1970: REGGIO CONTRO LO STATO STRANIERO
Prima che vedessi con i miei stessi occhi, avevo immaginato la Rivolta di Reggio
come uno di quei fatti insignificanti che la stampa afferra e gonfia, per attrarre
lettori e inserzionisti pubblicitari. Il Sud era morto a ogni forma di risentimento.
Le offese che la patria italiana ci aveva inferto e ci infliggeva colavano lungo
le nostre facce di bronzo lasciandole completamente impassibili. Sempre servili,
sempre attenti a non deludere l'Italia, potevamo piegarci a qualunque soperchieria.
Chiusa la caotica parentesi postbellica, che ci aveva permesso qualche larghezza,
ad esempio le lotte contadine per la terra, una ribellione sudica contro il
venerato stato unitario era assolutamente inimmaginabile. Certo, a quel tempo
la contestazione giovanile attraversava tutto l'Occidente, scatenando dovunque
-oltre al resto- consistenti forme di iconoclastia statuale. Ma che in Calabria,
dove anche i mafiosi più spavaldi cercavano l'amicizia dei reali carabinieri,
qualcuno alzasse la mano contro lo stato, era una cosa che stravolgeva ogni
coordinata sociologica.
Dopo l'annessione sabauda, il paese napoletano e la Sicilia erano scomparsi
progressivamente come realtà, degradando, prima, a Questione meridionale
-qualcosa che stava tra lo storiografico e l'antropologico- approdando, poi,
a mera espressione geografica: territori popolati da uomini che assumevano rilevanza
demografica se e quando utili alla patria italiana. Caso eclatante, la guerra
all'Impero austriaco, che i fanti padani e le brigate alpine non se l'erano
sentita d'affrontare da soli. In tale circostanza i contadini meridionali erano
stati proclamati italiani a tutti gli effetti militari e invocati a difesa della
lontana, sconosciuta e oppressiva Valle Padana. Casi meno eclatanti, ma non
meno importanti: il ripianamento della bilancia estera italiana con lo spudorato
uso delle rimesse dei terroni emigranti, e l'impiego della corrispondente valuta
per convertire l'immane debito pubblico (padano) e per dotare di impianti moderni
la nascente industria (sempre gloriosamente padana); ciò nello stesso
momento in cui il Sud invocava spasmodicamente lavoro (in sostanza nuovi investimenti).
In verità, l'opera di assoggettamento del Sud era stata condotta con
spregiudicata eleganza; quasi senza lasciare tracce. Intonando patriottici inni,
facendo squillare vibranti ottoni, sventolando tricolori, labari, gagliardetti
e medaglieri, producendo una legislazione apparentemente appoggiata su una sola
gamba, ma in effetti articolata su due, come la gru di Chichibio, l'Italia aveva
piegato il Sud alle sue necessità di aspirante potenza militare ed economica.
Ovviamente la soggezione presupponeva la negazione dell'identità storica
meridionale. Ma la cosa funzionava soltanto con le classi istruite, che sin
dalla prima elementare -anzi sin dall'asilo- potevano essere rieducate al disprezzo
della propria terra e all'esaltazione dell'ethos venale e del verbiloquente
epos guerresco dei toscopadani. Non aveva invece senso presso i contadini e
il proletariato urbano. Volendo riparare, italianamente e pretescamente si escogitò
un darwinismo terronico, contemplante l'inferiorità razziale dell'homo
sudico, non sempre erectus, meno che mai sapiens, immancabilmente deficitario
di scatola cranica e di materia grigia, di pubblica e privata moralità
(su detta linea c'è ancora tanti, per esempio l'americano Putnam e persino
il sudico Arlacchi, presidente, o quasi, dell'ONU).
Arretratezza storica, malgoverno borbonico, crocianesimo, lombrosismo contribuirono
a comporre l'alibi vincente con cui la nazione una poté ribaltare le
responsabilità del colonialismo interno addossandole tutte sugli stessi
meridionali, quelli vivi e quelli morti.
Certo, anche il Sud era Italia, una parte della patria, ma solo come Questione
meridionale. Per il suo bene supremo, era necessario che si emendasse, che si
riscattasse dalle sue storiche ed etnografiche colpe, ovviamente, servilmente
imitando l'Italia restante. Commossi, straziati, i meridionalisti avevano condotto
defatiganti inchieste, le quali avevano stabilito che tutto il Sud era uno sfasciume
pendulo fra due mari. Senza, però, ricordare né a sé né
agli altri che lo sfasciato sfasciume manteneva il paese e pagava, con le sue
esportazioni agricole, il debito estero padano.
Pur assolvendo a tale nazionale e patriottico ruolo, i contadini sudici rimanevano
poveri. Essendo poveri erano anche denutriti. Bisognava quindi che italianamente
mangiassero qualche pagnotta di più. Per farlo, erano necessari dei soldi.
Ma i soldi non c'erano. A qualcuno venne anche in testa che i soldi non c'erano,
perché se li pappava lo stato, cioè il Nord. Ma evidentemente
non era una cosa seria, degna dell'Italia una (neanche Arlacchi l'avrebbe ben
giudicata). Inoltre i contadini erano analfabeti. Lo erano perché non
andavano a scuola. Ma non andavano a scuola perché le scuole non c'erano.
E se le scuole non c'erano, la colpa era tutta dei borboni, che non avevano
provveduto ad elevare il popolo.
Dopo tanto ben architettato trattamento, alla data del 1970, il Sud era ridotto
a meno di un morto che parla. In effetti non parlava. Era ammutolito, esterrefatto,
inebetito, non possedeva più le idee e le risorse per comunicare umanamente
con il mondo. Di esso si sapeva soltanto quel che raccontava Amleto: che c'era
del marcio in Danimarca. Un cratere che vomitava clientelismo, malaffare politico
e malavita organizzata.
La discriminazione nazionale era stata introiettata e aveva messo radici. Il
Sud era alla vergogna di sé, alla prostrazione economica e politica.
Svisato del passato e del presente, negato a se stesso, aveva sopportato tutto:
offese, spoliazioni, sopraffazioni d'ogni genere. Sempre applaudendo i proconsoli
di turno; ieri Ferdinando Nunziante e Giovanni Nicotera, all'atto, il colto
Misasi e l'intraprendente Mancini. Ciò spiega la sorpresa dell'opinione
pubblica nazionale per la Rivolta di Reggio -benché preceduta dal moto
di Battipaglia- e contemporaneamente la finta indignazione dei giornali.
Battipaglia e Reggio sono due casi esemplari di città che fino agli anni
Cinquanta avevano in qualche modo resistito all'oltraggio italiano e al regresso
meridionale, giungendo alla resa dei conti con il colonialismo interno e l'ilotismo
nazionale solo dopo il miracolo economico italiano.
Della Rivolta di Reggio la stampa neosabauda e la televisione governativa furono
forse la causa scatenante, comunque delle protagoniste facinorose. Infatti,
alla rivendicazione sicuramente legittima del capoluogo regionale, che alla
città reggina veniva scippato attraverso una delle congiure di cui è
costellata, in Italia, la vicenda politica postbellica, con la faziosità
in alto richiesta, esse appiccicarono l'etichetta della gretta rivendicazione
municipalistica, il pennacchio.
Sarebbe stato divertente leggere cosa avrebbero scritto codesti liberi operatori
della penna se Modena avesse rapito la secchia di prima città emiliana,
e Bologna fosse insorta. Transeat. Il giornalismo farcito al gusto di anticamera
di Palazzo romano è consentito solo quando è di scena il Sud.
