DISCUTIAMO PURE
1. Vorrei dare una breve risposta al saggio di Preve Scienza, filosofia,verità,
prospettiva, appar-so in Indipendenza n. 11 (gennaio-febbraio 2002). L'amico
Preve mi conosce bene come teorico della società capitalistica, ma mi
sembra un po' meno per quanto riguarda quelle poche idee che posso avere a proposito
di scienza e, in subordine (ma solo per difetto di preparazione), di filosofia.
Non ricordo affatto tutto quello che posso aver scritto in vita mia, e tuttavia
mi sentirei di sfidare chiunque a citare un qualche mio passo dove abbia affermato
la superiorità della scienza rispetto al-la filosofia o, addirittura,
abbia sostenuto che l'unica forma di "vera" conoscenza, l'unica dotata
di un qualche grado di certezza, è la scienza mentre la filosofia è
un insieme di elucubrazioni prive di senso. Al massimo, posso aver detto che
è più facile trovare dei finti filosofi che cianciano in libertà
piuttosto che dei finti scienziati che si comportino nello stesso modo. Voglio
dire che, spesso, i filo-sofi sono troppo longanimi verso presunti colleghi
che squalificano il loro sapere, mentre è più dif-ficile (ma avviene
comunque) che nella stessa eccessiva tolleranza incorrano gli scienziati nei
con-fronti di coloro che tentino di infiltrarsi surrettiziamente nella loro
cerchia.
Ho una forma di diffidenza, che talvolta sconfina nel quasi disprezzo, per quegli
scienziati (in realtà forse solo dei tecnici) che hanno al massimo letto
una storia della filosofia in manuali per i licei. E' evidente che, oggi, non
sarebbe possibile trovare dei geni onnicomprensivi, capaci di spa-ziare in ogni
forma di sapere. Purtroppo (e sottolineo questo termine), una qualche "specializzazio-ne"
in dati rami del sapere è inevitabile. Ben difficilmente, anzi credo
mai, si troverà un ottimo scienziato che sia altrettanto preparato e
"colto" in filosofia; e viceversa. Tuttavia, non apprezzo uno scienziato
- ma nemmeno uno storico o un letterato, ecc. - che guardi con sufficienza e
atteg-giamento arrogante di superiorità la filosofia, che la consideri
una accozzaglia di ragionamenti in-sensati. Ritengo che non si possa fare buona
scienza se non si ha un minimo di interesse per la filo-sofia e se non si è
fatto un piccolo sforzo per almeno leggere (non pretendo studiare, cosa che
ap-partiene al vero e proprio filosofo) qualche decina, e possibilmente più,
di testi relativi a questo sa-pere; e non semplicemente di "storia della
filosofia", non semplicemente sui grandi filosofi, ma an-che di questi
ultimi.
La totale ignoranza e insensibilità nei confronti della filosofia produce
non a caso economisti, sociologi, storici (oltre che fisici, chimici, biologi),
di una pochezza empiristica volgare, dei puri accumulatori di daterelli e tabelline
senza nessuna comprensione appena un po' più vasta di che cos'è
una società, un'epoca storica, e via dicendo. Produce insomma - e nel
migliore dei casi - quelli che nel '68 vennero denominati "idioti con alto
quoziente di intelligenza", dove però l'accento va messo soprattutto
sulla prima parola di questa definizione. Mi auguro di essere stato chiaro ed
inequivocabile.
Nei miei testi si troverà invece, più di una volta, la protesta
nei confronti di quei filosofi, in ge-nere di derivazione hegeliana, che pretendono
sia la filosofia una forma di conoscenza superiore al-la scienza; anzi essi
la credono la vera scienza o la scienza della Verità. In tal caso, ammetto
che ho la tendenza a mandare al diavolo simili filosofi che sono l'esatto corrispondente
degli scienziati ar-roganti e convinti della superiorità assoluta del
loro sapere rispetto ad altri. Chiunque però capirà che tale mio
atteggiamento non ha nulla a che vedere con quello che l'amico Preve mi attribuisce,
come se io appartenessi alla schiera di questi scienziati arroganti, ecc.
Non è semplicemente che io ponga in modo equanime scienza e filosofia
(e arte, ecc.) sul mede-simo piano. Ritengo che siano piuttosto diverse, che
sia utile una loro "collaborazione" perfino stretta, ma non una loro
eclettica commistione; e nemmeno una qualche forma di "parassitismo"
dell'una nei confronti dell'altra. Esse sono eguali in importanza e dignità,
non equivalenti o somi-glianti. In ogni caso, ritengo assurda una discussione
sulla superiorità o maggiore importanza dell'una rispetto all'altra.
Si crea solo malanimo e diffidenza reciproci, e basta. Mentre vi è invece
necessità assoluta, in particolare in quest'epoca ignorante e disastrata,
popolata da troppi nani scienziati (dei banalissimi tecnici) e da troppi nani
filosofi (dei banali ideologi da strapazzo), della loro onesta collaborazione.
2. Più complicato è il discorso intorno alla verità (o
Verità). Che si tratti di verità al minuscolo o al maiuscolo,
è "vero" che io sono piuttosto sordo a discussioni intorno
a questo concetto. In "veri-tà", non lo capisco gran che. Ho
sentito spesso l'amico Preve, e così altri, discettare intorno alla ve-rità,
ma non ho mai capito a che cosa ci si riferisse. Così come capisco poco
quando mi si parla di grandi Principi Morali (o del Bene, ecc.), le disquisizioni
intorno ai quali accompagnano di solito, e in parallelo, le "esposizioni"
della (V)verità (ora al maiuscolo ora al minuscolo). Se si tratta di
"qualcosa" di legato a grandi epoche storiche - non semplicemente
ai marxiani modi di produzione o "epoche storiche della formazione economica
della società" - ho poco da dire; in linea di princi-pio, non ho
nulla di contrario da opporre.
