Sergio Salvi è uno studioso dei movimenti nazionalitari. Tra le sue opere ricordiamo Le nazioni proibite (Firenze, 1973) dedicato alle nazioni senza Stato dell’Europa occidentale, Le lingue tagliate (Milano, 1975) incentrato sulle minoranze linguistiche della repubblica italiana e Patria e Matria (Firenze, 1978) uno studio sull’applicazione del principio di nazionalità nell’Europa contemporanea.
Delle più recenti segnaliamo la disUnione Sovietica (Ponte alle Grazie, 1990), che ha come sottotitolo Guida alle nazioni del Non Russia, scritto poco prima dell’implosione -o, se si preferisce, dello scioglimento politico formale- dell’URSS, nel ‘91, in cui Salvi dedica a ciascuna delle nazioni di questa non-Russia un ritratto ‘dall’interno’, ricco di dati e di informazioni inedite o rare, facendo il punto sulla cultura, la storia secolare, la lingua e la cronaca politica più recente di ciascuna di esse.
L'articolo che segue è stato pubblicato in "Indipendenza" (n. 2, luglio/agosto 1997, nuova serie) accompagnato da "Notazioni critiche a Sergio Salvi", edito sullo stesso numero.

La nazione padana

Sul n.66/67 (1ª serie) di Indipendenza ho letto un articolo di Giulio Silvestri dove si afferma che la Padania, come nazione, non esiste. È sicuramente un’opinione condivisa dalla maggioranza degli italiani, sulla quale convengono e convergono non soltanto Fini e D’Alema ma anche Rauti e Bertinotti. L’opinione contraria sembra avere, al momento, soltanto la sponsorship, per giunta sospetta, di Bossi. Personalmente credo invece che la Padania, come nazione, esista. E mi dispiace che soltanto la Lega Nord sia di questo avviso. Vedrei volentieri una sinistra padana, anche di tipo tradizionale, che contendesse alla Lega il monopolio del padanismo. Anche se non escludo una sua prossima comparsa in tempi anche relativamente brevi, devo constatare che soltanto una ideologia apparentemente di destra fornisce, in questo momento, un supporto politico e culturale ad una realtà che mi appare sempre più inoppugnabile anche per una possibile sinistra al passo coi tempi. Del resto la nazione basca esisteva anche se il suo profeta, Sabino Arana Goiri, era un "reazionario" intinto di razzismo. Hanno creduto poi, ardentemente, nella nazione bretone tanto il "bolscevico" Yann Sohier quanto il filonazista Célestin Lainé.
Ma torniamo alle argomentazioni di Silvestri che, per una parte almeno, sono le stesse di Veltroni e di Gasparri. Ciò appare evidente quando il collaboratore di Indipendenza ritiene impossibile che "la fantomatica Padania sia mai stata o possa oggi essere considerata un’entità nazionale distinta dal resto dell’Italia". La ragione addotta è "etnica", cioè, in fondo, linguistica: la supposta mancanza di una lingua propria e di una conseguente rivendicazione ("patrimonio imprescindibile di tutti i movimenti a base etnica") che caratterizzi i "nazionalisti" padani (cioè, attualmente, i leghisti). A parte il fatto che la Lega, ora che è possibile accorgersi di ciò che bolle nella sua pentola (grazie al quotidiano la Padania e alla maggior diffusione dei Quaderni padani), è piuttosto impegnata, sia pure in modo goffo, in rivendicazioni di questo tipo, mi sembra che gli argomenti a favore dell’esistenza di una lingua padana, sia pure priva di una forma standard, siano sempre più evidenti (anche se poco visibili sui mass media, del tutto trascurati dalla scuola dell’obbligo e pertanto ignoti, o quasi, all’opinione pubblica).
