RITORNO A GAIA: IL BIOREGIONALISMO
La grave crisi in cui versa il movimento ambientalista italiano, in
particolar modo le sue componenti più istituzionalizzate, è indubbiamente un dato di
fatto incontrovertibile. La sua recente impennata di visibilità mediatica, coincisa con
la mobilitazione mondiale lanciata da "Greenpeace" contro la ripresa degli
esperimenti nucleari francesi e cinesi non deve trarre in inganno, essendo un successo non
certo attribuibile allazione dei vari partiti e partitini che si contendono
lesiguo zoccolo duro dellelettorato verde, ma esclusivamente allondata
emozionale scatenata dalle spettacolari azioni degli "eco-guerrieri". Esaurita
la quale, lipotesi più concreta è quella di un triste ritorno alla routine
politica di piccolo cabotaggio che ha caratterizzato limpegno parlamentare di troppi
deputati eletti nelle liste del "Sole che ride".
In questo panorama politico che vede costantemente relegate in subordine le tematiche
ambientali rispetto ad esempio agli indici di ripresa economica (che è poi quasi sempre
quella delle grandi imprese piuttosto che del comune cittadino) o allirrisolto
quanto pretestuoso contrasto occupazione-sviluppo, non deve perciò stupire
linteresse creato da varianti "esotiche" dellambientalismo nostrano.
Varianti che tornano a proporre con forza quellalternativa globale al sistema di
vita consumistico-capitalista che una volta rappresentava praticamente il cavallo di
battaglia di ogni gruppo dichiaratamente ecologista.
Intendiamoci, si tratta di un interesse che, considerando la ristrettezza di quello
zoccolo duro di cui dicevamo sopra, continua a riguardare una percentuale estremamente
minoritaria degli italiani, ma che indubbiamente riveste una sua importanza ai fini della
valutazione del possibile "appeal" di unistanza che in qualche modo
radicalizzi la questione ambientale, riportandola al centro del dibattito politico
nazionale.
Riferimento primario di questa "nuova età" dellimpegno ambientalista è
sicuramente il concetto di "bioregionalismo", definito a partire dalla
ventennale attività di una serie di gruppi e giornali che negli USA si sono più
recentemente organizzati (il primo raduno risale al 1994) nel Movimento Bioregionale
Americano. Una galassia, almeno in America, piuttosto composita. Al suo interno convivono
infatti gli eco-sabotatori di Earth First! e i molti gruppi che fanno riferimento alla
rivista "Planet Drum", i propugnatori di una riforma delle città (il progetto
"Green City") e i più radicali assertori della filosofia del
"wilderness", lo spazio selvaggio.
Punti cardine di quella che si caratterizza come una vera e propria "ideologia"
sono il ripristino e la conservazione dei sistemi naturali, la ricerca di tecnologie
sostenibili che consentano la soddisfazione dei bisogni primari delluomo (cibo,
acqua, energia, casa, ma anche cultura), il rapporto con il territorio abitato. Mentre una
costante di quasi tutti i gruppi è rappresentata dal fatto di ispirarsi esplicitamente
allo stile di vita dei nativi, delle comunità indigene, con particolare riferimento a
quelle nordamericane, da sempre legate in un rapporto "sacrale" al territorio
abitato e, più in generale, allintero pianeta. Quella Gaia degli antichi greci da
cui ha preso il nome la scientificamente molto dubbia ipotesi di James Lovelock, che
considera lintera terra un tutto vivente capace di omeostasi.
Come retroterra più specificatamente "filosofico" del movimento vi è poi la
cosiddetta "ecologia profonda", una dottrina che propugna lecocentrismo,
cioé la considerazione degli interessi primari della Natura come punto di partenza
dellagire politico e sociale, con conseguente rimodellamento dei comportamenti umani
non "compatibili" con tali interessi.
