HAKIM BEY E LA NON IDEOLOGIA DELLE TAZ

È un dato di fatto che il movimento più o meno correttamente definito cyberpunk abbia dato, in particolare modo nel nostro paese, un grosso scossone al panorama della controcultura, del sapere sociale non omologato.
Dalle intuizioni che hanno politicizzato le fascinose ricostruzioni social-fantascientifiche di William Gibson è giunto un fiume di linfa vitale, indispensabile per fare uscire, dal coma profondo in cui era caduto, un ambito culturale costretto ormai da un decennio a riciclare stancamente teorizzazioni sessantottine e riverberi della furiosa stagione del ‘77.
Alcuni degli intellettuali più lucidi e meno ortodossi della sinistra italiana, un nome per tutti Francesco Berardi "Bifo", vi hanno attinto a piene mani, cercando di ricostruire proprio intorno al cyberpunk una nuova identità antagonista capace di indicare, attraverso l’attenzione verso le nuove tecnologie, segnatamente quelle informatiche e della comunicazione, una possibile strada di ribellione e non acquiescenza rispetto allo spesso spietato ridisegnarsi dei bisogni sociali indotti dalla loro adozione su vasta scala nella società-mondo. A questo lucido entusiasmo per il bambino appena nato, che prometteva tanto per il futuro, ha dato un fondamentale contributo un autore fino a pochi anni sostanzialmente sconosciuto o la cui frequentazione intellettuale era riservata ad un tutto sommato ristretto circolo gravitante intorno all’area dell’anarchismo libertario ed eretico nordamericano.
Ci riferiamo all’ormai famosissimo, perlomeno in Italia, Peter Lamborn Wilson, meglio noto con l’esotico pseudonimo di Hakim Bey. Espulso dall’India per motivi politici, ora vagante fra un albergo di Chinatown, l’Irlanda e una roulotte nelle paludi nel New Jersey, Bey è forse l’ultimo autentico guru della cultura antagonista. Un ruolo cui hanno sicuramente contribuito le sue passioni, intellettuali sicuramente più che ideologiche, poco in linea con la cultura di retroterra marxista. Profondo conoscitore delle culture islamiche meno ortodosse, la sua fama ha conosciuto una vera e propria esplosione mediatica a partire dai primi anni ’90, poco dopo la pubblicazione di quello che è certamente il suo libro più noto, l’ormai quasi mitico "TAZ"1.
Nonostante gli anni trascorsi si tratta di una fortuna che sembra tutt’altro che destinata ad esaurirsi, visto che del concetto di Zone Temporaneamente Autonome, TAZ appunto, hanno addirittura iniziato ad appropriarsi anche gli antagonisti dell’ultimissima ora, uno per tutti il rapper mainstream che risponde al nome di Lorenzo Cherubini, in arte (sic) Jovanotti. Come sostiene lo stesso Bey: "La TAZ, da semplice comodo provvisorio acronimo, è diventata un alibi per l’assenza di strategia e abbonda oggi sulla bocca dei trendies e dei mediatisti"2.
Definire una TAZ non è semplice, visto che la sua nascita come dirompente intuizione politica parte proprio dall’esigenza di spiazzare, depistare, confondere, i media capitalisti. Quegli stessi sempre pronti a gettarsi avidamente su ogni manifestazione di socialità non omologata per normalizzarla, trasformandola in puro trend, in moda assolutamente innocua rispetto allo status quo. Semplificando una TAZ può essere vista come un’isola, non necessariamente fisica, di territorio liberato dalle logiche di dominio economico e mentale capitalista. Un rifugio, come le isole del Mar dei Caraibi lo erano per i pirati, per sfuggire ai condizionamenti e ai diktat mentali ed economici imposti dall’Impero delle Merci. Uno spazio mentale, più che un posto, dove fuggire, allontanandosi dalle necessità indotte e dai condizionamenti, spiazzando così il nemico scomparendo dalla sua vista.
Una TAZ può apparire, e rapidamente dissolversi, sulla rete Internet come in un Centro Sociale Occupato, in una comunità di agricoltori biologici come fra gli squatter di una metropoli. È temporanea per non essere distrutta o normalizzata, ma anche scelta ideologica di rinuncia al confronto diretto col Capitale. Una contrapposizione considerata perdente in partenza, vista la sproporzione delle forze in campo. Vietcong psichici che tendono agguati lungo i sentieri della giungla mediatica, rifugiandosi nelle sue pieghe per apparire altrove quando lo scontro diventa impari. Nomadi senza patria, che rifiutano identità costrittive per perdersi nel magma dell’umanità che rifiuta ogni appartenenza: questi e mille altri possono essere o diventare i pionieri, i fondatori, i cittadini, virtuali o meno che siano, delle Zone Temporaneamente Autonome.