Le lingue etniche dei cittadini italiani, tuttora vive e vegete col nome e il rango di "dialetti", sono sempre state celate dalle cortine di fumo e di incenso sprigionate dal culto e dall’uso (obbligatorio) della cosiddetta lingua italiana, in realtà il dialetto fiorentino del XIII secolo, normalizzato circa tre secoli dopo. Questo dialetto prestigioso si è imposto presso una limitatissima cerchia di intellettuali, soprattutto a causa dell’eccellenza della sua dimensione letteraria ed è stato poi imposto, per via politica e amministrativa, al resto degli italiani. Proprio a causa di questa dimensione letteraria esorbitante, i primi classificatori degli idiomi romanzi (Diez, 1836-43; Meyer-Lübke, 1890-1902; Wartburg, 1939), che non badavano troppo ai "dialetti" quando erano privi di rilevanza letteraria, parlano, nei confronti della penisola, soltanto di lingua italiana, anche se a partire da Meyer-Lübke il sardo e il retoromanzo (con il friulano) sono stati svincolati dal sistema dei dialetti italiani e hanno visto riconosciuta la loro identità.
Come nelle scuole italiane non si insegna la musica, in esse non viene insegnata nemmeno la linguistica. A causa di questa situazione, pochissimi italiani colti, che pure mostrano di sapere che il francese e lo spagnolo non sono dialetti italiani, sanno che il sardo e il friulano sono lingue diverse dall’italiano. E soltanto qualcuno tra loro mostra di intendere, per questa ragione, l’esistenza di una nazionalità sarda e friulana distinte da quella italiana.
Si contano forse sulla punta delle dita di una sola mano coloro che sanno come il linguista Clemente Merlo abbia (1924-37) ripartito i numerosi dialetti rimasti italiani (dopo la secessione classificatoria del sardo e del ladino-friulano) in tre gruppi: settentrionale, toscano e centro-meridionale. Tale tripartizione è diventata però canonica ed è stata accettata in quasi tutti i manuali di dialettologia. Ma le cose sono andate avanti, negli ultimi tempi, in modo forse imprevedibile. Nel 1952, un altro linguista, A. Monteverdi, ha riconosciuto al sistema dialettale "italiano settentrionale" una decisa e precisa autonomia, tale da separarlo dai dialetti fino allora considerati italiani. Nel 1972, un altro linguista celebre, G. B. Pellegrini, ha rilevato che, concessa a ragione un’identità precipua ai dialetti alto-italiani, non si capiva proprio perché una analoga autonomia non dovesse venire elargita anche a quelli italiani centro-meridionali. Ed ha stilato una classificazione autorevole (I cinque sistemi dell’italo-romanzo) secondo la quale i gruppi linguistici autoctoni del paese sono: 1) italiano settentrionale o cisalpino, nel quale vengono inclusi anche il ligure, il veneto e l’istrioto, che appaiono, a prima vista, dotati di una minore affinità con gli altri dialetti del gruppo; 2) friulano; 3) italiano centro-meridionale; 4) sardo; 5) toscano. L’"italiano settentrionale" o "cisalpino" può essere, oggi, definito "padano", in sintonia con la nuova terminologia politica.
È ovvio che la lingua italiana (quella ufficiale dello stato) appare collegata, storicamente e strutturalmente, soltanto al sistema dialettale toscano, dal quale gli altri sistemi dialettali divergono in maniera cospicua così come divergono tra di loro. Durante le recenti elezioni politiche, un autonomista siciliano ebbe del resto a dichiarare che se un italiano meridionale dice, nella sua lingua parlata, iu aju per io ho, un settentrionale direbbe, nella medesima circostanza, mi go: a prova della radicale diversità fra questi due popoli, perlomeno come idioma. Questo aneddoto, più politico che linguistico, è sufficiente a fare intendere una differenza che sarebbe stolto, in questa sede, esplicare con un elenco esaustivo delle caratteristiche specifiche dei diversi sistemi linguistici che si spartiscono territorialmente lo stato italiano.
Spero che i lettori di Indipendenza, approfondendo per conto loro i tratti distintivi dei vari sistemi enunciati da Pellegrini, siano convinti che il dialetto di Torino, quello di Milano e quello di Genova siano segnati sì da differenze ma anche da un grado di affinità assai maggiore di quello rilevabile da un confronto tra uno di questi dialetti e il napoletano oppure il trapanese.