La storia del bioregionalismo italiano parte dallattenzione a questo tipo di
tematiche mostrato, già allinizio degli anni Ottanta, da alcune riviste, in
particolar modo AAM Terra Nuova, legate strettamente alle pratiche di allevamento ed
agricoltura alternative e allagroturismo, tutte attività che il movimento
bioregionalista mette al centro del proprio progetto di trasformazione socio-economico del
territorio.
Molto più recentemente, sullonda del moderato successo dei gruppi nordamericani,
case editrici da sempre in sintonia con le tematiche ecologiste -è il caso della Macro di
Bologna- hanno iniziato a tradurre nella nostra lingua una serie di autori statunitensi
considerati i pionieri del movimento, quali ad esempio Peter Berg e Kirkpatrick Sale. È
edita dalla Macro anche Frontiere, rivista oggi su posizioni bioregionaliste, che fino ad
un paio di anni fa si definiva "etno-nazionalista", includendo piuttosto
ambiguamente, in questo termine, le lotte di liberazione irlandesi o basche come quelle di
ben diverso -ma prevedibile- esito, che hanno portato alla creazione di nuovi mini-stati
governati da regimi autoritari, se non proprio para-fascisti quali, ad esempio, la Croazia
del "Conducator" Franjo Tudjman. E che considerava la fittizia ed egoista
"Nord-regione" di Bossi un positivo sintomo del "risveglio etnico" nel
nostro paese.
Come il suo ben più articolato omologo doltreoceano, il bioregionalismo italiano ha
diverse anime, alcune delle quali difficilmente compatibili fra di loro, che da una parte
rendono il "messaggio" politico meno coerente e dallaltra ne evidenziano i
notevoli limiti "tecnici" quando si tratta di passare dalle pur fascinose
enunciazioni teoriche allapplicazione politica e pratica in una realtà
socio-ambientale quale è quella europea e, più specificatamente, quella italiana negli
anni Novanta.
Riassumendo, le principali critiche che si possono portare al variegato "corpus"
del neonato movimento sono sostanzialmente di due ordini. Uno più marcatamente
ideologico, che investe la "filosofia" di unopzione basata esclusivamente
su asserite istanze "localiste"; laltro più "tecnico", che fa
riferimento alle approssimative coordinate scientifiche (che è cosa ben diversa da
"scientiste") attraverso cui vengono esaminati i rapporti intercorrenti fra gli
ecosistemi naturali e le comunità umane che li abitano.
Lopposizione fra locale e globale è da sempre parte del patrimonio ambientalista, e
i bioregionalisti americani lhanno ripresa e sviluppata guardando, come dicevamo,
soprattutto alle tradizioni dei nativi che spesso, proprio partendo da un legame
"magico" e sacro con il territorio, danno vita ad economie perfettamente
sostenibili e a basso impatto ambientale.
Lequazione fra società tradizionali (o comunità "locali") e rispetto
nella Natura non può peraltro essere considerata un fatto scontato. Sono moltissimi
infatti gli esempi, nel passato, di realtà sociali pre-industriali che sono riuscite ad
interferire pesantemente con i cicli naturali o ad apportare disastrose modificazioni a
vaste aree geografiche prima di allora non toccate dallazione delluomo. Tutta
una serie di elementi fanno ad esempio concludere che lestinzione di alcuni grandi
mammiferi (orso delle caverne, mammouth, tigre dai denti a sciabola) siano state causate
dallazione predatoria operata, con le rudimentali armi e tecniche venatorie di cui
essi disponevano, dai cacciatori neolitici. Tra il 4.000 e il 3.000 a.C., nel Peloponneso,
in Grecia, un disboscamento selvaggio riuscì addirittura a provocare lannientamento
di una nutrita serie di insediamenti umani. Il caratteristico paesaggio delle Highland
scozzesi è in realtà nientaltro che il risultato della totale distruzione ad opera
dei nativi del manto boscoso che alcune centinaia di anni fa copriva per intero quelle
terre. E gli esempi potrebbero continuare, evidenziando il fatto che il rispetto della
natura non è parte integrante del patrimonio antropologico di tutte le civiltà
tradizionali, ma solo di alcune di esse.