La politica cosiddetta di corridoio -in effetti le congiure di palazzo- sono
state (e sono ancora) un tratto tipico, caratteriale, dei cosiddetti partiti
costituzionali. Si autodefinirono in tal modo gli ex Comitati di Liberazione
Nazionale (CLN), poiché toccò ai loro massimi leader dettare,
in sede d'Assemblea Costituente, la legge primaria; una costituzione indubbiamente
moderna e civile, ma altrettanto sicuramente velleitaria e impotente di fronte
alla realtà sociale italiana, organizzata e diretta da un sistema capitalistico
parassitario, intrallazzista e geograficamente minoritario. Ovviamente al Sud
fu consentito di partecipare solo di nome -e mai di fatto- alla riorganizzazione
postbellica, sia a quella costituzionale sia a quella materiale. I suoi interessi
non erano in linea -insignificanti, stranieri, retrivi, qualunquisti, anzi beduini-
con gli interessi emergenti, con le progressive sorti del capitalismo padano
e gli allori della Confindustria.
Pur non costituendo niente, il Sud ebbe egualmente i suoi partiti costituzionali,
anzi le loro filiali suburbane e sudiche: in pratica gli stessi comitati massonici
e papalini dell'epoca notabiliare prefascista, che, l'8 settembre 1943, gli
angloamericani avevano restaurati in trono. I quali, forti del vuoto politico
creato dalla fellonia del re Savoia -e dovendo essi avvolgerla di nuovi allori
e legittimare lo stato quale patria istituzione- ebbero mano libera per reimpiantare
nel paese meridionale il malaffare con cui il sistema padano teneva aggiogato
il paese sudico durante l'età giolittiana e le precedenti, sicuramente
non meno gloriose e meritevoli. Dovettero, però, prima legittimare se
stessi, e per far questo si impancarono a CLN (il quale era composto dai partiti
democristiano, socialista, comunista, liberale, d'azione, del lavoro), praticamente
a governo del paese meridionale. Ovviamente la lotta di liberazione, i loro
leader, se l'erano fatta a casa, o magari al mare, e ciò per il semplice
motivo che i fascisti erano stati tolti di mezzo dagli angloamericani, i quali
ci avevano liberati prima che ci dessimo da fare per liberarci da noi.
Eccezion fatta relativamente a singole persone e determinati luoghi, sin dal
principio il legame tra i partiti del CLN e le popolazioni meridionali ebbe
un carattere deteriore: sostanzialmente clientelare, nei casi migliori paternalistico.
In prosieguo, capito che il vento spirava dal Nord, i suddetti impararono il
vangelo resistenziale e lo predicarono ai paesani, continuando ad operare impunemente
da ladroni pubblici, come al glorioso tempo del glorioso Giolitti.
Solo il PCI ebbe un'origine popolare (e naturale), quale espressione delle masse
contadine scese in campo contro i proprietari. Ma il legame ebbe presto una
poco gloriosa fine. Infatti avendo anch'esso optato per la Ricostruzione solo
del Nord, non ebbe altro modo per beccarsi i voti dei cafoni che continuare
a vaneggiare di spartizione di latifondi e di continuare a maneggiare, con un
ardore degno di miglior causa, l'archeologia economica. Ma ai contadini non
ci volle molto per capire l'antifona. A quel punto preferirono la nuova America
e presero i treni che Valletta spediva da Torino. Ovviamente pagandosi il biglietto
di tasca loro. Resta solo il dubbio se il PCI non abbia saputo o non abbia voluto
-poco marxisticamente- capire che il generale processo di modernizzazione in
Europa aveva archiviato per sempre Caio e Tiberio Gracco, nonché la millenaria
lotta per la proprietà contadina, ponendo in primo piano la lotta contro
il sottosviluppo.
La Rivolta scoppiò in questo clima di generale estraneazione nordista,
con una borghesia che si sentiva nazionale se e quando riceveva i resti dell'italico
banchetto e con il proletariato che s'era fatto finalmente nazionale dormendo
nelle soffitte di Torino e ungendo di sudore e d'amare lacrime le catene produttive
del trionfante Valletta. Alla popolazione di Reggio, che si poneva apertamente
contro l'assetto nazionale, i giornali e la TV, dominati funzionalmente e idealmente
dai partiti ex CLN, dedicarono malcelati giudizi di primitività, di faziosità,
di becerismo.
Sull'evento esiste un consistente numero di libri (da ultimo, Francesco Scarpino,
La rivolta di Reggio Calabria tra cronaca e mass-media). Non ho argomenti per
aggiungerne un altro. Vorrei solo notare qualcosa che mi pare generalmente sfuggita:
per la prima volta, in tutti gli ottant'anni della sua storia, la sinistra italiana
si pose a fianco della repressione governativa e poliziesca e contro il popolo.
Ove occorresse, si tratta di un'ulteriore riprova che, dopo venticinque anni
di democrazia, il proletariato meridionale stava nel cuore della sinistra nazionale
soltanto per i voti che poteva dare.
Il sentimento (o meglio, la sua mancanza) venne in luce proprio in tale circostanza
e ad opera delle frange (non storiche) della stessa sinistra italiana.
Nel 1970 si era ben lontani dal tetro conformismo attuale, dal plumbeo panorama
ideale che esclude ogni forma di critica al sistema imperante, attruppa le idee
nella tomistica del capitale, dio e taumaturgo, e piega gli intellettuali a
inchinarsi al trono (anche se di cartapesta), chiunque vi sieda: Berlusconi,
Agnelli, Veltroni. Fuori del Sud, la contestazione traboccava persino dentro
i compatti, impermeabili territori della sinistra comunista e sindacale.
Quando gli inviati della stampa di ultrasinistra raggiunsero la provincia marginalizzata
del profondo Sud (era questa l'ultima invenzione linguistica che ci toccava
subire dagli italiani civili) per cercare di capire come mai il proletariato
reggino si facesse strumentalizzare dai boia chi molla, non trovarono sul campo
altra spiegazione, se non quella delle cause remote: i moventi di ordine occupazionale
di cui parlavano i Quaderni calabresi, una pubblicazione fuori del giro della
dorata intellighenzia capitolina, ambrosiana e taurina; i quali Quaderni appartenevano,
però, più all'extraitalianità che all'extraparlamentarità.
Infatti contestavano proprio alla sinistra nazionale, quella parlamentare e
quella non, d'avere un DNA nordista; d'essere appiattita e ligia alla più
volgare ipocrisia votocratica; di arrogarsi il diritto di parlare in nome del
popolo meridionale per confonderlo e sfigurare la rappresentazione dei suoi
veri interessi (di classe).
In un'epoca in cui Gramsci era ancora in auge e il proletariato era inteso come
classe nazionale, i Quaderni calabresi non si erano peritati d'affermare che
nell'ambito della classe nazionale si dava -oggi come al tempo di Gramsci- peso
zero ai proletari meridionali e si usava la forza che essi esprimevano sulla
bilancia dei rapporti sociali nell'Italia restante. La stessa visione gramsciana
di un Sud prettamente contadino era viziata da una debole conoscenza del paese
meridionale e costituiva un regalo ideologico al capitalismo padano. In termini
non metaforici dicevano che, sul tema della strutturale inoccupazione meridionale,
i partiti di sinistra e i sindacati ipocritamente facevano solo parole, e le
facevano per acchiappare voti. Aggiungevano che un popolo costretto a non produrre
(dalla dominazione coloniale padana) non doveva rassegnarsi a essere guidato
dall'esterno, da forze sostanzialmente nordiste.