Ciò significa, lo ripeto, che il nostro paese è diviso, al suo interno, in cinque aree linguistiche e culturali e che ognuna di queste aree si trova in condizioni non dissimili da quelle che caratterizzano, nello stato spagnolo, i territori di lingua castigliana, quelli di lingua catalana, quelli di lingua basca e quelli di lingua galaico-portoghese. Se dalla lingua si passa alla cultura, dalla cultura alla storia, dalla storia alla società e all’economia, si vedrà come queste aree si qualifichino come sedi di autentiche comunità. Secondo alcuni costumi terminologici ormai inveterati, queste comunità si definiscono "nazioni". Se ci sono ragioni evidenti per sostenere (da parte, evidentemente, di chi lo sostiene) che esiste una entità nazionale catalana diversa dal resto della Spagna (sto parafrasando Silvestri) non si capisce perché lo stesso discorso non valga anche per la Padania. Almeno da un punto di vista linguistico. Anche se per molti la lingua non è tutto, essa è, a mio avviso, la spia di tutto (o quasi). Soprattutto della dimensione nazionale dei popoli (e mi sembra che questa opinione sia, almeno teoricamente, condivisa da Silvestri).
Secondo un determinato filone ideologico, fatto proprio tra l’altro dal pensiero marxista (oggi piuttosto disprezzato), non è necessaria la consapevolezza di un popolo di far parte di una determinata nazione perché la sua appartenenza nazionale possa essere revocata.
Appare tuttavia inspiegabile come una coscienza nazionale padana non sia sorta almeno attorno alla metà del XIX secolo, come è accaduto nel caso dei baschi o dei catalani, dei lituani e dei lettoni, dei bretoni o addirittura degli occitani. Le condizioni c’erano tutte (meno quella, appunto, della coscienza). Ad ogni modo, questa coscienza oggi esiste, non importa quanto diffusa. Anche se esiste da pochi anni (forse mesi). Tramite la Lega Nord, si è addirittura manifestata in termini perentori, rilevabili sul piano politico e su quello elettorale.
Su questo piano, la Padania ha già battuto l’Occitania, che pure si è risvegliata un secolo e mezzo fa. I partiti occitanisti ottengono, nelle elezioni politiche francesi, percentuali da prefisso telefonico. L’unico partito padanista purtroppo esistente, la Lega Nord, nella tornata politica del 1996 ha ottenuto, in Padania, più del 20% dei voti qualificandosi, nel computo proporzionale, come il maggior partito dell’Italia settentrionale. Dal punto di vista culturale, l’Occitania appare invece in netto vantaggio sulla Padania. La riflessione storica, l’attività linguistica e letteraria, l’indagine accurata della propria identità hanno prodotto, in Occitania, una serie rilevante di studi ineccepibili e di affermazioni non aprioristiche. I padanisti appaiono, al confronto, ancora fermi al nastro di partenza, con l’aggravante di tutta una serie di false partenze che sembrano segnare itinerari confusi e contraddittori. Ma sono soltanto all’inizio. L’Occitania appare, tra le comunità nazionali prive di stato dell’Europa occidentale, come il caso più simile a quello padano. Padania e Occitania sono infatti le comunità maggiori sia per territorio sia per numero di abitanti (24.000.000 di padani su 58.000.000 di "italiani"; 15.000.000 di occitani su 56.000.000 di "francesi"): riconoscerle come nazionalità significa mettere radicalmente in discussione la liceità e la permanenza di stati che vengono abitualmente quanto erroneamente considerati "nazionali" (uno di essi, addirittura come il prototipo dello stato nazionale moderno). La fatica intellettuale che un riconoscimento di questo tipo costa al cittadino medio di questi due stati (e lo sconcerto che ne deriva) è sicuramente devastante e soprattutto superiore a quella relativa al riconoscimento delle abituali minoranze ormai note. I corsi sono appena 250.000; i valdostani 100.000.