Una scelta politica, quindi, ma che allo stesso tempo rifiuta la politica com’è comunemente intesa, quale pratica specialistica d’interazione col tessuto sociale che ci circonda. Nelle TAZ questo tessuto è ricostruito su basi del tutto nuove, e con la presunzione di non ricreare all’interno di esse le medesime logiche di dominio e di gerarchia che sottintendono la società capitalistica da cui ci si è allontanati.
Cosa accade, però, quando un’idea certamente nata come aperta agli altrui contributi -la sincera fede anarco-libertaria di Bey non può farla concepire altrimenti- è trasformata in un dogma non discutibile o è estremizzata fino quasi alla parodia, andando ben oltre le reali convinzioni di chi l’ha per primo seminata, diffusa? Accade quello che è accaduto in Italia, dove le fascinose teorizzazioni di Hakim Bey hanno avuto un tale successo da produrre non solo una lunga serie di epigoni (e questo potrebbe essere considerato un fatto positivo), ma da riuscire a trasformare le TAZ da punti di partenza a punti d’arrivo di ogni possibile pensiero antagonista. La non politica, la fuga, come unica concezione dell’impegno militante. "Piccole comunità in fuga, questa è l’idea che io propongo per il futuro" -è Bifo a sostenerlo- e ancora: "Comunità senza territorio, dunque nomadi. Comunità senza appartenenza, dunque elettive"3.
Il giusto rifiuto della rigidità di ogni sistema sociale, basato esclusivamente sul concetto di identità, è trasformato a forza in disprezzo per ogni forma di valorizzazione della differenza, assimilata, di fatto, alla xenofobia e al razzismo. Scrive sempre Bifo: "Secondo me abbiamo una forma di razzismo ogni qual volta crediamo che le differenze passino tra un’appartenenza e l’altra (tra diverse comunità, tra diverse culture, tra diverse nazionalità o etnie), piuttosto che renderci conto che le differenze passano tra una persona e l’altra"4.
È evidentemente la confusione fra la differenza considerata dal punto di vista di un naziskin, con la rivendicazione di specificità di chi, oppresso, è privato coercitivamente della propria. Mettendo sullo stesso improbabile piano l’irlandese cattolico che lotta per sopravvivere in un sistema coloniale che lo opprime, con il soldato inglese che, certamente diverso (le centinaia di anni di storia del suo popolo ben difficilmente avrebbero potuto non renderlo tale), impone questa differenza con gli strumenti della violenza imperialista. Equiparando l’indio del Chiapas che rivendica con forza la sua identità altra, al latifondista che lo affama e lo perseguita.
Questa disinvolta forzatura delle tesi dell’autore di TAZ diventa ancora più inquietante se si considera che esse sono (per fortuna, aggiungiamo...) tutt’altro che un monolite di linearità, come a volta si è voluto far credere. Le stesse sono state, ad esempio, totalmente assimilate, nell’ambito del Movimento che fa riferimento all’area dei Centri Sociali Occupati, alla cultura cyberpunk, quando lo stesso Bey è tutt’altro che tenero nei confronti delle nuove tecnologie informatiche, tanto da essersi meritato addirittura, da alcuni titolati esponenti di quell’area, il quasi epiteto di primitivista. In "A ruota libera"5, una raccolta che comprende saggi scritti fra il ’93 e il ’95 è lui stesso ad affrontare il problema con estrema chiarezza. "Ora, quando io parlo di «ritorno al paleolitico» mi ritrovo ad oscillare verso le posizioni primitiviste -di conseguenza gli estropici mi hanno accusato di essere un nostalgico affetto da tecnofobia e incline a reazioni luddistoidi. Quando invece parlo del potenziale uso di Internet nell’organizzazione di una TAZ, riprendono il sopravvento i miei vecchi entusiasmi S-F e sembro quasi un estropico -di conseguenza i primitivisti mi hanno accusato di essere «soft» nei confronti della tecnologia, sedotto dal tecno-ottimismo, dall’illusione che la separazione possa superare la separazione". La pubblicazione di questo volumetto, avvenuta in Italia alcuni anni dopo l’esplosione di popolarità delle TAZ nell’ambito della sinistra antagonista, ha oltretutto creato un problema che, curiosamente, investe in prima persona quella che è la diffusione orizzontale dei saperi, considerata almeno potenzialmente la più potente attrattiva offerta dalla cultura della Rete.
