L’utilizzo delle biotecnologie, un termine generico che indica molte delle tecniche
di manipolazione di organismi viventi, ben sintetizza motivazioni ed effetti
del rapporto che la macchina capitalistica ha instaurato, fin dal suo nascere,
con la Natura. Natura come soggetto mercificabile e monetizzabile, interessi
economici ammantati da motivazioni umanitarie, pseudo scienza spacciata come
“progresso dell’umanità”, sono concetti che inevitabilmente ricorrono nella
prassi tecno-politica che caratterizza l’utilizzo di alcune delle più comuni
biotecnologie. Concetti trasformati in slogan da multinazionali come la Monsanto
o la Novartis, evidentemente interessate a difendere e propagandare i propri
interessi in settori quali la produzione di sementi modificate geneticamente
(GM), la raccolta in natura di materiale genetico (sfruttando generalmente le
conoscenze dei popoli indigeni) o la produzione di pesticidi. Concetti in qualche
modo politicamente sostanziati e difesi da un ampio spettro di soggetti forti,
tutti legati a doppio filo alla lobby scientifica internazionale, che trae il
proprio sostentamento economico proprio dai finanziamenti generosamente elargiti
da quelle e da altre imprese.
In un momento d’evidente crisi del modello alimentare dominante (vedi l’affaire
“mucca pazza”), almeno dal punto di vista mediatico, visto che nessuno a livello
governativo ne contesta la giustezza, le stregonerie biotecnologiche continuano
ad essere ferocemente propagandate come “indispensabili”. Indubbiamente “biotecnologie”
è uno di quei termini che si presta a più o meno interessati equivoci. Da un
punto di vista strettamente tecnico, infatti, anche la fissazione mediante selezione
di alcune varietà di mais, operata dai contadini dell’imperatore atzeco Montezuma,
potrebbe essere considerata una forma di biotecnologia. Come certamente lo è
la produzione di birra attraverso l’utilizzo di microrganismi che accelerano
la fermentazione. Ma non è evidentemente di ciò che si vuole discutere. Una
serie di tecniche di laboratorio (basate sull’utilizzo del DNA ricombinante),
perfezionate negli ultimi vent’anni, consentono oggi agli scienziati di inserire
nei cromosomi di piante, animali o microrganismi, materiale genetico proveniente
da soggetti appartenenti a specie diverse. Una delle direzioni verso cui si
orienta la ricerca è, ad esempio, l’inserimento di geni provenienti da animali
all’interno del patrimonio genetico di specie vegetali. Come risultato di queste
manipolazioni si sono ottenuti farmaci e vaccini, produzione di molecole ad
alto valore aggiunto per l’industria chimica ed alimentare, alcune terapie geniche
per la lotta alle neoplasie, la costruzione di microrganismi utilizzabili nella
decontaminazione dell’ambiente e la “realizzazione” di nuove varietà piante
di interesse alimentare e ornamentale.
L’elenco potrebbe continuare, ma a questo punto è indispensabile chiarire il
motivo, non semplicemente utilitaristico, per il quale la contestazione alle
biotecnologie utilizzate in campo medico è in genere meno forte, da parte degli
ambientalisti, ma anche dei semplici consumatori, rispetto a quella operata
nei confronti di tecnologie che producono organismi destinati all’alimentazione
animale o umana. La produzione di sostanze utili, come l’insulina da parte del
batterio E. coli geneticamente modificato, o quella di vaccini, ad esempio
contro l’epatite B, avvengono, infatti, in laboratorio, in condizioni quindi
di almeno teorico rigoroso controllo. L’interazione con l’uomo o gli animali,
inoltre, generalmente è solo rispetto alle sostanze, come appunto la citata
insulina, prodotte da tali Organismi Geneticamente Modificati (OGM). Diverso
il caso delle piante o degli animali transgenici, “costruiti” per essere utilizzati
come cibo, o, in alcuni casi, per fornire pezzi di se stessi, nell’ipotesi dell’utilizzo
di mammiferi per gli “xenotrapianti” (effettuati fra specie diverse). Qui siamo
di fronte, infatti, ad un concreto pericolo di inquinamento genetico di specie
presenti in natura, o di danni ancora non prevedibili derivanti dall’assunzione
di cibi prodotti da piante o animali contenenti frammenti di DNA non testati
in natura, la cui espressione potrebbe essere del tutto imprevedibile. Un pericolo,
questo, che è riuscito a saldare, a sorpresa, un composito fronte di opposizione
alla coltivazione dei vegetali GN, che ha negli agricoltori e negli ecologisti
i principali rappresentanti. I primi, in particolare nei paesi dove l’agricoltura
è in buona parte di sussistenza, vedono nello strapotere delle multinazionali
delle sementi la causa della netta diminuzione dei propri guadagni e l’impossibilità
di provvedere anche alle proprie esigenze alimentari di base. Al contrario di
quanto sostengono i propugnatori di quella che fu definita la “Rivoluzione Verde”,
le varietà di piante (mais, grano, riso, soia) geneticamente modificate non
sfamano i poveri del Terzo Mondo. L’impossibilità per questi di utilizzare una
parte del loro raccolto, che produce semi sterili, per la semina crea, al contrario,
una dipendenza totale, in regime di monopolio (le prime cinque industrie biotecnologiche,
americane ed europee, controllano oggi più del 95% dei brevetti di trasferimento
dei geni), per l’acquisto dei semi e dei fitofarmaci necessari alla loro coltivazione.