Un altro aspetto lega tra loro queste due realtà per tanti aspetti emblematiche. Trattandosi di due comunità relativamente vaste, le varietà regionali esistenti al loro interno appaiono sensibili. Ma non tali da negare un chiaro denominatore comune. Ciò appare evidente sul piano linguistico. Le affinità tra i diversi dialetti nei quali si articolano i due ambiti sono comunque maggiori delle diversità: il provenzale è infatti assai più vicino all’alverniate che non al borgognone (che è infatti un dialetto francese). È la stessa situazione del romagnolo nei confronti del piemontese (ma non nei confronti del pur limitrofo toscano, con il quale le divergenze sono nette). Padania e Occitania recano entrambe, nei loro sistemi dialettali, alcuni esempi di "minore affinità" che possono dare luogo a qualche dubbio (comunque risolvibile e in effetti risolto). È il caso del guascone nei confronti degli altri dialetti occitani. È il caso del veneto nei confronti degli altri dialetti padani. Qualcosa di simile accade anche alla Catalogna, qualora la si intenda in maniera corretta, cioè non solo come la "comunità" amministrativa autonoma di questo nome dello stato spagnolo ma come una comunità nazionale comprendente, in Spagna, anche il Paese Valenzano e le Baleari.
Sul piano linguistico, tuttavia, questa più grande Catalogna (10.000.000 di catalani su 40.000.000 di "spagnoli") può contare su un fatto di importanza fondamentale. La lingua catalana non è più soltanto una "federazione di dialetti". Ha sviluppato, al suo interno, addirittura nel 1913, una forma standard che è diventata, grazie alla costituzione spagnola del 1978, la lingua ufficiale (insieme ovviamente al castigliano) della Comunità Autonoma di Catalogna, di quella delle Baleari e perfino della Comunità Valenzana, la meno cosciente della propria nazionalità catalana: al punto che Valenza, per una rivalità storica nei confronti di Barcellona, chiama questa lingua "valenzana", anche se è identica a quella chiamata catalana in Catalogna e nelle Baleari, anche se è assai più vicina al dialetto di Barcellona che a quello di Valenza.
L’Occitania è ancora lontana da questo risultato. Ha comunque messo a punto, a cavallo dell’ultima guerra mondiale, una standardizzazione ortografica dei suoi dialetti, ispirandosi in larga parte alla grafia dei trovatori: è un sistema che riesce a diminuire considerevolmente le diversità registrabili al livello della lingua parlata. È ovvio che l’uso di questa lingua normalizzata soltanto ortograficamente non è ufficiale. La Francia è infatti, come e più dell’Italia, un paese rigidamente centralizzato. Tuttavia, in alcuni settori dell’educazione, questa lingua è riconosciuta e perfino impiegata. Dal 1951, con la Legge Deixonne, l’occitano è infatti riconosciuto dallo stato francese come una delle "lingue regionali di Francia" anche se si presenta come un ventaglio di dialetti (di cui si ammette evidentemente l’unità di fondo). Allo stesso titolo, concesso, ad esempio, al catalano di Francia (una parte del paese catalano fu annesso alla Francia del 1659, con la pace dei Pirenei) dove si parla, più o meno, il dialetto di Barcellona.
La situazione linguistica della Padania è sicuramente peggiore di quella occitana in quanto non esiste ancora una minima standardizzazione ortografica tale da segnalare convenzionalmente l’affinità indubitabile tra i vari dialetti. La scrittura cervellotica con la quale si presentano i diversi dialetti sembra fatta apposta per celarne l’affinità. Manca poi, nel nostro paese, il riconoscimento da parte dell’opinione pubblica (e della maggior parte degli intellettuali) dell’unità strutturale della lingua padana. Se il parlamento di Roma approvasse una sua Legge Deixonne, probabilmente non vi parlerebbe nemmeno di lingua padana ma di "lingue" piemontese, lombarda, emiliana e così via. È come se la Francia non riconoscesse l’occitano ma ponendoli sullo stesso piano (e sul piano del corso, del bretone e così via) parlasse solo di provenzale, di gavotto, di linguadociano, di alverniate, di limosine e di guascone, ignorando la loro unità di fondo.
