Non sono portatori di diritti. Di alcuni - si discute - forse. Certamente di doveri. Non c’è posto per tutti -dicono- ma delle loro terre, delle loro risorse, della loro forza-lavoro si fa man bassa, da secoli, per costruire altrove opulenza e benessere. In questa parte del pianeta li chiamano extra-comunitari. Ed ora che premono ai confini del mondo ricco, fuggendo povertà, fame, guerre, sfruttamento, non basta teorizzare "la nascita e lo sviluppo di economie autoctone, legate alle risorse, ai modi di produzione, alle tradizioni culturali", nel giorno del poi e nell’anno del mai. Senza peraltro fare i conti con la Storia. La regia che ha determinato questi esodi è la stessa che, anche tra la ‘gente del Nord’, crea povertà, disuguaglianze, sfruttamento. Non si tratta, quindi, soltanto di diritti senza frontiere.

TRA L’INCUDINE E IL MARTELLO. LE SPERANZE DEI DANNATI DELLA TERRA

Non è un problema di numeri, di programmazione delle quote d’ingresso, di limitate possibilità di accoglienza, di opportunità sociale, di contiguità -al di là delle apocalittiche equazioni- di una pur modesta componente con settori di microcriminalità, in funzione generalmente di manovalanza. E nemmeno c’è bisogno -ma da tenere in conto per una visione d’insieme delle cose- di scomodare le categorie dello stato di diritto e della solidarietà. Sarà ‘impopolare’, ma basta ricorrere al buon senso, analizzare i fatti, comprendendone cause e dinamiche. Il fenomeno migratorio è la conseguenza storica ed inevitabile dello sfruttamento, dell’impoverimento e della netta sperequazione dei meccanismi distributivi delle ricchezze e delle condizioni di lavoro che ha consentito su una parte del pianeta -il Nord/l’Occidente- un benessere che, pur stratificato per ‘classi’ e segmenti di classe, ha beneficiato anche le componenti operaie proletarie subalterne, la teorica antitesi radicalmente ostile al sistema di dominio capitalista. Al livello più basso di retribuzione, un operaio Fiat, tanto per fare un esempio, è comunque ‘privilegiato’ rispetto alla massa non solo dei senza lavoro ma degli stessi lavoratori del Sud del mondo, sottopagati e ipersfruttati. Le ragioni della delocalizzazione produttiva stanno in gran parte qui. Eppure questa figura operaia -ma si potrebbe parlare generalmente della componente operaia sfruttata del Nord del pianeta- non ci pare un soggetto rivoluzionario che contrasti le dinamiche speculative del padronato, delle transnazionali, ecc. Si accetta di buon grado l’esistente, al più con qualche sussulto rivendicativo. E dire che le mazzate ‘padronali’ calano a ritmi ed intensità inusitati di questi tempi.
L’asse del divario Nord/Sud sta materialmente spostandosi nello stesso Nord con l’avanguardia di queste ondate migratorie. Inarrestabili per via repressivo-giudiziaria pur di sfuggire alla fame, alla disperazione, alla desolazione. L’abbandono della propria terra è spesso un obbligo di sopravvivenza, rispetto a cui lascia il tempo che trova l’ipocrisia dei realisti di turno -democratici e solidaristi...- per i quali non si può far entrare chi non si è in grado di accogliere, non è possibile ragionare e decidere al posto della popolazione destinata a convivere con gli immigrati poveri e non c’è da stupirsi delle sollevazioni popolari che non sono razziste, ma esprimono l’insofferenza verso la visibilità di una "microcriminalità gestita da extra-comunitari".
Vanno bene finché lavorano a basso costo, preferibilmente in mansioni pesanti, senza troppe fisime rivendicative e possibilmente non in regola per evitare costi aggiuntivi. Non mancano imprenditori ben disposti a far lavorare alle proprie dipendenze questi lavoratori. Lo stesso governatore della Banca d’Italia, Fazio, ne parlava -un numero controllato, s’intende- come di "risorse, (...) importanti attori di sviluppo delle merci e dei capitali". L’economia del lavoro ‘straniero’ si rivela assai utile per il sistema produttivo nazionale. Li si è sfruttati ‘in casa’ e li si continua a sfruttare all’estero, con ripercussioni peraltro sulla stessa componente lavoratrice autoctona, in una concorrenzialità al ribasso della manodopera.
