RITORNO A GAIA: IL BIOREGIONALISMO

La grave crisi in cui versa il movimento ambientalista italiano, in particolar modo le sue componenti più istituzionalizzate, è indubbiamente un dato di fatto incontrovertibile. La sua recente impennata di visibilità mediatica, coincisa con la mobilitazione mondiale lanciata da "Greenpeace" contro la ripresa degli esperimenti nucleari francesi e cinesi non deve trarre in inganno, essendo un successo non certo attribuibile all’azione dei vari partiti e partitini che si contendono l’esiguo zoccolo duro dell’elettorato verde, ma esclusivamente all’ondata emozionale scatenata dalle spettacolari azioni degli "eco-guerrieri". Esaurita la quale, l’ipotesi più concreta è quella di un triste ritorno alla routine politica di piccolo cabotaggio che ha caratterizzato l’impegno parlamentare di troppi deputati eletti nelle liste del "Sole che ride".
In questo panorama politico che vede costantemente relegate in subordine le tematiche ambientali rispetto ad esempio agli indici di ripresa economica (che è poi quasi sempre quella delle grandi imprese piuttosto che del comune cittadino) o all’irrisolto quanto pretestuoso contrasto occupazione-sviluppo, non deve perciò stupire l’interesse creato da varianti "esotiche" dell’ambientalismo nostrano. Varianti che tornano a proporre con forza quell’alternativa globale al sistema di vita consumistico-capitalista che una volta rappresentava praticamente il cavallo di battaglia di ogni gruppo dichiaratamente ecologista.
Intendiamoci, si tratta di un interesse che, considerando la ristrettezza di quello zoccolo duro di cui dicevamo sopra, continua a riguardare una percentuale estremamente minoritaria degli italiani, ma che indubbiamente riveste una sua importanza ai fini della valutazione del possibile "appeal" di un’istanza che in qualche modo radicalizzi la questione ambientale, riportandola al centro del dibattito politico nazionale.
Riferimento primario di questa "nuova età" dell’impegno ambientalista è sicuramente il concetto di "bioregionalismo", definito a partire dalla ventennale attività di una serie di gruppi e giornali che negli USA si sono più recentemente organizzati (il primo raduno risale al 1994) nel Movimento Bioregionale Americano. Una galassia, almeno in America, piuttosto composita. Al suo interno convivono infatti gli eco-sabotatori di Earth First! e i molti gruppi che fanno riferimento alla rivista "Planet Drum", i propugnatori di una riforma delle città (il progetto "Green City") e i più radicali assertori della filosofia del "wilderness", lo spazio selvaggio.
Punti cardine di quella che si caratterizza come una vera e propria "ideologia" sono il ripristino e la conservazione dei sistemi naturali, la ricerca di tecnologie sostenibili che consentano la soddisfazione dei bisogni primari dell’uomo (cibo, acqua, energia, casa, ma anche cultura), il rapporto con il territorio abitato. Mentre una costante di quasi tutti i gruppi è rappresentata dal fatto di ispirarsi esplicitamente allo stile di vita dei nativi, delle comunità indigene, con particolare riferimento a quelle nordamericane, da sempre legate in un rapporto "sacrale" al territorio abitato e, più in generale, all’intero pianeta. Quella Gaia degli antichi greci da cui ha preso il nome la scientificamente molto dubbia ipotesi di James Lovelock, che considera l’intera terra un tutto vivente capace di omeostasi.
Come retroterra più specificatamente "filosofico" del movimento vi è poi la cosiddetta "ecologia profonda", una dottrina che propugna l’ecocentrismo, cioé la considerazione degli interessi primari della Natura come punto di partenza dell’agire politico e sociale, con conseguente rimodellamento dei comportamenti umani non "compatibili" con tali interessi.
La storia del bioregionalismo italiano parte dall’attenzione a questo tipo di tematiche mostrato, già all’inizio degli anni Ottanta, da alcune riviste, in particolar modo AAM Terra Nuova, legate strettamente alle pratiche di allevamento ed agricoltura alternative e all’agroturismo, tutte attività che il movimento bioregionalista mette al centro del proprio progetto di trasformazione socio-economico del territorio.