Quando poi ci si avvicina ai giorni nostri, si vede che le istanze localiste sono spesso
appannaggio proprio di quei gruppi che frappongono a tutto i propri interessi economici o
che, troppo spesso, agiscono secondo i dettami della classica sindrome N.I.M.B.Y. (not in
my backyard, non nel mio cortile), secondo la quale un problema ambientale è risolto nel
momento in cui lo si è riusciti a distanziare di un congruo numero di chilometri...
È indicativo il caso degli abitanti delle isole che compongono lArcipelago Toscano,
da alcuni anni in lotta contro ogni progetto che preveda la protezione delle isole stesse
allinterno di parchi nazionali, considerati una iattura in quanto bloccherebbero, a
detta degli isolani e dei loro rappresentanti politici, segnatamente di destra, lo
"sviluppo" delle economie locali basate sul turismo.
A luglio dello scorso anno uno sciopero pressoché totale, coordinato dal sindaco
berlusconiano, paralizzò completamente lIsola del Giglio, ed è noto
lappoggio dellex ministro dellAmbiente, il post-fascista Matteoli, a chi
contesta lattuazione della legge nazionale sui parchi in isole come Capraia, sempre
in Toscana. Molto più recente è lassenso dato dai sindaci delle Eolie, senza che
ciò desse luogo a proteste fra i cittadini, alla rimozione operata dalla Regione Sicilia
di ogni vincolo urbanistico sulle piccole isole siciliane. Decisione che, sempre nel nome
dello "sviluppo", apre inevitabilmente la porta a devastanti speculazioni.
Quello che deve far riflettere, rispetto a simili episodi, è il fatto che tali piccole
isole rappresentano esattamente il modello proposto dai bioregionalisti per delle
comunità umane capaci di convivere in armonia con le terre abitate. Se "piccolo è
bello", la semplice riduzione della scala non è evidentemente sufficiente, di per
sé, al mutamento di una mentalità che ha fatto presto a sviluppare profonde e nefaste
radici. Nelle metropoli, poi, quasi sempre localismo significa lotte fra poveri,
intolleranza, razzismo, come testimoniano la lunga serie di proteste delle comunità
urbane contro i soggetti deboli prodotti dal nostro modello societario, si chiamino essi
"extra-comunitari", nomadi, malati di Aids o "viados".
Daltronde quello del razzismo "differenzialista" è, negli USA, il lato oscuro
della medaglia localista. Gruppi che non riconoscono (sia detto chiaramente, anche a
ragione) lautorità degli enti federali, suprematisti bianchi, ecologisti di destra
e sette fondamentaliste cristiane, costituiscono lossatura del movimento dei
"Patriots", sorta di comunità di base che rivendicano il diritto
allautogestione del territorio abitato e che hanno nelle famigerate
"milizie" di stampo neonazista la propria organizzazione politico-militare.
Ovviamente si tratta di gruppi distanti dal movimento bioregionalista, la cui esistenza
deve far però ragionare sulla pericolosità di un costrutto ideologico che si fondi
esclusivamente sulla pura e semplice opposizione al modello globalista. Anche perché la
frammentazione degli Stati-Nazione e lo stesso ritorno a forme di produzione
pre-industriali non è necessariamente sinonimo di alternative reali al capitalismo
occidentalocentrico, come dimostrano chiaramente le ultraliberiste entità statali nate
dai massacri e dalla pulizia etnica nella ex-Yugoslavia.
Serge Latouche, studioso francese, appassionato sostenitore di tecnologie
"appropriate" che rimarchino il primato del sociale sulla tecnica lo dice molto
chiaramente: "Leconomia mondo-capitalistica, che ha saputo reinventare su vasta
scala la schiavitù, è perfettamente in grado di preservare in maniera durevole dei modi
di organizzazione precapitalistici. Considerato il costo molto elevato della
distruzione-adattamento, tali modi possono manifestarsi infinitamente remunerativi
rispetto allintroduzione del modello salariale" .