Se si tratta di principi di adeguatezza ad una evoluzione dei rapporti degli
individui (umani) in società che potesse tendere ad una migliore convivenza
"civile", ad un fiorire di spirito cooperativo, non prepotente e sopraffattore,
ad una maggiore eguaglianza e tolleranza reciproca pur nelle diversi-tà
di vario tipo, ecc. non posso obiettare nulla se non che "le cose"
non sono andate normalmente così nelle società umane fin qui conosciute.
E quando mi trovo di fronte alla sopraffazione, alla pre-potenza, alla prevaricazione
più totale, ecc., non sono d'accordo nel "porgere l'altra guancia".
Ri-tengo che si debba rispondere, quando le condizioni lo consentano, con la
massima violenza. Cer-tamente sono per la violenza dei dominati contro i dominanti,
per la possibile eliminazione da que-sta violenza degli aspetti di ferocia e
disumanità che sono tipici di quella esercitata dai dominanti. Si tratta
però di parole, perché in concreto è molto facile superare
determinati confini, che non sono mai nettamente e sicuramente delineati. Come
si diceva un tempo: "la rivoluzione non è un pranzo di gala";
espressione del tutto eufemistica che sottintende gravi degenerazioni, politiche
e morali, degli stessi sommovimenti provocati dai dominati. E che tuttavia appoggerei
sempre e in qualsiasi momento; lo ripeto, ove se ne dessero le condizioni di
possibilità.
Lascio quindi la questione in sospeso. Tuttavia, debbo affermare la mia aperta
contrarietà al problema di una Verità (e di un Bene) assoluti,
astorici o metastorici; qualcosa di eterno, di sempre presente e dunque di conoscibile
fin d'ora (anzi, di conoscibile da sempre), verso cui dovremmo quindi indirizzare
la nostra riflessione filosofica e la nostra azione in società. Questa
sicurezza, a mio avviso, si avvicina troppo - anche se non è la stessa
cosa - a quella del fanatico fondamentali-sta, e non appartiene alla mia cultura,
alla mia mentalità, al mio orientamento ideale; suscita addirit-tura
in me un po' di irritazione. Non ho comunque molto da dire, perché il
mio interessamento a si-mili discussioni è esattamente quello (cioè
nullo) che ho nei confronti delle diatribe intorno all'esistenza o meno della
Divinità. E, in ogni caso, so bene che non si tratta di posizioni minima-mente
sostenute dall'amico Preve, come si evince anche dal suo saggio cui mi sto riferendo.
3. Cercherò in qualche modo di chiarire i miei dubbi, e la mia sordità,
sui problemi della (V)verità (maiuscola o minuscola). Certamente lo farò
con mentalità più scientifica che filosofica, ma questo dipende
non da arroganza ma da necessità legata alla mia forma mentis.
Io credo che per quanto concerne i rapporti del pensiero, che sviluppa attività
conoscitiva, con ciò che definiamo, genericamente, la "realtà"
(ponendola, in prima istanza, come a noi "esterna"), sono possibili
alcune varianti di massima. Si può supporre che il pensiero sia in grado
di rappresen-tare esaustivamente questa realtà, sia cioè in grado
di riprodurla nella sua intima costituzione. Poi-ché non sembra esservi
nulla che garantisca la sicurezza di questa adeguazione, di questa riprodu-zione,
spesso ci si salva la coscienza parlando di una approssimazione asintotica -
quindi continua e che mai finirà - della conoscenza della realtà
esterna a questa stessa realtà. Solo che l'asintoto si approssima continuamente
ad una linea ben nota; di conseguenza, per parlare di conoscenza che si avvicina
asintoticamente alla realtà, noi dovremmo essere già a conoscenza
di quest'ultima, il che è esattamente ciò che non può essere
concesso, altrimenti si cade nell'assurdità più completa e l'attività
conoscitiva risulta essere del tutto pleonastica, una ripetizione di, per di
più mai coinciden-te con, ciò che tuttavia già sappiamo
in modo completo (e come?).
Possiamo anche presupporre che i processi attraverso cui, tramite il pensiero,
costruiamo deter-minati sistemi di interrelazioni strutturali siano omologhi
ai processi reali, cioè ai processi attraver-so cui si è costruita
o si va costruendo la realtà (sempre considerata a noi esterna). Tale
presupposi-zione mi appare fondata su se stessa, cioè di fatto infondata,
perché non se ne può dare alcuna di-mostrazione, o comunque nessuna
dimostrazione che dia certezza. Non mi pare nemmeno esservi certezza che detta
realtà debba essere sistematica, mentre dubito che si possa compiere
una qualche opera di conoscenza che non abbia alcuna forma di organicità
e di ordine: perfino "ordinando" l'emergere del caos e dell'incertezza.
D'altronde, se la realtà fosse sistematica, gli elementi analitici, con
cui noi costruiamo i sistemi di interrelazioni (non soltanto quelli d'ordine
scientifico) che vorrebbero rappresentarla, non hanno significato se non nell'ambito
dell'interrelazione stessa. Allora: come facciamo ad estrarre dal si-stema della
realtà proprio quegli elementi analitici, senza significato in se stessi,
che siano gli effet-tivi elementi della realtà stessa, se ancora non
conosciamo quel sistema che vorremmo ricostruire a partire da questi elementi
da esso estratti e a cui, esso soltanto, attribuisce il loro vero significato?
