BOOKCHIN: UN MUNICIPALISTA LIBERTARIO

Nato a New York nel 1922 e figura chiave del pensiero eco-libertario, Murray Bookchin, il 76enne scrittore, pensatore, storico del movimento anarchico statunitense, ha certamente una fama, nel nostro paese, inferiore all’importanza del suo corpus teorico. Evidentemente l’eresia di alcune sue tesi, in netto contrasto con certo statalismo (di varia coloritura politica) che individua nelle istanze comunitarie il nemico da combattere, lo ha fatto catalogare fra i tanti pensatori scomodi destinati all’oblio intellettuale e all’ostracismo politico. Questo pur rappresentando molte delle sue intuizioni e proposte, parte del bagaglio critico di quella sinistra meno dogmatica e più sensibile alla tematica dell’ambiente come luogo da abitare, dell’interazione fra ecosistemi e bisogni sociali.
In realtà Bookchin è in grado di fornire un importante contributo su due temi di capitale importanza rispetto ad un’idea dell’organizzazione statale (intesa dal punto di vista istituzionale ed economico) che possa essere considerata rappresentativa di praticabili istanze locali, nonché radicalmente compatibile con la salvaguardia degli ecosistemi naturali. Da una parte la proposizione della "Comune dei comuni", del municipalismo libertario, come modello alternativo al più tradizionale Stato-Nazione ottocentesco e ad un nazionalismo dalla gretta matrice xenofoba; dall’altra l’analisi dei fondamenti anti-gerarchici che devono caratterizzare una società che si voglia definire ecologica.
Si tratta di un approccio certamente non facile, ma che affronta il cuore dei problemi sollevati dalla progressiva rivalutazione, da parte della sinistra antagonista, non solo della sfera locale, ma anche di certo nazionalitarismo scaturito dall’esperienza sul campo di alcuni dei principali movimenti di liberazione nazionale a base etnica (e non solo) in Europa e fuori di essa. Bookchin individua con precisione i limiti di quella che attualmente viene definita politica, ma che in realtà null’altro è che "governo dello Stato". Un monopolio del potere da parte di una ristretta minoranza di professionisti che, non rappresentando il popolo nella sua interezza, agiscono in sua delega tradendo i princìpi di una vera democrazia.
Per il pensatore-militante americano lo stesso Stato è d’altronde visto come un parassita della comunità, nutrendosi delle sue risorse e delle sue potenzialità, sia per ottenerne benefici materiali e spirituali, che come strumento di sottrazione del potere di autodeterminazione del suo futuro. Un’istituzionalizzazione dell’amministrazione statale attraverso la creazione di una macchina burocratica, che agisce perciò separatamente dalle comunità amministrate. In contrapposizione netta, perciò, rispetto alla gestione comunitaria della cosa pubblica da parte della popolazione, caratterizzante le società pre-industriali antecedenti la formazione del modello di stato-nazionale.
A questo contrasto fra l’idea di autonomia locale e il soffocante potere dello Stato centrale che ha distinto, seppur in forma spesso confusa, la tradizione populista americana, Bookchin attribuisce il sostanziale fallimento, negli USA, di ogni forma organizzata di socialismo. E al contrario, facciamo notare noi, gli si può far risalire il buon successo del movimento bioregionalista, comprese alcune sue degenerazioni reazionarie, come in qualche modo può ad esempio essere considerato il fenomeno delle "milizie" paramilitari, dalla marcata matrice ideologica razzista e parafascista. In contrapposizione e alternativa allo Stato nazionale, e non come un suo possibile sostegno, egli prospetta invece l’idea di trasformare villaggi, quartieri e città in una "nuova sfera politica", dotata di completa autonomia istituzionale ed economica. Un municipalismo libertario che viene indissolubilmente legato ad una municipalizzazione dell’economia, garantita dall’acquisizione dei mezzi di sussistenza da parte della popolazione e dal controllo della vita economica attraverso assemblee cittadine, che gestiscano in modo integrato aziende, negozi, terre, posti sotto la loro verifica tramite un’organizzazione confederale.
