RIFLESSIONI A SPIZZICO SU UN TESTO DI PREVE

1. Ho letto il testo di Preve Tecnoscienza e nichilismo su "Indipendenza" (anno V - n. 10). Non essendo un competente in filosofia, e nemmeno in filosofia della scienza, mi limito a piluccare il testo qua e là al fine di fare alcune veloci considerazioni del tutto prive di un impianto sistematico, che invece contraddistingue senz'altro il testo di Preve. Molti sono i singoli punti di quest'ultimo su cui penso di essere d'accordo e non poche sono tuttavia le perplessità che esso solleva in me. Procederò con molta libertà, e quindi in perfetto disordine, toccando i punti che mi interessano senza rispettare l'ordine seguito da Preve nella loro esposizione (appunto sistematica). D'altra parte, ammetto che il mio commento mira al fine di chiarire a me stesso alcune questioni "sparse". Così facendo, tuttavia, una grossa parte almeno di dette argomentazioni risulteranno comprensibili - pur nella loro non sistematicità - ad altre persone che non abbiano avuto occasione di leggere lo scritto di Preve.

2. Ho sentito una particolare simpatia per le considerazioni critiche (dure) che l'autore svolge contro il "cosiddetto pensiero laico" - quanto di più patetico e ridicolo ci sia oggi in campo intellettuale - ma ho qualche perplessità sul fatto che questo pensiero sia così nettamente subalterno a quello religioso, in particolare a quello della Chiesa. Se questo è vero, allora capisco poco l'atteggiamento di Preve che sembra proprio trattare il pensiero laico quale avversario principale rispetto al suo "rivale". Se uno non ha particolare predisposizione per la religione, se i due pensieri vengono entrambi contrastati (e mi sembra che così si sostenga nel testo), allora l'avversario principale è pur sempre quello dominante fra i due. Ad esempio, io sono critico sia verso il pensiero liberale (e liberista) sia nei confronti del marxismo sclerotizzato dei residui marxisti odierni. Tuttavia, quest'ultimo è talmente ridotto in fin di vita, che sarebbe assurdo accanirsi contro di esso piuttosto che contro l'altro oggi prevalente. Al massimo, posso criticare aspramente il marxismo sclerotizzato per la sua incapacità a porsi - così come erano in grado di fare Marx e molti dei più grandi marxisti del passato - in una posizione efficacemente critica nei confronti di liberalesimo e liberismo.
Facendo un altro esempio, e per prendere la situazione di sbieco, non metto in dubbio che si possa, in questa fase, ritenere positiva la funzione di Hamas in Palestina - per vari motivi che ritengo di non dover precisare perché immagino che i lettori siano sostanzialmente d'accordo - ma non per questo mi sentirei di avere una qualsiasi simpatia e predisposizione per il pensiero fondamentalista islamico. E ancora: spero vivamente che la Cina resti un paese compatto e unitario e che si sviluppi rapidamente (e capitalisticamente) in quanto contraltare degli USA; non per questo tralascio le critiche ad un regime del genere, né faccio come alcuni dei residui marxisti di cui sopra che osano ancora parlare della Cina come di un paese socialista, squalificando così l'idea stessa di socialismo, comunismo e quant'altro. Mi auguro che questi esempi chiariscano cosa voglio dire e per quali motivi la quasi simpatia di Preve verso la Chiesa sollevi le mie perplessità.

3. Ammetto di sentirmi sempre a disagio quando certi filosofi mi parlano della "verità" (con la v maiuscola o minuscola poco importa). Effettivamente, riconosco che sono abituato a ragionamenti di tipo discorsivo, e non meramente "intuitivo", per cui vorrei che finalmente qualcuno si decidesse a definire questa "verità". Vorrei vedere "verità = ….", con una serie di argomentazioni ben concatenate al posto dei puntini. Non mi interessa che si citi Spinoza o qualunque altro grande filosofo. Io non "sento" la verità, per cui desidererei che qualcuno me la spiegasse; lasciando perdere se è assoluta o invece relativa (a che?). Fino a quando non leggerò un discorso ben argomentato in merito, riterrò la "verità" una piccola mania di certi filosofi. E non è detto che sia sempre innocua; può anche capitare che qualcuno, sentendosi nella verità, agisca, o anche semplicemente teorizzi, secondo modalità abbastanza conservatrici e che fanno da freno a sviluppi conoscitivi (e non solo conoscitivi). Naturalmente, anch'io sono convinto che esista chi mente. E, di fronte alla menzogna, mi indigno come mi indigno quando constato ipocrisia, prepotenza, arroganza, prevaricazione, ecc. Tuttavia, il mio modo di giudicare la menzogna, l'ipocrisia, la prepotenza, ecc. è in genere assai banale, non procede dalla preliminare asserzione definitiva di una verità, magari definita "ontologica" (o qualcosa del genere).
Si dice sempre che i "fatti" non esistono, poiché esisterebbe solo l'interpretazione degli stessi; e tale interpretazione dipenderebbe dalla strumentazione e modalità seguite nel formulare la stessa. Non spingerei tali conclusioni fino alle loro estreme conseguenze. E' un fatto, secondo me, che sto scrivendo in questo momento e in questo luogo; ed è un fatto che sto scrivendo quello che sto pensando. Se qualcuno, dotato di "argomenti persuasivi" (in genere violenti, fisicamente o psicologicamente), mi obbligasse a scrivere ciò che non penso, a diventare ipocrita, a nascondere alcuni lati decisivi di un dato problema, ecc., riterrei un fatto l'uso della prepotenza e prevaricazione nei miei confronti. Così pure, se alla TV, a distanza di un certo periodo di tempo, mi vengono proposte e riproposte le stesse immagini per dimostrare prima nero e poi bianco, ritengo sia un fatto che qualcuno sta barando, che, se si preferisce dirla in quest'altro modo, si sta facendo strame della "verità". Quest'ultimo termine, tuttavia, ha un carattere evidentemente assai meno aulico dello stesso termine usato da certi filosofi. Ho fatto questi esempietti assolutamente banali, ma il tutto può essere esteso al giudizio da emettere sull'imperialismo statunitense, sulla guerra nei Balcani, sul confronto Israele-Palestina, ecc. Non mi sembra necessaria la "verità" di cui parla certa filosofia per assumere un orientamento determinato e deciso; e soprattutto non mosso esclusivamente da freddo raziocinio, ma nemmeno che escluda quest'ultimo, che sia puramente sentimentale e "buonista".