Dovremmo essere certi che i nostri "sensi" - e gli strumenti eventuali
che li potenziano, intendendo per strumenti anche quelli del semplice pensare
e riflettere immediati - riproducano esattamente (fotografino in un certo senso)
gli elementi analitici; e che le forme superiori del pensiero razionale, capace
di mediazioni varie, siano soltanto adibite a ricostruire le loro interrelazioni
sistematiche. Come possiamo essere certi di questa capacità fotografica
dei "sensi"? E come possiamo essere si-curi che possedendo dati elementi,
in se stessi senza significato, ricostruiremo il vero sistema com-plessivo in
cui essi trovano il loro vero significato e che rappresenta perciò la
realtà nella sua (V)verità?
Possiamo tentare di uscire da tutto questo pasticcio, lasciando perdere il concetto
di realtà a noi esterna, diciamo la realtà dell'Universo, del
Cosmo, quella realtà che certamente, questo lo si deve ammettere, è
esistita prima della comparsa dell'uomo sulla Terra e continuerà ad esistere
anche do-po la sua probabile scomparsa in millenni futuri. Non ci interessa
questa realtà in senso generico, ma solo la realtà così
come la possiamo conoscere con i nostri "strumenti" mentali. Nessuno
ci ga-rantisce che un qualche altro essere dotato di qualcosa di assimilabile
al pensiero, esistente even-tualmente in un altro luogo (lontanissimo) del nostro
smisurato Universo, vedrebbe la realtà (quella dell'Universo stesso,
o quella di eventuali società in cui vivesse) con le stesse nostre categorie
men-tali.
Sarebbe allora necessario lasciare sullo sfondo la realtà genericamente
esistente per se stessa. Possiamo indagare la realtà per noi, la realtà
in quanto adeguata ad essere pensata con le nostre ca-tegorie di pensiero. Non
mi interessa in questa sede discutere se tali modalità della conoscenza
per-mettano di afferrare soltanto il fenomeno lasciando la "cosa in sé"
affidata ad una rigida, quanto storicamente indeterminata, regola morale, oppure
siano in grado di dissolvere anche questa cosa in sé nel processo del
pensiero che, pensando se stesso, si esteriorizza in una realtà oggettiva
per poi "riassorbirla" in se stesso (si scusi la terminologia certo
un po' rozza, ma spero si sia capito cosa in-tendo dire). Non mi scandalizza
il cosiddetto idealismo di un simile modo di procedere. Evidente-mente, la realtà
"fondamentale" è quella che vediamo noi; l'"altra"
realtà, la possiamo lasciare sullo sfondo, a patto però di non
dimenticarla, di non immaginare che quanto è nella nostra testa è
tutto ciò che esiste anche fuori di noi.
Tuttavia, mi preoccupa il fatto che il processo di pensiero, tramite cui afferrare
la realtà così come essa è per noi, debba comunque passare
attraverso il momento dell'analisi se non vuole limitarsi a quel tipo di "intuizione
immediata della Totalità" che è nelle corde del pensiero
mistico (e a mio avviso assai confuso). Ma quando facciamo l'analisi torniamo
a quanto detto più sopra, anche se in un contesto diverso. Come facciamo
a sapere che l'analisi ci indichi quegli elementi che siano i più adatti
a ricostruire una interrelazione sistemica (che dà loro significato)
adeguata ai nostri "bi-sogni" di uomini che si muovono in "questo
mondo"? Siamo in grado di scoprire questa adeguatezza solo all'interno
del processo del puro pensare? La (V)verità è intrinseca al pensiero,
e pos-siamo dichiarare che esso è vero quando è corretto? Ogni
pensatore sosterrà che il procedimento di pensiero corretto è
il suo. Dovremmo ormai averlo imparato.
Andiamo avanti. Ciò che ci precedeva e che proseguirà anche dopo
la nostra scomparsa esiste certamente, e può anche essere contro di noi
(non soltanto per noi), ma non è semplicemente o il già conosciuto
oppure il non ancora conosciuto, concetto che trasmette l'idea di un mondo ben
preciso ed esistente in quel dato modo (ordinato o caotico poco importa), mondo
che noi conosceremmo pezzo dopo pezzo. Questa è spesso l'impressione
che abbiamo, se ci affidiamo esclusivamente ad una banale concezione empiristica,
ma in realtà noi continuiamo a modificare i sistemi conoscitivi, non
semplicemente allargando i confini della conoscenza, ma ristrutturando per ondate
successive la visione che abbiamo del mondo (naturale e sociale) con, in ultima
analisi, due direzioni di marcia, almeno finora: a) accrescere la quantità
e qualità di beni a disposizione (sviluppo materiale, svilup-po delle
forze produttive con innovazioni, ecc.); b) modificare l'organizzazione sociale
che diventa migliore (o peggiore) al fine di una convivenza detta civile, migliore
(o peggiore) in termini di ar-monia, o invece conflitto, tra gli interessi dei
diversi gruppi sociali, ecc.
Senza dubbio, quanto detto non è sempre evidente. Spesso sembra che la
conoscenza sia un fine in sé, che essa aggiunga acquisizioni ad altre
acquisizioni, che essa scavi un pozzo, attingendo l'acqua sotterranea, senza
mai vedere la fine dello scavo. A ben considerare le cose invece, la cono-scenza,
almeno per periodi successivi, subisce rivolgimenti sistematici interni, assume
nei campi in cui si sviluppa (scienza, filosofia, arte) angolazioni visive diverse
che riorientano e ristrutturano set-tori specifici o anche l'intero universo
del sapere di ogni data epoca. Questa ri-sistemazione è anco-ra più
importante che il semplice accumulo di nuove cognizioni; e anche su questo punto,
va detto che l'opinione comune immagina spesso che detta ri-sistemazione avvenga
a causa di tali nuove co-gnizioni che fuoriescono dal vecchio quadro, mentre
avviene spesso (credo assai più spesso) il con-trario: nuovi punti di
vista, nuovi contesti teorici aprono nuove direzioni di ricerca lungo le quali
si mietono nuove nozioni, nuove "scoperte".