Una forma di autogestione nella quale il territorio e le imprese vengono amministrati da forme di delega popolare e, a livello federale, dai rappresentanti degli organi rappresentativi locali. Con l’economia stessa assorbita dalla sfera civica, attraverso l’integrazione della proprietà all’interno della struttura municipale. Lo Stato, quindi, nel progetto di Bookchin, finisce con l’essere sostituito da una rete confederata di assemblee municipali, con un’organizzazione delle risorse economiche volta, invece che al semplice profitto, alla rivalutazione del ruolo dei municipi come strumento nelle mani dei cittadini per la propria autodeterminazione.
Si tratta di una proposta politica, questa, non solo dal grande fascino, ma oggettivamente cooptabile nel breve o medio periodo, quantomeno dal punto di vista della gestione dell’economia locale, anche in realtà socio-territoriali fortemente antropizzate, come possono essere considerate quelle di buona parte dei comuni italiani. Niente a che vedere, peraltro, con l’autodeterminazione fiscale proposta dalla Lega che, per mal dissimulate ragioni di egoismo sociale, chiede la semplice redistribuzione delle risorse economiche su base territoriale, guardandosi bene dal mettere in discussione un modello economico, quello capitalista, ogni giorno di più caratterizzato dalla sovranazionalità.
L’obiettivo cui punta Bookchin è invece il raggiungimento di una "democrazia economica", nel significato di un accesso libero ed egualitario ai mezzi di sostentamento, con la garanzia dell’affrancamento dai bisogni materiali ottenuto attraverso l’uso delle tecnologie, e non l’utilizzo delle stesse finalizzato ad un aumento dei profitti delle aziende. Come egli stesso fa notare nei suoi scritti, un’economia strutturata sul mercato non può che entrare in collisione con "l’elemento più rilevante dell’etica comunitaria: il condividere", perdendo produzione e consumo qualunque relazione con lo sviluppo tecnologico e con la possibilità, da parte dell’individuo, di governare razionalmente le proprie condizioni di vita.
È quindi la rinascita delle assemblee cittadine, sia a livello di municipalità nei comuni di dimensioni limitate, che a quello di quartiere o di vicinato nelle città più grandi e finanche nei grandi agglomerati metropolitani, all’interno dei quali solitamente scompare ogni forma di rappresentatività partecipativa, il punto centrale di quella che si configurerebbe come una vera e propria rivoluzione dal basso, come una forma di autentica democrazia diretta. La supremazia di tale struttura rispetto agli altri organi amministrativi nell’indirizzo della politica è considerata dall’autore l’unica garanzia del fatto che il politico prevalga sullo statuale. L’unità primaria della politica viene pertanto considerata la municipalità, dalla quale devono derivare confederazione, interdipendenza, cittadinanza e libertà.
Bookchin ipotizza in tal senso la nascita di un organismo federativo reticolante di consigli amministrativi, i cui membri sono eletti direttamente dalle assemblee popolari, e rispetto a queste siano responsabili del coordinamento e dell’amministrazione delle direttive politiche scaturite dalle loro decisioni. Una "comunità di comunità" rispettose dei diritti umani e dell’ambiente in cui vivono, attraverso le quali il potere, fluendo dal basso verso l’alto, diminuisce progressivamente con l’aumentare delle competenze e delle responsabilità. È evidente il riferimento agli aspetti più positivi della polis greca, pur mancando, nel modello proposto, quelle componenti di xenofobia etnica e di esclusivismo politico che certamente la caratterizzarono. C’è infatti, nell’autore, una continua preoccupazione nel rimarcare l’assoluta necessità che, all’autosufficienza economica, si affianchi un’interdipendenza culturale che prevenga, nelle comunità, il possibile rischio di particolarismo e provincialismo. Due patologie sociali, queste, che possono essere considerate il rovescio della medaglia di ogni modello politico che faccia riferimento a valori comunitari, siano essi l’etnia, la nazione o il clan tribale.