In verità i Quaderni non erano stati i primi a sostenere che la disoccupazione
meridionale era a tutti gli effetti popolazione in più, sovrappopolazione;
né erano gli unici ad affermare che l'acclamato e reclamizzato miracolo
economico italiano era tutt'altro che un fatto nazionale, ma solo regionale,
circoscritto a poche regioni, al Triangolo industriale Genova-Torino-Milano;
né erano i soli a dire che tutto quel che aveva innalzato il Triangolo
in cent'anni, e stava ancora innalzandolo sulle altre regioni, veniva pagato
in contanti dal Sud. Però si ritrovavano isolati e malvisti quando ponevano
un'alternativa: o (uno) l'uscita della sinistra nazionale dal terreno sindacale
e retributivo, per portare lo scontro su un terreno veramente meridionalista,
per la classe l'unico veramente nazionale e internazionalista; o (due) la permanenza
sul terreno riformista anche del proletariato meridionale, ma con un proprio
partito politico.
La polemica salveminiana di sessant'anni prima contro il riformismo di Turati
e dei socialisti padani, sulla quale erano attestate (peraltro solo a parole)
le formazioni storiche di sinistra, risultava sottodimensionata rispetto alla
consistenza reale del rapporto Sud/Nord. Questo non andava visto come il prodotto
dell'imperialismo straccione italiano, ma come un caso inedito di accumulazione
primitiva che si prolungava da oltre un secolo ricevendo la benedizione della
sinistra, tanto prima del fascismo, quando era diretta dal riformista Turati,
quanto dopo, sotto la direzione del leninista Togliatti. Bisognava risalire
necessariamente alla formazione dello stato nazionale italiano per trovare non
solo l'origine del sottosviluppo meridionale, ma anche la causa che lo riproduceva
a ogni passaggio della storia. Difatti la questione meridionale si spiegava
soltanto con il modo singolare con cui l'Italia s'era avviata al capitalismo.
Al momento dell'annessione al Nord, gli esponenti politici e militari del Sud,
corrotti con il danaro e le promesse, resi ciechi -i residenti- dalla paura
dei contadini, i fuoriusciti dalla voglia di rivalsa, cedettero il paese con
le mani legate all'ingordigia e all'arroganza di Cavour, che raddoppiavano a
ogni fortunato regalo della storia. Forte di tanti gratuiti e insperati successi,
il mellifluo/tracotante Ministro ottenne il diritto-potere di lucrare sullo
stato a favore di alcuni suoi compari di briscola. Si trattava di un gruppetto
di concussori e malversatori di estrazione genovese, ai quali le circostanze
dettero il destro di mettere le mani nel piatto. Però il carattere parlamentare
del governo sabaudo (possiamo dire) li costrinse ad allargare la base dei loro
intrallazzi. Dalle successive relazioni malavitose scaturì (o se più
vi piace, fiorì) il gruppo affaristico che, nonostante gli eventi secolari
e la mobilità degli individui, tuttora dirige l'Italia. Questi eupatridi,
che fiutavano la preda come un levriero dal pedigree perfetto, s'accorsero subito
(o forse lo sapevano da prima) che in seguito all'annessione delle Due Sicilie,
la vera greppia era l'uso spregiudicato (potremmo anche dire il saccheggio,
senza travisare niente) dei napoletani, dei siciliani e dei territori su cui
erano insediati storicamente.
Arma dell'azione: il fisco. Anzi l'erario, che contempla oltre alle entrate,
anche le uscite. Difatti, il punto in questione sono proprio queste. Se tutta
la borghesia italiana avesse potuto approfittare della generosità statale
-come sempre accade negli stati a carattere borghese- il profitto non sarebbe
stato grande, in quanto le sostanze statali erano alquanto scarse. Così
(con buona pace per Tommasi di Lampedusa e per il suo Gattopardo), gli eupatridi
decisero di escludere i borghesi napoletani e i borghesi siculi dal bottino.
Cosa che, avendo essi la sciabola in mano, non fu difficile.
Da allora la guida effettiva dello stato (i vari Crispi, Moro, Colombo, sono
solo dei direttori generali che eseguono decisioni d'un superiore consiglio
d'amministrazione e non possono firmare assegni se le cifre sono grosse) appartenne
esclusivamente alla borghesia tosco-padana. La quale usò e usa spregiudicatamente
il potere, in funzione dei suoi profitti. Alla borghesia meridionale furono
assegnati i resti del banchetto -quelli che di solito vanno alla gatta di casa-
e il ruolo ascaro e servile di mediatore con il popolo sudico degli interessi
nordisti; in sostanza una posizione ancillare. Nei fatti essa poté esplicarsi
come classe promotrice della produzione capitalistica soltanto in quei settori
che non toccavano gli interessi della consorella settentrionale.
È superfluo aggiungere che in un paese a economia e legislazione capitalistica,
se la borghesia è limitata, anzi impotente, si arriva presto all'improduzione,
al sottosviluppo, alla disoccupazione generale, alla sovrappopolazione. Proprio
all'avvio degli anni Settanta, Paolo Cinanni (Emigrazione e imperialismo) spiegava,
sulla scia di Marx, che le masse disoccupate meridionali si configuravano come
un esercito industriale di riserva a favore di altre realtà sociali;
una cosa peraltro storicamente sperimentata tra il 1880 e il 1914, quando i
cafoni erano andati a stendere rotaie sul continente americano, e replicatasi
nel corso del ventennio postbellico, con i lavoratori del Sud chiamati a fare
da rincalzo dell'esercito operaio, nelle catene di montaggio tedesche e del
Triangolo industriale italiano.
Se la borghesia sudica era stata una serva fedele, arrivato finalmente, grazie
al miracolo economico (dei salari più bassi, fra i paesi industriali
europei), l'arrosto sulla tavola nazione una, anche la morale più gretta
avrebbe voluto che i commensali lasciassero alla gatta un po' di carne sull'osso.
Invece, la borghesia settentrionale restò sorda a ogni forma di civismo,
di gratitudine, e orba della lungimiranza che qualunque collettività
normale avrebbe avuto in simili condizioni. Tra Sud e Nord non ci doveva essere
uno spazio comune. Sempre tutto al Nord, secondo il migliore stile del redditiere.
Come abbiamo già notato, il carattere parassitario della borghesia padana
sta scritto a lettere cubitali nelle procedure intrallazzistiche che contrassegnarono
la sua assurzione a capitalismo nazionale. Un qualunque sistema capitalistico
non nasce con i soldi dell'industria (che ancora non c'è) ma con quelli
di altri settori. Marx chiamò questa fase accumulazione primitiva (originaria).
Quella compiuta dal capitalismo italiano appartiene a una tipologia unica nella
storia mondiale. Non è venuta dal capitale agrario, e neppure da quello
marittimo, o commerciale, o manifatturiero; è nata invece da quell'intrallazzo
statale e fiscale di cui si è accennato. Infatti la spregiudicatezza
di Cavour in materia di danaro pubblico divenne una specie di patrimonio immorale,
che passò quale bene ereditario prima alla Destra e poi alla Sinistra,
entrambe storiche (tali sicuramente in materia di malaffare). Demani svenduti;
concessioni di monopoli statali, in cui lo stato dava la concessione e anche
il capitale, pagando per sovrappiù gli interessi sul mutuo che esso aveva
concesso; ferrovie private pagate con i soldi dei contribuenti, le stesse in
appresso nazionalizzate e pagate ai privati, poi ri-regalate ai privati e alla
fine ri-nazionalizzate e pagate nuovamente; baroni che fondevano acciaio con
rottami di ferro ricchi solo di impurità; corazzate e incrociatori costati
sedici volte il loro effettivo valore; cartelle del Debito Pubblico acquistate
da istituti di credito inclini a falsificare i biglietti di banca e da finti
risparmiatori al prezzo di svendita di lire 23,00, e alla scadenza ripagate
dal Tesoro 100,00 lire-oro: queste cose -e purtroppo non solo queste, ma anche
la vergogna di una quadreria di generali e ammiragli non s'è mai ben
capito se più incompetenti che arroganti, o viceversa- fecero da humus
alla fioritura della nuova borghesia nazionale, quella che dette e dà
i quadri dell'industria e formò e forma gli indirizzi di governo.