Consolidata l'opinione che non lavoriamo mai (almeno credo) sui dati sensoriali
ma solo sui precedenti quadri teorici che periodicamente ristrutturiamo, resta
il problema di essere convinti che l'intero mondo non si esaurisce nei nostri
processi di pensiero, che ogni realtà, indubbiamente sussi-stente per
noi, non è esclusivamente, esaustivamente, nostra, fondata esclusivamente
sul nostro pen-siero, da esso creata senza residui, tutta interna ai processi
della Mente, sia pure una mente univer-sale, una mente dell'Uomo in quanto genere
umano, nella forma del Soggetto Trascendentale o del-lo Spirito Assoluto o cos'altro
sia.
Per evitare questa deriva che mi sembra negativa, l'unica ancora di salvezza
deve essere trovata nella prassi. E qui cominciano altri dolori, perché
non nascondo di avere idee molto confuse al ri-guardo; d'altronde non è
che quanto ho letto in proposito in anni passati me le abbia gran che chiari-te.
Intanto, non mi convince che la prassi sia solo quella della "vita quotidiana"
oppure quella legata alla vera e propria sperimentazione scientifica. Se le
cose stessero così, dovremmo tranciare via for-se una metà almeno
di tutto ciò che gli uomini (in società) pensano, e che regge
gran parte delle loro azioni così come delle loro passioni e sentimenti,
che spingono ad ulteriori azioni e che da queste sono suscitati in una continua
interazione.
In realtà, anche le interpretazioni di eventi passati e presenti, e le
previsioni di eventi futuri - in-terpretazioni e previsioni che non sempre possono
essere messe alla prova nella vita quotidiana né essere sottoposte agli
esperimenti tipici della pratica scientifica - debbono essere considerate parte
di un concetto allargato di prassi. Esse non soltanto contribuiscono ad orientare
determinate nostre attività, ma stimolano la formazione di nuovi sistemi
di idee o radicali ristrutturazioni di quelli già esistenti, rendendo
più intensa e pregnante, oltre che più ampia, la comprensione
degli eventi in questione. All'origine di tale formazione o di tale ristrutturazione
radicale stanno però veri e propri scatti qualitativi dell'immaginazione
"creativa" - quindi del pensiero teorico - che non vengono semplicisticamente
prodotti da percezioni sensoriali o da accumulo di "dati della realtà"
(empirica), essendo questi soltanto elementi coadiuvanti ma non decisivi ai
fini dei suddetti scatti immaginativi. Il fattore propulsivo fondamentale sembra
essere rappresentato dalla larga insoddisfazione che vec-chi quadri teorici
ormai creano in noi, inducendoci alla passività o al disorientamento,
comunque alla disaffezione nei confronti di certe pratiche sociali e di pensiero.
Sono in grado di fare un esempio molto semplice. Una consolidata tradizione
marxista, che indi-cava nel capitalismo una formazione sociale fondata sul mercato
e sulla proprietà privata (intesa in senso propriamente giuridico) dei
mezzi di produzione, aveva portato una serie di teorici, ma anche molte persone
non aduse al pensiero teorico, a considerare la società socialista come
il contraltare della precedente, basata quindi sulla proprietà collettiva
- in realtà quella giuridicamente "pubbli-ca", in definitiva
statale - dei suddetti mezzi produttivi, nel mentre il mercato doveva essere
sosti-tuito dalla pianificazione considerata quale realizzazione di una coscienza
e decisione collettive in quanto manifestate dallo Stato.
Indubbiamente, una serie di eventi, che il comunista non riteneva consoni al
carattere socialista di certe società (dell'est europeo e tutte le altre
ben note), aveva creato insoddisfazione e disorien-tamento per cui l'impatto
della teoria, e dell'azione che da questa prendeva impulso, era in forte ca-lo
negli ultimi decenni del '900. Tuttavia, almeno fino al 1989-91, non si può
sostenere che esistes-sero vere prove, del tipo di quelle sperimentali di carattere
scientifico o del fallimento di una società per azioni o della separazione
tra coniugi, ecc. che segnalassero la decisiva invalidazione di una da-ta ipotesi
e indicassero anche la via del suo possibile superamento. Del resto, persino
dopo gli anni cruciali appena sopra indicati, non era stata resa impossibile
un'attività di restauro teorico, magari con operazioni simili a quelle
della famosa aggiunta di sempre nuovi epicicli alla teoria tolemaica, cioè
con la formulazione delle ben note ipotesi ad hoc.
Merito di alcuni studiosi fu quello di tentare nuove vie teoriche, nuovi ripensamenti
che spinges-sero a reinterpretare l'evento socialistico. La tesi che non fosse
la merce il carattere decisivo e carat-terizzante il capitalismo, e che nemmeno
lo fosse il regime giuridico privatistico della proprietà dei mezzi di
produzione, bensì che lo fosse semmai il reale potere di disporre degli
stessi, consentì una visione diversa delle società dette "socialiste"
e ridette fiato alle possibilità che una prassi politica, impantanatasi
sulla difensiva e sulla arrendevolezza di fronte alle capacità espansive
del capitali-smo, venisse nuovamente indirizzata in senso fortemente anticapitalistico.
In effetti, questa nuova tesi non "vinse", non consentì la
ripresa della lotta anticapitalistica, anzi fu di fatto battuta - quanto ad
effettualità politica - dalla tesi conservatrice, dalla tesi "tolemaica".