4. Può essere che la scienza non abbia più lo stesso intento realistico perseguito da Galilei. Mi sembra però una forzatura asserire che nella scienza moderna ha rivinto Bellarmino. L'eventuale utilitarismo e strumentalismo della scienza non è nascondimento ipocrita delle conseguenze "vere" di una data teoria per non disturbare una qualche autorità, foss'anche quella di un grande scienziato e non semplicemente, come un tempo, quella religiosa. La scienza mi sembra fondarsi su teorie rette da ipotesi che consentono sia interpretazioni (spesso ridotte a sistema) di dati eventi noti che predizioni di nuovi eventi, indagati poi comunque sperimentalmente con strumentazioni costruite all'uopo e magari incorporanti quel dato sistema teorico-ipotetico (che non per questo valida in ogni caso se stesso, perché spesso capitano delle smentite). Il sistema newtoniano è entrato in crisi ed è stato poi sostituito da quello einsteiniano; ma anche questo è oggi, se non erro, sempre più discusso, senza considerare che Einstein è stato contestato e, diciamo così, "sconfitto" nella microfisica dalla teoria quantistica, sulla quale egli sollevava seri dubbi.
Non penso si possa svalutare la scienza riducendola a qualcosa di puramente manipolatorio, suscettibile solo di uso strumentale e di utilità, magari ai semplici fini del profitto capitalistico. C'è senz'altro questo aspetto, ma la scienza non è così mal ridotta nemmeno oggi. E qui si innesta il problema della cosiddetta tecnoscienza, su cui la mia opinione è attualmente abbastanza differente che in passato. Innanzitutto una piccola digressione. Non metto in dubbio che Heidegger sia un grande filosofo (se sia "il più grande del '900" non lo so, ho sempre paura di queste classifiche "assolute", che nascondono le preferenze di dati autori). Guardando alla sua biografia, tuttavia, si evince chiaramente che non aveva una conoscenza men che superficiale di un qualsiasi settore della moderna scienza (naturale).
Mentre, ad es., Husserl, Whitehead e il cosiddetto irrazionalista Bergson avevano studiato piuttosto a fondo matematica e fisica (e l'ultimo anche le scienze biologiche e quelle psicologiche e sociali), Heidegger era piuttosto limitato in tutti questi campi; mi sembra fosse soprattutto quello che si dice un filosofo "puro". Lungi da me l'affermare che egli non avesse il diritto di interloquire sulla scienza; ne ha diritto anche l'uomo della strada, quindi…… Tuttavia, stento a digerire l'idea che egli potesse indicare l'essenza di scienza e tecnica, il loro significato epocale; e che molti altri filosofi "puri" gli vadano dietro ripetendo a pappagallo le sue "sconvolgenti" interpretazioni dello "spirito" della scienza e tecnica moderne. Personalmente ritengo molto sensato il libro di Sokall e Bricmont (significativamente intitolato Imposture intellettuali), in cui gli autori dimostrano come molti filosofi francesi del tipo di Deleuze e Derrida e altri (per il resto ottimi filosofi) abbiano tenuto un atteggiamento del tutto scorretto nei confronti delle scienze; pur non conoscendole affatto - e nemmeno rendendosi conto che termini come caos, relatività, indeterminismo, ecc. hanno, nei rispettivi campi di applicazione scientifica, un significato che non è minimamente quello che gli stessi termini hanno nel linguaggio comune - si sono messi ad elucubrare su di esse, senza nemmeno avvertire il lettore delle loro scarse conoscenze in proposito, tentando perfino di dimostrare che la "scienza moderna" serviva di sostegno alle loro tesi filosofiche.
Lo ripeto: i filosofi "puri", che di scienza masticano pochino pochino, hanno tutto il diritto di cimentarsi con essa, di esprimere la loro opinione in merito; ma che si tratti appunto di opinione, non di "rivelazione" di "essenze nascoste" di un settore del sapere di cui non sanno quasi nulla. Un po' di sana sobrietà sarebbe augurabile. Per quanto mi riguarda, posso affermare che, in anni ormai trascorsi da lunga pezza, ho letto assai più di cento libri (forse anche due o trecento) riguardanti le scienze matematiche e fisiche (e anche biologiche); tuttavia, non avendo coltivato e approfondito tali saperi, sono rimasto con idee assai vaghe e frammentarie. Formulerò egualmente qualche superficiale argomentazione sulla "tecnoscienza", ma avverto il lettore che quanto dirò va preso con le pinze; non come oro colato, bensì come piombo fuso.
Possedendo conoscenze a spizzico, mi esprimerò molto alla buona, senza sistematicità alcuna, che sarebbe del resto una pura finzione espositiva. Degli artigiani costruiscono lenti; e alcuni scienziati le usano per guardare i "cieli" e cercare prove di quanto sono giunti a teorizzare in merito al movimento di questi "cieli". A un certo punto, questi movimenti rivelano delle irregolarità impreviste, da cui si trae la conclusione (ipotetica) dell'esistenza di un qualche corpo non ancora osservato. Si spinge allora alla costruzione di lenti molto più forti, che infine rivelano l'esattezza dell'ipotesi fatta. Dopo un lungo periodo di sviluppo della scienza, che mi guardo bene dal tratteggiare, la scienza (micro)fisica "commissiona" all'industria la fabbricazione di sempre più giganteschi e potenti acceleratori di particelle (indicandone i requisiti necessari, fra cui credo l'incorporazione di date teorie riguardanti la "realtà" microfisica) con i quali indagare, a livelli sempre più "fini", cioè nell'in(de)finitamente piccolo, la "struttura della materia".
In tutta franchezza, negli esempi fatti, che vanno dai primordi dello sviluppo della fisica moderna fino ai giorni nostri, non vedo un sostanziale cambiamento di impostazione nei rapporti fra scienza e tecnica. L'ipotesi scientifica è sempre la stella polare della ricerca, e la strumentazione tecnica è pregna di quello che Bachelard indicava come "razionalismo applicato". La scienza non è oggi puramente e semplicemente al servizio della tecnica, la quale a sua volta serve il profitto. La scienza appare ancora in grado di subordinarsi la tecnica, di demandare ai tecnici la costruzione di apparati strumentali utili, e spesso necessari, a dimostrare la fondatezza o meno di certe ipotesi squisitamente teoriche.
Stando a quanto scrive Preve, sembra che la fisica nucleare avesse come solo fine quello di distruggere cose e uomini diventando puro strumento nella guerra tra le classi dominanti dei vari blocchi capitalistici. Questa è una caricatura della fisica nucleare, che ha sviluppato la sua ricerca fino a formulare la teoria quantistica, uno dei pilastri decisivi dell'interpretazione (teorica) del mondo naturale. E la stessa bomba atomica prende le mosse dall'equivalenza tra massa ed energia, altro pilastro della suddetta interpretazione, che sarebbe ridicolo pensare come semplicemente finalizzata allo scopo distruttivo dell'atomica, cosa alla quale Einstein non pensava affatto quando suppose, e fissò in una formula, l'equivalenza in oggetto. Sono certo che Preve è d'accordo su tutto questo, ma leggendolo si può veramente cadere nel fraintendimento di considerare la fisica nucleare come intrinsecamente cattiva.