A questo disastro morale originario e risorgimentale si aggiunse trenta anni
dopo il parassitismo industriale.
L'industria nazionale si avviò intorno al 1895, per mano di quelle famiglie
della nuova borghesia parassitaria che Cavour e i suoi epigoni avevano tenuto
a battesimo con l'acqua santa della corruttela e il sale sapientiae della speculazione
sul debito pubblico. Era gente che non somigliava in nulla al capitano d'industria
ambizioso di vincere costruendo, come lo immaginiamo leggendo i romanzi inglesi,
francesi e tedeschi. I nostri -piaccia o non piaccia, è storia patria-
avviavano industrie non per affermarsi nella competizione produttiva, ma per
prolungare la precedente speculazione erariale. E in verità ci riuscirono
ampiamente. Naturalmente il risultato produttivo fu così incongruo, meschinello,
inefficiente, rachitico, che le loro imprese private costarono ai contribuenti
e ai consumatori nazionali cifre iperboliche, perfino difficili da immaginare
(Emilio Sereni, Capitalismo e mercato nazionale; un'opera fondamentale sull'accumulazione
primitiva in Italia, dotata anche di un apparato bibliografico importante perché
i riferimenti più scottanti sono di regola ignorati dagli storiografi
accademici). Di certo c'è solo che il prezzo di tale immane e invereconda
inefficienza fu messo in conto all'agricoltura, specialmente a quella meridionale.
Al tempo dei cosiddetti fatti di Reggio, la tematica dell'industria parassitaria
era tutt'altro che nuova in Italia. Un filone del meridionalismo pre e post
fascista -non amato a destra e trangugiato malvolentieri a sinistra, tanto che
gli illustri compilatori di antologie meridionaliste, di regola, hanno preferito
ignorarlo- l'aveva avviata già prima della guerra del 1914-18 e l'aveva
ripresa dopo la caduta del fascismo. I pescicani, i padroni del vapore erano
stati infatti oggetto dell'informata denunzia di Ernesto Rossi, seguito da qualche
meno dignitoso e retto discepolo, che ha preferito farsi foraggiare dal nemico
e sterzare la mira sulla sola industria di Stato.
La nostrana tipologia di accumulazione primitiva -l'accumulazione parassitaria-
non compare nella vivace esemplificazione di Marx sul famoso XXIV capitolo del
primo libro de Il capitale, né in quella ancor più efficace che
costituisce la parte descrittiva del Manifesto del partito comunista. Senza
offendere il padre dell'analisi classista, che non avendo potuto conoscere i
padri del capitalismo italiano, pare avesse qualche apprezzamento per i pionieri
dell'industria, potremmo definirla accumulazione parassitaria secolare; che
poi rappresenta la più solida delle istituzioni nazionali.
Nonostante gli alti profitti provenienti dal doppio stadio di intrallazzo realizzato
(uno) mettendo le mani direttamente nel cassetto e (due) imponendo per oltre
mezzo secolo una politica protezionistica controproducente ai fini della stessa
crescita industriale ma grandemente profittevole per i padroni, il capitalismo
nazionale italiano non era penetrato tuttavia in alcune situazioni produttive.
Mi riferisco all'agricoltura di piantagione e alle produzioni mediterranee.
Un settore in cui la borghesia attiva del Sud mostrò d'essere ben più
moderna della consorella padana; così moderna ed efficiente da competere
sul libero mercato internazionale, senza la copertura di dazi e benefici; da
risultare, anzi, vincente nonostante l'inimicizia del suo stesso stato nazionale;
e così capace di sorgere e risorgere, che allo stato nemico ci vollero
ben cent'anni per abbatterla definitivamente. È questo il punto dove
il castello di bugie rivolto a sorreggere l'alibi padano, il falso storico dei
mali antichi di cui il Sud sarebbe afflitto, mostra la sua faccia sporca.
Come il volpino Cavour aveva intuito fin da giovane, l'abbassamento delle tariffe
doganali e la liberalizzazione degli scambi internazionali che, nel 1860, a
Italia non ancora ufficialmente nata, egli, divenuto primo ministro nazionale,
volle imporre, fece esplodere il potenziale di cui erano gravide le produzioni
del Sud: l'olio, il vino, gli agrumi.
Solo poche cifre. Secondo la stima di Correnti e Maestri, autori di una celebre
ricerca statistica che fu non solo la prima che si faceva in Italia, ma anche
l'ultima ispirata a onestà intellettuale, nel Regno borbonico venivano
prodotti circa 900mila quintali di olio, il 60% dell'intera produzione italiana.
L'esportazione annuale toccava mediamente i 450mila q.li, cioè la metà
del prodotto. In realtà il Sud italiano, parecchio più che la
Spagna, ebbe per l'intero secolo XIX un quasi-monopolio per la produzione di
olio, che esportava in Francia, Inghilterra, Germania, Austria, Russia, America
del Nord e del Sud, nonché nell'Italia restante. Oltre che un alimento,
l'olio veniva impiegato nelle lucerne, per l'illuminazione, come lubrificante
industriale e nella lavorazione dei filati di cotone.
Sotto la spinta della domanda internazionale e nazionale, nel 1909 la produzione
olearia meridionale aveva superato i due milioni di quintali. Con ben 588mila
q.li, la produzione calabrese aveva fatto un tal balzo in avanti da porsi al
secondo posto, subito dietro la Puglia, regione madre della produzione olearia
mondiale, che ne produceva 617mila q.li (Chino Valenti, L'agricoltura dal 1861
al 1911, in cinquant'anni di storia italiana). Diversamente da quello che la
gente immagina, l'ulivo non cresce e l'olio non si produce per grazia divina.
Certo la natura ama l'albero sacro a Minerva, e forse anche Dio lo ama, però
bisogna investirci dentro lavoro e danari. Dove gli uliveti assumono il carattere
della piantagione a filari squadrati, come nella Piana di Gioia e su tutta la
collina jonica e tirrenica, sicuramente molti soldi.
Quanti? Gli impianti calabresi che coprivano 84mila ettari, nel 1880, erano
passati a 151mila ettari nel 1951 (dati Istat, riportati da Ferdinando Milone,
L'Italia nell'economia delle sue regioni): 67mila ettari in settant'anni, quasi
1.000 ettari di nuove piantagioni l'anno.
Nei nostri uliveti ci sono risparmi di notevolissima consistenza, nonché
la fatica di dieci e più generazioni; c'è, soprattutto, uno stringere
la cinghia per decenni, perché una pianta d'ulivo impiega quindici o
vent'anni per arrivare a pieno frutto.
L'ulivo non dava molta occupazione ai contadini d'un tempo. Soltanto la raccolta
era l'occasione per un corale coinvolgimento di donne e di uomini, che durava
qualche mese ogni due anni.
Prima che arrivassero i moderni mezzi di aratura e di raccolta, la scadenza
dava lavoro a circa mezzo milione di persone, per un totale di un milione/un
milione e mezzo di giornate lavorative, nel biennio. Ed è completamente
sbagliato considerare un progresso il sopravvenire di macchine, perché
si tratta di lavoro nostro che si sposta in altre regioni, senza che ci sia
-come sarebbe naturale- un aumento della domanda in altro settore della produzione.
A ottenere cospicue entrate era invece il padronato, i cui maggiori esponenti,
in questa parte ultima della Calabria, vivevano signorilmente a Reggio.
