CLIMA: IL PIANETA NON PUO' ASPETTARE
Ambiente. Parola magica fino a qualche anno fa capace di risollevare le
fortune elettorali di ogni partito, o le tirature di settimanali e quotidiani. Ambiente.
Argomento divenuto oggi fuori moda, da relegare in cronaca e senza insistere troppo, per
non dare l'impressione di essere fra le Cassandre che a suon di funeste profezie bloccano
la ripresa economica, lo sviluppo, l'uscita dalla crisi. Ambiente. Che ritorna
prepotentemente a richiamare l'attenzione dei media solo quando l'ennesimo disastro
flagella terre lontane o vicinissime, per poi altrettanto rapidamente scomparire da quegli
stessi media appena la situazione mostra qualche timido cenno di miglioramento. Ambiente.
Un problema risolto, risolvibile, distante: "il mare quest'anno era così
pulito...".
Il buco dell'ozono, l'effetto serra, le grandi mutazioni climatiche mimetizzati nelle
pagine interne dei giornali, o con l'onore della prima solo quando lo spettacolo ("gigantesco
iceberg si distacca dalle coste dell'Antartide...") può ancora servire ad
aumentare le vendite anestetizzate dall'ennesima querelle fra politici. Questo mentre,
grazie ad uno scudo di colpevole indifferenza mediatica, stanno avvenendo sul nostro
pianeta sconvolgimenti ambientali che nella storia della Terra hanno sempre seguito cicli
su scala geologica e che oggi accadono sotto i nostri occhi con velocità storica,
visibili e rilevabili durante il corso della vita di ognuno di noi.
La notizia di pochi giorni fa è che l'area di diradazione (il famoso "buco")
nella fascia di ozono che avvolge il pianeta filtrando i raggi del sole e bloccandone le
componenti più dannose alla vita, è arrivata a toccare i primi insediamenti umani. Punta
Arenas, cittadina di pescatori situata all'estremo sud del Cile, comincia a sperimentarne
i drammatici effetti: gli animali domestici accecati dalle cateratte agli occhi, i bambini
la cui pelle, meno protetta, si ustiona con facilità inconsueta se esposta anche per
brevi periodi alla luce solare. Gli adulti che, spaventati, si proteggono con occhiali
scuri e creme anti-radiazioni, come in un film di fantascienza del filone 'catastrofico'.
E ogni anno, negli USA, si contano circa 600mila nuovi casi di tumori alla pelle non
letali, con una tendenza alla crescita dei casi del 4-6%. Mentre i micidiali melanomi nel
1994 sono comparsi ad una frequenza che è 1500 volte superiore di quella registrata nel
1935. Ma i raggi ultravioletti non creano problemi solo all'uomo, anzi -se vogliamo- i
danni che gli arrecano sono minori rispetto a quelli apportati agli ecosistemi marini.
Studiosi americani che dalla primavera del 1990 hanno condotto per due anni una serie di
indagini nel Mare di Bellinghshausen sostengono che, a causa dei danni alla fascia di
ozono, la produzione di fitoplancton, il cui DNA è probabilmente danneggiato dagli UV, è
diminuita del 6-12%. Essendo il fitoplancton al vertice della catena alimentare oceanica
siamo di fronte ad un evento che potrebbe toccare in modo drammatico l'esistenza di uno
dei più importanti ecosistemi marini del mondo, quello polare.