Oggi, mi sembra sia ampiamente in campo la teoria delle (super)stringhe, tentativo di interpretazione teorica che intenderebbe unificare, o intrecciare strettamente, sia micro che macrofisica. Se intendo bene, vi sono molti fisici - non a caso proprio quelli che sono di fatto ridotti a tecnici e che lavorano effettivamente per l'industria, direttamente o indirettamente stipendiati da essa - che guardano con diffidenza alla suddetta teoria perché, per l'appunto, essa non consente, almeno al presente, applicazioni tecniche; e si basa inoltre su prove che potremmo definire indiziarie, non è in grado di approntare esperimenti o ricerche adeguate per spingere più a fondo l'accertamento della fondatezza di date ipotesi. Anche per quanto concerne l'ingegneria genetica, e in genere tutta la ricerca sul genoma con connesse possibilità di "manipolazione tecnica" dello stesso, starei attento a non prendere come semplice scusa la dichiarazione circa la possibilità di curare malattie molto gravi. Non sono evidentemente in grado di valutare alcunché, ma credo alla sincerità di certe affermazioni; non vedo il motivo di mentire su tutta la linea.
In definitiva, a me sembra che non siano in atto questi cambiamenti epocali, per cui la scienza è dominata dalla tecnica, che a sua volta è guidata dal profitto capitalistico (delle transnazionali, vera incarnazione del Maligno in epoca moderna secondo l'opinione di tutti i pretoni, non solo quelli religiosi, che appoggiano il movimento antiglobalizzazione). Esiste ancora l'ambito della ricerca (lasciamo per favore perdere il termine "disinteressata"), che in dati casi, vedi le superstringhe, non è nemmeno possibile supportare con esperimenti in cui si utilizzino strumentazioni tecniche all'uopo studiate e approntate; in altri casi, sussiste invece questo supporto, ma sotto la direzione delle ipotesi formulate nella ricerca scientifica: si pensi ai sempre più potenti telescopi in uso, che ormai si stanno avvicinando al limite teorico del supposto big bang. La ricerca scientifica è ancora affascinante, non è ridotta a pura ancella di una pratica tecnologica intrinsecamente "cattiva". Come non credo più al "calcolatore del capitale", cioè ai rapporti capitalistici interni all'apparato tecnico dell'industria, così non credo più ad una scienza ormai ridotta ad una serie di ricerche tese solo a migliorare, in termini di mera profittabilità, il suddetto apparato tecnico-industriale. Per quanto mi concerne, torno - nella sostanza, pur con tutte le cautele d'obbligo - al marxiano "uso capitalistico delle macchine", mettendo in sordina la tesi, che non mi appare più oggi convincente, del rapporto capitalistico in quanto intrinseco a queste ultime, all'"automa meccanico". E ciò che affermo in merito al problema delle macchine, della tecnologia, ecc. mi appare ancor più valido per quanto concerne la ricerca scientifica.

5. Il vero problema mi sembra un altro. La scienza si è sviluppata con progressione esponenziale - e certamente con eguale progressione è avanzata la tecnologia - dando vita ad una inevitabile frammentazione dei saperi e, dunque, all'espansione inarrestabile di quello che chiamiamo specialismo. Per quanto ne so, e mi si dice, due matematici o due fisici spesso non riescono ad intendersi fra loro, usano linguaggi fra loro difficilmente traducibili. La ricerca scientifica, e l'applicazione tecnica, sono come l'enumerazione; è sempre possibile aggiungere una nuova entità a quelle già in essere. Ed ogni aggiunta aumenta il numero delle possibili combinazioni tra le varie entità; certamente alcune di esse (teorie scientifiche, applicazioni tecniche) diventano obsolete e vengono messe tra i ferri vecchi, ma quelle che si aggiungono sono ancora più numerose. L'orizzonte scientifico e tecnico si amplia a dismisura in modo in(de)finito (non infinito), e il territorio compreso entro questo orizzonte in espansione viene vieppiù settorializzato, frammentato, suddiviso. Anche la cosiddetta interdisciplinarietà non serve a sintetizzare diversi saperi, ma a crearne di nuovi; la fisica-chimica, la biochimica, ecc. complicano ulteriormente il campo scientifico, allargano il suo orizzonte, frammentano e suddividono ulteriormente il suo territorio, intensificando e approfondendo lo specialismo.
Tale processo sembra in effetti del tutto irreversibile; ed in sua presenza diventa, a mio avviso, piuttosto inutile non solo discettare di general intellect, ma anche credere che si possa in qualche modo sintetizzare l'insieme dei saperi per via filosofica. Non è possibile scrivere il Timeo del 2000, in quanto summa dell'insieme delle conoscenze di un'epoca, di cui fanno parte a pieno titolo anche quelle scientifiche tanto espansesi da non poter essere adeguatamente controllate, così come probabilmente invece le controllava Platone ai suoi tempi. Nessuno vieta al filosofo, sia chiaro, di discutere del senso del Mondo, dei destini dell'Uomo, e via dicendo. Tuttavia in questa discussione, che non è per nulla affatto in grado di abbracciare l'insieme delle conoscenze ormai accumulate (e organizzate e applicate), la filosofia non mi sembra poter attingere livelli di credibilità nettamente superiori a quelli delle religioni, e delle ideologie più in generale; e quanto ad efficacia, e a "presa sulle masse", resta addirittura indietro, con ogni probabilità, rispetto a religioni e ideologie. Ogni uomo, penso, ha bisogno di "credere", di "darsi un senso", quasi sempre anche delle finalità, ecc. Tuttavia, senza un minimo di controllo su un fronte delle conoscenze, quello scientifico, ormai troppo vasto, ed in crescita continua e irreversibile, come si può pensare che un qualsiasi filosofo sia in grado di dire cose - non definitive, ma almeno dotate di qualche stabilità e certezza, che non durino l'espace d'un matin - sul Senso, sul Destino, ecc.? Non so, lo dico con molta franchezza, come si possa risolvere questo problema; al momento sono comunque convinto che la filosofia - intendo riferirmi a quella che parla di grandi problemi "ontologici" - resti come quasi "religione" (o "ideologia") per un numero abbastanza limitato di persone colte.
Spero che l'amico Preve mi perdoni questa conclusione che lo farà indignare; è però meglio che ognuno esprima sinceramente ciò che pensa o, se lo si preferisce, "sente" con forte intensità. D'altra parte, con altrettanta sincerità, confesso che, se avessi praticato la filosofia (cosa che non mi sarebbe affatto dispiaciuta), mi sarei interessato in modo particolare di problemi che credo sconfinino nella Metafisica (tanto per intenderci, alla Whitehead o Bergson), mentre mi avrebbero profondamente annoiato i neopositivisti, Popper e, temo, anche Wittgenstein (prima e seconda maniera). Tanto per chiarire i miei gusti.

