– le insofferenze della Germania –
Diversi segni indicano che è in corso, discretamente per ora, ma con toni progressivamente più aspri, uno scontro politico e geopolitico interno all’Unione Europea (UE). Al centro di questo scontro sta la Germania di Schroeder. Adriana Cerretelli, sul Sole-24 ore del 21 gennaio (“Un’Europa sempre più tedesca”) mette in luce il contrasto, nemmeno tanto sotterraneo, tra la Commissione Barroso e la Germania. Ciò è indice di un profondo malessere, causato dall’integrazione europea, che pervade il capitalismo tedesco –e quindi, per parlare concretamente– la classe dominante tedesca nella sua articolazione politico/statale e imprenditoriale. Tale fatto, ovviamente, non viene esposto volentieri dai principali media continentali, e per due motivi: 1. la Germania è stata insieme alla Francia la principale sostenitrice di tale integrazione; 2. da parte tedesca non si vogliono inquietare gli alleati, che in fondo hanno accettato la Germania riunificata proprio perché c’era questa “garanzia europea” (che poi è la supervisione statunitense dell’integrazione UE, condita di multilateralismo e frottole varie).
Riassumendo la questione: 1. La Germania non riesce a ripartire economicamente, somigliando, per certi versi, al Giappone degli anni Novanta; 2. Berlino ha perso influenza in Europa centro-orientale perché l’allargamento UE ha rafforzato USA e Gran Bretagna a scapito dell’asse franco-tedesco; 3. Tale fatto si è ripercosso nella composizione della Commissione europea, dove gli USA hanno avuto buon gioco a imporre il loro prediletto, Barroso. Quest’ultimo si è impegnato con zelo per impedire a Schroeder di raggiungere uno degli obiettivi tedeschi: designare Guenther Verheugen come “supercommissario” per le questioni industriali, concorrenziali e finanziarie.
Berlino ha tratto le conseguenze. Da un lato, sul piano politico/economico generale, sembra effettivamente aver ceduto alle pressioni di ambienti anglosassoni, rinnegando il proprio famoso modello economico e sociale, e iniziando lo smantellamento delle garanzie per pensioni, sanità, posto fisso, eccetera. Dall’altro, tuttavia, si è data una scossa: è meno ossessivamente condizionata dal dover agire in concerto con Parigi; fa la sua politica a tutto campo per ottenere un seggio permanente in Consiglio di Sicurezza all’ONU; si muove autonomamente nei rapporti con Mosca e Pechino. Sull’Iraq, mantiene una posizione in fondo neutrale. Non manda truppe, ma non ha mancato di fornire esperti in campo militare e spionistico [http://www.diploweb.com/forum/hillard3.htm].
Sul piano interno alla UE, si è in parte verificato, prima del prevedibile, un paradosso cui –per il momento– si fa riferimento in modo molto velato: proprio Germania e Francia, a suo tempo entusiasti sostenitori di Euro e Politica estera comune, si ritrovano “ingabbiati” dallo stesso meccanismo in nome del quale volevano prendere in mano le redini dell’Europa politica. Sono adesso proprio questi paesi-guida a rimettere in questione il Patto di stabilità. Scrive Adriana Cerretelli [Il Sole-24 Ore, 18 gennaio]: «Era l’autunno del ’98, cominciava l’era Schröder, quando Oskar Lafontaine provò a far saltare il Patto in nome del supremo imperativo della crescita economica. Temporeggiò sei mesi, il cancelliere, poi esautorò il suo scomodo ministro delle Finanze. L’euro nascituro e l’Europa che ci aveva scommesso tirarono un sospiro di sollievo. Non per molto. Nel 2001 Germania e Francia cominciarono a collezionare deficit eccessivi. E così il Patto fu congelato da un golpe dell’Ecofin ispirato dalla coppia franco-tedesca». Spesso, ormai, sono i “piccoli paesi” e i nuovi membri UE dell’est a rivendicare le regole del Patto, per paura che Francia e Germania facciano il bello e il cattivo tempo. La Germania, secondo un recente rapporto della CIA, è in una pericolosa crisi industriale e tecnologica, soprattutto nell’ottica dell’innovazione di prodotto. Essa rischia, nel 2020, di ritrovarsi indietro rispetto a potenze emergenti come Cina, India e Brasile. La classe dominante tedesca, dal canto suo, sembra percepire sempre più una restrizione del proprio spazio di manovra anche a causa delle regole europee, e appare decisa a contrastare, per quanto possibile, questo declino, sebbene il suo risveglio sia alquanto tardivo. Se il rilancio tedesco dovesse fallire, il capitalismo tedesco potrebbe dover fronteggiare un declino drammatico.
Berlino, tuttavia, non mancherà di tentare di risollevarsi rapidamente. In sintesi, come fa notare l’articolista del Sole-24 Ore, Schroeder e Verheugen stanno attaccando a testa bassa Barroso e la Commissione. Barroso si difende come può, ma Verheugen è ormai «interlocutore fisso del Consiglio Competitività e vice-presidente per le riforme», oltre a vedersi assegnate competenze su industria e parte del mercato interno (appalti, libera circolazione delle merci). Insomma, una potenza. Il governo socialdemocratico tedesco fa anche capire di appoggiare una revisione del Patto di stabilità. Il fine dichiarato di Verheugen è quello di «rilanciare in grande stile l’obiettivo di crescita e competitività in Europa, possibilmente in salsa tedesca». In tal senso, è necessario controllare da vicino l’evolversi del rapporto USA/Germania, e fino a che punto Verheugen dipenda da input d’oltreoceano.