La storia passata e recente ci mostra continui esempi di nazioni nate da giuste lotte di liberazione che introiettano i meccanismi di discriminazione e dominio di cui sono state oggetto -e che hanno combattuto- nel proprio tessuto istituzionale e politico. Gli oppressi di ieri trasformati negli oppressori di oggi sono una triste realtà, come l’esperienza dell’ex Jugoslavia ci ha insegnato con drammatica evidenza. Essendo la rete confederale sovrapposta alle bioregioni, Bookchin evidentemente ne ipotizza un’integrazione con il territorio, con le comunità indigene e i loro modelli produttivi ed economici. Il riferimento alle società "pre-industriali" è d’altronde continuo in "Ecologia della libertà" (Elèuthera, 1985), certamente la sua opera più propriamente "ideologica".
Di tali società l’autore statunitense valorizza in primo luogo un’economia non spasmodicamente tesa all’accumulazione del capitale, come è invece quella capitalista, che ha economizzato l’intera società spazzando via ogni tradizione di aiuto reciproco e responsabilità morale, consuetudini etiche e valori che, nel passato, si contrapponevano alla deriva mercantilistica dei comportamenti sociali. È proprio il capitalismo a lavorare tragicamente -sostiene Bookchin, peraltro con un certo ottimismo che riteniamo non del tutto giustificato e legittimo- alla creazione di condizioni oggettive che potrebbero portare ad una drastica crisi ecologica foriera di un radicale cambiamento socio-economico.
In realtà ritenere prossimo un collasso seppur limitato del sistema capitalistico, che ogni giorno di più dimostra le sue portentose caratteristiche di omeostasi, di autostabilizzazione, ha il sapore di una radicale quanto romantica utopia. Anche problemi di gravità estrema e globale, che riguardano la stesa sorte del nostro pianeta, o almeno di quello che attualmente è il suo assetto ambientale, vengono costantemente metabolizzati e inertizzati nei loro contenuti, quando non trasformati in ulteriori occasioni di stratosferici accumuli e reinvestimenti di capitali. Compiuti, paradossalmente, in nome della difesa di un ecosistema planetario che è proprio il modello industrial-capitalista ad aver portato sull’orlo del collasso. Il riciclaggio "verde" anche degli organismi internazionali e delle società che hanno le più grosse responsabilità nell’opera di sistematica distruzione della natura, quali ad esempio la Banca Mondiale o le multinazionali della chimica, è incessante, come anche l’ideazione di soluzioni esasperatamente tecnologiche e tutte interne al meccanismo del libero mercato ai problemi ambientali, che da perversi effetti strutturali di quest’ultimo hanno avuto origine. Sostanzialmente critico nei confronti del socialismo scientifico, sia esso quello classico di Karl Marx, che nelle sue varianti di matrice anarchica con Proudhon e Kropotkin, Bookchin individua, ancora una volta, la comunità -intesa come quartiere, città, municipalità- come il punto focale dell’agire del movimento ecologista, così come la fabbrica era stata l’humus indispensabile per l’affermarsi del radicalismo proletario. In questo caso è evidente e manifesto il riferimento allo sviluppo di possibili nuovi movimenti sociali che si pongono trasversalmente rispetto alle tradizionali linee di classe. Fra questi un’attenzione particolare è data a quello femminista, per la sua dura critica all’oppressione, al dominio di genere esercitato sulle donne benestanti non meno che su quelle povere.
Sono loro i soggetti attivi dell’ecologia sociale, che mira disgregare la struttura sociale gerarchica, verticale, sostituendola con ecocomunità orizzontali che rifiutino il principio del dominio, rifacendosi a quelli delle complementarità e della partecipazione. Un’ecologia che non accetta che un’asserita, e spesso anche reale, universalità dei problemi sociali ed ambientali, la loro globalità, privi di senso "l’agire localmente", puntando invece allo sviluppo di una sensibilità nei confronti della specificità e dell’unicità dei luoghi, che diventi "senso del luogo, una sorta di lealtà verso il territorio in cui viviamo". Si tratta di un’attitudine che, per l’autore, non deve però portare ad assumere una posizione di distacco e indifferenza alla realtà materiale della vita umana, alle intricate relazioni sociali ed economiche da essa scaturite. Piuttosto palese sembra essere, in questo caso, il riferimento ad alcune componenti del movimento ambientalista statunitense, quali ad esempio alcuni dei gruppi dell’area della cosiddetta Deep Ecology, che hanno in passato assunto posizioni del tutto discutibili rispetto a temi quali l’immigrazione illegale negli USA, l’AIDS o la malnutrizione nei paesi del Terzo Mondo.