A me sembra che la teoria critica abbia perso non per eccessiva radicalità
e novità; anzi essa è stata perfino troppo timida nel trattare
come invalidata e da superare quella precedente. Essa non poteva comunque vincere
sul piano della prassi politica "di massa", per una serie di ragioni
esposte altrove e che qui non ripeto perché inessenziali nel presente
contesto, ma la sua sconfitta ha messo in condizione alcuni teorici, fra cui
il sottoscritto, di procedere con maggiore decisione senza gli impacci del passato.
Le tesi critiche ancor più radicali sono però mostrate, non dimostrate;
sarebbe superfluo e privo di qualsiasi utilità voler sostenere che esse
hanno già passato il vaglio di qualche sperimentazione scientifica o
della prassi relativa alla vita quotidiana, in particolare di quella politi-ca.
Nulla di tutto questo; ciò malgrado, mantengo la mia convinzione che
tali tesi abbiano un carat-tere "espansivo", stimolino ulteriori riflessioni,
raggiungano l'"evidenza" (termine non usato qui nel suo abituale significato)
di una maggior chiarezza interiore e di una migliore e più semplice esplica-zione
di quella insoddisfazione e disorientamento che l'esperienza della presunta
"transizione" al socialismo (e comunismo) aveva creato in passato
nella gran massa degli aderenti a quella particola-re ideologia.
Nel senso indicato in questo esempio, penso che le interpretazioni, ed eventuali
previsioni, di cui ho sopra parlato, anche se non sottoposte ancora (in certi
casi nemmeno sottoponibili) a sperimenta-zioni di verifica o falsificazione
delle affermazioni in esse contenute, entrino a far parte della prassi in una
sua accezione più larga del consueto. E allora io credo che i processi
del pensiero - possibil-mente non irrigiditi dalle forme metodologiche, entro
le quali questo o quel pensatore vorrebbe co-stringerle - "costruiscano"
la realtà per noi mediante posizione di ipotesi che subiscono poi la
pro-va della prassi nel senso lato or ora esposto, vero elemento di collegamento
tra pensiero umano e "mondo", sempre "esuberante" rispetto
alla cognizione che si ha di esso. Non penso, tuttavia, che la distinzione sia
tra fenomeno e in sé. La penso piuttosto come esistente tra il mondo,
ipoteticamente costruito per noi, e quel mondo che sempre lo "sopravanza";
non tanto però, o comunque non solo, perché è sempre sussistente
l'ignoto, perché la conoscenza procede pezzo dopo pezzo, quanto inve-ce
perché non mi sembra esservi limite al riorientamento e risistemazione
che nuovi punti di vista ipotetici inducono nella costruzione del primo mondo
(quello per noi), con tutte le "scoperte" che ne conseguono.
Esisteranno quindi sempre periodi in cui i "sapienti" (scienziati
o filosofi; e anche artisti) crede-ranno di aver afferrato l'"essenziale",
di aver infine "sistemato il mondo" (naturale e sociale, politi-co
e morale, o estetico, ecc.) e periodi di intensa insoddisfazione, sbandamento,
crisi, per un "vec-chio mondo" (un vecchio orientamento ipotetico)
che cade a pezzi ed uno nuovo che stenta a farsi strada. In questo contesto,
non comprendo proprio dove stia di casa la (V)verità (o il Bene e il
Grande Principio Morale), che appaiono legati, in ultima analisi, ad una prassi
sociale - di azione e di pensiero - estremamente complessa.
Per il momento mi limiterei a questi pochi spunti, perché non sono in
effetti uno "specialista" di questi complicati problemi.
4. Quanto ho appena scritto apre in fondo la strada ad un altro problema che
il saggio di Preve non mi sembra tocchi, e su cui voglio esprimere qualche opinione,
perché lo ritengo rilevante. Da ormai molti anni ho perso ogni predisposizione
per le famose coupures epistemologiche (Bachelard seguito da Althusser), così
come credo di capire poco l'avalutatività della scienza. Secondo me,
scienza e ideologia (ma anche filosofia e ideologia, arte e ideologia) non sono
mai separate, ma in-vece piuttosto imbricate l'una nell'altra; e, a questo proposito,
tra scienze naturali e sociali mi sem-bra ci siano differenze più di
grado che di sostanza. Intendo parlare, grossolanamente, di ideologie riferendomi
a complessi di idee pervasi da dati sistemi di valori, che vengono assunti con
prese di posizione, non sempre consapevoli, da parte di questo o quello scienziato
(o filosofo o artista, ecc.).
Forse sarò superficiale, ma a me sembra di buon senso la posizione che,
se non ricordo male, era di Schumpeter. Quest'ultimo - lo cito all'ingrosso
- paragonava l'ideologia all'attrito dell'aria nei confronti di un aeromobile
(non di un razzo interplanetario, ovviamente), che rappresentava la scienza.
L'attrito provoca rallentamento nel movimento, occorre impiegare una notevole
forza pro-pulsiva per contrastarlo e superarlo; tuttavia, esso è anche
ciò che consente all'aeromobile di alzarsi in volo, di non restare sempre
a terra. La cosa migliore da farsi è dunque quella di rendersi il più
possibile consapevoli delle proprie prese di posizioni, di ammetterle francamente
e onestamente quando se ne ha consapevolezza, di non fingere una impossibile
"neutralità", di non raccontare che si sta parlando della scienza
"pura", del tutto oggettiva.
