L’agrobiotecnologia può essere considerata la ‘nuova frontiera’ di quell’agricoltura industriale che intossica la terra di concimi chimici, insetticidi, pesticidi. Un legame che ha in comune, oltre al produttivismo di alimenti spesso insipidi e talvolta decisamente tossici, l’obiettivo del rendimento senza fine e che per questo concepisce la biosfera come una realtà illimitatamente ricostruibile e reinventabile dalla tecnica.

DOVE VA LA MANIPOLAZIONE GENETICA

-dal vivente ridotto a merce all’oscurantismo della ragione-

È possibile competere con le lusinghe della “civiltà biotecnologica”, opporre una resistenza innanzitutto culturale a chi sta imponendo di considerare la tecnica come priorità, la scienza come sua subordinata, l’uomo come propria variabile dipendente, le caratteristiche genetiche del pianeta come materie prime di un nuovo sviluppo industriale e la natura stessa come riserva di quelle materie prime, in tutto sostituibile da una biodiversità artificialmente creata in laboratorio? Per Antonio Onorati è non solo possibile, ma necessario, vitale per l’uomo e per l’intero ecosistema. È da anni impegnato in progetti che coinvolgono organizzazioni contadine e popoli nativi, con il Centro Internazionale Crocevia, un’organizzazione non governativa presente in Europa ed in molti altri paesi extraeuropei, tra i quali Cina, Israele, Palestina, Vietnam, Indonesia, Marocco, Burkina Faso, Cile, Perù, Brasile, Cuba. “L’innovazione tecnologica nel campo della biologia molecolare determina un impatto ambientale e culturale che non è valutabile a priori. Le tecnologie transgeniche non comportano solo un insieme di contraddizioni di ordine etico, culturale, politico, giuridico, sociale, economico, ambientale, ma un fattore di pericolosità incalcolato ed incalcolabile per la vita sul pianeta”.

Sono due le argomentazioni di chi magnifica l’immissione nell’ecosistema di organismi geneticamente modificati: meno erbicidi in agricoltura e più cibo per il Terzo Mondo. Che ne pensa?

“Meno erbicidi” è una pubblicità ingannevole. Le creazioni varietali effettuate sinora transgeneticamente, l’unico erbicida che diminuiscono è quello delle ditte concorrenti. La possibilità di utilizzare, per le piante ingegnerizzate, un erbicida fino alla raccolta non fa altro che aumentare l’uso di erbicidi per il tuo frutto. Nessuno, poi, è in grado di prevedere l’interazione tra erbicida e pianta. Si ipotizzano -non si sa bene su che basi- piante transgeniche non bisognose di molecole chimiche. I caratteri trasferiti verrebbero presi da microorganismi o da altre piante. Visto che molte piante sono insettivore, cosa impedisce di utilizzare queste piante in un complesso sistema di coltivazione? Non abbiamo bisogno di ingegnerizzare le piante per trovare forme di protezione dei raccolti. Basta cambiare sistemi di coltivazione, operare scelte varietali adeguate, sistemi di rotazione e di consociazione, per ottenere lo stesso risultato con l’aggiunta di altri prodotti vendibili, di una difesa migliore del suolo, di un reintegro della fertilità, di una gestione più corretta delle acque. È molto meno costoso, consente un adattamento agli agroecosistemi e, nell’interesse dei consumatori, prodotti di qualità a prezzi più bassi nel medio periodo. Diciamo le cose come stanno: la scelta biotecnologica in agricoltura è sostenuta solo dall’interesse delle industrie alimentari di trasformazione che pretendono materie prime agricole estremamente standardizzate, destagionalizzate, multiuso, a costi sempre più bassi, inevitabilmente di qualità decrescente. L’ingegneria genetica accelera l’evoluzione della natura, i cui ritmi spontanei sono diventati troppo lenti per la spinta ossessiva al produttivismo e all’accumulazione sempre più veloce di plusvalore.

E più cibo per il Terzo Mondo?

Si tratta di una falsificazione. La chimizzazione dell’agricoltura e la crescita qualitativa delle varietà prodotte dalla rivoluzione verde miglioravano le rese anche se con effetti negativi sul territorio. Una scelta miope e nociva, ma almeno un vantaggio tra tanti svantaggi. Nel caso delle tecnologie genetiche non c’è neanche questo vantaggio. C’è un’idea, che nasce lontano, di ottenere la sicurezza alimentare sul pianeta attraverso un aumento della disponibilità totale di cereali (grano, mais, riso) per redistribuire la produzione sul mercato mondiale. Gli Stati Uniti sono tra i maggiori produttori. Una carità pelosa che nasconde enormi interessi competitivi e di dominio. Ma il problema dell’insicurezza alimentare, del difficile accesso all’alimentazione, è un problema di accesso economico. Il mercato con le sue regole impedisce, di fatto e da tempo, l’accesso dei poveri all’alimentazione. Le conseguenze di un modello di sicurezza alimentare garantito da un mercato centralizzato e monopolistico ucciderebbe quel che rimane dell’agricoltura di sussistenza e familiare locale che è il vero supporto di sicurezza dei paesi poveri. Le agricolture locali possono garantirsi la sicurezza alimentare producendo prodotti in loco che garantiscono, dal pranzo alla cena, una corretta alimentazione. Lo strumento politico che garantisce la sicurezza alimentare è il riconoscimento del diritto alla sovranità alimentare per ogni nazione.