Il Corso Garibaldi e il Lungomare, che nel 1939 erano considerati fra le più
belle e lussuose vie d'Italia, potevano dare l'idea di quanto quelle entrate
fossero consistenti. I palazzi che li fronteggiavano erano ricchi e belli. Non
solo, ma ricostruiti già una volta dopo il terremoto del 1783, il padronato
reggino li aveva dovuti ri-ricostruire per ben due volte, una dopo il terremoto
del 1908 e una seconda dopo i bombardamenti americani. I soldi per edificare
e riedificare tre volte la città in appena centocinquant'anni non arrivarono
da Napoli o da Roma, e neppure da Milano, ma vennero dall'olio e dagli agrumi.
Veniva dall'agricoltura anche la spesa vistosa della gente che trascorreva oziose
mattinate e indolenti pomeriggi dinanzi al Comunale, indossando fresche camicie
di lino e cravatte di seta pura. Perché l'agricoltura di Reggio, per
la sua produttività, era quasi un'industria. Anzi nel caso del bergamotto
era persino più produttiva dell'industria. Bisogna aggiungere che se,
attraverso il fisco e il drenaggio bancario, la quota più consistente
del surplus viaggiava verso i padani, la parte che i ricchi consumavano andava
per una quota consistente ai lavoratori della città (abbiamo qui una
buona esemplificazione del Tableau économique di Quesnay): ai muratori,
ai fabbri, ai falegnami, ai camerieri, agli addetti al commercio, a quell'esercito
di persone civili e dignitose nonostante la povertà, qual era il popolo
di Reggio intorno al 1936. Certo, a tutti i cronisti meridionali piacerebbe
poter scrivere che i signori elegantemente accomodati nella sala più
riservata del Caffè Pontorieri erano degli intraprendenti cavalieri d'industria,
invece che dei redditieri. Ma, a parte il fatto che nel bergamotto e nel gelsomino
costoro, come già annotato, erano dei veri industriali, l'organizzazione
dello Stato, scaturita dal processo risorgimentale, aveva tolto i capitali necessari
e lo spazio tecnico per scalare l'erta parete dell'industria.
Gli storici della destra sabauda e della sinistra sedicente gramsciana fanno
finta di non sapere che il fatto che ciascuno di loro fosse sufficientemente
ricco per costruirsi (o ricostruirsi) un lussuoso palazzo significava poco ai
fini imprenditoriali. Infatti non il ricco privato ma solo la volontà
bancaria trasforma il capitale in investimento (Joseph A. Schumpeter, Storia
dell'analisi economica). Ho fatto l'inciso perché la pigrizia spagnolesca
della borghesia meridionale è soltanto una favola. In effetti, la modernizzazione
produttiva era stata avviata in Calabria con piede più sicuro e più
europeità che negli altri ex-Stati regionali (basti pensare al setificio
di Villa San Giovanni); un passaggio che gli storici dell'economia identificano
con la fase della pre-industrializzazione, come dire la manifattura senza ancora
il motore e i combustibili fossili, cioè la prima fase del capitalismo,
allorché gran parte degli artigiani lavorava (non più su commissione
nella propria bottega, ma) in un opificio dove si produceva direttamente per
il mercato.
Dico di più. Al tempo di Ferdinando II, la Calabria Ultra era la parte
più industrializzata (nel senso di cui sopra) del Regno, dopo Napoli.
La quale Napoli, poi, era sicuramente l'area d'Italia dove la preindustrializzazione
era più avanzata e più integrata che altrove. E a detta del gruppo
di urbanisti giapponesi che ultimamente l'hanno studiata con serietà,
come è costume di quel popolo, l'area meglio preparata a un successivo
passo avanti in tutto il Mediterraneo, non esclusa Marsiglia.
Patriotticamente, italianamente, l'arretratezza sudica corrisponde a uno scippo
delle sue manifatture. La borghesia attiva del Sud era una cosa ben diversa
dalle classi baronali che Cavour prima, Giolitti in appresso, legarono a sé
per dividere e dominare il paese napoletano e la Sicilia. Cosicché i
massacri e parecchi fra gli stessi baroni non accettarono l'annichilimento italiano
e reagirono come poterono concentrando i loro interessi sull'agricoltura di
piantagione. La storia economica e sociale della Campania, Puglia, Sicilia,
Calabria, nell'infelice prima fase del saccheggio padano, ha del miracoloso.
Gli agricoltori fecero qualcosa di più che produrre. "Le esportazioni
meridionali salvarono l'Italia" (oggi diremmo hanno salvato l'Italia),
sottinteso dalla bancarotta internazionale, si esclamò in Senato al tempo
del (finto) pareggio del bilancio, nel 1876 (si badi, siamo al secondo salvataggio
in soli dodici anni).
I libri di storia patria non amano il Sud, meno che mai ammettono che la questione
meridionale l'hanno inventata proprio gli storici di parte sabauda, come alibi
dell'assassinio di un popolo che la stessa Italia proclamava italiano. E non
amano parlare della rivoluzione agricola che salvò l'Italia. Eppure l'imponenza
dello sforzo produttivo e la consistenza dei suoi risultati non sono un'opinione
generica, ma fatti. Al tempo dell'inchiesta agraria Jacini, che si svolse a
partire dal 1880, gli ettari destinati ad agrumeto erano nelle tre province
calabresi non più di 4mila. Nel 1970, il professor De Nardo rilevava
ben 24.800 ettari. La progressione, nel settantennio, è di 354 ettari
l'anno, che potrebbero sembrare persino pochi, ma trasformare una brughiera,
un arido pascolo, adatto solo alle capre, in un lussureggiante giardino di bergamotti
o di aranci costa parecchio. La spesa principale è l'irrigazione. Si
tratta d'un investimento capitalistico nel significato più completo.
Le canalizzazioni spesso sono lunghe chilometri. Captate a monte le acque di
una fiumara, esse le derivano verso i fondi posti a valle, non sempre vicini.
Altre volte l'acqua si ottiene mediante lo sbarramento delle falde subalvee,
in tal caso le opere murarie sono ancor più consistenti; in pratica debbono
essere sufficientemente profonde e sufficientemente alte da sollevare l'acqua
di una decina di metri, in modo che possa scivolare per caduta verso i quadri
a valle. Ancora maggiori sono i costi quando, in mancanza di opere consortili,
è il singolo proprietario che scava un pozzo. Difficilmente l'acqua che
esso dà è sufficiente a più di un fondo. In questo caso
i costi crescono perché è necessario addurre la corrente elettrica;
garbatamente la SME caricava l'intera spesa sul portafoglio del produttore privato,
anche se poi si appropriava della condotta elettrica, in base alla legge della
giungla.
Non minore era il costo delle opere di piantagione. Infatti un agrumeto non
si pianta col tempo e in tutta comodità, diluendo la spesa negli anni.
Esso è come una fabbrica: deve dare un prodotto commerciabile, una merce
uniforme per varietà e momento di maturazione. E ciò si ottiene
soltanto con un impianto coevo.
Ferdinando Milone, un grande e corretto maestro di geografia economica, scrive:
"Anche qui le piante di agrumi appaiono un po' dovunque, nei campi coltivati;
risalgono le pendici e i terrazzi dell'Aspromonte; si insinuano nelle valli
più apriche; proseguono lungo la costa jonica, dove la loro coltivazione
si fa di nuovo più intensa... tra Sant'Ilario e Caulonia... L'agrumicoltura,
e specie la coltivazione del bergamotto, ha trasformato il deserto in lussureggianti
giardini... (cosicché) dobbiamo pur riconoscere il grande sforzo compiuto
da questa gente e sfatare, se possibile, le accuse che a essa si facevano, scambiando
per infingardaggine l'inattività che, il più delle volte, derivava
dalla mancanza di capitali per l'adatto sfruttamento di una terra dal clima
dolcissimo, ma quanto mai avara. Alla rilevata trasformazione, infatti, hanno
contribuito in massima parte i capitali derivanti dall'emigrazione e il lavoro
assiduo".