6. Uno dei punti su cui provo forte adesione al testo di Preve è quello trattato nel paragrafo 7, relativo all'esplosione del comunismo storico novecentesco, ecc. In particolare, non trovo nulla da aggiungere alla descrizione di che cosa sono diventate le oligarchie dirigenti dei vari partiti comunisti di quell'epoca. Certo, si può spingere ancora più in là l'analisi e la descrizione del processo degenerativo di queste oligarchie, e della loro funzione "amministrativa" ai fini della gestione dei sistemi capitalistici per conto del "grande capitale"; ma in ogni caso, nel testo di Preve è detto l'essenziale, e chi vuol intendere intenda. Ho appena qualche dubbio, invece, sulle indicazioni concernenti "l'altro versante, lo strato inferiore dei credenti nell'utopia dell'uguaglianza". In effetti, nel mio pessimismo, sono portato a pensare quello che Preve non attribuisce a tale strato; sono cioè convinto che esso sia, almeno in buona parte, mosso "dal pauperismo, dal miserabilismo, dal rancore invidioso verso i ricchi e i potenti". Se non riesco a scaldarmi tanto nei confronti del movimento antiglobalizzazione, se sono assai diffidente (come del resto lo fui, pur appoggiandolo, anche nei confronti del movimento del '68), se penso che, come già in passato, dall'attuale nebulosa contestatrice usciranno, nel giro di pochi anni, i nuovi quadri "amministrativi", politici e massmediologici, del sistema capitalistico (del "grande capitale"), è proprio perché avverto la presenza di quelle connotazioni meschine che Preve tende, mi sembra, ad esorcizzare. Stiamo attenti perché la "Storia si ripete"; certo non con le stesse caratteristiche, ma anzi persino peggiori.

7. Nel paragrafo 9, scritto con notevole lucidità, Preve accetta l'irreversibilità di quella che per lui è tecnoscienza - ma su questo ho già espresso il mio parere - e parla in modo condivisibile della "illusione naturalistica" e della "paranoia catastrofistica" come risposte sbagliate all'irreversibilità di cui sopra. Tuttavia, anche le risposte dell'amico Preve più che sbagliate mi sembrano poco convincenti. Non ho nulla da dire di preconcetto contro la Natura Umana; solo che, ancora una volta, trovo fumoso e generico questo concetto. Chomsky sarà certo un genio, ma spero non abbia solo dato la definizione di questa Natura come "nucleo non illimitatamente manipolabile". Una definizione in negativo non dice nulla sulla costituzione effettiva della presunta Natura Umana e dunque non riesce a definire nulla circa la sua altrettanto presunta "resistenza" alla cosiddetta manipolazione. Dov'è situato il "limite" oltre il quale l'Uomo non si fa più manipolare? Mistero!
Ho poi già sostenuto che non è falso ma prevalentemente ideologico, cioè distorto e sviante, il discorso sulla manipolazione (tecnica). La questione decisiva è l'ampliamento del fronte delle conoscenze - in particolare scientifiche - che non è più sintetizzabile in improbabili visioni complessive del Mondo (e del suo Senso), in generiche Totalità dette "espressive", ma di cui non si sa esprimere alcunché circa la loro reale strutturazione "globale". Non si può continuare ad usare "simpatiche" (e consolatorie) parole ed espressioni linguistiche, che non hanno alcun contenuto effettivo minimamente trasmissibile ad un comune cervello umano. Non vedo sostanziale differenza tra un linguaggio del genere e quello del mistico. Una simile imprecisione e fluidità di contorni mi appare del tutto accettabile in una (grande) poesia, ma non quando si intenda parlare dei "destini" dell'Uomo. Qui la determinatezza è necessaria, per non far nascere - nelle persone più deboli ed influenzabili - speranze indebite in "qualcosa" che rimarrà sempre confinato in, perché rinviato a, un futuro imprecisato ma comunque sempre lontano, al di là dei tempi storici prevedibili.
La stessa cosa dicasi dell'ultima parte dell'articolo, in cui - tuttavia, va riconosciuto, dopo aver sobriamente ammesso che "non esiste garanzia di nessun tipo contro un esito catastrofistico dell'avventura umana" - si parla della possibilità di battersi per l'avvento (veramente si parla di "riattivazione", termine su cui sospendo il giudizio) di una "democrazia comunitaria"; in cui, tuttavia, venga preservata la "libera individualità" e anche la sua prevalente identità "nazionalitaria". Mi rendo conto delle finalità "buone" e positive che Preve intende perseguire con questa indicazione di massima. Mi sembra evidente che si vuol mantenere un aggancio con la passata stagione del "comunismo" ed anche con la testardaggine di alcuni di coloro che sono rimasti comunisti, i quali - ed è giusto che sia così - insistono nel voler "sollevare" le masse dei (lavoratori?) subordinati contro il dominio capitalistico. Nel contempo, tenendo conto dell'attuale struttura di tale dominio a livello mondiale - che vede non un G8 ma un G (1 + 7), dove l'1 sono evidentemente gli USA - si vuole puntare sulla resistenza che possono opporre al prepotere imperialistico di quest'ultimo paese alcuni centri che difendano e conservino le loro prerogative (ma solo culturali? Questo non è chiaro) di tipo nazionale o comunque di area geografico-sociale.
Tuttavia, mentre la seconda prospettiva - diciamo: di opposizione all'imperialismo statunitense - appare più realistica e dotata di tempi storici certo lunghi ma non necessariamente rinviati al prossimo millennio, la prima è di una genericità assai paralizzante, e dunque pericolosa. Non desidero dilungarmi su questioni di cui ho scritto molto negli ultimi anni, ma ricordo brevemente che, per il sedicente "utopista" Marx, il comunismo era il punto di arrivo di dinamiche intrinseche al modo di produzione capitalistico, che egli aveva sottoposto ad analisi scientifica giungendo alla conclusione di esiti nient'affatto generici ed irrealistici, o rinviati a tempi storici millenari. Molto più semplicemente, la sua analisi, per nulla campata in aria, e le conclusioni della stessa si sono rivelate, a mio avviso, gravemente inficiate da errori "sostanziali", che oggi possiamo con una certa precisione individuare anche teoricamente. Se si vogliono prevedere - sempre ipoteticamente e lasciando aperti i margini di errore e di smentita da parte dell'evoluzione sociale futura - nuovi esiti delle dinamiche insite nell'attuale società, per l'essenziale ancora capitalistica, mi sembrerebbe doveroso procedere nello stesso senso, e con lo stesso metodo, di Marx. Altrimenti si diventa solo dei profeti, degli annunciatori di possibili "meravigliosi destini" dell'avventura umana, pur non tralasciando la possibilità di una catastrofe.