Il "buco" si sta allargando con velocità impressionante, come ha
rilevato un satellite messo in orbita dallo Shuttle "Discovery" nel '91 per
monitorarne in tempo reale le dimensioni. I massimi raggiunti nell'ottobre '93, ed
attribuiti alla grande eruzione del vulcano Pinatubo che aveva scagliato nell'atmosfera 20
milioni di tonnellate di polveri e composti clorurati, sono stati ampiamente superati nel
'94 (ad effetti dell'eruzione ormai esauriti), quando l'area di rarefazione ha raggiunto
la quota record di 24 milioni di km2, coprendo una superficie ben più ampia dell'intero
Antartide. Il satellite della NASA ha stabilito inoltre, senza più margini di incertezza,
il ruolo centrale svolto dai Cfc (clorofluorocarburi, gas utilizzati dall'industria per il
raffreddamento, negli spray e nei solventi), rispetto alla genesi e al progressivo
estendersi del fenomeno. I gas si accumulano in quello che viene definito dagli studiosi
il "vortice polare antartico", un tipo di circolazione atmosferica che si
mantiene stabile per tutto l'inverno, isolando l'aria che arriva così a raggiungere
temperature estremamente basse. Sono queste a provocare la formazione di nuvole polari
stratosferiche costituite da ghiaccio, che imprigionano il cloro fino alla primavera,
quando può iniziare il suo attacco alla fascia di ozono. Nel 1992, a Copenaghen, durante
la conferenza delle Parti del Protocollo di Montreal, i paesi firmatari di quell'accordo
internazionale hanno stabilito che la produzione dei Cfc sarà vietata a partire dal 31
dicembre 1995. Una decisione importante che rischia però di essere totalmente inefficace,
in quanto i gas individuati dai colossi della chimica per sostituirli (gli Hcfc,
idroclorofluorocarburi, e gli Hfc, idrofluorocarburi) sono pericolosi quanto i loro
predecessori, contribuendo i primi anch'essi alla distruzione della fascia d'ozono ed
entrambi al surriscaldamento del clima. L'attuale presenza di cloro nell'atmosfera è tale
che per tornare alla situazione degli anni Settanta, quando il "buco" non
esisteva ancora, si dovrebbe comunque attendere fino alla metà del prossimo secolo, e
solo se la produzione dei Cfc e dei loro sostituti cessasse immediatamente e del tutto. La
legge approvata nel nostro paese nel 1993 grazie alla tenace azione del gruppo
ambientalista Greenpeace, nonostante i tentativi della Confindustria di spostarne
l'applicazione al 2014, è sicuramente un buon passo nella direzione giusta, ma non
risolve un problema che ha dimensioni globali. Greenpeace ha comunque indicato la strada
corretta ed oltretutto economicamente praticabile, quella della sostituzione dei gas
mangia-ozono con delle innocue miscele di butano e propano. A dispetto di quanto
sostenevano i dirigenti della ICI, una delle più grandi multinazionali della chimica, in
una lettera inviata all'organizzazione 'verde' ("...Possiamo forse tornare nei
nostri laboratori e perdere i prossimi 10 anni lavorando sulle idee di Greenpeace per
vedere se è poi possibile metterle in pratica?"), molte industrie hanno già
iniziato a produrre "greenfreezer", frigoriferi verdi. L'Italia, per
inciso, è come al solito in ritardo, ed attualmente nel nostro paese è possibile
acquistarne un solo modello, prodotto dalla ditta Bosch.
Anche per quanto riguarda l'effetto-serra, la tecnica utilizzata dalle grandi holding
industriali (e conseguentemente dai governi le cui politiche economico-industriali sono da
esse condizionate) per ritardare l'applicazione di provvedimenti veramente efficaci è
quella di prospettare i possibili effetti futuri che questo produrrà come eventi
lontanissimi nel tempo e comunque probabili solo da un punto di vista statistico. George
Bush ha per anni sostenuto che l'effetto serra era solo "un'ipotesi"
scientifica, priva di ogni riscontro che giustificasse le dure restrizioni che venivano