Il rischio che le soluzioni "locali", parziali, il riformismo ecologico, possano diventare un facile paravento per occultare la gravità della crisi che colpisce l’ecosistema Terra è comunque sempre enunciato da Bookchin, che teme che questi possano sviare l’attenzione dell’opinione pubblica, ma anche gli studi teorici, dalla non procrastinabilità e radicalità dei rimedi necessari alla sua risoluzione. Non è infatti possibile continuare ad ignorare un segnale così eclatante come è quello rappresentato dal processo di progressiva semplificazione dell’intera biosfera, che va nella direzione opposta di quella diversificazione biologica ed ecologica che ha consentito la sopravvivenza, fino ad oggi, della componente animale e vegetale del nostro pianeta. Essendo per l’eco-anarchico statunitense la gerarchia rappresentata dai sistemi tradizionali e psicologici di comando e obbedienza e non esclusivamente dai sistemi politico-economici che vengono individuati con i termini classe e Stato, egli non considera assolutamente ogni società ecologica come intrinsecamente antigerarchica. Anche se caratterizzata da attributi di decentramento e autosufficienza una struttura sociale improntata al rispetto dell’ambiente e delle risorse non rinnovabili può tranquillamente coesistere, infatti, con ordini gerarchici estremamente rigidi, non essendo le tecnologie a basso impatto ambientale e la piccola scala degli insediamenti umani e industriali di nessuna garanzia rispetto al dispotismo della società del dominio. Al contrario la storia insegna che per centinaia di anni le realtà rurali, i villaggi e le piccole città organizzati secondo princìpi economici comunitari hanno fatto da supporto materiale a stati decisamente autoritari, quando non proprio dispotici. È proprio la messa in discussione dei consueti concetti di gerarchia a dare, per Bookchin, alla prospettiva ecologica un carattere di liberazione sociale e dell’individuo.
D’altronde né il decentramento, né l’uso di energie alternative, né un’agricoltura biologica o la riduzione dell’inquinamento trasformano di per sé una società in ecologica. Gli stessi termini piccolo, leggero, intermedio, conviviale, appropriato, sostiene, hanno scarso significato quando i concetti che esprimono non possano essere integrati all’interno di strutture societarie emancipatrici e finalizzate a scopi comunitari.
Il punto centrale rimane perciò l’iscrizione delle tecnologie, che mai assumono caratteri di neutralità, potendo operare come attivatrici di un rapporto più stretto con gli ecosistemi naturali o verso la direzione opposta, in un determinato contesto sociale. Nelle finalità che esse intendono servire, nel retroterra culturale ed etico che le ispira, nel rapporto con le istituzioni che le controllano, nel tipo di mutazioni che tendono a generare nei quadri istituzionali. Per Bookchin una società ecologica è l’espressione del rapporto fra cittadini e natura, più che un semplice corpus di istituzioni eco-compatibili sorrette da un più o meno accentuato rifiuto delle logiche gerarchiche.
Ciò significa mettere in discussione alla radice non solo le più convenzionali questioni ambientali, come il rapporto fra industria e agricoltura, ma il concetto stesso, ad esempio, di fabbrica come anello centrale del processo di meccanizzazione, e il ruolo di questo (basti pensare all’industria della produzione della carne o alla cosiddetta "rivoluzione verde") come sostituto dei meccanismi biologici che sottintendono l’esistenza delle reti alimentari. Questo pur considerando egli l’opzione fra una industria di piccola scala e un ritorno a tecniche di produzione tradizionali, una decisione da delegare interamente alle generazioni future, eventualmente deputate alla gestione delle ipotizzate reti di eco-comunità.