Sulla base di una serie di conclusioni - su cui, fra l'altro, Preve ed io abbiamo scritto insieme già più volte - le prospettive cui sembra aperto il futuro della società capitalistica sono al momento due. In primo luogo, potrebbe enuclearsi una "terza classe" (diversa dalle due prevalentemente coinvolte nella dinamica riproduttiva del modo di produzione capitalistico, che non è però la complessiva formazione sociale capitalistica) in grado di trasformare quest'ultima, ma in direzione di un'altra formazione sociale indefinita (e indefinibile in anticipo), di cui l'unica cosa che può essere sensatamente supposta è che non sarà comunista, ma ancora fondata su una nuova divisione in "classi" (dominante e dominata). Tuttavia, non è al momento visibile una "terza classe" del genere di quella che dovrebbe, e potrebbe, effettuare la trasformazione in oggetto.
Oppure, per quanto la "storia si ripeta" in forme sempre nuove (ma comunque si ripete), si deve supporre - supposizione non certa, ma certamente realistica - la nascita di nuovi centri imperialistici in concorrenza con gli Stati Uniti. E, se questo avvenisse, l'attuale cristallizzazione e impaludamento storici verrebbero superati e la Storia ricomincerebbe a muoversi più speditamente. Affinché questo possa avvenire, però, sono necessarie alcune condizioni, che qui posso solo enunciare non portando argomenti a sostegno di quanto dirò apoditticamente. Una condizione si è già verificata: l'esplosione (o implosione) del "campo socialista", con rimondializzazione del capitalismo. Non a caso, tale fatto aveva messo in movimento la situazione mondiale, ma è stata una fiammata breve e non molto consistente. L'altra condizione che sarebbe necessaria - ma il cui verificarsi non è per nulla certo - è l'equivalente esplosione del "socialismo europeo al Governo", il quale è progressivamente divenuto un'ottima espressione politica, e sostegno, del blocco sociale dominante (tra particolari gruppi economico-finanziari e particolari "borghesie di Stato") esistente in Europa da alcuni decenni, che è strutturalmente incapace di opporsi al dominio imperiale statunitense; senza poi considerare che anche i partiti conservatori europei, nel tentativo di alternarsi al Governo con le "sinistre", fanno a gara con queste ultime a chi è più filoamericano. Se la condizione in oggetto non si realizzerà, bisognerà allora attendere i più lunghi tempi dello sviluppo (capitalistico) di Cina, India, ecc.
Se queste sono le condizioni - anzi la condizione, perché una è ormai al passato - forse sarebbe utile che "in noi" (un noi molto generico) ci fosse maggior coraggio nella rottura con le prospettive del vecchio comunismo e del vecchio "sinistrismo". Ho la netta sensazione che, per tutta una serie di pregressi condizionamenti politico-culturali, non ne saremo capaci; ma almeno, questa la mia modesta esortazione, non cerchiamo soluzioni consolatorie, del tutto utopiche, del genere della "democrazia comunitaria". Contiamo tanto poco che comunque, anche teorizzando cose del genere, non faremo molto danno. Ma come ognuno, quando gioca al Superenalotto, lo fa perché…. "non si sa mai", così non dovremmo farci indurre nella tentazione di risolvere i problemi sul tappeto con belle formule concernenti "realtà" di fatto immaginarie e del tutto indeterminate, che sviano da eventuali compiti più realistici e meno lontani (anche se sempre lontani nei termini di quanto ci resta da vivere). Forse i dominati dovranno aspettare la "loro ora" per un bel po' - tanto aspetteranno comunque, malgrado un qualche sviluppo, assai probabile, del movimento antiglobalizzazione - mentre invece potrebbero essere di un poco avvicinati i tempi del confronto più radicale, e non solo economico, tra i dominanti. Ma la conditio sine qua non è con molta probabilità quella appena considerata, anche se è incerta la sua realizzazione. In ogni caso, cerchiamo di non dare alcun, sia pur minimo, contributo contro quest'ultima.
Chiunque riuscisse, e con qualsiasi mezzo, a innescare l'eventuale, ma non sicura, esplosione della "sinistra europea", avrebbe dato un notevole contributo alla rimessa in moto della "Storia". Chiunque allontanasse invece, pur con "fiammate di paglia" solo apparentemente "rivoluzionarie", tale prospettiva, svolgerebbe una precisa funzione reazionaria, favorendo il mantenimento della palude, cioè dell'attuale struttura del dominio mondiale [G (1+7)]. Stiamo attenti, perché sono sempre in campo potenti forze, non certo solo politiche e non solo europee, che mirano alla sopravvivenza del "socialismo governativo" in Europa. Se, per esempio, un Bertinotti crede sia arrivato il suo momento, e che la Quercia sia in semplice disfacimento, avrà un risveglio amaro. Forse egli non lo sa, ma sta lavorando per il "Re di Prussia", per forze oscure che torneranno in auge magari ampiamente ristrutturate (ne è indice, fra l'altro, l'attivismo sfrenato di Violante, uomo per tutte le stagioni, che dice tutto e il contrario di tutto, oggi inneggia alla piazza e domani difende senza esitazioni l'operato della polizia, con un oscillatorio opportunismo quasi quotidiano). Occorrerebbe ben altro affinché si verificasse infine l'esplosione dell'intera "sinistra", soprattutto italiana; non di suoi singoli spezzoni, ma dell'insieme di questi ultimi divenuti, per l'appunto, asse portante di una politica reazionaria, seguita poi, per concorrenza, dai partiti di "centro-destra".
In politica, come in qualsiasi sistema, alla fin fine il tout se tient, ma bisogna sempre afferrare il bandolo della matassa e comprendere qual'è la causa principale della dinamica del sistema in questione. Nella politica europea - reazionaria in quanto tesa a mantenere un'area ad intenso sviluppo capitalistico sotto il sostanziale controllo centrale dell'imperialismo USA - la causa decisiva di questa situazione è quella costellazione di forze politiche che si situa "a sinistra". Solo la rottura completa con tale costellazione, l'aperta dichiarazione di essere non di sinistra potrebbe avere una funzione realmente progressiva (non "progressista"). "Noi" esitiamo in questa scelta, e mi rendo ben conto delle ragioni profonde di tale esitazione. L'importante è almeno avere consapevolezza di questi "nostri", forse inevitabili, ritardi, che non devono essere coperti da fumisterie ed espressioni consolatorie; non si deve nemmeno pensare ad una mitica società fatta di uomini buoni, democratici, pronti a risolvere le controversie con amichevoli discussioni, capaci di riconoscere le ragioni degli altri, di limitare il proprio egoismo e ingordigia, e via dicendo. Non esiste tale società, non esisterà a lungo, nessuno può credibilmente sostenere che sia possibile la sua esistenza. Atteniamoci ai "fatti", che qualcosa pur significano. Quelli che si sono dichiarati "comunisti" sono stati, fin troppo spesso, l'esatto contrario di ciò che dichiaravano di essere: individui "come gli altri", tesi soltanto a sopravanzare, con qualsiasi mezzo, gli altri, a sostituirsi ai precedenti dominanti. Francamente, sento molta più "verità" (o, detto forse meglio, meno irrealismo) in Hobbes che nella "democrazia comunitaria, nazionalitaria e che salvaguarda le libere individualità".