È innegabile che l’Occitania gode di un atout di grande peso culturale: è il paese della lingua d’oc, nella quale si è espressa, molti secoli fa, una grande stagione della letteratura europea. Se i primi classificatori degli idiomi neolatini hanno tenuto separato l’occitano dal francese, nonostante la frammentazione dialettale dell’occitano, ciò dipende esclusivamente da questa ragione.
La Padania non ha invece espresso, nella sua lingua autoctona, una letteratura paragonabile, per importanza e per notorietà, a quella dei trovatori. Eppure, nel XIII secolo, alcuni poeti come Bonvesin da la Riva, Ugo di Perso, Girardo Patecchio, Uguccione da Lodi, Pietro da Bersagapé, Giacomino da Verona e altri scrivevano in lingua padana. Afferma in proposito Gerhard Rohlfs che "in Alta Italia si era sviluppata una koiné padana, di tipo lombardo-veneto, di ampio uso letterario. Nel corso del Duecento questa koiné era già sulla via di assurgere a lingua letteraria nazionale". Di quale nazione? Di quella padana, ovviamente.
Poi le cose sono andate diversamente. La politica e le armi hanno sconfitto la lingua occitana dei trovatori con la vittoria del francese, nonostante la sua grande letteratura; così come, con modalità diverse, hanno sconfitto la lingua padana con la vittoria dell’italiano. I due popoli hanno bensì continuato a parlare i loro dialetti precipui ma hanno perso ogni modello di riferimento e l’idea stessa della loro appartenenza ad un’unica lingua. A volerla dire tutta, dovremmo segnalare che i dialetti padani sono più vicini ai dialetti occitani che a quelli considerati tradizionalmente "italiani".
Se dalla coppia nazionale Occitania-Padania si passa alla coppia statale Francia-Italia, si assiste ad un vero paradosso. Mentre in Francia esiste una nazione francese che, ingrandendosi territorialmente a spese di altre nazioni, ha formato lo stato francese, in Italia esiste uno stato italiano ma non una nazione italiana. La conquista franca della Gallia ha mutato, del resto, il nome di quella regione trasformandolo in Francia. La conquista franca dell’Italia ha impedito che essa diventasse Lombardia (cioè Longobardia) e alla regione è rimasto un nome soltanto geografico, privo di connotazioni etniche.
In Francia abbiamo dunque una nazione francese ma anche una nazione occitana, una nazione bretone e frange delle nazioni olandese, tedesca, "italiana", basca e catalana. In Italia, oltre a frange delle nazioni francese, occitana, tedesca, slovena, croata, albanese, greca e catalana, nonché a piccole nazioni come la sarda, la friulana e la ladina dolomitica, esistono in realtà una nazione padana, una nazione toscana e una nazione che al momento si definisce come "italiana centro-meridionale" (Nicola Zitara vorrebbe chiamarla Magna Grecia, il microscopico Fronte di Liberazione Meridionale avanza il nome di Enotria, la neonata Lega di Melfi quello di Ausonia e qualcuno suggerisce, con un certo acume storico, Repubblica delle Due Sicilie). Manca dunque la nazione italiana, a meno di non ritenere tale la sola Toscana, che ha dato allo stato italiano la sua lingua ufficiale (ma sarebbe una forzatura). Del resto, lo stato italiano è sorto in tempi magari recenti (durante i quali la linguistica muoveva però i suoi primi passi), convinto che esistessero davvero una lingua e una nazione italiana. Oggi sappiamo che una nazione e una lingua italiana non esistono (se non come finzione giuridica ed invenzione letteraria) e che esistono invece una lingua ed una nazione padane. O almeno dovremmo saperlo. I nomi delle nazioni sono, ovviamente, artificiali e spesso appaiono inventati per ragioni di opportunità e di visibilità. Se Francia deriva dalla conquista franca della Gallia, Occitania (coniato sull’oc della sua lingua) è stato ripreso da alcune cronache medievali nel nostro secolo ed è stato accettato a partire dagli anni Cinquanta.