Molto più recentemente, sull’onda del moderato successo dei gruppi nordamericani, case editrici da sempre in sintonia con le tematiche ecologiste -è il caso della Macro di Bologna- hanno iniziato a tradurre nella nostra lingua una serie di autori statunitensi considerati i pionieri del movimento, quali ad esempio Peter Berg e Kirkpatrick Sale. È edita dalla Macro anche Frontiere, rivista oggi su posizioni bioregionaliste, che fino ad un paio di anni fa si definiva "etno-nazionalista", includendo piuttosto ambiguamente, in questo termine, le lotte di liberazione irlandesi o basche come quelle di ben diverso -ma prevedibile- esito, che hanno portato alla creazione di nuovi mini-stati governati da regimi autoritari, se non proprio para-fascisti quali, ad esempio, la Croazia del "Conducator" Franjo Tudjman. E che considerava la fittizia ed egoista "Nord-regione" di Bossi un positivo sintomo del "risveglio etnico" nel nostro paese.
Come il suo ben più articolato omologo d’oltreoceano, il bioregionalismo italiano ha diverse anime, alcune delle quali difficilmente compatibili fra di loro, che da una parte rendono il "messaggio" politico meno coerente e dall’altra ne evidenziano i notevoli limiti "tecnici" quando si tratta di passare dalle pur fascinose enunciazioni teoriche all’applicazione politica e pratica in una realtà socio-ambientale quale è quella europea e, più specificatamente, quella italiana negli anni Novanta.
Riassumendo, le principali critiche che si possono portare al variegato "corpus" del neonato movimento sono sostanzialmente di due ordini. Uno più marcatamente ideologico, che investe la "filosofia" di un’opzione basata esclusivamente su asserite istanze "localiste"; l’altro più "tecnico", che fa riferimento alle approssimative coordinate scientifiche (che è cosa ben diversa da "scientiste") attraverso cui vengono esaminati i rapporti intercorrenti fra gli ecosistemi naturali e le comunità umane che li abitano.
L’opposizione fra locale e globale è da sempre parte del patrimonio ambientalista, e i bioregionalisti americani l’hanno ripresa e sviluppata guardando, come dicevamo, soprattutto alle tradizioni dei nativi che spesso, proprio partendo da un legame "magico" e sacro con il territorio, danno vita ad economie perfettamente sostenibili e a basso impatto ambientale.
L’equazione fra società tradizionali (o comunità "locali") e rispetto nella Natura non può peraltro essere considerata un fatto scontato. Sono moltissimi infatti gli esempi, nel passato, di realtà sociali pre-industriali che sono riuscite ad interferire pesantemente con i cicli naturali o ad apportare disastrose modificazioni a vaste aree geografiche prima di allora non toccate dall’azione dell’uomo. Tutta una serie di elementi fanno ad esempio concludere che l’estinzione di alcuni grandi mammiferi (orso delle caverne, mammouth, tigre dai denti a sciabola) siano state causate dall’azione predatoria operata, con le rudimentali armi e tecniche venatorie di cui essi disponevano, dai cacciatori neolitici. Tra il 4.000 e il 3.000 a.C., nel Peloponneso, in Grecia, un disboscamento selvaggio riuscì addirittura a provocare l’annientamento di una nutrita serie di insediamenti umani. Il caratteristico paesaggio delle Highland scozzesi è in realtà nient’altro che il risultato della totale distruzione ad opera dei nativi del manto boscoso che alcune centinaia di anni fa copriva per intero quelle terre. E gli esempi potrebbero continuare, evidenziando il fatto che il rispetto della natura non è parte integrante del patrimonio antropologico di tutte le civiltà tradizionali, ma solo di alcune di esse.
Quando poi ci si avvicina ai giorni nostri, si vede che le istanze localiste sono spesso appannaggio proprio di quei gruppi che frappongono a tutto i propri interessi economici o che, troppo spesso, agiscono secondo i dettami della classica sindrome N.I.M.B.Y. (not in my backyard, non nel mio cortile), secondo la quale un problema ambientale è risolto nel momento in cui lo si è riusciti a distanziare di un congruo numero di chilometri...
È indicativo il caso degli abitanti delle isole che compongono l’Arcipelago Toscano, da alcuni anni in lotta contro ogni progetto che preveda la protezione delle isole stesse all’interno di parchi nazionali, considerati una iattura in quanto bloccherebbero, a detta degli isolani e dei loro rappresentanti politici, segnatamente di destra, lo "sviluppo" delle economie locali basate sul turismo.
