RIFLESSIONI PER UNA LIBERAZIONE POSSIBILE

Due giorni di dibattito a Nùoro con baschi, catalani, corsi, tirolesi, in un meeting promosso da Sardigna Natzione, la coalizione di forze indipendentiste e autonomiste che ha registrato una crescita significativa in questi ultimi anni. Nel corso del dibattito, provocatoriamente Bustianu Cumpostu, dirigente di Sardigna Natzione, si è chiesto se l’obiettivo di tutti i movimenti sardisti sia l’autodeterminazione, per poi dichiarare chiaro e tondo che per lui qualunque prospettiva deve passare attraverso la sovranità dei sardi sul loro territorio. "Ma non tutti sono d’accordo -ha puntualizzato- e noi ne siamo perfettamente consapevoli. Così come abbiamo capito che uniti avremo più forza. E proprio per questo diciamo che seppure su diverse posizioni si possono fare dei tratti di strada assieme". Proprio per questo "abbiamo progettato e proposto la casa comune dei sardi, perché diciamo che al di là delle ideologie e pur militando in partiti diversi c’è in ognuno di noi il sentimento profondo della sardità"... Quella che segue è la relazione letta da una compagna della rivista.

RIFLESSIONI PER UNA LIBERAZIONE POSSIBILE

Relazione alle "Dies de libertade"

- Nùoro, 23/24 settembre ’95 -

Nel ringraziare a nome di "Indipendenza" per l'invito a queste Dies de libertade porto il saluto delle compagne e dei compagni ed un contributo alla riflessione collettiva. Abbiamo deciso di impostare questo intervento soffermandoci solo su alcuni aspetti, fondamentali a nostro parere per un'adeguata incisività d'azione nella realtà contemporanea. Il nostro interesse per la causa di emancipazione del popolo sardo non è né occasionale né di oggi: "Indipendenza", nata nel 1986, ha fatto della prospettiva nazionalitaria, del sostegno ai movimenti di liberazione nazionale, un punto fermo della sua attività di informazione e di promozione di iniziative. Puntando i riflettori, per ragioni geopolitiche, soprattutto in Europa nel cuore dei vari Stati-nazione oppressori. È necessario prendere coscienza del fatto che solo con l'attuazione del diritto alla sovranità dei popoli -e quindi con l'esplicazione di effettive forme di partecipazione popolare- è possibile costruire una prospettiva di liberazione sociale autentica, di scardinamento del sistema capitalistico di sfruttamento dell'uomo sull'uomo, per un'inversione di tendenza dell'olocausto ambientale che le smanie di profitto e il cosiddetto "libero consumo" stanno determinando sull'intero pianeta, soprattutto nelle aree colonizzate e subalterne.
Con il venir meno del conflitto bipolare Ovest-Est, con la caduta del Muro di Berlino che ha simboleggiato la fine della cosiddetta Guerra Fredda, il mondo sta assistendo al dispiegarsi prepotente, feroce, diseguale del dominio unipolare capitalista. Non è questa la sede per una critica socialista, libertaria, nazionalitaria, di quel sistema di paesi a cosiddetto "socialismo reale". Quel che importa sottolineare è che passata l'euforia, la sbornia, per le allettanti prospettive sbandierate dalla propaganda dell'occidente capitalista -libertà, benessere, democrazia, consumo, ecc.- il risveglio, l'impatto con la realtà, è stato ed è quello di essere assorbiti come nuovi mercati e numeri in un processo globalizzato che fa della forbice tra pochi ricchi e una stratificazione a scalare delle fasce di povertà la risultante necessaria, inevitabile del suo modello produttivo. Basta osservare e analizzare in termini esatti -scientifici, potremmo dire- le dinamiche specifiche e di contesto per rendersene conto. Non è un caso che il controllo dell'informazione sia un terreno cruciale, importante, dove ad alti livelli si scontrano gruppi di potere che peraltro si riconoscono nello stesso modello di riferimento: quello capitalistico di mercificazione e di profitto a tutti i costi.