Piante resistenti a specifici erbicidi, infatti, impongono un uso di tali sostanze
massiccio, in gran parte tossiche anche a bassissime percentuali, per contrastare
il proliferare di erbe infestanti e insetti nocivi. Il loro acquisto rende così
ridottissimi i margini di guadagno dell’agricoltore, che si vede costretto ad
utilizzare in quantità minore i fattori produttivi di cui dispone (manodopera,
terra) rispetto a quelli (semi e pesticidi) che è obbligato ad acquistare a
caro prezzo. Rimane, inoltre, più che concreto il rischio di una trasmissione
alla vegetazione naturale (tramite impollinazione) o agli insetti, tramite ibridazione
feconda, di geni resistenti agli erbicidi, evento che, seppur raro, potrebbe
dar vita a varietà di insetti e piante infestanti super resistenti e potenzialmente
ineliminabili. Gli OGM vegetali, progettati e realizzati per resistere a condizioni
climatiche estreme, potrebbero, inoltre, ingenerare nell’agricoltura il fenomeno
che in campo industriale è noto come “delocalizzazione della produzione”. Vale
a dire lo spostamento, in questo caso delle coltivazioni, in paesi in cui le
condizioni sociali (assenza di rappresentanza sindacale, normative di difesa
ambientale permissive) tendono ad abbassare i costi di produzione per le grandi
company transnazionali dell’agricoltura. Salvo poi distribuire tali prodotti
sui mercati tradizionalmente coperti della produzione locale, diventata nell’ambito
di questo perverso meccanismo, improvvisamente “non competitiva”. Dal punto
di vista delle realizzazioni scientifiche un grosso passo avanti, nella direzione
di una totale dipendenza dell’agricoltore dalle grandi multinazionali dell’agricoltura,
è stato fatto realizzando le cosiddette sementi “Terminator”, che una volta
giunte a maturazione autodistruggono il proprio potere riproduttivo, diventando
sterili.
Si tratta di una strategia che assume contorni ancora
più netti, nel momento in cui è messa in dubbio in modo documentato quello che
rappresenta il suo fondamento ideologico: l’impossibilità di nutrire con le
attuali tecnologie agricole la popolazione in vertiginoso aumento nei paesi
del Terzo Mondo. Una modellizzazione operata dagli studiosi della FAO sui bisogni
alimentari mondiali, proiettata fino al 2020, ha infatti dimostrato, dati alla
mano, una verità incontrovertibile. E cioè che, ad eccezione di alcune zone
molto circoscritte, la produzione agricola, proiettando i dati dal suo stato
attuale, è del tutto sufficiente a fronteggiare sia la crescita della popolazione
sia la domanda futura di alimenti, rendendo inutile l’incremento esplosivo della
produzione promesso dai profeti del biotech.