Daltronde la stessa istanza ecologista non è certo immune da pericolose contaminazioni
come dimostrano i programmi dei principali gruppi neonazisti tedeschi, nei quali la difesa
dellambiente ha un ruolo rilevante. Anche la Nuova Destra francese, teorica del
"differenzialismo", e di rimando quella italiana, è molto sensibile alle
tematiche bioregionaliste, come dimostra un recente convegno svoltosi a Firenze, che ha
riunito alcuni suoi esponenti e rappresentanti dei principali gruppi ambientalisti
italiani. Il tutto sotto legida di Giannozzo Pucci, "verde" toscano venuto
qualche anno fa alla ribalta delle cronache per delle poco felici dichiarazioni sulla
presunta "non naturalità" (con conseguente "scomunica") della
sessualità omosessuale. Affermazioni grottesche che non solo sottintendono una cultura
naturalistica inesistente, visto che lomosessualità stessa è ben nota nel mondo
animale, come daltronde anche lo stupro, il che dovrebbe impedire ogni superficiale
trasposizione, ma una pericolosa tendenza al recupero in chiave ecologista, della parte
peggiore, quella reazionaria e oscurantista, del ricco patrimonio culturale tramandatoci
da alcune delle società "tradizionali".
Lo stesso Latouche, che da anni si batte contro quelloccidentalizzazione del mondo
che ha portato alla distruzione su vasta scala delle economie indigene e rurali, è ben
conscio del fatto che "la perdita dellidentità culturale e la nostalgia
della socialità perduta sono facilmente recuperabili con ideologie di tipo nazista".
La peraltro giusta e auspicata valorizzazione del patrimonio socio-culturale dei "nativi",
ci pone oltretutto di fronte un altro problema non secondario, che è quello della
tendenza ormai mondiale alla creazione di società multiculturali e multirazziali, in
particolar modo allinterno dei paesi industrializzati. Un trend che nessuna politica
di "cooperazione" (che comunque al momento non esiste) può
ragionevolmente pensare di invertire, almeno sul medio periodo, se non tramite
lattuazione di misure poliziesche di contenimento dellimmigrazione che nulla
hanno a che vedere con i fondamenti di una cultura eco-pacifista, facendo storicamente
parte del bagaglio ideologico della destra o di una sinistra che ha ormai perso ogni
ragione di essere considerata tale.
Non può in questo senso, quindi, non inquietare leggere che "vanno riconosciuti i
diritti universali degli abitanti, legati al proprio territorio da un legame profondo,
simpatetico, che si avvalga di tecnologie appropriate, e di uneconomia che conviva
con le risorse locali completandosi -nella minor quantità possibile- con beni e
produzioni esterne", qualora tali sacrosanti diritti non vengano considerati
automaticamente estensibili ai cittadini che a qualunque titolo sono parte integrante
della popolazione di un territorio, venga o meno considerato lo stesso come unità
bioregionale, posseggano o meno essi legami profondi con il medesimo.
Non è un caso che in certo etno-tradizionalismo, in Europa molto più che negli Usa, sia
ricorrente lattacco a quei valori significativamente di liberazione sociale (fra cui
vi è certamente quello del diritto alla cittadinanza) espressi dalla Rivoluzione
Francese. Questo con unoperazione che tenta in modo poco limpido di renderli non
separabili dai criticabilissimi esiti della stessa, identificabili con la nascita di uno
Stato-Nazione intrinsecamente irrispettoso delle sue minoranze interne, e col "mito
della ragione" su cui si fonda tanto scientismo industrialista.