Padania è un nome che deriva da una divisione ormai classica operata dalla geografia fisica. L’Italia, come forse non si sa ma si dovrebbe sapere, è formata da due regioni fisiche contigue: una parte continentale, che i geografi hanno chiamato in tempi non sospetti Padania, e la penisola vera e propria, chiamata invece Appenninia. La Lega Nord si è impossessata in tempi recentissimi del primo di questi nomi per dotarlo di connotati nazionali. È chiaro che la Padania fisica e la Padania-nazione non coincidono: terre geograficamente padane come la Valle d’Aosta, il Tirolo meridionale e il Friuli, per citare soltanto le principali, non fanno parte della nazione padana. Del resto, ciò che all’interno dello stato italiano è stato denominato Appenninia dai geografi fisici, appare diviso in due entità nazionali diverse: la Toscana e il resto della penisola. La divisione tra Centro e Sud, abituale a livello statistico e assai diffusa, da un punto di vista linguistico proprio non esiste. E nessun cittadino italiano si definisce, o si è mai definito "centrale", quando tanti altri cittadini si definiscono "settentrionali" oppure "meridionali".
In Francia esiste dunque una nazione francese che attraverso lo stato ha imposto la propria egemonia ad altre nazioni e brandelli di nazionalità territorialmente limitrofi. Parigi, la capitale di quella nazione, è anche la capitale dello stato e il suo dialetto, che è stato alla base della forma standard della lingua francese, è la lingua ufficiale di quel medesimo stato. La nazione francese ha poi colonizzato, a livello sociale, culturale ed economico, in quanto titolare dello stato, le nazioni conquistate nel tempo.
Vediamo ora la situazione dello stato italiano, privo di una nazione italiana. La nazione padana, attraverso un suo staterello periferico, ha fatto quello che in Francia è stato fatto dalla nazione francese e dal regno di Francia. Ha infatti colonizzato le altre nazioni presenti sul suo territorio servendosi di una lingua che non era la sua (cioè del toscano). E si è scelta come capitale, non appena le è stato possibile, una città situata fuori dal suo territorio. Ha tuttavia promosso e conservato per sé l’egemonia sociale, economica e culturale sull’intero territorio dello stato (nell’interesse della propria borghesia). È ovvio che, di questo, le classi popolari padane non sono responsabili; le classi dirigenti, sì. Hanno ignorato la Padania e puntato sull’Italia.
E qui le analogie tra Padania e Occitania terminano bruscamente.
La Francia, che esiste davvero come nazione, ha brutalmente colonizzato, a tutti i livelli, l’Occitania (una volta chiamata Midi, "Mezzogiorno"). La Padania, travestita da Italia (che come nazione non esiste) ha, forse ancora più brutalmente, colonizzato il cosiddetto Mezzogiorno (che sembra non avere trovato ancora un nome nazionale nel quale riconoscersi). Soltanto che alla Padania, ora che ha costruito la propria dimensione economica inserita nel mercato globale, la colonia meridionale comincia a pesare troppo rispetto ai benefici che pure continua a trarne. Il cosiddetto Mezzogiorno, d’altra parte, si è prestato al gioco. Le sue classi dirigenti hanno aderito all’alibi dell’unità nazionale (che in realtà significava "unità statale": di uno stato che poteva esistere soltanto imponendo il sottosviluppo di una sua parte a vantaggio di un’altra parte, quella che è stata la costruttrice dello stato medesimo).