Su altri piani, invece, il giochetto di creare esasperazione tra poveri è la classica vecchia molla che prelude ad interventi che rispondano ad esigenze ‘di popolo’. Soprattutto quando si tratta di concorrenza sul lavoro, di assistenza, di convivenza negli stessi quartieri, generalmente quelli più popolari. E in condizioni di sovraeccitazione l’appellarsi a valori rischia di essere fuori luogo e chi urla più forte è quello che viene ascoltato. Il dolore, la fame, le sofferenze di cui caso per caso si potrebbero spiegare le molte cause, restano ben confinate dove sono. Tutt’al più si rivelano ottimi servizi giornalistici televisivi per commuovere le famiglie sedute a tavola: vedere senza osservare, ascoltare senza sentire. Ed ora che delle avanguardie, decine e decine di migliaia, per farsi sentire un po’ meglio, si sono avvicinate e stanno riempendo le metropoli dell’Occidente, c’è chi parla di "regole equilibrate ed umane" e dell’impossibilità di "spalancare le porte e poi non essere in grado di trattare chi entra come un essere umano, con i diritti e la dignità dovuti". Parole del presidente Scalfaro alla sede dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, a Torino, che col medesimo tono ‘comprensivo’ affiorano sulle labbra di altri. Insomma, l’immigrato o è forza-lavoro da regolarizzare se c’è il benestare del padrone o è soggetto deviante da espellere. Sulla sua pelle si giocano opportunismi di parte e speculazione. Ripetiamo, quindi, quanto scrivemmo parecchi anni fa, e cioé che, quand’anche sia possibile, è immorale ed ingiusto qualsiasi provvedimento -anche il più ‘progressista’- che ragioni nei termini di un’accoglienza compatibile con l’offerta di case e lavoro. Molto comodo per lasciare le cose come stanno e tener fuori dalle frontiere responsabilità e problemi.
Nessun tetto, nessuna limitazione, nessuna forma di complicità in logiche, operazioni e decretazioni da gendarmeria internazionale. Bisogna essere chiari non soltanto con i forcaioli di An, Lega e PDS le cui aberrazioni parlano da sole, ma anche con chi, inseguendoli sullo stesso terreno, si richiama all’astratto senso democratico della solidarietà e al realismo di un’accoglienza compatibile. Il ragionamento da fare è un altro. Se si vuole ricondurre per dimensioni il fenomeno migratorio alla ‘naturalità’ che dacché esiste il genere umano l’ha generalmente contraddistinto, bisogna essere coscienti che le devastazioni operate da secoli e tuttora operanti non solo non sono risolvibili dall’oggi al domani, non solo necessitano nelle aree ricche del pianeta di una ridiscussione radicale di standard assurdi di benessere, di relazioni commerciali, di profitti che si producono anche sottoforma di "aiuti" (ad es. dei 7 miliardi di franchi che Parigi destina in aiuti all’Algeria, 6 sono vincolati ad acquisti di merci francesi o ad appalti a ditte francesi), ma che si dovrà ascoltare quei dannati senza voce provenienti da ben determinate aree che la terminologia corrente definisce con venatura coloniale: extra-comunitari.
Se si vogliono rimuovere alla radice le cause, è un sistema economico, politico, sociale, culturale, psichico che va rimesso in discussione. Il che significa rimettere in discussione le proprie scelte di lavoro, di consumo, di vita. E guardarsi intorno. Coscienti che la natura stessa del sistema non porta alcuna soluzione al problema specifico, come per altri ‘epocali’ (pensiamo a quello ambientale, ad es.). I margini di compatibilità, di tollerabilità, quindi di cedimento che i ‘progressisti’ ritengono di dover concedere se messi alle strette, saltano quando si tratta di mantenere inalterati certi standard.