Certamente, non si può programmaticamente lasciar scatenare l'ideologia,
la propria presa di posizione e l'adesione a certi valori, quando si sviluppano
discorsi scientifici o filosofici (o anche artistici). Penso, tuttavia, che
sia molto difficile stabilire precisi criteri per il "contenimento"
dell'influsso ideologico. E' facile portare l'esempio negativo del lyssenkismo,
ma è anche un esem-pio fuorviante. Ciò che di più aberrante
presentava quel fenomeno non era l'adesione ad un certo sistema di idee e di
valori, persino a prescindere da adeguati esperimenti scientifici atti a comprova-re
le asserzioni derivate, troppo direttamente, da quel sistema ideologico. Quest'ultimo
era fondato sul, ma nel contempo coadiuvava il, potere di un organismo dirigenziale
politico di un certo tipo, che con il successo dell'ipotesi lyssenkiana, tentato
mediante forzature al limite del ridicolo, crede-va di consolidare questo suo
potere, già enorme, sia ottenendo importanti risultati in campo agrico-lo,
sia dimostrando che la "scienza proletaria" era superiore a quella
"borghese". Il danno per la scienza non è stato causato quindi
tanto dal lato ideologico della faccenda quanto dal potere oligar-chico (e tutt'altro
che "proletario") che vi stava dietro.
In campo scientifico, ma non so se lo stesso principio viga in altri campi,
un buon modo per il "contenimento" ideologico è quello della
cosiddetta disantropomorfizzazione nell'interpretazione di una serie di fenomeni
che possono riguardare tanto i sistemi naturali quanto quelli sociali. E' ben
evidente che nel campo della natura dovesse essere eliminata ogni forma di "animismo"
o atteggia-menti in qualche modo similari; ma anche una struttura (o sottostruttura)
sociale dovrebbe essere trattata teoricamente usando la massima cautela nel
fare riferimento a volontà, progetti, decisioni, pensieri, sentimenti,
ecc. che, in senso proprio, pertengono agli individui e non a collettività
come i popoli o i partiti o le imprese o le famiglie, e via dicendo. Nella retorica
di un discorso politico o culturale in senso generale, ci si può anche
lasciar andare, ma nel condurre un'argomentazione rigo-rosamente scientifica,
è necessario distinguere nettamente tra un dato sistema - grande o piccolo
che sia, pur sempre costituito da un insieme di individui in interrelazione
reciproca di un certo tipo - e gli stessi individui in quanto singoli; solo
questi ultimi hanno una mente ed un corpo con tutto ciò che ne consegue,
mentre i gruppi hanno altre connotazioni (relazionali), che vanno indagate,
come sempre nella scienza, ponendo ipotesi specifiche a loro riguardo.
Tutto questo però non può, ma nemmeno deve a mio avviso, escludere
la presa di posizione, l'adesione a certi valori ideali, da parte di chi compie
l'indagine o comunque sviluppa una determi-nata argomentazione in un qualche
settore del sapere. L'atteggiamento più onesto da parte del sa-vant è
quello di cercare, nei limiti del possibile, di afferrare il senso e i caratteri
fondamentali di questa adesione e di esplicitarla al meglio. Tanto per fare
un esempio chiaramente negativo a questo proposito, è del tutto irritante
e inaccettabile la pretesa dell'economista neoclassico di stare discu-tendo
di economica, dell'unica scienza esistente in questo settore di indagine. Il
peggiore, e più fur-fantesco, degli ideologi è quello che si pretende
a-ideologico. Esso va trattato con il massimo di-sprezzo proprio da chi crede
nella scienza, nel suo rigore, nel suo valore relativamente "oggettivo".
Ancora una volta, è forse utile ricorrere ad un esempio, anche se dovrò
farlo dando per scontata una discreta conoscenza delle teorie che prenderò
in considerazione: il marxismo e l'"economica" tradizionale. Mi sembra
difficile negare che all'origine della teoria marxista - e all'origine di ogni
autentica adesione ad essa, una volta che questa si è formata e consolidata
- ci sia comunque una presa di posizione netta, relativa alla considerazione
della divisione della società in gruppi sociali (minoritari) dominanti
e gruppi più vasti di dominati. Chi è convinto che la disparità
di ricchezza, potere, influenza culturale, ecc. esistente nella società,
dipenda esclusivamente dalle "qualità" degli individui, dalla
loro intelligenza, dalla loro capacità di lavoro o di impegnarsi in date
imprese di va-rio tipo (economico, politico, ideale, ecc.), non è mai
in grado di porsi dalla parte del marxismo, perché mai riuscirà
a capire nemmeno la connessione e il significato effettivo delle sue categorie
te-oriche. Chi invece accoglie il principio dell'esistenza, salvo singole eccezioni,
di precise differenze nelle condizioni di partenza, dunque di una disuguaglianza
di ricchezza, potere, ecc., che investe i vari individui in quanto però
appartenenti a determinati raggruppamenti sociali, è in grado di intra-prendere
la lunga strada che porta all'acquisizione di questa teoria.
Chi considera la disuguaglianza come originata soltanto, o quasi, da meriti
e demeriti degli indi-vidui, si limiterà ad indagare i comportamenti
di questi ultimi; e tratterà i gruppi sociali quale sem-plice somma,
quale aggregazione seriale, di questi comportamenti caratterizzati da tipologie
diverse (con il corollario che ogni singolo individuo può far parte di
differenti gruppi a seconda di quale la-to del suo comportamento venga preso
in esame): avremo consumatori, risparmiatori, investitori, imprenditori, e via
dicendo. Se comunque si prescinde dalla presa di posizione iniziale, siamo in
presenza di precisi sviluppi che possono definirsi scientifici, con tutto il
loro corredo di concatena-zioni logiche, di "dimostrazione" di assunti
vari, di rapporti causa-effetto di un determinato tipo. E naturalmente, si svilupperanno
tra diversi pensatori discussioni, con affinamenti, approfondimenti, correzioni
o drastiche revisioni della teoria, ma sempre entro un determinato alveo che
è quello tracciato mediante la "visione" iniziale, e che è
dunque, come già considerato, in stretta correlazio-ne con la scelta
ideologica fatta.