Credo che sia sufficiente essere schierati, in ogni dato periodo storico, contro la menzogna, l'ipocrisia, l'ingiustizia, la prepotenza e sopraffazione, ecc., ponendosi certamente dalla parte di coloro che sono oggetto di queste "belle" manifestazioni dello "spirito" umano, ma rendendosi nel contempo conto che questi ultimi non sono - né soggettivamente né oggettivamente - portatori di una nuova strutturazione, e nemmeno di una semplice visione, della società che sia libera dai "difetti" di ogni altra precedente. E soprattutto, quando se ne presenti l'occasione, bisogna dare il proprio, pur piccolo, contributo a che si acuiscano, fino ad esplodere, le contraddizioni tra i dominanti di quella data epoca, vero fulcro e causa prima di prepotenza, ingiustizia, ecc. E' forse un compito poco esaltante, ma alla lunga più proficuo che non pensare a Shangri-là, il paese dell'Utopia di Orizzonte perduto, noto film di Frank Capra. Il perseguimento di tale compito è comunque pressoché impossibile se, al di là delle etichette di "destra" o "sinistra", non verranno un giorno battute e "disperse" le organizzazioni politiche che si pongono a rappresentanti degli interessi di quei blocchi dominanti europei capitolazionisti, interessati soltanto ad ottenere dagli USA la spartizione della "fetta di torta" che questi ultimi sono disposti a concedere loro.

8. E tocchiamo l'ultimo punto. Premetto che su di esso prenderò solo spunto dal testo di Preve e poi andrò per conto mio; lo dico affinché chi non ha letto il testo in questione non fraintenda e pensi che il mio bersaglio polemico sia quest'ultimo. Anche in tal caso, non mi metterò a discettare su ciò che non controllo; per cui lascio perdere tutta la questione della distinzione aristotelica tra economia e crematistica. Non vorrei però che si ricominciasse a discutere, nei soliti termini della (brutta) tradizione marxista, intorno alla dialettica tra valore d'uso e valore di scambio, dove il primo recita la parte di Alan Ladd, l'eroe del film Il cavaliere della valle solitaria, e il secondo, poveretto, quella di Jack Palance, il cattivo vestito di nero. Se c'è un aspetto che costituisce il filo rosso di tutti miei scritti, dall'inizio degli anni '70 ad oggi pur con cambiamenti di impostazione abbastanza netti, è precisamente il rifiuto del bla-bla su valore d'uso e di scambio, che nasconde - peggio, salta completamente - l'analisi strutturale che li dovrebbe sottendere. Valore d'uso e di scambio sono semplici segnali, indici, del sistema di rapporti sociali di cui sono espressione; è questo a dover essere sottoposto ad attenta indagine e alla formulazione di date ipotesi sulla sua forma specifica e non, ad esempio, la trasformazione in merce di ogni aspetto della vita nel capitalismo, che è processo reale, sia chiaro, ma che, ancora una volta, è indice di qualcosa di ben più decisivo.
Per il valore di scambio si può brevemente dire quanto segue. Se ci si fissa solo su di esso, si costruisce una storia fittizia del suo progressivo sviluppo, interrotto da alcuni periodi di ritorno all'indietro. In questo modo, si perde proprio il fulcro della questione: che esiste solo una forma dei rapporti sociali, quella capitalistica, in cui tutto - o sostanzialmente tutto, o comunque il predominante - è merce. Ed è su questa forma - cruciale e che dunque dà quella "coloritura" specifica alla società nel suo insieme, l'avvolge completamente in una certa "atmosfera", attribuisce al complesso dei suoi rapporti quel determinato "peso specifico", ecc. (tutte metafore usate da Marx, com'è ben noto) - che va appuntata l'indagine, perché le ipotesi possibili sono più d'una, non esiste più esclusivamente quella di cui Marx era certo: l'esistenza di una particolare struttura di rapporti tra proprietà e non proprietà dei mezzi di produzione.
Nel momento in cui si dimentica quanto appena detto, diventano possibili tutte le odierne fanfaluche sulla progressiva sottrazione della produzione alla sua forma capitalistica, sulla graduale estensione del valore d'uso nella produzione sociale, tramite il non profit e altre panzane del genere. Il "vero fatto" è che, nella Storia, soltanto con l'affermazione - necessaria o casuale? - di una data forma dei rapporti sociali, in quanto forma predominante in una certa formazione sociale, è diventato generale e prevalente il valore di scambio; e soltanto se, e quando, tale forma dei rapporti sarà distrutta o trasformata in qualcosa d'altro, sarà possibile discutere se sia possibile o meno scalzare il valore di scambio dal suo piedestallo. I "grandi riformatori" che pensano alla trasformazione del capitalismo, creando nei suoi interstizi delle produzioni "utili" non legate (spesso nella loro mera fantasia) alla costrizione del valore di scambio (e del profitto), invertono la causa con l'effetto e sono degli emeriti pasticcioni. A questi ultimi non bisogna concedere neanche il più piccolo appiglio di ambiguità, qual'è quello della dialettica tra valore d'uso e di scambio. Nessuna dialettica fasulla, ma semplicemente generalità del secondo nell'ambito della forma capitalistica (su cui si aprono diverse ipotesi di indagine) dei rapporti sociali dominanti nella moderna società. Tutto qui.
Anche sul valore d'uso sono possibili considerazioni non generiche, o almeno non tanto generiche. Intanto, come la stessa espressione mette subito in evidenza, non esiste alcun valore di un dato oggetto, naturale o prodotto di trasformazione, se esso non serve ad un qualche uso, cioè non soddisfa un qualche bisogno dell'uomo in società; anzi, se non potesse servire ad alcun uso, nemmeno sussisterebbe il suo valore di scambio. Questo è l'elemento di realismo della teoria neoclassica. Non esiste quindi alcun valore d'uso in sé, buono o cattivo, al di fuori della relazione con il sistema dei bisogni umani, che ancora una volta è determinato dallo sviluppo della struttura (e forma) dei rapporti sociali. Il guaio è che a volte c'è qualcuno - sempre inserito, evidentemente, in un determinato contesto storico socio-culturale, che condiziona il suo pensiero - il quale crede di aver individuato quali siano i bisogni fondamentali da soddisfare e quali invece, secondo lui, sono superflui o addirittura dannosi per un "sano" sviluppo della società.