E il pericolo che il rifiuto delle logiche industrial-capitalistiche possa essere inteso come la proposta di un regresso forzato ad un medioevo pre-industriale è indubbiamente una preoccupazione che attraversa costantemente la sua opera, non tanto da un punto di vista strettamente tecnologico, anche se sono evidenti i limiti politici di una tale opzione, quanto per una sua netta avversione alle derive misticheggianti di certo ecologismo profondo nordamericano, ma anche, più recentemente, europeo. Un primitivismo troppo spesso degenerante in ambigue e pericolose suggestioni vicine a certo approssimativo darwinismo sociale, che cerca ogni pretesto per caldeggiare spietate lotte per la sopravvivenza, magari con la giustificazione della protezione ambientale.
Lotta all’immigrazione illegale per preservare il territorio americano dall’assalto dei nuovi poveri, AIDS e denutrizione di massa come rimedi "naturali" alla sovrappopolazione: queste ed altre agghiaccianti amenità sono state dette, lo accennavamo poco sopra, in nome di un’ecologia colpevolmente indifferente rispetto all’incontestabile realtà che vede come politiche le cause prime della stragrande maggioranza degli scempi operati ai danni dell’ambiente.
È evidente quindi la determinazione, da parte di Bookchin, nel propugnare un’ecologia sociale che individua il ruolo dell’uomo all’interno dei cicli naturale, senza ipotizzare ritorni all’età della pietra, alle superstizioni e all’irrazionalità, ma neppure improbabili e fantascientifiche migrazioni su altri pianeti supportate da un’ideologia del progresso scientista e tecnocratica. In tal senso si spiega la sua netta e già citata critica anche ai mostri sacri dell’anarchismo storico, accusati, a ragione, di non essere stati meno "scientifici" e legati al determinismo tecnologico di Marx e Engels. Personaggi di cui Bookchin, peraltro, recupera e valorizza gli ideali umanistici che ispiravano il loro pensiero, rivisitandoli nella forma di un "umanesimo ecologico" che si proponga come alternativa alle attuali concezioni di razionalità scientifica e tecnologica. Un’ecologia sociale che riesca a dimostrare l’irrazionalità. oltre che la distruttività, degli attuali cicli di promozione, produzione e distribuzione delle merci. All’interno di questa visione del mondo il rapporto e quindi le eventuali differenze fra individui, gruppi di età, sessi, fra l’uomo e la donna rispetto all’insieme degli ecosistemi naturali, vengono vissute, così come lo erano nelle società organiche, non in modo gerarchico, attraverso le categorie di migliore o peggiore, ma facendo riferimento al concetto hegeliano di "unità nella diversità".
Uno dei princìpi intrinseci al rispetto di società organica è per Bookchin quello appunto di fondarsi su "l’eguaglianza dei non eguali", che in quanto tale comporta un riconoscimento di tali differenze, ma alla stesso tempo la loro ineludibile compensazione sociale. Niente quindi è considerabile inferiore o superiore, dovendosi parlare, semplicemente, di dissimile. Una precisazione che chiarisce ogni equivoco rispetto a termini, quali ad esempio comunità, che troppo spesso sono stati utilizzati, nel passato, e lo sono tuttora, per giustificare l’omologazione forzata del non eguale, o la sua feroce discriminazione.
Ma la strada verso una società organica ed ecologica è ovviamente tutt’altro che facile e breve, anche in virtù del fatto che, non potendo anche nei regimi più repressivi, esercitare lo Stato un controllo totale e basato sulla forza bruta, gli è necessario un elevato grado di cooperazione da parte delle classi più sottoposte al suo oppressivo dominio. Ciò vuol dire l’assoluta necessità, come risposta, di creare degli strumenti di lotta e quindi delle strutture organizzative reticolari che propugnino dei valori capaci di fare da base all’etica ambientalista, alla prospettiva di decentramento del potere e al tipo di rapporti basati sulla libera federazione, che devono obbligatoriamente caratterizzare tale società.
Anche in questo risiede l’importanza e l’attualità del pensiero di Bookchin, che propone di realizzare da subito, attraverso l’organizzazione della militanza, i princìpi ispiratori della sua proposta di radicale alternativa politica, economica e sociale.

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