L'aumento di temperatura accelererà, inoltre, il processo di desertificazione dei terreni. Secondo i dati diffusi dalla Convenzione Internazionale sulla Desertificazione, il 27% del territorio italiano è esposto ad elevato rischio di erosione. Ma non è tutto. Il caldo sta, infatti, già facendo arretrare i ghiacciai alpini, che in 40 anni hanno perso l'8% della loro superficie, il 50% rispetto alla metà del secolo scorso, arrivando a cedere fino a 40 m l'anno.
Come dire, non è possibile più attendere per operare scelte radicali in senso protezionistico. Il punto di non ritorno è stato probabilmente già superato.

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