Se la teoria si incrina, se si dimostra con il tempo sempre meno efficace nello
spiegare dati fe-nomeni, e va dunque periodicamente incontro a ristrutturazioni
profonde, tutto ciò avviene gene-ralmente sempre entro quella data impostazione
(che non è puramente metodologica come spesso si sostiene). Keynes, ad
esempio, compie certamente una "rivoluzione" per quanto riguarda la
teoria monetaria e dell'occupazione, ecc., ma lo fa entro le stesse coordinate
di "valore" della teoria neo-classica; anche lui tratta al massimo
di aggregazioni seriali di comportamenti individuali di una cer-ta tipologia,
non si interessa minimamente delle condizioni entro cui sussiste una disuguaglianza
di partenza, quindi originaria, dei gruppi (classi) sociali. La scelta (presa
di posizione) iniziale non implica però un carattere non scientifico
delle asserzioni che vengono sviluppate.
Il tutto può essere ridotto all'osso: il teorico neoclassico, e anche
quello keynesiano, considera la struttura (capitalistica) della società
come un dato di fatto da accettare in via permanente, senza di-scussione, come
si trattasse del migliore dei mondi possibili, solo da perfezionare ulteriormente.
Tuttavia, all'interno della struttura sociale, così come essa si dà
nella sua veste capitalistica, l'indagine dei comportanti individuali, classificati
per grandi generi (consumatori, risparmiatori, ecc.), non ha nulla di arbitrario,
non è puro frutto di una mistificazione consapevole che trucca i da-di;
consumatori, ecc. si comportano in un certo modo che l'indagine scientifica
- con perfeziona-menti o, periodicamente, drastiche revisioni - tende a ricostruire
nelle sue motivazioni e articola-zioni (concatenazioni causali, ecc.) effettive.
Non a caso, questa scienza consente addirittura inter-venti con effetti empirici
evidenti, considerati però erroneamente quale "prova" che essa,
essendo efficace nell'ambito della struttura data, è l'unica scienza
possibile, quella appunto "vera".
La presa di posizione del marxismo, a partire dal suo "fondatore",
è tutt'affatto diversa, opposta. Essa non tralascia le condizioni iniziali
e originarie che sanzionano la disuguaglianza dei gruppi so-ciali, dell'insieme
dei ruoli da cui essi sono contraddistinti e, solo in via derivata, degli individui
in quanto ricoprano quei dati, e disuguali, ruoli. "Operai" e "capitalisti"
possono anche essere consu-matori, risparmiatori, perfino investitori (solo
i secondi possono invece essere imprenditori); si può supporre che ogni
individuo, appartenente a tali "classi sociali", esegua calcoli razionali
circa la di-stribuzione del suo reddito tra consumo e risparmio e tra i vari
consumi, ecc. in base a ipotesi teori-che relative all'ordine di priorità
da stabilirsi tra comportamenti vari. Il marxismo non è interessato a
quest'ordine di problemi, ma a quali siano le condizioni iniziali della disuguaglianza
tra le classi sociali (e a come si siano formate storicamente) nonché
a come dette condizioni vengano continua-mente riprodotte e perfino consolidate,
pur nell'ambito - almeno nel modo di produzione capitali-stico - di una eguaglianza
formale, che ha come base l'equivalenza (in media) caratterizzante lo scambio
di merci.
Il marxismo, tuttavia, ha dovuto fissare il principio in base al quale fosse
possibile pensare la preliminare disuguaglianza tra raggruppamenti (classi)
sociali; e lo ha fatto fondando la sua teoriz-zazioni sulla proprietà
(o meno) dei mezzi di produzione. Poiché sto solo facendo un esempio,
non cercherò di ricostruire i vari passi che, da questo principio decisivo,
hanno condotto ad un ben strut-turato sistema teorico. E nemmeno accennerò
a questioni, per alcuni dei lettori di questo scritto ben note, che hanno condotto,
secondo la mia opinione, ad una progressiva perdita di efficacia (teorica) del
marxismo, provocando in alcuni quel senso di disaffezione e disorientamento
che hanno infine spinto ad una radicale revisione della teoria in oggetto.
Il punto nodale è comunque comprendere che la scelta compiuta da questa
teoria si è fondata su una precisa presa di posizione, su una angolazione
ben determinata nel "guardare" i fenomeni della società. Essa
era interessata alla disuguaglianza, legata non a comportamenti, motivazioni
e qualità individuali, bensì a posizioni occupate da vasti raggruppamenti
sociali (le classi) nell'ambito della struttura interrelazionale della società
nel suo complesso. Forse, sull'insieme della teoria ha anche influito la tensione
a dimostrare la possibilità del comunismo come "meta finale"
delle trasforma-zioni provocate dalla dinamica intrinseca del modo di produzione
capitalistico. Su una simile con-clusione sarei però più cauto.
Il punto di partenza - la disuguaglianza tra gruppi sociali sempre ri-prodotta
dalla suddetta dinamica - è più che sufficiente per comprendere
l'articolazione del sistema teorico marxista, che ha condotto ad importanti
acquisizioni da considerarsi scientifiche e non me-ramente ideologiche come
vorrebbe l'economista e sociologo neoclassico che si pretende a-ideologico.