Che si possa, entro certi limiti e in dati momenti storico-sociali, stabilire una qualche gerarchia dei bisogni, è con cautela ammissibile. Tuttavia, in una progressione dinamica - che fra l'altro conosce avanzamenti a sbalzi, con periodi di lento accumulo ed altri di rapida e tumultuosa trasformazione - non esiste possibilità di distinguere effettivamente i bisogni in essenziali e superflui, in primari e secondari, in naturali e artificiali, e in altre inutili partizioni del genere. Il sistema dei bisogni ha inoltre un carattere di espansione all'in(de)finito, con la scoperta di nuovi oggetti prodotti, di cui solo assai superficialmente qualcuno si sente in diritto di affermare la non corrispondenza a bisogni veramente nuovi. Se si fa l'esempio (come fecero un tempo Baran-Sweezy) di automobili con solo piccoli cambiamenti di design o con qualche minore accessorio interno od esterno, il discorso sembra valido. Quando però si pensi, anche nel settore "maturo" dell'auto, ai freni idraulici, al servosterzo, all'airbag, a tutta una serie di accessori elettronici, al climatizzatore, ecc. la questione cambia subito aspetto. E non si tratta affatto solo di questo, poiché fioriscono ad un certo punto interi nuovi settori produttivi - tipo informatica, telecomunicazioni, genetica, ecc. - da cui nasce una moltitudine di nuovi bisogni che definire superflui mi sembra segno di scarsa serietà. Abbiamo commesso un grave errore ad accettare una parte delle analisi (altre erano serie) del Capitale monopolistico dei succitati autori; non ricadiamo in queste puerilità da intellettuali ben pasciuti e tuttavia sempre scontenti di "come va il mondo".
Marx non era certo così superficiale. Tuttavia, egli ha avuto sostanzialmente la visione del progresso delle forze produttive prevalentemente dal lato di quelle che vengono tradizionalmente definite innovazioni di processo - i "metodi del plusvalore relativo" erano in definitiva tali innovazioni - ma non ha adeguatamente preso in considerazione le innovazioni di prodotto, sia nella forma di nuovi tipi di prodotti per l'essenziale già noti che, soprattutto, in quella di prodotti di settori produttivi interamente nuovi e prima sconosciuti (su questo punto, bisogna ammettere che Schumpeter è stato più "avanzato", anche perché è venuto alcuni decenni dopo). Ignorando le innovazioni di prodotto (e quelle, ad es., legate alla scoperta di nuovi fonti di energia), si può pensare che l'incessante sviluppo delle forze produttive, sotto l'aspetto della tecnologia dei processi di lavoro con innalzamento della produttività di quest'ultimo, conduca ad una crescita della quantità di prodotti a disposizione nettamente superiore rispetto a quella dei bisogni, pur con un tempo di lavoro sempre minore. Nei termini della teoria del valore lavoro, i prodotti conterrebbero un tempo lavorativo che si avvicina allo zero; dal punto di vista della teoria neoclassica, l'utilità totale di ogni bene consumato si approssimerebbe al suo massimo con tendenziale azzeramento della sua utilità marginale. In ogni caso, il valore di scambio - che sia visto dal punto di vista del costo in lavoro o della scarsità dei beni in relazione ai bisogni da soddisfare - svanirebbe progressivamente per lasciare il passo al solo valore d'uso.
In una situazione del genere, si avvererebbe quel "da ognuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni", che rappresenta la seconda condizione (oggettiva) fondamentale della possibilità del comunismo secondo Marx, la prima essendo la formazione del lavoratore collettivo produttivo, in cui tutti i lavoratori, dai più alti gradini della dirigenza (tecnica) ai più bassi livelli della mera esecuzione, coopererebbero fra loro ad un comune processo-progetto. Si creerebbe un quantità crescente di "tempo libero" da riempire con attività tese al libero sviluppo della propria creatività individuale, delle proprie predisposizioni socio-culturali, ecc. Purtroppo, la considerazione delle innovazioni di prodotto cambia completamente questo quadro da Arcadia, giacché non vi è alcuna limitazione allo sviluppo dei bisogni umani, e quindi non vi è nessuna garanzia di una eliminazione della scarsità di beni presi nel loro complesso sistema, che vede non solo la crescita della quantità prodotta di dati beni - di cui si possa sostenere un "di più" di consumo ormai "superfluo", "inessenziale" - ma la scoperta di completamente nuovi settori di indirizzo della produzione e dei consumi.
Sostenere che la moltiplicazione dei beni e dei bisogni è guidata solo dalla "smodata" sete capitalistica di profitti è non solo manifestazione di un pensiero puerile, ma è la più grande apologia che si possa fare del modo di produzione capitalistico, perché significa ammettere che solo la competitività per il dominio sociale complessivo - di cui il profitto è sostanzialmente strumento - apre nuovi orizzonti allo sviluppo scientifico e tecnico, quei nuovi orizzonti che per il marxismo della tradizione sarebbero stati possibili invece solo con la proprietà sedicente collettiva (in effetti meramente statale) e con la pianificazione "socialista". Il "socialismo reale" è fallito esattamente su questo punto poiché ha sì consentito, per un dato periodo storico, un modesto e relativamente dignitoso livello di vita a tutti o quasi i propri cittadini, con basse differenze di reddito fra di essi (a parte le ristrettissime oligarchie del partito unico al potere), ma è alla fine crollato anche perché il livello di reddito in esso più alto era perfino inferiore a quello più basso dei paesi capitalistici; e soprattutto perché non è stato in grado, malgrado certi avanzamenti scientifici, di aprire nuove configurazioni di produzione e di bisogni per nulla superflui ma indici anzi di un più avanzato sistema di vita.