Ora, chi investe danaro in proprio, o magari accende un mutuo al fine d'investire,
lo fa se e quando si rappresenta la prospettiva di un profitto. È facile
concludere, quindi, che, se a Reggio si era arrivati ad alti livelli di spesa
in impianti fissi, i profitti sicuramente non mancavano, anche se poi le patrie
statistiche ci dicono poco su tale argomento. C'è stato (e c'è
tuttora) uno strano atteggiamento intorno all'olio e agli agrumi: valevano moltissimo
quando si trattava di classificare i terreni a fini fiscali; era come se non
esistessero quando si trattava di glorificare la patria agricoltura. Negli scritti
ufficiali -principalmente le statistiche agrarie, ma anche gli scritti di storici
accademici, come quelli del tanto lodato (sarò pure fazioso, ma credo
lodato solo per i suoi ammanigliamenti bancari) Gino Luzzatto- si ricava il
sospetto che affermare, o appena ricordare, che per oltre quarant'anni il valore
delle produzioni meridionali fu di gran lunga superiore a quello dell'agricoltura
settentrionale sembra un delitto di lesa maestà. Il citato Luzzatto,
in un libro che fa testo in materia di storia economica dell'Italia unita, si
sofferma sull'esportazione d'olio una sola volta, dedicando alla cosa un solo
rigo, mentre la parte dedicata alla seta padana deborda da tutte le parti, zampilla
a ogni parola. Peraltro l'Illustre non perde il suo tempo per informare che
dopo la caduta del prezzo da 10 lire a 2,50 (a causa dell'arrivo in Europa della
seta giapponese) il settore era ormai finito; che la gloria economica del Piemonte
e del Lombardo-Veneto non contribuiva granché alla bilancia commerciale,
sicuramente non nella misura intravista dall'occhio avido dell'indebitato Cavour.
L'avversione a ricordare le esportazioni meridionali ha portato alla pratica
scomparsa delle statistiche sull'olio. Oggi possiamo facilmente sapere, per
esempio, quanti asini circolavano in Calabria nell'anno 1876 e quanti chili
di seta si filavano a Como nel luglio del 1877. Ma a trovare una serie storica
sull'olio, il vino e gli agrumi, ci vuole uno Sherlock Holmes in servizio attivo.
Fra tante glorie nordiste e tante omissioni sudiche, sappiamo comunque che tra
il 1905 e il 1958, le superfici irrigue, in Calabria, passarono da 48mila ettari
a 91.247 ettari. In cinquantatré anni sono stati riportati a coltura
irrigua 43mila ettari, per una spesa che si può calcolare intorno ai
quattro/cinquemila miliardi. Logicamente sborsati dai calabresi.
Più espliciti sono gli agronomi, e non solo quelli che avevano cattedra
all'università di Portici. In effetti, l'idea di un'agricoltura calabrese
sconfitta e impotente non apparteneva a chi giudicava da competente, ma soltanto
al giornalismo prezzolato dagli industriali milanesi e in appresso al cinema
fintamente realistico. Basti ricordare l'informato saggio di De Marco posto
in appendice al volume su Calabria e Lucania dell'Inchiesta Jacini (volume fortemente
sgradito al riscrittore, prof. Nicola Caracciolo, non so se piemontese di nascita,
sicuramente sabaudo per atti di pensiero). De Marco attribuisce agli aranceti
e ai limoneti un valore della produzione di quasi 900 lire (del 1880) l'ettaro
e al bergamotto un valore di 1.800 l'ettaro, tre volte le 600 lire della granicoltura
lombarda. Credo il valore più alto in Europa.
Forse anche nei bergamotti c'era la mano di Dio, ma i bergamotteti li piantano
comunque gli uomini, che nel caso non erano lombardi e non erano andati a scuola
dal professor Luzzatto.
I libri degli agronomi suggeriscono l'idea di un'agricoltura reggina meno povera
di quel che ci vogliono far credere, e tuttavia pur sempre un'economia subalterna,
in cui la spinta e la controspinta produzione-investimento funzionava nell'ambito
di un solo settore. Che, comunque, almeno Reggio fosse meno povera di quel che
si ama sostenere a proposito del Sud lo dimostra una precisa circostanza. Negli
anni Trenta, allorché il bergamotto e le arance tiravano a tutto vapore
-e gli agrumi rappresentavano la prima posta della bilancia commerciale italiana
con l'estero- su sette banche nazionali presenti in Calabria, sette avevano
la loro filiale a Reggio e due soltanto avevano aperto un'agenzia fuori Reggio.
A quel tempo non era un mistero che detti istituti erano scesi da Milano e da
Roma -inseguendosi l'un l'altro e gareggiavano fra loro onde accaparrarsi una
buona posizione sul Corso Garibaldi- per incettare i cospicui incassi degli
agricoltori, che in parte rimettevano al Nord e in parte lavoravano sulla stessa
piazza di Reggio.
La funzione negativa di una banca forestiera operante su una nostra piazza non
sta tanto nel fatto che funziona da pompa per drenare altrove il nostro risparmio,
quanto nell'altro che non compie operazioni rischiose, quali sono quelle industriali.
In pratica finanzia il commercio. Ed è proprio attraverso il commercio
che passa e si rafforza la subalternità coloniale, in quanto il commercio
(oggi detto distribuzione: gli alimentari, i tessuti, l'edilizia, il legno,
ecc.) si approvvigiona presso gli industriali. In sostanza, con il risparmio
locale le banche hanno sempre prefinanziato lo sbocco meridionale dell'industria
padana.
Solo il Banco di Napoli, che nei decenni precedenti il fascismo aveva convogliato
quasi tutto il risparmio in valuta degli emigrati italiani (prima della guerra
del 1915-18 la cifra ufficiale era di 25 miliardi dell'epoca, pari a 123mila
miliardi in lire attuali), effettuava, attraverso la sezione speciale del credito
agrario, operazioni a lungo termine. L'importanza e la proficuità (per
l'istituto napoletano; il costo, se si guarda da parte di chi pagava pesanti
interessi e subiva troppo facili esecuzioni immobiliari) di tale attività
è comprovata dal palazzo che sorge all'angolo tra la Prefettura e la
Provincia, al centro del centro di Reggio; un edificio imponente per essere
solo la filiale di una banca, e che gareggia in grandezza con la sede barese
e con la stessa direzione centrale, a Napoli.
Prima della guerra, dunque, Reggio non era povera quanto Catanzaro o Campobasso.
Anche se non prosperava, almeno campava. La sua agricoltura era fra le più
moderne d'Italia, e la danarosità della classe padronale teneva in vita
un consistente artigianato urbano di servizio al palazzo. Certo il settore industriale
era poca cosa. Se la memoria non mi tradisce, esso non andava oltre il molino
Costantino; praticamente zero, se consideriamo i bisogni occupazionali di una
città che contava 200mila abitanti. Anche i servizi culturali, che la
benevolenza sabauda le riservava, erano bloccati a livello delle scuole medie
superiori, mentre quello stesso Stato -al Sud tanto micragnoso- faceva lo scjalone
tra l'Emilia e la Toscana, dove aveva insediato ben sette università
-cinque più del necessario e dell'equo (Siena, Pisa, Modena, Ferrara
e Parma, oltre a Bologna e Firenze), in quanto rivolte al servizio di cittadine
di modesta popolazione. Ciascuna di esse, infatti, non arriva a un quarto della
popolazione reggina e tutte assieme ne facevano appena il totale.