A luglio dello scorso anno uno sciopero pressoché totale, coordinato dal sindaco berlusconiano, paralizzò completamente l’Isola del Giglio, ed è noto l’appoggio dell’ex ministro dell’Ambiente, il post-fascista Matteoli, a chi contesta l’attuazione della legge nazionale sui parchi in isole come Capraia, sempre in Toscana. Molto più recente è l’assenso dato dai sindaci delle Eolie, senza che ciò desse luogo a proteste fra i cittadini, alla rimozione operata dalla Regione Sicilia di ogni vincolo urbanistico sulle piccole isole siciliane. Decisione che, sempre nel nome dello "sviluppo", apre inevitabilmente la porta a devastanti speculazioni.
Quello che deve far riflettere, rispetto a simili episodi, è il fatto che tali piccole isole rappresentano esattamente il modello proposto dai bioregionalisti per delle comunità umane capaci di convivere in armonia con le terre abitate. Se "piccolo è bello", la semplice riduzione della scala non è evidentemente sufficiente, di per sé, al mutamento di una mentalità che ha fatto presto a sviluppare profonde e nefaste radici. Nelle metropoli, poi, quasi sempre localismo significa lotte fra poveri, intolleranza, razzismo, come testimoniano la lunga serie di proteste delle comunità urbane contro i soggetti deboli prodotti dal nostro modello societario, si chiamino essi "extra-comunitari", nomadi, malati di Aids o "viados".
Daltronde quello del razzismo "differenzialista" è, negli USA, il lato oscuro della medaglia localista. Gruppi che non riconoscono (sia detto chiaramente, anche a ragione) l’autorità degli enti federali, suprematisti bianchi, ecologisti di destra e sette fondamentaliste cristiane, costituiscono l’ossatura del movimento dei "Patriots", sorta di comunità di base che rivendicano il diritto all’autogestione del territorio abitato e che hanno nelle famigerate "milizie" di stampo neonazista la propria organizzazione politico-militare.
Ovviamente si tratta di gruppi distanti dal movimento bioregionalista, la cui esistenza deve far però ragionare sulla pericolosità di un costrutto ideologico che si fondi esclusivamente sulla pura e semplice opposizione al modello globalista. Anche perché la frammentazione degli Stati-Nazione e lo stesso ritorno a forme di produzione pre-industriali non è necessariamente sinonimo di alternative reali al capitalismo occidentalocentrico, come dimostrano chiaramente le ultraliberiste entità statali nate dai massacri e dalla pulizia etnica nella ex-Yugoslavia.
Serge Latouche, studioso francese, appassionato sostenitore di tecnologie "appropriate" che rimarchino il primato del sociale sulla tecnica lo dice molto chiaramente: "L’economia mondo-capitalistica, che ha saputo reinventare su vasta scala la schiavitù, è perfettamente in grado di preservare in maniera durevole dei modi di organizzazione precapitalistici. Considerato il costo molto elevato della distruzione-adattamento, tali modi possono manifestarsi infinitamente remunerativi rispetto all’introduzione del modello salariale" .
Daltronde la stessa istanza ecologista non è certo immune da pericolose contaminazioni come dimostrano i programmi dei principali gruppi neonazisti tedeschi, nei quali la difesa dell’ambiente ha un ruolo rilevante. Anche la Nuova Destra francese, teorica del "differenzialismo", e di rimando quella italiana, è molto sensibile alle tematiche bioregionaliste, come dimostra un recente convegno svoltosi a Firenze, che ha riunito alcuni suoi esponenti e rappresentanti dei principali gruppi ambientalisti italiani. Il tutto sotto l’egida di Giannozzo Pucci, "verde" toscano venuto qualche anno fa alla ribalta delle cronache per delle poco felici dichiarazioni sulla presunta "non naturalità" (con conseguente "scomunica") della sessualità omosessuale. Affermazioni grottesche che non solo sottintendono una cultura naturalistica inesistente, visto che l’omosessualità stessa è ben nota nel mondo animale, come daltronde anche lo stupro, il che dovrebbe impedire ogni superficiale trasposizione, ma una pericolosa tendenza al recupero in chiave ecologista, della parte peggiore, quella reazionaria e oscurantista, del ricco patrimonio culturale tramandatoci da alcune delle società "tradizionali".
Lo stesso Latouche, che da anni si batte contro quell’occidentalizzazione del mondo che ha portato alla distruzione su vasta scala delle economie indigene e rurali, è ben conscio del fatto che "la perdita dell’identità culturale e la nostalgia della socialità perduta sono facilmente recuperabili con ideologie di tipo nazista".