chieste all'emissione di CO2 e degli altri "gas-serra". È stata
addirittura invocata la cosiddetta "Ipotesi Gaia" (questa sì ben poco
circostanziata dal punto di vista scientifico) per la quale le capacità omeostatiche
della Terra sarebbero tali da poter assorbire anche le centinaia di milioni di tonnellate
di CH2 (e metano proveniente, ad esempio, dagli allevamenti intensivi) annualmente
scaricati nell'atmosfera, per l'80% dai paesi industrializzati. In realtà sul
riscaldamento progressivo cui va incontro il clima dell'intero pianeta le certezze
iniziano ad essere molte e convergenti. L'aumento di temperatura è già in corso, anche
se in modo non omogeneo rispetto alle varie aree geografiche, e i calcoli indicano che se
le emissioni di gas continueranno al ritmo attuale quella media aumenterà di circa 0.3°C
per decennio, salendo di un grado nel 2025, di tre alla fine del prossimo secolo. Possono
sembrare valori minimi e scansioni temporali lunghe ma scendendo nel dettaglio dei
cambiamenti che essi provocheranno a livello planetario si vedrà che non è così. Uno
studio del Settore Clima del Dipartimento Ambiente dell'Enea ha ricostruito, mediante
simulazioni al computer molto accurate, lo scenario di quanto accadrà nel 2050 nell'area
mediterranea che ha come centro l'Italia. Un futuro estremamente prossimo, quindi, che
molti dei lettori di questo articolo potrebbero vedere con i propri occhi, o quantomeno
sapere che vedranno i propri figli. L'aumento previsto di 3°C muterà radicalmente la
situazione meteorologica nel nostro paese. Mentre al Nord si registrerà un cospicuo
aumento delle precipitazioni (fino al 30% nella stagione invernale, quando un limitato
periodo di precipitazioni continue ha recentemente provocato la nota, catastrofica
alluvione in Lombardia e Piemonte), nel Mezzogiorno le piogge diminuiranno del 10% nei
mesi invernali e fino al 30% in quelli estivi. In regioni cronicamente flagellate dalla
siccità questo significherà un tracollo dell'agricoltura, la desertificazione di vaste
aree ora fertili e il dilagare degli incendi. L'innalzamento della temperatura globale
porterebbe anche ad una modesta crescita del livello del mare, intorno ai 15-20 cm,
sufficiente però a fare arretrare la linea costiera di circa 300 m per molte centinaia di
km, con conseguente infiltrazione di acqua salata nelle falde, già oggi particolarmente
colpite da prelievi selvaggi e inquinamento chimico.
Un quadro decisamente drammatico che continua ad essere sostanzialmente ignorato dai mass
media, più interessati a raccontare con dovizia di particolari le ultime disavventure
sentimentali della famiglia reale inglese o i capricci del calciatore di turno. Eppure i
segnali negativi continuano ad arrivare senza soluzione di continuità. Piccoli, come il
risveglio anticipato dal letargo della colonia austriaca di orsi bruni, o paurosi, come il
già citato distacco di un iceberg di 2876 Km2 dalla calotta antartica, dove i ricercatori
del Centro Antartico di Cambridge hanno registrato, negli ultimi 50 anni, l'aumento di
circa 2.5° C della temperatura media, perlomeno in alcune aree. Un processo, quello del
ritiro delle grandi masse ghiacciate, che interessa anche l'Europa. "Dal 1958 la
superficie dei ghiacciai italiani -a parlare è Giuseppe Onufrio di Greenpeace- è
diminuita dell'8% e 48 dei più importanti ghiacciai del mondo sono in ritirata con una
velocità che arriva a 50 m l'anno".
Quanto ai rimedi, fino ad oggi si è trattato più che altro di generiche dichiarazioni
d'intenti, ed alcune volte neppure di quelle. All'inutile Earth Summit di Rio svoltosi nel
'92, un documento dai toni sfumati -la Convenzione sul Clima- impegnava le nazioni
industrializzate a ridurre entro il 2000 le emissioni di CO2 e metano ai livelli del 1990.