In modo accattivante, si giustifica l’intervento nel codice genetico umano in nome della prevenzione di malattie anche inguaribili, tanto che, tra gli oppositori alla manipolazione genetica nei campi, c’è chi si mostra più ‘morbido’ per quella nel corpo umano.

Esiste un diverso impatto tra differenti tipi di manipolazione e anche tra prodotti transgenici di settori diversi. Il punto più importante è il confinamento materiale ed evolutivo. Siccome parliamo di materiale vivente, questo ha un’evoluzione. L’organismo geneticamente modificato (ogm) ha un impatto diverso se è utilizzato in ambito confinato, con un blocco alla sua riproduzione, o in natura, dove entra nel ciclo della vita ed è impossibile evitarne lo sviluppo e la biocontaminazione. Dieci milioni di ettari di riso transgenico in paesi che consumano riso possono procurare un disastro in cui Chernobyl scompare. Si modifica il sistema agrario che è parte del sistema naturale, e tutti i sistemi naturali del pianeta sono collegati tra loro. La ricaduta è già nelle condizioni di vita di tutti. Nemmeno l’impatto del nucleare è comparabile a quello delle tecnologie genetiche.

Va bene, ma l’intervento genetico sull’uomo per la prevenzione e la salute?

La maggior parte delle malattie degenerative di cui abbiamo conoscenza non hanno come causa la struttura genetica, ma hanno come concause sistemi di vita, quindi condizioni economiche, sociali, ambientali. Perché si dovrebbero curare per via genetica? Mentre gli strumenti della genetica sono utilissimi per capire come funziona una malattia, come evolve, non sono obbligatoriamente utili per la cura della malattia. Altro discorso per i prodotti farmaceutici ottenibili con tecnologie genetiche. Bisogna valutare caso per caso, tenendo conto delle condizioni di produzione. Comunque sia, l’ottenimento di prodotti farmaceutici con tecnologie genetiche, sinora, più che da spirito samaritano, è motivato da interessi di produzione per un miglior incremento di valore aggiunto a beneficio del profitto e con la possibilità di imporre diritti di brevetto che assicurano condizioni migliori nell’esercizio del monopolio.

Trovi sconcertante sentire dai tecnici della manipolazione genetica che nessuno può sapere in anticipo cosa avverrà, quando si introduce un nuovo gene nel cromosoma di una cellula?

Sì. È proprio così. Non si può sapere quale cromosoma acquisirà il gene aggiunto, né come lo acquisirà, né in quale punto il gene andrà a collocarsi, né tanto meno quale complessità di reazioni nel medio e lungo periodo si inneschi nell’ecosistema, nella catena alimentare, sulla salute umana. Si sa solo che le modificazioni che intervengono sono irreversibili e permanenti.

Insomma, in nome del “si va avanti e poi si vedrà” si minano le stesse basi biologiche dell’esistenza umana. Non è il caso di demistificare questa tecnica che si vuol travestire da scienza, che esercita una prescrittività sociale e alla quale si tributa, a tutti gli effetti, una sottomissione totale ed irrazionale?

La tecnica è diventata l’orizzonte storico assolutizzato entro il quale muta la configurazione antropologica. L’innovazione in quanto tale è considerata positiva. Per noi è assolutamente evidente che allo stato attuale è usurpato parlare delle tecnologie genetiche in termini di scienza. L’esperimento di tipo galileiano, come prima e più importante delle condizioni, separa artificialmente, dall’intero naturale, il fenomeno dominabile dalla scienza. Nella manipolazione genetica, invece, il laboratorio è il mondo intero, in quanto l’ogm può esistere soltanto in esso, in una natura che lo trasformerà e che a sua volta trasformerà. Ciò che è presentato come sperimentato è di fatto già compiuto, e irrevocabilmente. Per questo bisogna attenersi strettamente al concetto di tecnica e non di scienza. La scienza che copre le tecnologie genetiche è una scienza basata su un approccio inaccettabile, quello del riduzionismo, che rifiuta sia le teorie delle complessità sia l’approccio sistemico. È inaccettabile perché, trattando materiale vivo, il riduzionismo non è in grado di portare tutte le informazioni necessarie né tutti gli aspetti di verifica. Gli ogm che girano, sembrano più il risultato di eventi probabilistici che la pianificazione di accurati esperimenti scientifici. Ma anche sulla scienza bisognerebbe spendere due parole.

Spendiamole.