Ragioni di opportunismo per la prossima -e temuta- scadenza elettorale fanno da sfondo all’operazione liberticida della Lega che, percependo l’isolamento nel "teatrino politico" e la disaffezione popolare registrata nelle recenti tornate elettorali amministrative in propri feudi del Nord, non ha fatto altro che rispolverare i toni xenofobi se non apertamente razzisti del suo repertorio tematico. Lo scambio finanziaria/decreto, ossia la richiesta leghista di votare la finanziaria solo dopo l’emanazione di un decreto forcaiolo sull’immigrazione, è il sigillo ad un’operazione elettoralistica tutta targata Lega con la quale Bossi, di fatto, trascina sia pur con qualche voce di dissenso il PDS, costringendolo a schierarsi su posizioni forcaiole, in una logica concorrenziale con Alleanza Nazionale e il Polo nel suo complesso. Un intervento opportunistico che sfrutta una convergenza di fattori che ha riportato, grazie all’amplificazione mediatica, la questione immigrazione come ennesima emergenza, alimentando una percezione dell’immigrato uguale "criminale", "parassita", "ladro di posti di lavoro". Sulla base di un’equazione che generalizza alcuni fatti -anche gravi- che vedono protagonisti "immigrati", i riflettori della drammatizzazione e dello spettacolo lì si sono accesi per ‘gonfiarli’ o addirittura inventarne di sana pianta. Il che si rivela come utile valvola di sfogo per deviare il senso di frustrazione, marginalità e disoccupazione della gioventù delle periferie, creando un ‘nemico’ dove scaricare risentimenti e frustrazioni collettive dovute anche ad una crisi economica che anno dopo anno, con tagli, imposte e tasse sta segnando un progressivo depauperamento per crescenti strati popolari ed un vuoto culturale. Il terreno del resto è ampiamente fertile, curato e ‘costruito’ almeno dalla fine degli anni Ottanta e con un’accelerazione relativamente recente si è innescata un’operazione che aspettava soltanto di essere strumentalizzata politicamente. Del resto quella di scaricare i risentimenti sociali contro l’immigrato è una ‘politica’ che ha pagato in ogni dove ed in ogni stagione. Le richieste di alleanza a Bossi col calderone dell’Ulivo, di cui D’Alema instancabile tessitore è il ‘regista politico’, mirano comunque non solo a riassorbire potenziale e voti leghisti in uno scenario di permanente campagna elettorale, ma anche, in una prospettiva governista, a fornire ai potentati economico/finanziari interni e sovranazionali un’immagine di rigore garante di stabilità per investimenti e speculazioni. E per D’Alema & C. si tratta di rispolverare, in modo diverso perché la questione è diversa, toni e mentalità criminalizzanti che ricordano quelle operate dal PCI nel triennio ‘77/’79 contro il Movimento e l’area politica extraparlamentare alla sua sinistra che rappresentava un ostacolo -un ‘nemico’- alle sue ambizioni di governismo a tutti i costi. Se a ciò aggiungiamo le ambiguità operative di Rifondazione Comunista, correttamente schierata contro il forcaiolismo dilagante ma alla continua ricerca di accordi elettorali di "desistenza" con interlocutori di tal fatta di cui poi subisce i ricatti (vedi caso della sfiducia a Dini), il quadro parlamentare non è certamente incoraggiante. Né ci si lasci ingannare -i ‘progressisti’ tutta la faccia, troppo platealmente, non la possono perdere- dalle richieste avanzate da alcuni esponenti/settori di quest’area di mantenersi almeno nello spirito della Martelli, nascondendosi come al solito dietro ad un dito. Perché vi è un mito da sfatare in tal senso, che vorrebbe la Martelli più attenta alle esigenze degli immigrati. Ne parlammo a suo tempo tratteggiandone, dopo attenta lettura, i punti repressivo-liberticidi, ma bastino le dichiarazioni di Dini che ha parlato del suo decreto come continuazione e sviluppo concreto degli aspetti giuridico/repressivi contenuti nella Martelli e non ben applicati.