Il messaggio delle TAZ è stato, infatti, nei primi anni ’90, filtrato attraverso l’esperienza dei Centri Sociali e, come dicevamo, assimilato alla discussione apertasi sui mutamenti sociali indotti dalle nuove tecnologie. A ciò si sono aggiunte una serie di riflessioni teoriche da parte di alcuni intellettuali militanti, come il già citato Francesco Berardi.
Hakim Bey è divenuto perciò citatissimo, trasformato in una vera e propria icona della controcultura. In questa costanza di apologia nessuno si è curato di verificare come e quanto fossero mutate le sue opinioni col trascorrere degli anni, rispetto magari ad una loro verifica avvenuta attraverso l’interazione con una società, quale quella occidentale, che aveva di slancio superato la staticità, frutto malato della Guerra Fredda, dopo la caduta del Muro di Berlino e l’acclarato trionfo dell’Impero Unico del Capitale.
Nonostante gran parte dei suoi scritti più recenti fossero rintracciabili su Internet, questo non ha impedito che in Italia si discutesse esclusivamente delle tesi di "TAZ", considerandole, di fatto, il verbo di Hakim Bey. La pubblicazione di "A ruota libera" e quella più recente di "Millennium"6 hanno completamente cambiato le carte in tavola, facendoci conoscere le sue attuali posizioni politiche, con buona pace, visto il ritardo con cui ciò è avvenuto, di quello che dovrebbe essere il maggiore pregio della circolazione in rete delle notizie e delle idee: l’immediatezza della loro diffusione. La capacità di seguire in tempo reale l’evoluzione del pensiero di un autore e lo svolgersi del dibattito rispetto a quelle che sono le tesi che propone. In questo caso sembrerebbe invece essere avvenuto un corto circuito mediatico, una cristallizzazione dell’informazione, o un suo filtraggio attraverso le griglie di un costrutto ideologico cui evidentemente qualcuno si era fin troppo affezionato.
In realtà, invece, come vedremo più avanti, il papà delle TAZ ha dimostrato di non voler dormire, come ogni buon rivoluzionario, sugli allori virtuali di un ampio consenso al proprio lavoro, considerandolo nient’altro che un work in progress, suscettibile come tale di poter essere smentito o trasformato dall’impatto su di esso operato dalla realtà storica e sociale. E di essere oltretutto molto più eclettico e aperto alla diversità dei suoi più o meno altolocati epigoni nostrani.
Pur avendo un background culturale di matrice marxista, Bey ha filtrato attraverso la sua personale visione esperienze di esoterismo libertario, come quella dei Sufi, da cui l’accusa di "sufismo prêt-a-porter", o di eversione sociale, come può essere intesa quella dei pirati, di cui parla in "TAZ". Il frullato che ne viene fuori, per quanto a volte bizzarro -uno dei saggi di "A ruota libera" è dedicato alla dimostrazione dell’esistenza del malocchio- può sicuramente risultare indigesto a molti di coloro i quali non accettano i deviazionismi, le eresie, soprattutto rispetto ad argomenti che una certa sinistra paludata da sempre considera tabù, uno per tutti il nazionalismo.
In "Millennium" viene riscoperto il concetto di rivoluzione, la possibilità di contrapporsi in maniera organizzata all’arroganza dello strapotere neoliberista. Dice Bey: "Credo che dobbiamo riconsiderare tutte le nostre priorità, dobbiamo capire che la militanza è nuovamente un concetto importantissimo". Le TAZ continuano ad essere considerate utili a questo scopo, ma non prioritarie -"oltre la zona temporaneamente autonoma, al di là dell’insurrezione, c’è la necessaria rivoluzione, la «jihad»"- e si propone, quando ciò è possibile, la loro trasformazione in PAZ, Zone Permanentemente Autonome. Realtà collegate fra di loro da BBS o da altre reti, per creare mediante il linkage di economie locali o marginali, un tessuto economico alternativo che gli permetta di sopravvivere nello scontro con il mercato globale.
