LA RIVOLUZIONE AGRARIA
Quando lItalia unita partì, Cavour volle baldanzosamente aprire
le porte del Regno allingresso di merci estere e di capitali stranieri. Logicamente
le importazioni bisognava pagarle con esportazioni e il debito estero bisognava
restituirlo con gli interessi. Nella sua smania di grandezza, il governo di Torino fece
parecchi passi più lunghi della gamba, cosicché loro lucrato nei forzieri dello
stato napoletano si esaurì rapidamente. Il governo torinese si dette da fare per
rastrellare anche largento che i napoletani usavano come moneta, ma pure questo
finì. A quel punto, non potendo vendere i quadri di Raffaello e le statue di
Michelangelo, al governo reale non rimase che torchiare il paese, essenzialmente
lagricoltura, specialmente -e con visibile trasporto- lagricoltura
meridionale.
LItalia settentrionale, secondo gli storici e i meridionalisti, sarebbe stata
unarea progredita, civile e sviluppata. In verità, leggendo le storie locali, si
arriva a conclusioni diverse da quelle cui portano le storie postume e generali; sta di
fatto comunque che nel corso della seconda parte del secolo il Centro-settentrione si
trovò parecchio a mal partito per quanto attiene agli scambi internazionali. Più in
generale i contemporanei dovettero dolorosamente constatare che lItalia unita aveva
ben poco da vendere allestero se non il vino e lolio del Meridione e la seta
greggia del Lombardo-Veneto. Puntando su tali risorse, Cavour abbassò la tariffa
doganale. Sicuramente calcolava che le esportazioni agricole del lombardo-veneto, del
napoletano e siciliane avrebbero pagato lenorme debito piemontese verso i finanzieri
francesi. Forse calcolava che i proventi dellesportazione serica, se ben impiegati,
avrebbero finanziato la crescita nazionale. Ma con la seta, che era la specializzazione
piemontese e delle province lombarde e venete da poco conquistate, andò male. Proprio
negli anni dellunità arrivò in Europa la seta giapponese, cosa che fece crollare
il prezzo da poco più di lire dieci a lire due e cinquanta centesimi. Un autentico
disastro.
Morto Cavour nello stesso anno funesto dellUnità (1861), i governi che gli
succedettero, ispirandosi alla stessa sua concezione di spremere lagricoltura,
realizzarono un trattato commerciale con la Francia in cui lItalia in cambio delle
produzioni agricole meridionali veniva rifornita di grano e di ferro.
Il paese meridionale reagì magnificamente a tale sollecitazione. Già dal tempo di
Francesco I, lagricoltura meridionale era in forte espansione, ma a partire da quel
momento ebbe una vertiginosa crescita, talmente grande che nel 1871 un senatore del Regno
poteva pubblicamente esclamare che le esportazioni meridionali avevano salvato
lItalia dalla bancarotta.
Chiunque, spendendo venti o trentamila lire, può acquistare un sommario di statistiche
storiche e farsi unidea di chi pagò il debito piemontese, le ferrovie e gli
armamenti; spese che i padri nordisti della patria, tuttaltro che inclini alla lesina,
come si andò e si va sostenendo, fecero con molta larghezza. Zolfo, olio, vino, agrumi e
fichi secchi partirono in cambio del grano, del ferro e del carbone importati. Senza
lincredibile, ma misconosciuta sensibilità... dellagricoltura meridionale
alle sollecitazioni del mercato europeo -cosa che dette luogo a una rapida, quasi
miracolosa riconversione colturale a favore della vite e degli agrumi- senza quelle
piantagioni mediterranee, alcune delle quali costituirono per lItalia un autentico
monopolio tecnico, è quasi certo che Sella, per pagare i finanzieri francesi e quelli
nordisti che erano agguattati dietro le loro spalle, avrebbe saccheggiato la Galleria
degli Uffizi e le chiese umbre. Non dispongo purtroppo dei dati disaggregati per regione,
ma è in qualche modo possibile distinguere le aree geografiche di provenienza in base al
tipo di merce. Scorrendo le tabelle compilate da accreditati studiosi, si apprende per
prima cosa che fino al decennio 1891-1900, le esportazioni italiane di manufatti
propriamente industriali fu vicina allo zero. Il secondo dato che viene in rilievo è
linsignificante partecipazione del Centro-settentrione al flusso commerciale in
uscita: il terzo, infine, è il ritmo crescente del contributo meridionale. Guglielmo
Tagliacarne (in Leconomia italiana dal 1861 al 1961, Giuffrè Editore, 1961)
indica le "principali merci esportate" nel corso del primo secolo di
unità e ne traccia levoluzione secondo le medie decennali. Ne riportiamo i primi
quattro decenni.