La crisi reggina va connessa con la crescita demografica che si verifica negli
anni a cavallo tra guerra e dopoguerra. Le nuove generazioni non trovano una
sistemazione, in quanto proprio nel dopoguerra il Sud perde la battaglia che
passa sotto il nome di Ricostruzione Nazionale, ma che tale nome non merita
(e neppure le lettere maiuscole) trattandosi della ferma scelta da parte del
CLN -quasi una congiura- di concentrare tutte le risorse nazionali e l'apporto
degli aiuti americani sullo sviluppo del solito Triangolo padano, come chiedevano
Valletta (FIAT) e altri ceffi di pari statura. A contrappeso e come palliativo
si procede all'istituzione della Cassa per il Mezzogiorno. Si proclama che il
Sud ha bisogno di infrastrutture (parola allora nuova per dire le strade e gli
acquedotti, quelli che né la Destra Storica, né Sinistra egualmente
Storica, né il Ministro della malavita, Giovanni Giolitti, e neppure
Benito Mussolini, Duce vittorioso e Fondatore dell'Impero, s'erano degnati di
fare, né sono venute dopo, nonostante la Cassa, ancorché Bossi
e compagnoni padani piangano calde lacrime su una fattura che non è stata
mai pagata dai soli paludosi (padani). Il nuovo ente è sotto il comando
strategico di politici dotati di grande talento geografico, i quali s'impegnano
a ridisegnare l'aspetto del paese meridionale secondo le misure del loro sarto
di famiglia. Tanto per fare un esempio Napoli, la vecchia capitale del Regno
meridionale, italianamente degradata a capoluogo di provincia, si comincia a
trasferirla ad Avellino. Così anche Reggio. La quale è città
fastidiosa in quanto elegge un senatore e un deputato fascisti. Non avendo provveduto
un terremoto, la briga di accorciarla se la prendono i nostri. In effetti il
municipalismo cosentino incide in modo tutt'altro che lieve sulla geografia
economica, sociale e umana della vecchia Calabria. La consistenza urbana e il
peso politico di Cosenza crescono visibilmente, sospinti dalla mano adunca del
notabilato politico clientelista e dall'abile unilateralità politica
della Cassa di Risparmio di Calabria (il figlio del capo era asceso a deputato
con i voti cosentini e a sottosegretario italiano di stato con la benedizione
di frate Colombo). Sebbene strategata dal meno che mediocre Ernesto Pucci, Catanzaro
riesce ad arraffare il peculio che di solito va a chi regge il sacco. Reggio
paga il fio d'essere incostituzionale, di dare voti ai fascisti, anzi di non
darli agli ex CLN, e lentamente decàde. Il diffondersi della coltura
e dell'industria del gelsomino, i successi del Caffè Mauro non riescono
a nascondere l'involuzione.
Decàde, ma non protesta. Il ceto politico che la dirige è perdente
a livello romano e cosentino. Il senatore Barbaro poteva ben essere un galantuomo,
e anche devoto alla sua città, ma non aveva entrature a Roma, tanto sulla
destra quanto sulla sinistra del Tevere.
Al tempo della Rivolta operavano in Calabria 37 istituti di credito, con 215
sportelli, i quali totalizzavano una raccolta di risparmio vicina ai 500 miliardi.
Reggio, benché alla guida della provincia con il minor numero di comuni
e di abitanti, era ancora in testa, sia sul lato dei depositi sia sul lato degli
impieghi (cfr. Unione Regionale delle Camere di Commercio I.A.A., Relazione
sulla situazione economica della Calabria nel 1970, a cura di Vincenzo De Nardo).
Ma si trattava, evidentemente, dell'ultima resistenza. Alcuni successi imprenditoriali,
del tipo armatore Matacena, allignavano nel vuoto.
Come è ampiamente noto, a partire dai primi anni Cinquanta e poi per
tutto il ventennio successivo, l'assetto sociale europeo viene squassato da
un sommovimento di portata epocale. L'innesco è di carattere tecnologico
e produttivo. L'Italia (dizione generica ed equivoca) segue lo slancio dei tre
forti paesi che la precedono: Inghilterra, Francia e Germania. Al contrario
il Sud, mancando uno stato suo, si avvia in caduta libera verso il precipizio.
La sua precedente posizione di periferia del Settentrione si converte in estraneazione.
Il blocco cavourrista e padano del suo sviluppo diventa in tale passaggio sottosviluppo;
un fenomeno non economico ma politico, superabile soltanto per via politica
(forse è più onesto e corretto dire: militare).
A monte della nuova situazione stanno due fenomeni contrapposti e simmetrici:
la caduta dei prezzi relativi per le produzioni mediterranee e l'aumento dei
salari agricoli. Non v'è dubbio che il dissesto dell'agricoltura meridionale
sia stato consapevolmente accettato quale offa nazionale della crescita industriale
nordista. L'operazione viene condotta dai governi nazionali con un'aggressività
barbarica a tutti evidente. Il Sud viene trattato come un nemico da annientare.
La buffonata dell'uguaglianza legale, istituzionale ed elettorale non può
e non deve ingannare nessuno.
Nonostante sia ferma ogni forma d'investimento e l'occupazione agricola e manifatturiera
cada, il livello dei salari sale. La diaspora della manodopera contadina e artigianale
verso l'industria padana spopola le campagne e appiattisce la domanda di lavoro.
Contemporaneamente (o forse anticipatamente, come sostengono Ferrari-Bravo e
Serafini, Stato e sottosviluppo) i cantieri aperti dalla Cassa incettano i non
molti rimasti. A partire da questa svolta, i contadini superstiti non sono più
costretti a scappellarsi profondamente per ottenere un'affittanza. Anche l'iniqua
gara fra braccianti per una giornata di zappa finisce per sempre. In una situazione
di libertà economica ciò dovrebbe essere segnato come un grande
progresso sociale. Ma, in effetti, il progresso non c'è. A trarne vantaggio
sono soltanto gli industriali e i padroni di casa padani. Infatti i primi si
trovano di fronte a una curva salariale che non cresce in misura diretta con
la loro domanda di manodopera, i secondi decuplicano la rendita di posizione.
Invece gli agrumi -l'ultima ricchezza residua- diventano una bolla d'aria. Buona
parte delle province siciliane e la provincia reggina vedono andare in malora
l'unico loro capitale, i dimenticati slanci (ovviamente in rapporto alle sue
forze) della borghesia sudica per crearsi basi nuove di profitto attraverso
la piccola -o è più esatto dire, l'atomistica- impresa industriale.
Ciò era già avvenuto negli anni dell'immediato dopoguerra, sotto
la spinta dei buoni affari realizzati con il mercato nero. Si ripete tra la
fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, adesso sull'eco del successo
padano. Ma, se la crescita della ricchezza nazionale ha elevato le possibilità
di spesa dei consumatori, il mercato meridionale è già da tempo
una colonia dell'industria padana. Senza una disciplina politica del mercato
-come a quel tempo auspica, solitario, il reggino Demetrio Di Stefano (Il Risorgimento
e la questione meridionale) nella cui parabola politica e umana è descritta
la sofferenza del vero rivoluzionario meridionale- la spinta in avanti si risolve
in un cimitero d'industrie. E il riferimento funebre non va alla Liquichimica
di Saline e a tutto l'intrallazzo nordista degli anni Sessanta; va invece alle
croci piantate su piccole iniziative locali, fallite al primo incontro con il
mercato nazionale. Patrimoni e speranze private vengono distrutti -cosa che
è il meno- ma quei facili fallimenti ingenerano un clima diffuso di scoraggiamento
che, sommandosi all'annientamento agricolo, fanno tabula rasa d'ogni spirito
d'impresa.
Uno stato che non fosse il nostro storico nemico avrebbe tentato almeno d'impedire
tanta distruzione. Nello stesso tempo, la schiavitù degli agricoltori
verso il monopolio chimico (concimi Montecatini) e verso il monopolio elettrico
(Bastogi) si estende alla FIAT. Ancora una volta mediano le uguali leggi statali.