Dicevamo del secondo ordine di critiche che è possibile muovere alla proposta
bioregionalista, qualora essa cerchi una sua specificità nel nostro paese dove, lo
ricordiamo, è stata solo di recente "importata", e cioè quello che fa
riferimento agli aspetti più concreti di una possibile trasformazione
dellorganizzazione sociale che si sviluppi in armonia con le unità biogeografiche
più o meno distintamente individuate "sul campo".
Il fatto che il bioregionalismo sia nato -come movimento politico- negli Stati Uniti, non
è certo attribuibile ad una casualità. Gli Usa presentano infatti due caratteristiche
fondamentali che ad esso si adattano particolarmente: un grande territorio in gran parte
disabitato e numerose nazioni indigene tuttora conscie della propria identità culturale
che hanno da sempre, per motivi come già detto sostanzialmente legati alle loro
convinzioni religiose, sviluppato un rapporto con la natura improntato al suo massimo
rispetto. Un modello preciso quindi cui poter fare riferimento, quello scelto dai
bioregionalisti, combinato con grandi aree semi deserte dove sia possibile mostrarne la
sua positiva applicazione pratica.
Alcuni mesi fa James H. Snider, ricercatore di Scienze Politiche alla Northwestern
University, è intervenuto sulla rivista "The Futurist" per lanciare
quello che non può che essere considerato come un grido dallarme per il futuro
della wilderness -le zone ancora selvagge- degli States: "L80% degli
americani -sostiene Snider- vive nelle aree metropolitane. Ma ora, come avvenne con la
ferrovia un secolo fa, le telecomunicazioni stanno cambiando la vita nelle campagne...
Lautostrada dellinformazione potrebbe creare un flusso migratorio dalle
metropoli verso gli spazi incontaminati, che negli Stati Uniti rappresentano ancora
l84% del territorio". Abbiamo voluto citarlo in quanto la situazione
italiana, da questo punto di vista, è certamente ben più compromessa. A causa della sua
limitatezza rispetto alla popolazione che lo abita, infatti, il processo di
antropizzazione del nostro territorio ha, in passato, raggiunto livelli altissimi, e il
più evidente esito di ciò è stato il restringimento delle aree ancora ad un accettabile
stato di "naturalità" ai minimi storici raggiunti negli anni
60-70. Paradossalmente questa tendenza ha mostrato una moderata inversione
negli ultimi dieci anni proprio a causa del processo di concentrazione della popolazione
nelle grandi città, che globalmente ha interessato anche gli altri paesi
industrializzati. I risultati di questo processo, ad esempio rispetto al patrimonio
faunistico, sono stati immediati, essendo ricomparsi in molte zone i grandi mammiferi
(lupi, orsi, linci, cervi) da tempo scomparsi. Si è addirittura assistito
allingresso nel nostro paese di specie alloctone (come lo sciacallo) provenienti
dalla ex-Yugoslavia e allallargamento degli areali di altre autoctone oltre le
nostre frontiere.
Tutto questo per dire che non necessariamente il ritorno di un gran numero di "cittadini
metropolitani" alla vita di campagna, auspicato dalla già citata rivista
"Frontiere", può essere considerato un fatto positivo per la salvaguardia e
lampliamento delle residue zone di wilderness ancora esistenti sul territorio
nazionale. Un parere questo, condiviso anche da quello che è forse il principale
esponente bioregionalista americano, Peter Berg.
In realtà, come sostiene Marina Alberti, le città sono "il luogo ove è
possibile realizzare maggiori economie di scala e risparmiare quantità consistenti di
risorse naturali", il che rende estremamente interessante una delle opzioni
proposte dal progetto bioregionalista, quella nota come "Green City".