| Formaggi | Agrumi |
Frutta secca |
Vino |
Olio |
Filati e tessili |
Seta |
Marmo |
Zolfo |
|
1861/70 |
23 |
651 |
147 |
288 |
520 |
- |
22 |
431 |
1485 |
1871/80 |
22 |
911 |
227 |
649 |
692 |
1 |
32 |
697 |
2103 |
1881/90 |
44 |
1638 |
260 |
1974 |
594 |
7 |
45 |
1130 |
2983 |
1891/900 |
82 |
2037 |
325 |
2046 |
498 |
93 |
59 |
1447 |
3512 |
Se proviamo a dare un valore in base ai prezzi allingrosso
correnti nel decennio alle singole merci, avremo che lItalia incassò circa 180
milioni dallolio, 223 milioni dal vino, 151 milioni dagli agrumi, oltre 30 milioni
dalla frutta secca, circa 70 milioni dallo zolfo, su un totale di 954 milioni per merci
esportate.
Riassumendo, si ha che il 69% della bilancia commerciale era finanziata dalle esportazioni
tipiche meridionali. Proviamo adesso a trasformare alcuni dati di cui sopra in numeri
indici. Avremo:
861/70 |
71/80 |
81/90 |
91/900 |
|
Formaggi |
100 |
95 |
191 |
280 |
Agrumi |
100 |
140 |
252 |
313 |
Frutta secca |
100 |
154 |
177 |
221 |
Vino |
100 |
225 |
685 |
710 |
Olio |
100 |
133 |
114 |
96 |
Seta |
100 |
145 |
204 |
268 |
Questi dati provano due cose. La prima è che il trattato commerciale con la Francia, stipulato nel 1863, fece volare quei settori dellagricoltura meridionale, come il vino e gli agrumi, dove la domanda mondiale era più vivace, e inoltre che i settori capitalistici dellagricoltura meridionale erano ben più reattivi di quelli settentrionali. Infatti linserimento dellagricoltura settentrionale nel mercato europeo è un fatto recentissimo. La seconda è che, se il Meridione subì un forte stimolo dal mercato internazionale, nessuno stimolo ebbe dal mercato interno. In verità i prodotti mediterranei del Meridione erano troppo cari per le misere condizioni di esistenza in cui versavano anche le masse settentrionali. Il Settentrione non aveva niente da dare al Sud; poteva solo predare, come fece. La conclusione è tremendamente amara, in quanto tutto ciò dimostra perentoriamente una cosa: che il mercato unico nazionale non serviva al Meridione e che molto meglio sarebbe stato se fosse rimasto borbonico, ma indipendente. Su questo terreno, come su tutti gli altri, lUnità fu una costosa farsa, interamente rappresentata a nostre spese; o forse del tutto una tragica sceneggiata di patrii entusiasmi, dietro i quali si nascosero smodati appetiti: quello tosco-padano di saccheggiare Napoli e la Sicilia, quello della sorgente borghesia meridionale di accettare supinamente tale saccheggio, in cambio del diritto a saccheggiare i beni ecclesiastici. I cadaveri di quel turpe patto non stanno soltanto sui crinali delle Alpi, mal vietate agli stivaloni austriaci, e nella disperazione del cosiddetto sogno americano in cui vissero i nostri avi, sia quelli che partirono, sia quelli che rimasero, ma anche qui, oggi, in questa mafia che traffica droga per conto dellAzienda Italia.
Nicola Zitara