Centrale diventa poi, nella proposta di Hakim Bey, il concetto di differenza rivoluzionaria, di valorizzazione della diversità contrapposta all’omogeneizzazione della stessa imposta dalla globalizzazione forzata. "La differenza -sostiene- è che la diversità non deve necessariamente essere egemonica o fascista. E questa sarà una cosa estremamente difficile da capire per la vecchia sinistra, perché la vecchia sinistra stessa aveva tra i suoi ideali, quello di un’unica cultura mondiale -secolare, razionalistica, (..) totalmente illuminata, senza ombre, industria, proletariato, avanti verso l’avvenire, fondamentalmente egemonica verso le differenze". Questa attenzione e questo rispetto riguarda anche le religioni. "Ma sembra chiaro che senza religione non ci sarà rivoluzione radicale; -afferma- la Vecchia sinistra e la (vecchia) Nuova Sinistra non possono certo farcela da sole". E parlando di religioni lo sguardo è orientato in primo luogo verso l’Islam non oscurantista, quello del già citato sufismo, del socialismo sciita di Alì Shariati, quello cosmopolita della Bosnia multietnica o del "Sentiero Verde" del colonnello Gheddafi. "Se una vera coalizione anticapitalista dovrà mai apparire a questo mondo, non potrà fare a meno dell’Islam", sostiene Bey in "Millennium".
Ma l’interesse è diretto anche verso alcune componenti del cristianesimo, e non solo per quelle, è il caso dei sacerdoti che si riconoscono nella Teologia della Liberazione, che in America Latina hanno da sempre sostenuto la causa dei poveri e degli oppressi. "Nei prossimi anni possiamo attenderci di vedere, tanto all’interno quanto all’esterno della chiesa, forme di revival di «cristianesimo celtico», votato alla resistenza contro l’inquinamento dell’ambiente sia fisico, sia immaginale, e perciò impegnato nella lotta anticapitalista".
Quella proposta nel suo ultimo lavoro è una grande coalizione che, pur conscia delle differenze presenti al suo interno, possa battersi, con qualche possibilità di contrastarlo efficacemente, contro il neoliberismo dilagante. Non è un caso perciò che una delle esperienze citate più spesso sia quella zapatista, epigoni urbani compresi, che alla forte rivendicazione di identità etnica affianca un messaggio universalistico di liberazione sociale. In quest’ambito vengono citati anche il Tibet, il movimento dei nativi americani e, con grande convinzione, una possibile e futura Irlanda repubblicana, vista come un potenziale detonatore nel cuore dell’Europa capitalista.
Le piccole nazioni che propongano modelli libertari e socialisti sono considerate da Hakim Bey fondamentali ai fini della ricostituzione di un fronte anticapitalista internazionale. Con le sue parole: "Un federalismo proudhoniano basato sulle particolarità non egemoniche in una mutualità «nomadologica» o rizomatica di solidarietà sinergica, questa è la nostra struttura rivoluzionaria". Si tratta quindi di un esplicito apprezzamento per un nazionalitarismo politicamente qualificato che continua ad essere osteggiato, quando non apertamente accusato di dar vita comunque a forme di governo reazionarie, da buona parte di quella sinistra più o meno antagonista, che magari considera "TAZ" un proprio imprescindibile testo di riferimento ideologico.
Un equivoco politico, un limite di comprensione, al chiarimento del quale questo giornale da anni ritiene di dare il proprio qualificato contributo. Trovare al proprio fianco, in questo non facile processo, una personalità come Hakim Bey, non può che farci molto piacere.

 

1) Shake, Edizioni Underground, 1993.

2) "A ruota libera", Castelvecchi, 1996.

3) "Come si cura il nazi", Castelvecchi, 1993.

4) "Come si cura il Nazi", ibidem.

5) "A ruota libera", ibidem.

6) Shake, Edizioni Underground, 1997.

 

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