Quali che siano le ragioni -etiche, sociali, esistenziali, di vivibilità- non è comunque possibile restare indifferenti, quale che sia la terra d'origine, quella dove si vive e la condizione sociale di appartenenza, ereditata o acquisita. È necessario tener conto di coloro -e sono tanti- che in termini capitalistici sono definiti "esuberi". È necessario tener conto dei costi -culturali, ambientali, sociali- causati dalle smanie di profitto. La terra ci è stata data e ci impegna per le generazioni che verranno. Eque e dignitose condizioni di vita sono degli obiettivi da realizzare per tutti. Qualcosa di ben più impegnativo della solidarietà impone a ciascuno di noi un dovere di partecipazione e di impegno: battersi per la giustizia sociale e per la dignità di tutti significa battersi per la dignità di noi stessi.
Come forme di organizzazione collettiva delle legittime -umane- esigenze di ognuno, i movimenti indipendentisti, nazionalitari portano nel proprio ‘codice genetico' la possibilità di esprimere in modo organico ed organizzato i bisogni e le necessità dei vari strati sociali marginalizzati e subalterni. A livello mediatico da tempo è in atto una feroce campagna contro tutte le forme di nazionalismo: antistoriche, reazionarie, irrazionali, barbariche, quando non "terroristiche". Parlano ogni giorno, acriticamente, delle atrocità compiute dalle varie parti in causa nella ex Jugoslavia, per indurre in ognuno il rigetto ed il disprezzo per il nazionalismo tout court. Delle ragioni di fondo e della parte avuta dai vari governi presenti militarmente nella regione non si parla affatto sui grandi mezzi di comunicazione. Stranamente (si fa per dire) si parla molto poco -e spesso e volentieri in maniera distorta- di ciò che accade in Corsica, in Irlanda, in Euskadi, in Bretagna, in Sardegna; per non parlare del Nicaragua, del Guatemala, del Salvador, del Chiapas, di Cuba, ecc. Di tante altre realtà ancora si preferisce tacere. Eppure si tratta anche lì di movimenti indipendentisti, nazionalisti o -come preferiamo dire- nazionalitari. Questo perché il nazionalismo è un contenitore che ha in sé le condizioni per essere o un vettore di liberazione o un vettore di oppressione. Forse che la Francia non manifesta un nazionalismo oppressivo, distruttivo, con smanie colonial-imperialiste quando effettua i suoi esperimenti a Mururoa e a Fangataufa, per i suoi interessi militari, infischiandosene delle conseguenze su un ecosistema che non è il loro e sulle condizioni di vita e di salute di un popolo polinesiano del quale si parla -in termini negativi- quando devasta tutti i simboli del potere politico, economico, finanziario francese sull'isola? Forse che gli Stati Uniti, o l'Inghilterra, o la Spagna, la Cina, l'Italia stessa, che criticano la Francia per opportunismo o ragioni concorrenziali di potere, quali che siano metodi e modi, si comportano diversamente? Anche qui basta osservare e analizzare attentamente la realtà delle cose per rendersene conto. I governi che giudicano le atrocità di questa o quella fazione nella ex Jugoslavia lo fanno per una logica di spartizione che giustifichi la loro presenza di dominio nell'area balcanica, strategica per la penetrazione economica nell'est europeo. Accendere i riflettori su alcune atrocità e spegnerli su altre sono pratiche manipolatorie che vanno contrastate, sono scelte di potere e di interesse inaccettabili, nel merito e nel metodo.