"Vogliamo essere una città ecologicamente sostenibile -sostiene Berg-. Le
autorità devono prendere decisioni sostenibili per la propria bioregione in materia di
acqua, rifiuti, energia, cibo, cultura, educazione e arte pubblica. Il modo di vivere in
città è molto importante. La gente oggi deve possedere una macchina per recarsi al posto
di lavoro. Questi luoghi dovranno essere avvicinati, limitando così il numero delle
macchine. (...) Gli abitanti della città devono diventare "pionieri urbani" in
una wilderness di cemento, acciaio e vetro, sviluppando nuove forme urbane e, allo stesso
tempo, ricostruendo la propria vita e il paesaggio urbano". Ed ancora: "Le
città sono consumatrici pure. Bisogna che diventino più responsabili e che si sviluppi
reciprocità fra le zone urbane e il resto della bioregione".
Si tratta, deve essere chiaro, di unopzione radicale, che nulla ha a che vedere con
lo pseudo governo "verde" di sindaci come Rutelli, ma che parte da una
constatazione dellesistente che non si culla nella speranza di improbabili ritorni
di massa a quel passato bucolico che sembra a volte riapparire in molti superficiali
proclami ecologisti dellultimora.
Le città possono e devono essere profondamente cambiate partendo dalla loro
organizzazione urbanistica, in opposizione al trend di "apartheid" sociale
interna che caratterizza lo sviluppo recente delle megalopoli, americane come, in forma
meno esasperata, europee. Si può quindi restituire alla vita cittadina quei caratteri di
comunità, quella ricchezza dei rapporti interpersonali, quel rapporto con la realtà
contadina circostante, quel basso impatto ambientale che sono spesso propri dei piccoli
centri, proprio a partire da una radicale modifica di quelli che sono i rapporti sociali
fra abitanti.
È quella che Orin Langelle chiama lecologia rivoluzionaria (ma si potrebbe anche
parlare di eco-socialismo) che "può essere la sintesi delle due posizioni
(lecologia profonda e lecologia sociale, N.d.A.), unita ad altre:
lecofemminismo mostra la connessione fra dominazione della donna e dominazione della
natura; il sindacalismo rivoluzionario spiega la lotta di classe attraverso lanalisi
degli opposti interessi dei lavoratori e dei capitalisti. Lecologia rivoluzionaria
accusa le pratiche di dominio antiegualitarie come parte di un meccanismo di controllo che
sfrutta tutte le forme di vita del nostro pulsante e vivente pianeta".
Ma il bioregionalismo punta soprattutto allaffermazione di un modello di vita legato
alle campagne, al ritorno alla terra, al legame "spirituale" con essa, e
quanto di tutto ciò possa diventare realtà in un tessuto regionale in genere fortemente
degradato come è quello italiano, rappresenta una delle grandi incognite della sua
proposta.
Anche nelle regioni dove lidentità etnica rimane forte (Sardegna, Sud Tirolo,
Friuli-Venezia Giulia ad esempio), la sua connotazione è difficilmente raffrontabile con
quella dei popoli indigeni presi a modello dal bioregionalismo americano e comunque
riguarda popolazioni che già interagiscono positivamente con il proprio territorio. In
questo senso le potenzialità del movimento vanno ricercate più nella valorizzazione di
esperienze pre-industriali già esistenti, che nellimpossibile tentativo di "riconversione"
alla vita bucolica della maggioranza degli abitanti delle grandi città, inevitabilmente
destinati, come già detto, ad una più o meno involontaria opera di antropizzazione delle
campagne e, soprattutto, delle aree ancora non toccate dallurbanizzazione. Non è
difficile infatti immaginare, ad esempio, quale sarebbe il destino della "bioregione
Valle del Tevere" se anche solo trecentomila romani (circa l8%
dellattuale popolazione della città) decidesse di trasferirvisi... Da questo punto
di vista limportazione acritica da oltreoceano di una "ideologia"
certamente a misura di altri spazi pecca di molta superficialità e di notevole "dilettantismo
ecologico". Al contrario un tentativo di ottimizzazione delluso della terra
disponibile è sicuramente realistico e auspicabile, considerando la crescita zero se non
negativa che ormai contraddistingue la popolazione nel nostro paese.