Si è verificata, nel tempo, una divisione del lavoro tra le classi dirigenti dei due principali settori del territorio e della società dello stato (cioè delle due nazioni principali). I meridionali, anziché pensare alla liberazione della loro nazione, hanno cominciato a gestire in prima persona (e per "conto terzi") lo stato, collocandosi nell’ambito di una "nazione" presunta, quella italiana, rivelandosi così, in realtà, i dipendenti fedeli di una nazione reale, quella padana, che non era ovviamente la loro. Ne hanno ricevuto, in cambio, benefici personali e di classe. A favore del popolo da cui provenivano (e hanno tradito), dopo i ricorrenti (ed enormi) salassi dell’emigrazione, hanno ottenuto soltanto di ribadire la subordinazione attraverso la pratica dell’assistenzialismo. I settentrionali, nel frattempo, hanno continuato a fare i loro affari, all’ombra dei fedeli gestori meridionali dello stato, fino a quando il peso dell’assistenzialismo non si è rivelato, per alcuni di loro, insopportabile.
Soltanto allora questi padani hanno revocato l’appartenenza alla nazione virtuale cui avevano deciso di essere parte ed hanno scoperto la loro vera nazionalità, cominciando addirittura a progettare un proprio stato, questa volta "nazionale" per davvero, da realizzarsi tramite la secessione. Così facendo, hanno però avuto il merito oggettivo (paradossale ma indiscutibile) di innescare la possibile liberazione economica, sociale, "nazionale", della nazione meridionale, che può risollevarsi soltanto prendendo in mano le chiavi del proprio sviluppo, spezzando la logica perversa che ha originato il sottosviluppo ed è la logica dello stato unitario (non più necessario alla nazione dominante, quella padana, ma ancora meno necessario, anzi, nocivo, al popolo meridionale). Questo stato "unitario", seguendo la logica del suo sviluppo, mostra oggi il 5% di disoccupati sul territorio della nazione padana e il 25% sul territorio della nazione meridionale. La Padania, che ha la responsabilità storica di aver fatto l’Italia, si è ora assunta la responsabilità di disfarla. Nel suo interesse ma anche in quello dei meridionali.
Anche per chi non crede al "nesso indissolubile lingua-nazione" la presenza, all’interno dello stesso stato, di almeno due economie e due società, tra loro contraddittorie e contrastanti, è un dato di fatto indubitabile. Ma ci sono altre differenze di fondo (di cultura e di storia) che non possono essere trascurate (e delle quali la scuola e i mass media non parlano). Ne accennerò soltanto poiché questa non mi sembra la sede adatta: questo è soltanto un intervento polemico che vuole ribaltare alcuni luoghi comuni, purtroppo, nel nostro paese, patrimonio anche della sinistra (tradizionale e non). C’è una differenza genetica tra Nord, Toscana e Sud che permane dall’epoca preromana (si leggano gli studi in proposito di Cavalli Sforza e di Piazza); c’è una differenza storica nella progressiva romanizzazione del territorio in questo momento appartenente alla repubblica italiana che vede l’Appennino tosco-emiliano ergersi come confine preciso e le Alpi occidentali giocare il ruolo di trait-d’union (i dialetti padani sono più simili a quelli occitani e francesi che non a quelli toscani e centro-meridionali); c’è uno sviluppo politico-istituzionale del Nord che con la disgregazione del regno longobardo e poi franco porta alla nascita dei comuni, profondamente dissimile dal percorso di riaggregazione del Sud in un regno unitario (il primo stato moderno in Europa), a partire dai normanni e soprattutto con Federico II (sia pure con ricorrenti divisioni tra le "due Sicilie"). C’è, infine, una vocazione mediterranea del Mezzogiorno che contrasta con l’europeismo delle regioni padane e indica la via di un profondo riscatto di tutti i popoli meridionali d’Europa. Come si vede, la mia apologia della Padania è indissolubile da una prospettiva globale di rinascita di quella nazione proibita (e ancora senza nome: il "Mezzogiorno") dallo stato italiano e dalle proprie classi dirigenti che può (e deve) uscire dal baratro dove è stata sospinta dai padani d’antan e può farlo solo grazie all’"egoismo" dei padani di oggi.

Sergio Salvi

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