Va rigettata la dittatura della scienza. Si sa che al paradigma della scienza cosiddetta occidentale corrispondono paradigmi che nascono in culture e filosofie altre. Pensiamo ai popoli nativi. La scienza è frutto della cultura dominante e questa, a sua volta, della classe dominante. Per essere molto concreti: la scienza è parte integrante dell’economia, ed essendo l’economia basata sul principio del profitto e del mercato perché la scienza non dovrebbe da questi essere condizionata? Alla scienza non può essere delegata una scelta per la società, che è una scelta politica. Per le tecnologie genetiche siamo ancora in questa fase politica e dev’essere la società a scegliere se e quale base di rischio intende affrontare.

Inghilterra e Stati Uniti sviluppano da tempo la bioingegneria sugli embrioni. Per i “malviventi” inglesi Tony Blair vuole la schedatura genetica. Negli Stati Uniti accade che non si assumono lavoratori e non si sposano fidanzati sulla base del corredo genetico, anche se i caratteri cui esso predispone potrebbero non manifestarsi mai. Si discute l’innesto di geni per favorire l’adattabilità a lavori pesanti o stressanti. Siamo agli albori di una società dell’eugenetica, con esseri “prefabbricati” in funzione del processo produttivo e del controllo sociale?

Visto il dominio del modello culturale dell’impresa, che è diventato il riferimento totalitario del pensiero, questo non è un rischio, ma una possibilità concreta. C’è un sistema politico, nelle società cosiddette avanzate, molto autoritario. Non c’è un effettivo, sano gioco democratico. Non c’è democrazia reale. Non ci sono spazi garantiti di esercizio per chi si oppone. Manca la cultura del confronto pubblico, serio, continuo sulle grandi questioni di fondo. Le stesse scarse possibilità di accesso ai grandi mezzi di comunicazione di massa dimostrano che il diritto al dissenso viene di fatto compresso. Solo per limitarci al campo delle tecnologie transgeniche, l’esposizione massmediologica è tutta schiacciata a favore di chi ne veicola l’accettazione culturale. Così viene meno la democrazia politica.

In questo contesto si colloca la delicata questione dei brevetti, vero?

Sì. Il meccanismo giuridico del brevetto si basa sul monopolio e sarà sempre minore il numero delle imprese che lo deterranno. Ciò implica una riduzione permanente dello sviluppo della scienza, la subalternità delle società umane agli interessi di un gruppo d’industria, la cancellazione dell’esercizio della sovranità nazionale e della mediazione politica. Così non ci sarebbe più nulla da discutere e da negoziare. Se vince la linea dei diritti di proprietà intellettuale -i brevetti appunto- sulle invenzioni biotecnologiche, se vince la linea della “sostanziale equivalenza” tra ogm e prodotti non ogm e la si impone come regola del gioco, allora il panorama che abbiamo descritto come catastrofico ha tutte le possibilità di affermarsi.

Che fare?

I giochi non sono assolutamente fatti. Stiamo discutendo delle regole del gioco che si fanno in modo non trasparente e antidemocratico. È necessario dare battaglia ai “comitati scientifici” sia in Europa che negli Usa, affinché sia chiaro che non rappresentano gli interessi pubblici e collettivi, ma quelli privati di questo o quel gruppo d’imprese; nei Parlamenti, perché la decisione politica sia frutto di una decisione sul livello di rischio che una società è disposta ad accettare; nelle arene internazionali, in particolare al Wto (organismo mondiale del commercio), all’Ocse, al Codex Alimentarius (organismo internazionale dove si decidono gli standard della qualità alimentare); nella vita quotidiana, cercando di affermare il principio che il cibo non è una merce. Un livello più alto di intervento che sarà incisivo se grandi soggetti sociali entrano in campo, soggetti che, salvo rare eccezioni (la Coldiretti in Italia e la Confederation Paysanne in Francia), sono ancora al margine.

Sinora che risultati sono stati raggiunti?

Solo fino a 10 anni fa queste tematiche erano di pertinenza di piccole strutture che si muovevano con enormi difficoltà per alzare il grado di coscienza ed incidere a tutti i livelli possibili. Poi è venuta la crisi della Monsanto, un numero ristrettissimo di prodotti ammessi in Europa, un livello di coscienza dei consumatori impensabile, la crescita del biologico, la sempre più diffusa richiesta di certificazione alimentare. Tanto è vero che l’azione delle imprese e delle lobby biotecniche è stata costretta ad affinare le sue armi, a farsi più sofisticata. Nelle campagne pubblicitarie di ogm vengono assunte molte aspettative della collettività (temi ambientalisti, possibile reversibilità dell’ogm, preoccupazione della salute, valorizzazione di caratteristiche qualitative). Più in generale, oltre a questo nuovo appeal mediatico, dovremo tener conto e fronteggiare lo spostamento dell’enfasi delle industrie biotecniche sugli istituti pubblici di ricerca e sui sistemi educativi (scuola, università). Una pressione, questa delle industrie, verso il sistema educativo che produrrà un nuovo oscurantismo, un incremento dei fondi stanziati per l’ingegneria genetica, lasciando da parte il resto dei campi dell’investigazione e dell’educazione.

Intervista a cura di Francesco Labonia