Oggi, nei paesi ad alto livello di sviluppo e di consumo capitalistici, sacche non minime ma strategicamente marginali di disadattati e "diseredati" (che godono quasi sempre di un reddito non proprio infimo), unite a quote di cristiani benestanti in preda al rimorso e che vagheggiano una vita più parca, guidate da frange della Chiesa (al cui interno, come al solito, esiste sempre un'opportuna divisione dei compiti) e da capetti "piccoli imprenditori" nel gestire la propria futura entrata, logicamente "da sinistra", nell'establishment, "piangono" sulle sorti dei poveri del fu terzo mondo che in grandissima parte, soprattutto nei maggiori paesi asiatici e sudamericani, sono schierati di fatto con i loro Governi almeno per quanto concerne la richiesta di un più alto ritmo di sviluppo (capitalistico). L'obiettivo principale dei loro piagnistei è una più equa distribuzione del reddito "dai ricchi ai poveri" che, se effettuata, consentirebbe al capitalismo - pur con tutti i suoi squilibri, crisi devastanti e soprattutto imperialismo (statunitense per il momento) - di dimostrare alla lunga una volta di più che il problema non è la distribuzione ma la produzione di ricchezza, e che finora - e purtroppo anche l'esperimento fallimentare del "socialismo reale" ha impartito una lezione in merito - tale produzione è di gran lunga maggiore con la competizione, lo squilibrio e la disuguaglianza che non con i loro contrari "vissuti poveramente", richiesti da gente piena di ressentiment, di volontà di rivalsa invidiosa e rancorosa verso chi si arricchisce.
E' inutile "raccontar(si)" delle perfette menzogne - e Althusser affermava, a mio avviso con ragione, che il vero comunista non (se) le racconta - riguardo al problema del benessere delle più grandi masse a livello mondiale: salvo buona parte dell'Africa e pochi paesi sudamericani, una notevole quota del fu terzo mondo si è messa in moto e, negli ultimi cinquant'anni, il livello di vita dei più poveri si è alzato in Cina, India, sud est asiatico, Brasile, ecc. Lo ripeto: malgrado ci siano state senza alcun dubbio crisi gravissime, sofferenze e fatica inenarrabili, innalzamento decisivo delle differenze di reddito tra i più ricchi e i più poveri; e malgrado la spesso insensata politica selvaggiamente neoliberista del FMI e delle altre istituzioni capitalistiche mondiali. In ogni caso, non raccontiamo(ci) "storie": non è con la redistribuzione del reddito prodotto che si risolvono certi problemi, ma con un ulteriore sviluppo, e dunque anche diversificazione, della sua produzione. E finora, che piaccia o meno a tutte le teste piene zeppe di ideologia di riporto dell'epoca di "Marco Cacco", non si è ancora trovato alcun sistema realmente alternativo a quello esistente. Che questo faccia schifo, non comporta alcuna soluzione. Prima di tutto ci si attenga ai "fatti" che sono duri ad essere piegati da tutti i "buonisti" in libera uscita. L'unico sistema alternativo pensato e tentato è stato quello che ha condotto al "socialismo reale". Esso non aveva certamente nulla a che vedere con quanto propugnato da Marx e da tutti i grandi marxisti del passato (a partire da Lenin). Tuttavia, si crede ancora che sia fallito per tradimento di qualche "cattivo"? E' solo colpa di Stalin se la transizione al comunismo si è trasformata in socialismo di Stato alla Lassalle? Non credete che sia ora di finirla con queste idiozie? E che una analisi critica del capitalismo vada infine condotta con serietà senza le scorciatoie dell'ideologia di cui sopra, senza cadere sotto l'egemonia di abietti pretacci, e anche di finti laici?
Al capitalismo va dato tutto quello che già gli dava Marx, senza inutili invettive e condanne morali. Per quanto mi concerne, non ho desiderio alcuno di collaborare teoricamente, e tanto meno politicamente, con coloro che hanno abbandonato definitivamente ogni intento realmente critico, il quale va invece riproposto in grande stile, partendo però dal fallimento del comunismo storico novecentesco, unico e comunque grandioso tentativo di transizione ad una nuova formazione sociale non più fondata sulla netta divisione tra dominanti e dominati; mi sono inoltre decisamente odiosi quelli che si limitano all'orgia "etica" di una "sinistra" senza più le idee e la capacità di analisi dei grandi marxisti del passato, e solo ottusamente volta al peggio, allo sfascio, al ritorno all'indietro, a bloccare ogni avanzamento scientifico-tecnico facendosi egemonizzare dal tetro antimodernismo della Chiesa, dal suo "tanfo di morte".
Diverso il discorso se si lasciano perdere le grandi lamentazioni intorno ai "dannati della terra", e ci si limita a prendere di petto un problema più "limitato" ma cruciale in questa fase storica: la lotta all'imperialismo statunitense, nelle sue forme economico-tecniche, militari e culturali. E non come semplice difesa (comunque giusta, sia chiaro) delle proprie tradizioni culturali e agricolo-alimentari, ma soprattutto come capacità di aggredire le sfere di influenza di detto imperialismo, di competere con esso per il predominio mondiale onde, alla lunga, arrivare all'autenticamente salvifico scontro tra dominanti delle varie aree socio-economico-culturali. Nel contesto di questa lotta, torna allora in primissimo piano quanto disse Lenin in riferimento all' "emiro dell'Afghanistan"; senza che nemmeno da questi ci si faccia però egemonizzare. Indubbiamente, l'importante, per il momento, è impedire che si rimarginino quelle ferite - del tipo del conflitto in Palestina - ancora aperte nel predominio mondiale dell'imperialismo centrale. Sia chiaro però che, in una prospettiva di più lungo periodo e se si vuole che veramente si apra il più acuto conflitto tra i dominanti, è indispensabile che si verifichino ben altri movimenti in paesi a sviluppo capitalistico avanzato: o in quelli che già sono tali o, altrimenti, in altri che seguiranno nei prossimi decenni con buona pace di tutti i miserabilisti, i terzomondisti. Tali movimenti, tuttavia, dovranno essere infine capaci di mettere la parola fine per quanto riguarda questa meschina "sinistra", le cui frange più radicali sono composte, oltre che dai già citati pretacci, da ragazzotti senza cultura né memoria storica, da minuscoli leader ambiziosissimi e da vecchi intellettuali alla ricerca del frisson d'antan.

In queste modeste riflessioni ho volutamente esagerato su certe questioni proprio per "torcere il bastone nell'altro senso", per manifestare comunque la mia irritazione non certo verso l'amico Preve, il cui scritto - spero sia risultato alla fine chiaro - è stato in fondo un pretesto, bensì verso tutti i confusi annunciatori di svolte epocali, di rivoluzioni che ormai stanno per scoppiare; verso tutti gli ambiziosi e disonesti che mentono sapendo di mentire perché sperano ancora una volta di cavalcare l'ignoranza, l'approssimazione, ma anche l'angoscia di giovani e meno giovani in preda allo spleen della civiltà (scientifico-tecnica) moderna. Esagerare non significa però alterare completamente. Riconosco la "caricatura" che ho fatto in determinati punti dello scritto, ma ho forzato certi, comunque detestabili, quadri d'insieme per poter concludere riportando quanto scritto da qualcuno ben più grande di me (Marx alla fine della Critica al programma di Gotha): dixi et salvavi animam meam.

Gianfranco La Grassa

agosto 2001

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