La sostanza e le circostanze contestuali del decreto Dini meritano qualche riflessione, al di là del fatto che sia convertito o meno entro i previsti 60 giorni, non solo perché potrebbe essere ripresentato ma anche per la mentalità che lo caratterizza. Si è parlato di incostituzionalità del decreto. Sicuramente si crea una disparità di trattamento tra cittadino ‘italiano’ e ‘immigrato’ per uno stesso reato (foss’anche il più lieve, uno finisce in carcere, l’altro viene espulso immediatamente), sia che si tratti di un reato penale o di un illecito amministrativo (assenza o scadenza non rinnovata del permesso di soggiorno), e inoltre all’immigrato viene negata la presunzione di non colpevolezza sino a condanna definitiva visto che il pubblico ministero o il ministro dell’interno può richiedere espulsioni senza processo. Per non parlare dell’immigrato sospettato di attività illecite sulla base di comportamenti e tenori di vita. Il ricorso al Tar previsto nei 7 giorni successivi alla comunicazione o notifica di espulsione è veramente ristretto nei tempi, considerando le difficoltà burocratiche, di comunicazione e di conoscenza dei luoghi per chi non è del posto. I datori di lavoro per un’assunzione a tempo indeterminato devono versare sei mesi di contributi previdenziali anticipati, mentre per una a tempo determinato quattro. Risultato: molti o scaricano i costi sugli immigrati o licenziano. Insomma, un decreto che sembra fatto apposta per incentivare non solo gli ingressi clandestini ma l’entrata in clandestinità sicuramente di una buona parte dei già ‘regolarizzati’. Il tutto con buona pace dei principi democratici, all’insegna di un’ignobile, disinvolta violazione di norme dello stato di diritto. ‘Filosofie’ e prassi già viste. Passi o meno questo decreto, le dimensioni del fenomeno da un lato e l’arroccamento di privilegi dall’altro ci inducono a ritenere che una battaglia di ‘giustizia’ è persa in partenza se si pensa di risolverla sul piano della dialettica parlamentare, visti i rapporti di forza. Non si tratta solo di cedimenti di parte della cosiddetta sinistra ma vi sono convergenti spinte internazionali che hanno l’interesse a dare una lettura ed una valenza criminogena al fenomeno immigratorio, in un generalizzato colabrodo di egoismo, rampantismo ed indifferenza propri del sistema capitalista.
Sicuramente prezioso è il lavoro degli organismi di volontariato, sindacali e associativi di base impegnati in una difesa militante degli immigrati. È nella società che va combattuta una battaglia per la quale la sinistra, nell’insieme delle sue componenti, registra ritardi ed omissioni ‘storiche’ in relazione proprio alla sostanza e ai modi del suo agire.
A chi parla del fenomeno in termini di emergenza va detto che per un’inversione di tendenza, per un suo ‘ritorno’ a dimensioni ‘naturali’, non più frutto della disperazione ma di un’effettiva libertà di scelta, è imprescindibile determinare cambiamenti in profondità nelle coscienze e nei comportamenti. Il che, globalmente, non può avvenire nel quadro dei meccanismi di produzione distribuzione e consumo capitalistici, nella impressionante disuguaglianza di condizioni in cui, al di là delle stesse direttrici di fondo Nord/Sud, è stratificato l’intero pianeta.
La scommessa da fare con gli uomini e le donne, le comunità che migrano nel nostro paese, è quella del confronto sulla sostanza e i modi per lottare insieme, per un egualitario diritto alla terra, al rispetto, alla dignità del vivere. Stante il rifiuto all’accettazione di qualsiasi norma limitativa agli ingressi, per costruire un tessuto solidale è necessario l’interscambio nel rispetto -e nell’arricchimento- tra culture, fuori dall’integrazionismo e dal differenzialismo razzisti. Promuovendo iniziative in cui si conoscano le realtà di provenienza. Rendendo visibili le modalità di sfruttamento di governi ed imprese che determinano le condizioni per l’emigrazione. Individuando sia le forme di coinvolgimento della popolazione -non di rado una ‘complicità non-cosciente’- nel ‘coprire’ di fatto certe pratiche col proprio consumo, lavoro, denaro, comportamento, scelte, sia le possibili alternative. Ricostituendo il tessuto di solidarietà militante attraverso la valorizzazione dell’impegno politico/sociale. Il che di per sé non è la strada per dare soluzioni a delle ingiustizie, ma va nella direzione.

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