La peraltro giusta e auspicata valorizzazione del patrimonio socio-culturale dei "nativi", ci pone oltretutto di fronte un altro problema non secondario, che è quello della tendenza ormai mondiale alla creazione di società multiculturali e multirazziali, in particolar modo all’interno dei paesi industrializzati. Un trend che nessuna politica di "cooperazione" (che comunque al momento non esiste) può ragionevolmente pensare di invertire, almeno sul medio periodo, se non tramite l’attuazione di misure poliziesche di contenimento dell’immigrazione che nulla hanno a che vedere con i fondamenti di una cultura eco-pacifista, facendo storicamente parte del bagaglio ideologico della destra o di una sinistra che ha ormai perso ogni ragione di essere considerata tale.
Non può in questo senso, quindi, non inquietare leggere che "vanno riconosciuti i diritti universali degli abitanti, legati al proprio territorio da un legame profondo, simpatetico, che si avvalga di tecnologie appropriate, e di un’economia che conviva con le risorse locali completandosi -nella minor quantità possibile- con beni e produzioni esterne", qualora tali sacrosanti diritti non vengano considerati automaticamente estensibili ai cittadini che a qualunque titolo sono parte integrante della popolazione di un territorio, venga o meno considerato lo stesso come unità bioregionale, posseggano o meno essi legami profondi con il medesimo.
Non è un caso che in certo etno-tradizionalismo, in Europa molto più che negli Usa, sia ricorrente l’attacco a quei valori significativamente di liberazione sociale (fra cui vi è certamente quello del diritto alla cittadinanza) espressi dalla Rivoluzione Francese. Questo con un’operazione che tenta in modo poco limpido di renderli non separabili dai criticabilissimi esiti della stessa, identificabili con la nascita di uno Stato-Nazione intrinsecamente irrispettoso delle sue minoranze interne, e col "mito della ragione" su cui si fonda tanto scientismo industrialista.
Dicevamo del secondo ordine di critiche che è possibile muovere alla proposta bioregionalista, qualora essa cerchi una sua specificità nel nostro paese dove, lo ricordiamo, è stata solo di recente "importata", e cioè quello che fa riferimento agli aspetti più concreti di una possibile trasformazione dell’organizzazione sociale che si sviluppi in armonia con le unità biogeografiche più o meno distintamente individuate "sul campo".
Il fatto che il bioregionalismo sia nato -come movimento politico- negli Stati Uniti, non è certo attribuibile ad una casualità. Gli Usa presentano infatti due caratteristiche fondamentali che ad esso si adattano particolarmente: un grande territorio in gran parte disabitato e numerose nazioni indigene tuttora conscie della propria identità culturale che hanno da sempre, per motivi come già detto sostanzialmente legati alle loro convinzioni religiose, sviluppato un rapporto con la natura improntato al suo massimo rispetto. Un modello preciso quindi cui poter fare riferimento, quello scelto dai bioregionalisti, combinato con grandi aree semi deserte dove sia possibile mostrarne la sua positiva applicazione pratica.
Alcuni mesi fa James H. Snider, ricercatore di Scienze Politiche alla Northwestern University, è intervenuto sulla rivista "The Futurist" per lanciare quello che non può che essere considerato come un grido d’allarme per il futuro della wilderness -le zone ancora selvagge- degli States: "L’80% degli americani -sostiene Snider- vive nelle aree metropolitane. Ma ora, come avvenne con la ferrovia un secolo fa, le telecomunicazioni stanno cambiando la vita nelle campagne... L’autostrada dell’informazione potrebbe creare un flusso migratorio dalle metropoli verso gli spazi incontaminati, che negli Stati Uniti rappresentano ancora l’84% del territorio". Abbiamo voluto citarlo in quanto la situazione italiana, da questo punto di vista, è certamente ben più compromessa. A causa della sua limitatezza rispetto alla popolazione che lo abita, infatti, il processo di antropizzazione del nostro territorio ha, in passato, raggiunto livelli altissimi, e il più evidente esito di ciò è stato il restringimento delle aree ancora ad un accettabile stato di "naturalità" ai minimi storici raggiunti negli anni ‘60-’70. Paradossalmente questa tendenza ha mostrato una moderata inversione negli ultimi dieci anni proprio a causa del processo di concentrazione della popolazione nelle grandi città, che globalmente ha interessato anche gli altri paesi industrializzati. I risultati di questo processo, ad esempio rispetto al patrimonio faunistico, sono stati immediati, essendo ricomparsi in molte zone i grandi mammiferi (lupi, orsi, linci, cervi) da tempo scomparsi. Si è addirittura assistito all’ingresso nel nostro paese di specie alloctone (come lo sciacallo) provenienti dalla ex-Yugoslavia e all’allargamento degli areali di altre autoctone oltre le nostre frontiere.