È il nazionalismo come vettore di liberazione che ci interessa e che fa paura sia a quelle forme di nazionalismo minoritario -aggressivo ed espansionista- incarnato dai complessi apparati governativi sia agli egoistici interessi di quegli organismi economico/finanziari di credo capitalista e transnazionale. E cosmopolita per ragioni "di mercato". Sono i movimenti nazionalitari ad avere potenzialmente le carte in regola per rimettere in discussione dinamiche di dominio e di ingiustizia consolidate. Perché pongono al centro il rispetto degli individui, degli uomini, delle donne, dei bambini, dei vecchi, dei cosiddetti "immigrati", di tutti coloro cioé che in quanto "popolo" sono chiamati ad acquisire coscienza di essere, di poter essere, una comunità di destino, che condivida scelte e progettualità comuni. Non numeri, non strumenti o ingranaggi di un processo produttivo lucroso per alcuni, per pochi. Rimettere in discussione dinamiche di dominio e di ingiustizia consolidate significa che la terra non va mercificata nelle sue viscere né in alcuna sua parte, perché è la casa naturale di ogni popolo che va curata per essere data in lascito a chi verrà. Significa, a ben vedere, rivedere -in termini autocentrati, intimi, collettivi- mentalità, educazioni, modi di vita, di consumo, di produzione, ecc. Significa scatenare un conflitto continuo, senza quartiere, ad ogni livello, con il sistema capitalista, cioé con i governi, gli apparati e quant'altro. Tutte le espressioni nazionalitarie, di liberazione, fanno paura all'establishment dei governi e degli organismi economico/finanziari quando mostrano di non essere trampolino di lancio di apparati subalterni che aspirano ad elevare il proprio status di potere alla mensa dei potenti, adeguandosi. Nella realtà contemporanea sono i movimenti nazionalitari quei soggetti politici che, allargando in ogni terra la conflittualità, si rivelano gli avversari più temibili del Nuovo Ordine Mondiale prefigurato dal gotha del capitale sovranazionale.
Battersi per la liberazione del proprio popolo significa quindi contrastare l'avversario che al momento determina il meccanismo d'oppressione e prepararsi -nella mentalità e materialmente- a non riproporre poi, a liberazione raggiunta, i vecchi meccanismi di subalternità, di iniquità sociale, di oppressione. Foss'anche subendoli. Perché di una cosa bisogna essere consapevoli, e cioé che i vincoli sovranazionali di dominio e di oppressione sono potenti, in quanto dislocano altrove, lontano, i propri centri decisionali. Il sistema-mondo dell'economia e della finanza esercita da tempo pesanti condizionamenti attraverso organismi sovranazionali (si chiamino Unione Europea, Apec o Nafta, o Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Organizzazione del Commercio Globale, ecc.). Il superamento degli Stati-nazione sta avvenendo in direzione -potremmo dire- di destra, ossia verso più grandi Stati-nazione, vere e proprie macroaggregazioni regionali gerarchizzate al loro interno, che -già lo si vede- non si discostano affatto dal mantenere in condizioni di marginalità e subalternità i popoli, riperpetuando su scala maggiore dinamiche di sfruttamento già note. Per i molti popoli oppressi la prospettiva deve maturare oltre lo sganciamento dai rispettivi Stati coloniali. Liberarsi dalla dipendenza coloniale per ricadere in quella neocoloniale di macroaggregazioni come l'Unione Europea ad es., sarebbe ben misera cosa. Il denaro è divenuto sempre più l'arma imperialistica in grado di condizionare scelte politiche, sociali e culturali. In una parola di imporre 'dal di fuori' scelte che annullano di fatto la sovranità nazionale e a ben vedere anche quella degli individui. Un meccanismo, quello neo capitalista, da conoscere bene nelle sue dinamiche per essere consapevoli di ciò che va fatto e costruito per poterlo affrontare. A ben vedere vi è un inevitabile raccordo della questione ecologica e sociale nel comune denominatore di quella nazionale se si vuole che il perseguimento della sovranità, dell'autodecisione collettiva sia complessivo ed effettivo.
Questione sociale. Per ragioni di tempo ci soffermiamo solo su un aspetto: il lavoro. Oggi si fa un gran parlare di disoccupazione e di promesse di nuovi posti. Senza capire se ciò sia possibile, come e a quali condizioni, con l'emergere di una disoccupazione di massa e strutturale, con una precarizzazione crescente di chi è occupato, con una frequente -se non costante- violazione dei diritti, delle modalità, delle condizioni, dell’orario e dell'essenza stessa del lavoro. Rimettere in discussione il modo capitalistico complessivo della concezione del lavoro significa attaccare in profondità uno degli assi portanti del sistema. Ogni agire nazionalitario, indipendentista deve riuscire a dare risposte concrete, autonome, autocentrate, ‘altre’, a questo problema, partendo dalla discussione collettiva del cosa fare, come e in vista di che cosa e dall'autorganizzazione dal basso delle realtà individuali e collettive di produzione.