Nel marzo dell'anno scorso il trattato è entrato in vigore, ratificato finora da 72 dei
160 stati firmatari, ma questo non certifica di certo una sua concreta applicazione. Negli
USA, ad esempio, che sono la nazione che in questo campo ha le più grosse
responsabilità, il piano varato da Clinton sul clima è molto suggestivo ma ben poco
efficace, limitandosi a fornire incentivi economici alle industrie che vi aderiscono,
invece che imporre sanzioni a chi non lo accetta. Oltretutto i rilasci di CO2
nell'atmosfera sono considerati sullo stesso piano, dal punto di vista del danno prodotto,
di quelli di altri gas meno nocivi, e ciò potrebbe provocare equivoci che finirebbero col
minimizzare gli eventuali risultati positivi. A ciò va aggiunto che negli USA i consumi
energetici, e le conseguenti emissioni di gas-serra sono, grazie al calo del prezzo del
petrolio seguito alla guerra del Golfo, aumentati considerevolmente, superando ogni
previsione governativa. E mentre l'Europa si limita a propugnare la politica di
stabilizzazione stabilita a Rio, uno scoop del quotidiano inglese "The
Independent" ha reso noti i risultati di un lavoro svolto da 400 dei più noti
scienziati del mondo, riuniti nell'Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcg), un
organismo scientifico dell'ONU. Il documento non solo afferma il carattere di certezza
delle prove addotte a favore dell'esistenza dell'effetto-serra, ma stigmatizza l'assoluta
inconsistenza delle misure fino ad ora prese dai governi. Per l'Ipcg il riscaldamento del
pianeta rischia di diventare irreversibile se non verrà attuato il taglio di almeno il
60% delle attuali emissioni. Un provvedimento, puntualizzano gli scienziati, che comunque
non avrebbe un effetto immediato, in quanto anche un blocco totale della produzione di CO2
attuato da tutti i paesi, compresi i non firmatari della Convenzione sul Clima, porterebbe
in ogni caso ad un aumento della sua concentrazione nell'atmosfera a livelli che
finirebbero con lo stabilizzarsi su valori doppi degli attuali. Gli effetti delle
alterazioni del clima indotti dalla sottovalutazione della situazione sarebbero per l'Ipcg
a dir poco catastrofici e coinvolgerebbero almeno un miliardo di persone, colpite dalla
crisi dell'agricoltura causata dall'irregolarità delle precipitazioni e dalla
polarizzazione delle stagioni meteorologiche, nonché dalle inondazioni causate
dall'innalzamento del livello dei mari. Una volta tanto, insomma, il ruolo delle Cassandre
è toccato a dei rispettabili rappresentanti dell'establishment scientifico, latori di un
messaggio che sicuramente sarebbe stato tacciato di "ecoterrorismo" se
fosse venuto dagli ambientalisti.
All'ennesimo summit mondiale sui problemi del clima, tenutosi a Berlino, l'Associazione
dei Piccoli Stati Isola (i più esposti ai pericoli di un innalzamento del livello delle
acque degli oceani) ha avanzato una proposta per ridurre ulteriormente le emissioni di CO2
del 20%, proposta che vede la netta opposizione di Russia, Cina e paesi dell'OPEC,
l'organismo che riunisce gli stati produttori di petrolio. Anche Stati Uniti, Canada e
Australia hanno espresso un parere negativo, rendendo di fatto impossibile l'accettazione
del nuovo protocollo aggiuntivo. C'è da chiedersi a quale logica masochistica si
rifacciano questi governi, che si troveranno, a questo punto inevitabilmente, ad
affrontare fra non molti anni i disastrosi effetti indotti dai mutamenti climatici da loro
stessi provocati con decenni di politiche ambientali suicide. Nessun modello di società,
nessuna organizzazione statale, neanche se basata sul più becero ultracapitalismo e sulla
repressione del dissenso, può pensare di riuscire ad ammortizzare dal punto di vista
sociale ed economico sconvolgimenti naturali che coinvolgeranno l'esistenza di centinaia
di milioni di persone. Questo non può che indurre ad almeno due riflessioni conclusive.
La prima è che fenomeni come l'effetto-serra e il buco dell'ozono (e potremmo aggiungere
la deforestazione, che con il primo ha rapporti sinergici) rischiano di diventare entro
breve tempo non più controllabili, né arrestabili, almeno se non verranno attuate, nei
prossimi 1-2 anni, drastiche misure per -quantomeno- contenerne l'inarrestabile
progressione. La seconda è che la natura spiccatamente sovranazionale degli stessi rende
del tutto inefficace una strategia ambientalista che punti esclusivamente all'azione "locale".
Ammettendo anche che essa arrivi a radicarsi su larga scala nei paesi occidentali, dove
ciò potrebbe incidere concretamente sul modello di sviluppo industrial-capitalista, i
tempi di tale affermazione (quali, poi?) sarebbero comunque troppo lunghi per evitare
l'imminente disastro ecologico che rischia di coinvolgere ampie aree del nostro pianeta.
Rimane quindi prioritario il doppio binario dell'azione globale e locale, che non a caso
è quello costantemente seguito da organizzazioni come Greenpeace, forse il più lucido
dei gruppi 'verdi' per quanto riguarda le analisi e le strategie di azione a difesa
dell'ambiente e dell'uomo che lo abita.
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