Tutto questo per dire che non necessariamente il ritorno di un gran numero di "cittadini metropolitani" alla vita di campagna, auspicato dalla già citata rivista "Frontiere", può essere considerato un fatto positivo per la salvaguardia e l’ampliamento delle residue zone di wilderness ancora esistenti sul territorio nazionale. Un parere questo, condiviso anche da quello che è forse il principale esponente bioregionalista americano, Peter Berg.
In realtà, come sostiene Marina Alberti, le città sono "il luogo ove è possibile realizzare maggiori economie di scala e risparmiare quantità consistenti di risorse naturali", il che rende estremamente interessante una delle opzioni proposte dal progetto bioregionalista, quella nota come "Green City".
"Vogliamo essere una città ecologicamente sostenibile -sostiene Berg-. Le autorità devono prendere decisioni sostenibili per la propria bioregione in materia di acqua, rifiuti, energia, cibo, cultura, educazione e arte pubblica. Il modo di vivere in città è molto importante. La gente oggi deve possedere una macchina per recarsi al posto di lavoro. Questi luoghi dovranno essere avvicinati, limitando così il numero delle macchine. (...) Gli abitanti della città devono diventare "pionieri urbani" in una wilderness di cemento, acciaio e vetro, sviluppando nuove forme urbane e, allo stesso tempo, ricostruendo la propria vita e il paesaggio urbano". Ed ancora: "Le città sono consumatrici pure. Bisogna che diventino più responsabili e che si sviluppi reciprocità fra le zone urbane e il resto della bioregione".
Si tratta, deve essere chiaro, di un’opzione radicale, che nulla ha a che vedere con lo pseudo governo "verde" di sindaci come Rutelli, ma che parte da una constatazione dell’esistente che non si culla nella speranza di improbabili ritorni di massa a quel passato bucolico che sembra a volte riapparire in molti superficiali proclami ecologisti dell’ultim’ora.
Le città possono e devono essere profondamente cambiate partendo dalla loro organizzazione urbanistica, in opposizione al trend di "apartheid" sociale interna che caratterizza lo sviluppo recente delle megalopoli, americane come, in forma meno esasperata, europee. Si può quindi restituire alla vita cittadina quei caratteri di comunità, quella ricchezza dei rapporti interpersonali, quel rapporto con la realtà contadina circostante, quel basso impatto ambientale che sono spesso propri dei piccoli centri, proprio a partire da una radicale modifica di quelli che sono i rapporti sociali fra abitanti.
È quella che Orin Langelle chiama l’ecologia rivoluzionaria (ma si potrebbe anche parlare di eco-socialismo) che "può essere la sintesi delle due posizioni (l’ecologia profonda e l’ecologia sociale, N.d.A.), unita ad altre: l’ecofemminismo mostra la connessione fra dominazione della donna e dominazione della natura; il sindacalismo rivoluzionario spiega la lotta di classe attraverso l’analisi degli opposti interessi dei lavoratori e dei capitalisti. L’ecologia rivoluzionaria accusa le pratiche di dominio antiegualitarie come parte di un meccanismo di controllo che sfrutta tutte le forme di vita del nostro pulsante e vivente pianeta".
Ma il bioregionalismo punta soprattutto all’affermazione di un modello di vita legato alle campagne, al ritorno alla terra, al legame "spirituale" con essa, e quanto di tutto ciò possa diventare realtà in un tessuto regionale in genere fortemente degradato come è quello italiano, rappresenta una delle grandi incognite della sua proposta.
Anche nelle regioni dove l’identità etnica rimane forte (Sardegna, Sud Tirolo, Friuli-Venezia Giulia ad esempio), la sua connotazione è difficilmente raffrontabile con quella dei popoli indigeni presi a modello dal bioregionalismo americano e comunque riguarda popolazioni che già interagiscono positivamente con il proprio territorio. In questo senso le potenzialità del movimento vanno ricercate più nella valorizzazione di esperienze pre-industriali già esistenti, che nell’impossibile tentativo di "riconversione" alla vita bucolica della maggioranza degli abitanti delle grandi città, inevitabilmente destinati, come già detto, ad una più o meno involontaria opera di antropizzazione delle campagne e, soprattutto, delle aree ancora non toccate dall’urbanizzazione. Non è difficile infatti immaginare, ad esempio, quale sarebbe il destino della "bioregione Valle del Tevere" se anche solo trecentomila romani (circa l’8% dell’attuale popolazione della città) decidesse di trasferirvisi... Da questo punto di vista l’importazione acritica da oltreoceano di una "ideologia" certamente a misura di altri spazi pecca di molta superficialità e di notevole "dilettantismo ecologico". Al contrario un tentativo di ottimizzazione dell’uso della terra disponibile è sicuramente realistico e auspicabile, considerando la crescita zero se non negativa che ormai contraddistingue la popolazione nel nostro paese.