Veicolare in direzioni e modi diversi le proprie energie e la propria creatività inciderebbe sulla qualità del proprio agire individuale -in termini di tempi liberati, di realizzazioni concrete, di felicità, di qualità- come parte di un processo di liberazione collettiva. Conquistare nella propria coscienza e nel proprio modo di vivere una mentalità di rifiuto della dipendenza, dell'assistenza, è già un primo passo -necessario- per l'indipendenza di un popolo. Non si tratta di una visione autarchica, isolazionista. Tutt'altro. È la convinzione che l'indipendenza sia il presupposto fondamentale per l'instaurarsi di relazioni eque e solidali tra i popoli, per il rispetto e la dignità del vivere comune. In questa terra nessun Piano di Rinascita, nessuno stanziamento pro meridione -tutto molto teorico, poco o nulla concreto- è mai stato e sarà mai risolutivo; nemmeno l'auspicio del costituirsi in Sardegna di una zona franca in cui le transnazionali possano scambiare merci senza imposte. Basta studiare e analizzare quel che sono le zone franche nel mondo per capire le dinamiche e i meccanismi, chi lucra e chi resta sfruttato. È a livello di base che va costruito un fronte sociale in grado di creare lavoro rispettoso delle esigenze ambientali e delle relazioni sociali. Un fronte sociale comprensivo delle varie realtà che subiscono gli effetti deleteri del sistema coloniale, ha tutte le carte in regola per essere il motore dell’emancipazione nazionalitaria e sociale.
Non è solo la valorizzazione di un'autonomia di produzione autonomamente gestita a creare i presupposti della sovranità di domani. Pensiamo alla forza che porta con sé una capacità critica di consumo. Tutti consumiamo, eppure, sinora, si è ben lontani dall'utilizzare il consumo come un'arma formidabile che sia ora di critica ora di consenso. Eppure è proprio attraverso la penetrazione delle merci che si dispiega ogni potere politico/economico. La dominazione politica è incorporata nelle merci di massa. Produzione e consumo, in un'ottica nazionalitaria ed indipendentista, vengono quindi necessariamente ad intrecciarsi come binomio del coinvolgimento e della presa di coscienza di ogni popolo oppresso. È una delle dimensioni di base delle sue capacità di resistenza e rappresenta la linfa vitale del suo germogliare futuro.
Né va sottovalutato il terreno della comunicazione con il potenziale pericoloso di una coscienza di tipo capitalista che travalica frontiere e si spande a macchia d'olio attraverso i media e i sempre più moderni sistemi tecnologici di comunicazione. Che è poi, a ben vedere, quello che forma gli individui. Il modo ed il contenuto del comunicare è il modo di vivere e di essere di un popolo. Per le realtà considerate marginali, minorizzate, il problema della lingua si pone con immediata evidenza. Negare l'esistenza di una lingua specifica, significa negare -lo sappiamo bene tutti- l'esistenza di un popolo. Per alcuni popoli il problema si pone quindi in termini di visibilità di una lingua oltre che di ciò che si comunica. Ma non è affatto detto che sia libero quel popolo che si esprime nella sua lingua. È una delle condizioni, senz'altro, ma non è detto, appunto. Nella realtà contemporanea, a livello mondiale, è in atto un tentativo di omologazione del pensiero, del modo di vivere, di consumare. L'identità è sempre meno culturale; sempre più omologata in una non-identità che invita a superare le appartenenze identitarie in nome di un'indistinta convivenza globale. Un'ideologia che spesso, a ben vedere, mal nasconde la ben diversa realtà cui aspira. Ossia un mondo di consumatori e di servi operosi. Che ogni lingua sia non solo un elemento di ricchezza dell'umanità tutta, ma un veicolo comunicativo di liberazione.

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