Ci troviamo quindi di fronte all’utilizzo di ricerche scientifiche finalizzate
esclusivamente all’aumento dei profitti, e perciò costrette a supportarsi ideologicamente
con un costante lavoro di lobby che ha già prodotto gravi effetti sulle normative,
ad esempio, europee, che dovrebbero disciplinare la commercializzazione di prodotti
derivati da OGM. Un esempio è rappresentato dal concetto di “sostanzialmente
equivalenti”, che designa quei prodotti alimentari che pur essendo derivati
da OGM, possono in qualche modo essere equiparati, dal punto di vista delle
caratteristiche, agli OGM-free. Un concetto, questo, che ha già permesso la
commercializzazione, nel nostro paese, senza che ciò fosse oggetto di alcun
dibattito politico o scientifico, di quattro varietà di mais e tre varietà di
oli di colza GM. Un altro dato indica che, del quasi milione di tonnellate di
mais ogni anno sbarcate nei porti di Siracusa e Ravenna, almeno il 28% è prodotto
da varietà genericamente modificate. Mais utilizzato per l’85% nell’alimentazione,
per il 10% in quella umana e per il rimanente 5% in impieghi industriali. I
dati raccolti di un importante istituto di ricerca britannico, Datamonitor (maggio
1999), rilevano addirittura che il 60% degli alimenti di origine industriale
commercializzati in Europa contiene, almeno in piccola parte, prodotti modificati
geneticamente. Il problema è quindi diventato non se accettare o no la presenza
di tali prodotti sul mercato, ma di come riconoscerli ed evitarli. Una scelta
che, oltretutto, potrebbe costituire un regalo per le produttrici di alimenti
“dal campo alla tavola”, che si troverebbero a gestire da una parte un elitario
mercato OGM-free, indirizzato ad un pubblico ecologicamente orientato, ma allo
stesso tempo in grado di operare scelte non convenienti sotto il profilo strettamente
economico. Dall’altra, con il complice appoggio dei vari governi nazionali,
o di quei simulacri che di essi hanno da tempo preso il posto, a controllare
un mercato di massa senza regole in cui la produzione di OGM sia la punta di
diamante nella corsa alla diminuzione dei costi e all’aumento dei profitti.
Che questo rischio sia più che concreto, pensiamo lo dimostrino i miseri fondi,
l’1% del budget complessivo, destinati dal dipartimento Usa per l’agricoltura
allo studio dei rischi provocati dall’utilizzo delle biotecnologie in campo
agricolo. Una cifra peraltro sempre alta in confronto al nulla assoluto che
il nostro paese, con un ministro dell’Ambiente e una delle politiche agricole,
“verdi”, dedica dal punto di vista economico allo stesso settore.
Come dicevamo, l’applicazione con finalità mediche delle tecniche di manipolazione
degli organismi viventi è in genere oggetta di minori contestazioni, se non
si considerano quelle di ordine puramente bioetico. Ma anche in questo campo
alcuni filoni, non a caso appannaggio di alcune multinazionali e degli studiosi
da queste assoldati per la ricerca di base, presentano non pochi rischi per
la salute umana e per l’ambiente. Un caso tipico è quello della produzione di
animali superiori GM (in genere maiali) da utilizzare come “banche di organi”
per i trapianti, ignorando l’altissimo rischio costituito dal passaggio di virus,
in parte ancora del tutto sconosciuti, dagli animali all’uomo. Un’ipotesi tutt’altro
che remota, quando consideriamo che una delle ipotesi più accreditate sull’origine
dell’AIDS individua proprio in alcune scimmie africane l’iniziale bacino d’infezione.
Se una strategia di contrasto all’uso indiscriminato di tecniche biotecnologiche,
di cui appare almeno dubbia la non pericolosità, si può suggerire, questa non
può che partire da considerazioni di ordine politico. A chi giova un’agricoltura
ad alta intensità di tecnologia? Certamente non ai piccoli e medi agricoltori,
certamente non all’ambiente, certamente non alla risoluzione del problema alimentare
mondiale, certamente non ai consumatori di prodotti ad alto rischio. Chi può
trarre beneficio da costosissimi trapianti di organi ancora non testati? Certamente
non i milioni di cittadini del Terzo Mondo che ogni anno muoiono per malattie
banali, come la dissenteria, e che non sono istruiti adeguatamente ad efficaci
terapie di prevenzione nei confronti di altre più gravi, come l’AIDS e la malaria.
La critica alle biotecnologie, quindi, parte dalla critica al modello capitalista
transnazionale, che impone la sua visione del mondo spacciandola per progresso
scientifico. E da una visione della scienza, in ogni caso non neutra, che deve
essere messa al servizio dei popoli, e non diventare strumento del loro sfruttamento.