Un altro aspetto della questione che ha recentemente avuto una certa notorietà sulla stampa è quello che riguarda la critica radicale della tecnologia avanzata, in particolar modo di quella legata alla telematica, mossa da alcuni settori del movimento bioregionalista. Nel suo ultimo libro, "From King Ludd to Earth First!. Rebel against the future", non ancora tradotto in italiano, un altro dei leader storici del movimento "localista" negli Usa, Kirkpatrick Sale, si scaglia con violenza contro l’"Impero delle Macchine", ricollegandosi esplicitamente alla lotta dei luddisti, che all’inizio dello scorso secolo ingaggiarono e persero, a suon di sabotaggi, una battaglia "di classe" contro la disoccupazione nel settore tessile indotta dall’avvento del telaio meccanico.
Con una notevole dose di ottimismo Sale sostiene che: "Pubblicamente, la resistenza all’industrialismo deve costringere la forza vitale della società industriale alla coscienza pubblica e al dibattito", e contemporaneamente invita ad una guerra senza quartiere al nuovo feticcio tecnocratico, il personal computer, la cui diffusione su larga scala ha, come gli ottocenteschi telai meccanici, innegabilmente falcidiato l’occupazione in moltissimi settori della produzione.
È fuor di dubbio però che un giudizio sulla non neutralità della tecnologia, che Sale giustamente esprime con forza, è cosa diversa dalle possibili interazioni con la stessa da parte di forze che propongono una critica radicale al modello industrialista, come ben sanno tutti gli editori di riviste e pubblicazioni ambientaliste, ormai regolarmente scritte e impaginate al computer. La stessa già citata Earth First!, organizzazione che si è sempre distinta per iniziative dirette, quasi sempre illegali, di chiaro stampo "eco-luddista", è da tempo presente su Internet con una propria "home page", il che indubbiamente evidenzia una certa intrinseca contraddittorietà di alcune facili generalizzazioni.
Daltronde la coesistenza di una dimensione locale e di una globale, veicolata ad esempio da uno strumento di comunicazione come Internet, è estremamente complessa. Se da una parte può essere considerato reale il ruolo dei mezzi di comunicazione di massa (soprattutto televisioni e reti informatiche), come attivo strumento del processo di occidentalizzazione del mondo che ha causato e continua a causare la distruzione delle culture minoritarie, è altrettanto vero che spesso l’attenzione dell’opinione pubblica nei confronti di queste culture è garantita esclusivamente dalla loro esposizione mediatica.
Caso emblematico è quello della lotta popolare nel Chiapas, condotta dai ribelli zapatisti a difesa delle comunità indigene, che ha assunto notorietà internazionale (con conseguente acquisto, da parte del gruppo armato, di forza contrattuale nella trattativa con il governo messicano) proprio in virtù dello spregiudicato uso che è stato fatto dai guerriglieri della televisione e di Internet. Sono moltissime, oltretutto, le lotte ecologiste coordinate e dirette attraverso le reti telematiche, un esempio fra tutti quella di Greenpeace contro i test atomici, ma anche contro l’affondamento nell’oceano delle piattaforme petrolifere in dismissione.
Complessivamente, comunque, la proposta bioregionalista va sicuramente considerata con attenzione, da una parte perché indubbiamente essa contiene al suo interno numerosi spunti interessanti, che possono entrare a fare parte, quando già non lo sono, del patrimonio politico eco-socialista; dall’altra perché è altrettanto innegabile che alcune sue premesse "ideologiche" sono cariche di una notevole dose di ambiguità e possono perciò finire con l’essere strumentalizzate da persone o gruppi che, per usare la efficace definizione di Umberto Eco, si rifanno a valori che sono quelli propri dell’"Ur-Fascismo", valori che una proposta bioregionalista "di destra" potrebbe sicuramente veicolare con forza, arrivando ad inquinare l’immagine e la sostanza della stessa istanza ecologista.

indipendenza

back-34.gif (1142 byte)