Non si dimentichi che gli USA puntarono, nel 1990, proprio sulla Germania per perpetuare il proprio dominio in Europa, garantendole il ruolo di “interlocutore privilegiato” di Washington; ruolo entrato in crisi anche per l’abile manovra di Blair, nel 1997-98, di rilanciare il ruolo britannico sul piano militare/strategico pur senza entrare nell’euro. Francia, Gran Bretagna e Germania si contendono d’altronde il ruolo-guida della UE (che quest’ultima sia o meno rilevante negli affari mondiali, è poi un’altra questione).
La ricetta di Verheugen, secondo Adriana Cerretelli, è la seguente: «politica industriale e competitività su scala mondiale». Come? Innanzitutto prendendo il massimo del potere a Bruxelles: su 25 commissari, un quinto sono tedeschi; ogni ufficio importante ha qualche politico tedesco in posizione di forza. Si ragioni su un punto: se la Germania vuole rilanciare la politica industriale, essa deve poter disporre dell’Euro come di una moneta (quasi) propria, e di una certa discrezionalità nella spesa in deficit di bilancio (quantomeno in quella per infrastrutture, spesa militare ed innovazione), che non può attestarsi al solo 3% del PIL. Se il peso politico di Berlino diventa preponderante a Bruxelles, non è escluso che entro breve la Germania sferrerà un attacco al Patto di Stabilità da posizioni di forza. Ovviamente, questo non resterà senza conseguenze. In realtà l’Euro, come moneta comune e quadro condiviso di regole, è già fallito, perché i suoi stessi sostenitori vogliono rendere la sua architettura più flessibile e in linea con le proprie esigenze. Quasi escluso, comunque, che si arrivi ad una rottura dell’integrazione europea, che va di pari passo con l’aumento dell’influenza di quei “mercati finanziari” fattivamente dominati da agenzie di rating, banche d’affari e fondi d’investimento statunitensi. L’integrazione economica e finanziaria europea avviene infatti nell’ambito dell’egemonia USA, che rimangono il primo sponsor dell’Unione Europea. La stessa vicenda delle elezioni ucraine è significativa in tal senso. Non fa riflettere che il presidente eletto Yushenko, sostenuto e finanziato da importanti organizzazioni statunitensi, indichi come primari obiettivi del suo mandato l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea e nella NATO? Un influente geopolitologo statunitense come Zbigniew Brzezinski ha addirittura definito la vittoria di Yushenko «uno storico trionfo, che produrrà buoni effetti non solo per l’Ucraina, ma per l’intera Europa» (settimanale Wprost, 9 gennaio 2005).
A nostro avviso, non è dunque peregrino supporre che le prospettate modifiche del Patto di stabilità, che produrranno effetti sulla competizione intercapitalistica dentro l’Unione Europea (con una vittima predestinata: l’Italia, che sarà ulteriormente penalizzata con il pretesto dell’alto debito pubblico), riceveranno il benestare dei su citati “mercati finanziari” in cambio di contropartite in altri campi (assistenza ed appoggio all’invasività USA in Iran, così com’è stato per l’Ucraina, e chissà quanto altro ancora).
In ogni caso, la cornice europea mostra di essere sempre più un freno per le velleità di espansione del capitalismo tedesco. In una nota del 10 gennaio scorso, l’agenzia statunitense di analisi geopolitica Strategic Forecasting notava un progressivo sganciamento di Berlino dalla ferrea logica europeista (asse franco-tedesco in prima linea, multilateralismo quasi “dogmatico”, ecc.). Schroeder non ha mancato di assumere posizioni indipendenti riguardo la Russia (evitando di sostenere Bruxelles nelle critiche di marca liberal-liberista alla politica accentratrice di Putin, stringendo accordi energetici, ecc.) e ha anche deciso di mettersi in mostra autonomamente, fuori dal quadro-UE, nella “corsa alla solidarietà” verso le popolazioni asiatiche colpite dal maremoto. Insomma, a Berlino l’europeismo e la priorità dell’azione congiunta con la Francia sembrano de facto meno in voga rispetto a qualche anno fa.
Un’eventuale continuazione di questa tendenza introdurrebbe novità di grande rilievo per il futuro dell’Unione europea. L’asse franco-tedesco non sarebbe più “intoccabile” come è stato, in fondo, dal 1963 (anno della firma del Trattato dell’Eliseo) e nella fase 1990-2004. Ciò aprirebbe diversi scenari possibili. Data la conformazione delle classi dominanti tedesche, cresciute in fondo nel clima politico “comodo” del bipolarismo, c’è da aspettarsi, quasi per “riflesso condizionato”, una spinta per un nuovo grande accordo tedesco/statunitense. Segni in questo senso vengono dall’incontro del 27 febbraio scorso, in cui, sotto il patrocinio della Fondazione Bertelsmann e di altri centri filo-atlantici, si è parlato (tra Bush e Schroeder) di «partenariato tedesco/americano per il XXI secolo». La novità potrebbe essere che tale legame transatlantico possa andare di pari passo con una certa autonomia tedesca nei rapporti con Cina e Russia, a fini di rilancio dell’Azienda Germania nell’ambito della competizione intercapitalistica globale (ben lontana, comunque, da velleità antagoniste imperialiste). Svolta comunque abbastanza ardua per Berlino, data l’impronta aggressiva della geopolitica statunitense, ma forse necessaria per non perdere posizioni in campo mondiale.
Se ciò dovesse verificarsi, sarà importante, in un’ottica nazionalitaria e anticapitalista italiana, seguire il riposizionamento delle classi (semi)dominanti nostrane, che a ben vedere sembrano abbastanza a loro agio nel mettersi in scia dei centri capitalistici dominanti, ed essere pronti a muoversi nei nuovi contesti che si delineeranno.
Indipendenza
28 gennaio 2005