Un altro aspetto della questione che ha recentemente avuto una certa notorietà sulla
stampa è quello che riguarda la critica radicale della tecnologia avanzata, in particolar
modo di quella legata alla telematica, mossa da alcuni settori del movimento
bioregionalista. Nel suo ultimo libro, "From King Ludd to Earth First!. Rebel
against the future", non ancora tradotto in italiano, un altro dei leader storici
del movimento "localista" negli Usa, Kirkpatrick Sale, si scaglia con
violenza contro l"Impero delle Macchine", ricollegandosi
esplicitamente alla lotta dei luddisti, che allinizio dello scorso secolo
ingaggiarono e persero, a suon di sabotaggi, una battaglia "di classe"
contro la disoccupazione nel settore tessile indotta dallavvento del telaio
meccanico.
Con una notevole dose di ottimismo Sale sostiene che: "Pubblicamente, la
resistenza allindustrialismo deve costringere la forza vitale della società
industriale alla coscienza pubblica e al dibattito", e contemporaneamente invita
ad una guerra senza quartiere al nuovo feticcio tecnocratico, il personal computer, la cui
diffusione su larga scala ha, come gli ottocenteschi telai meccanici, innegabilmente
falcidiato loccupazione in moltissimi settori della produzione.
È fuor di dubbio però che un giudizio sulla non neutralità della tecnologia, che Sale
giustamente esprime con forza, è cosa diversa dalle possibili interazioni con la stessa
da parte di forze che propongono una critica radicale al modello industrialista, come ben
sanno tutti gli editori di riviste e pubblicazioni ambientaliste, ormai regolarmente
scritte e impaginate al computer. La stessa già citata Earth First!, organizzazione che
si è sempre distinta per iniziative dirette, quasi sempre illegali, di chiaro stampo "eco-luddista",
è da tempo presente su Internet con una propria "home page", il che
indubbiamente evidenzia una certa intrinseca contraddittorietà di alcune facili
generalizzazioni.
Daltronde la coesistenza di una dimensione locale e di una globale, veicolata ad esempio
da uno strumento di comunicazione come Internet, è estremamente complessa. Se da una
parte può essere considerato reale il ruolo dei mezzi di comunicazione di massa
(soprattutto televisioni e reti informatiche), come attivo strumento del processo di
occidentalizzazione del mondo che ha causato e continua a causare la distruzione delle
culture minoritarie, è altrettanto vero che spesso lattenzione dellopinione
pubblica nei confronti di queste culture è garantita esclusivamente dalla loro
esposizione mediatica.
Caso emblematico è quello della lotta popolare nel Chiapas, condotta dai ribelli
zapatisti a difesa delle comunità indigene, che ha assunto notorietà internazionale (con
conseguente acquisto, da parte del gruppo armato, di forza contrattuale nella trattativa
con il governo messicano) proprio in virtù dello spregiudicato uso che è stato fatto dai
guerriglieri della televisione e di Internet. Sono moltissime, oltretutto, le lotte
ecologiste coordinate e dirette attraverso le reti telematiche, un esempio fra tutti
quella di Greenpeace contro i test atomici, ma anche contro laffondamento
nelloceano delle piattaforme petrolifere in dismissione.
Complessivamente, comunque, la proposta bioregionalista va sicuramente considerata con
attenzione, da una parte perché indubbiamente essa contiene al suo interno numerosi
spunti interessanti, che possono entrare a fare parte, quando già non lo sono, del
patrimonio politico eco-socialista; dallaltra perché è altrettanto innegabile che
alcune sue premesse "ideologiche" sono cariche di una notevole dose di
ambiguità e possono perciò finire con lessere strumentalizzate da persone o gruppi
che, per usare la efficace definizione di Umberto Eco, si rifanno a valori che sono quelli
propri dell"Ur-Fascismo", valori che una proposta bioregionalista "di
destra" potrebbe sicuramente veicolare con forza, arrivando ad inquinare
limmagine e la sostanza della stessa istanza ecologista.
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