Del resto, basta ricordare l'indagine (e previsione) relativa alla centralizzazione
monopolistica dei capitali, per decenni negata dai neoclassici, in quanto considerata
una mera deviazione dalla "norma" concorrenziale. Non parliamo poi
della teoria dell'imperialismo resa possibile dal marxi-smo, con la corretta
previsione dell'entrata in un periodo di scontri militari mondiali, che per
il neo-classico erano frutto dello scatenamento di pura irrazionalità
legata alla follia di qualche individuo. Per me è del tutto indiscutibile
la superiorità della teoria marxista, perfino di quella esageratamente
economicistica, rispetto alla meschinità atomizzante della scuola neoclassica.
L'importante è sapere che il punto di partenza del marxismo è
l'assunzione di un determinato punto di vista legato ad una presa di posizione
intorno a determinati valori.
Credo poco ad una ricerca scientifica che presuma di essere asettica. E' molto
meglio che, con la maggior consapevolezza possibile, il teorico cerchi di porre
in luce (a sé e agli altri) quali siano le premesse che ritiene "giusto"
o "ingiusto", o quanto meno "più giusto" o "meno
giusto", assumere. Anche se poi, una volta partita l'indagine, con la progressiva
costruzione di un certo edificio teorico più o meno sistematico, non
ogni passo è dettato direttamente dai valori accettati, poiché
vi è anche un problema di coerenza e concatenazione logica delle argomentazioni
scientifiche. D'altronde, quando un dato quadro teorico entra in crisi, e viene
poi sostituito da un altro o subisce una impor-tante revisione e ristrutturazione,
tale processo inizia non tanto con un "fatto", ma semmai con una serie
di "fatti" che stridono con quel quadro, e creano la già ricordata
sensazione di crisi, di diso-rientamento, di intollerabilità della "visione"
che in passato aveva entusiasmato e dato impulso alla ricerca. Non si esce comunque
dalla crisi se non dopo una puntigliosa, e faticosa, ricerca di nuovi indirizzi,
di nuove valutazioni, circa il "giusto" o il "più giusto".
Solo nuovi valori, seguiti da una presa di posizione diversa che per il passato,
danno se non la sicurezza almeno la probabilità di rio-rientamenti concettuali
capaci di imprimere nuovo slancio alla costruzione del successivo edificio teorico.
Qualcuno potrà obiettare che l'esempio fatto e le argomentazioni che
lo hanno accompagnato concernono fondamentalmente campi delle scienze sociali.
Non credo che la questione si porrebbe in modo totalmente differente in altri
settori del sapere, dove però occorrerebbe avere maggior di-mestichezza
di quanto non abbia io per indicare sia esempi che argomentazioni in grado di
mostrare l'importanza e decisività dell'adozione di certe prese di posizione,
dell'adesione a dati valori, di svolgimento dell'attività teorico-conoscitiva
nell'ambito di determinati contesti socio-culturali. E' probabile che, a questo
proposito, la filosofia sia più vicina alle scienze sociali - salvo che
queste ultime non si riducano a mere tecniche econometriche o sociometriche,
ecc. - di quanto non lo sia-no le scienze naturali. Anche in questo campo tuttavia,
qualora si abbia a che fare con visioni scien-tifiche di ampia portata - tipo
meccanica classica newtoniana, teoria della relatività, dei quanti, se-condo
principio della termodinamica, ecc. - esistono precisi indirizzi generali quale
supporto delle teorie complessive (sistematiche) che investono interi rami del
sapere e che costituiscono l'alveo entro cui si sviluppa poi una miriade di
ricerche e "scoperte" minori fino alla crisi di quel dato qua-dro
teorico d'insieme.
Si consideri la teoria dell'evoluzione di Darwin. Generalmente, la si pensa
come un orientamen-to scientifico che ha successivamente influenzato molte concezioni
della società. In realtà, credo che sia stato il contrario. Un
certo sviluppo societario (capitalistico), fondato sulla competitività
ge-nerale come base dello sviluppo delle forze produttive, ha fornito l'ambiente
adatto alla formulazio-ne di detta teoria, che ha dato impulso a determinate
ricerche e accumulato molte "prove", impossi-bili da ottenere nell'ambito
di teorie organicistiche (e di tendenziale armonia) tipiche di certe epo-che
precapitalistiche. Questo non inficia però la scientificità della
teoria darwiniana, delle ricerche effettuate secondo le sue indicazioni e delle
"prove" raccolte. Nemmeno si può ricondurre semplici-sticamente
ogni parte d'essa, ogni suo passo successivo, ogni "prova" raccolta,
allo sfondo generale che ha fornito lo spunto iniziale e sorretto il suo impianto
complessivo.
Naturalmente, mi guardo bene dal pensare di aver portato argomentazioni in qualche
modo con-clusive sull'argomento trattato in questo paragrafo. Il problema rimane
anzi aperto, apertissimo. In ogni caso, sono sempre più convinto che
ci si dovrà muovere nella scienza senza eliminare l'attrito dell'aria,
servendosene invece in modo adeguato, con corrette manovre di decollo, per prendere
il volo. Non esiste, almeno penso, una regola precisa da seguire onde eliminare
il pericolo di schian-tarsi a terra. E' tutto uno sforzo teso, innanzitutto,
all'autoconsapevolezza dei valori per cui si pren-de posizione, un procedere
mediante rigorose concatenazioni logiche, senza suggestivi ma assai pe-ricolosi
salti mortali, un limare continuamente l'insieme teorico al fine di renderlo
il più ordinato e sistematico possibile, ma anche il più semplice
possibile. Perfino l'estetica, in questo caso la sem-plicità ed essenzialità
architettonica, fa parte del lavorio del sapere (e non solo di quello scientifico,
a mio avviso).
Per il momento, posso terminare qui
Gianfranco La Grassa
Conegliano, marzo 2002