Altro che rottamazione delle auto. Il ministero dell'agricoltura assume dipendenti
e li dissemina per le campagne perché spieghino agli agricoltori che
la meccanizzazione dell'agricoltura può tamponare la crescita dei salari.
Intanto, o lo stesso ministero o quello degli esteri manovra e briga a Bruxelles
per non estendere il protezionismo agricolo comunitario alle produzioni mediterranee.
Agnelli deve ben vendere le sue macchine in Spagna. Gli agricoltori vengono
presi al laccio con l'esca delle comode rate, spavaldamente fornita dai Consorzi
agrari. Ovviamente si trattava di una spesa governativa a esclusivo favore delle
industrie meccaniche produttrici di attrezzature e macchine agricole, che abilmente
viene fatta passare per un aiuto all'agricoltura meridionale. In tal modo il
monopolio ottiene ciò che gli serve e il capitale finanziario nascosto
nei Consorzi (padani) può confiscare con largo anticipo le future, presunte
entrate degli ex padroni dei terroni emigrati.
Ovviamente, trattori e motocoltivatori vennero pagati non certo con le rendite,
ma o stringendo la cinghia o vendendo un pezzo di terra.
I cambiamenti correlati alla grande trasformazione del Nord italiano coinvolgono
il Sud, in quanto oggetto della storia padana sin dal 1860, imponendogli un
ulteriore regresso, ma questa volta relativo. È bene chiarire in cosa
consista questo concetto, e non perché esso sia ambiguo, ma perché
ambivalenti sono i fatti. Fra questi, i più rilevanti sono:
Uno. Come è a tutti noto, la concentrazione geografica (la centralizzazione
capitalistica) della tecnologia -al tempo della Rivolta- abbatteva immancabilmente
il lavoro nelle aree sottosviluppate che venivano raggiunte dalle nuove merci
(oggi la politica capitalistica del labour saving danneggia anche le aree elevate
a centro).
Tra il 1953 e il 1970, oltre agli emigrati, il Sud perde più di tre milioni
di occupazioni.
Due. Con l'aumento della ricchezza nazionale, la quota incassata e ridistribuita
dallo stato cresce in termini assoluti e anche in rapporto alla porzione che
rimane ai privati. Ciò permette che i pubblici servizi possano essere
dilatati. Il Sud ottiene un primo vantaggio dal fatto che il numero degli impiegati
cresce in assoluto in percentuale. La remunerazione che questa quota di popolazione
ottiene è a un livello italiano, cioè più alto rispetto
a quello che la produttività media del paese meridionale consentirebbe.
Il Sud ricava un secondo vantaggio dal fatto che ottiene servizi in precedenza
riservati solo al Centronord (le università, la sanità pubblica,
ecc.).
Tre. Lo sviluppo industriale porta con sé una crescita del livello medio
delle aziende. Ciò danneggia il quadro concorrenziale, ma fa salire il
livello medio dei profitti industriali; consente così alle industrie
di cedere alla distribuzione -quindi anche alla sua frazione meridionale- una
parte più larga del plusvalore estorto.
Quanto sub Due e Tre permette al Sud di non perdere la posizione che aveva nelle
statistiche nazionali in termini di reddito medio pro-capite, storicamente oscillante
intorno al 65%. C'è però una significativa novità: detto
percento, un tempo, era legato alla produttività complessiva del paese
meridionale, mentre adesso viene insufflato dall'esterno. Tutte cose che, se
arricchiscono il Sud, ne scombussolano, però, l'armonia sociale.
Per essere passabilmente chiaro, esemplifico. Un insegnante meridionale lavorerebbe
per metà dello stipendio vigente. L'aggiunta è un regalo italiano.
Così un medico, un giudice, un poliziotto, un bancario, l'operaio di
un'azienda nazionale tipo ENEL, Telecom, ecc. Anche un commerciante-distributore
meridionale lavorerebbe per un ricarico pari alla metà di quel che ottiene.
Pure in questo caso l'aggiunta è collegata a una nazionalizzazione, precisamente
a quella burocratica vigente nelle grandi aziende, in forza della quale vengono
sottoposti a disciplina coattiva fenomeni che di per sé sarebbero economici
e di mercato.
Ovviamente, il vantaggio che arriva nelle tasche di una parte dei meridionali
è pagato dagli stessi meridionali, che sono costretti a dare di più
allo stato e di più ai monopolisti padani. C'è, tuttavia, subito
da osservare che, se gli stipendi e i ricarichi fossero dimezzati, al Sud non
verrebbe alcun vantaggio contabile. Infatti la differenza in più non
sarebbe risparmiata dai contribuenti e dai consumatori, ma andrebbe ai professori,
ai medici, ecc. settentrionali sotto forma di un maggiore stipendio e alle aziende
industriali sotto forma di più lauti profitti (Bossi è meno scemo
di quel che sembra).
Ma come sopra segnalato, nel quadro economico meridionale i vantaggi non pagati
costano carissimi. Infatti nel Sud, mancante di un suo Stato e di economie esterne
tali da consentire una migliore produttività del lavoro, la nazionalizzazione
del livello dei salari e degli stipendi ha come contropartita il tragico declino,
la caduta, senza possibilità alcuna di ritorno, dell'agricoltura, non
essendo questa protetta da sbarramenti comunitari.
Aggiornando il tema alla data attuale, si può aggiungere che la caduta
ha toccato ogni produzione lecita a carattere arretrato e ha portato alla crescita
di quella illecita, alla fioritura del lavoro in nero, tanto fra i cittadini
italiani quanto fra gli extracomunitari, nonché alla dilatazione della
sovrappopolazione, che adesso potrebbe essere considerata non più un
esercito industriale di riserva, ma umanità superflua, come nel Terzo
Mondo, e da qui a non molto soltanto zoologia antropica.
I partiti stanno tornando sui propri passi. Ma si tratta di un ripensamento
vano e contraddittorio se non accompagnato da un forte vincolo valutario (o
se più vi piace, bancario) a finanziare con risparmio sudico l'importazione
di merci forestiere. Infatti i sindacati, consapevoli dell'inefficacia di una
unilaterale decurtazione dei salari, sono fermamente decisi a combattere le
gabbie salariali senza la contropartita di un investimento che bilanci la sottrazione
di valuta.
Naturalmente neanche questo basta, ma anche i sindacati sono italiani.
L'approdo alla disarmonia sopra accennata precede la Rivolta, ma, a quel momento,
la gente -che pure ne soffre il disagio- non ne ha ancora concettualizzato le
cause. Avvertite sono invece le ripercussioni di carattere sociologico della
trasformazione italiana.
Quando il morso della fame durava da un anno all'altro, e segnava, uno dopo
l'altro, tutti i giorni della vita, la comune povertà legava il proletariato.
Nella nuova fase, la fame vera è scomparsa, ma il modo di produrre (il
lavoro) si riorganizza a raggi, il cui sole è spesso lontano. Ciò
frantuma la dimensione umana della città, il senso del vicolo e del rione.
Chi lavora diventa la macchina di un dio cieco, chi non lavora è la vittima
di un demone irraggiungibile. L'umanesimo antico evapora, un nuovo umanesimo
(un sindacato, un partito aderente ai problemi periferici) non spunta.
Per usare il linguaggio del sindacalista, la grande trasformazione si allarga
al Sud senza ammortizzatori sociali. La durezza della transizione (per esempio,
il riverbero locale dell'emigrazione) lascia insensibili i politici e i sindacalisti.
In effetti ciò che non cambia, o cambia in peggio, è l'organizzazione
clientelare delle filiali sudiche di tutti i partiti costituzionali. L'Italia
ricca è scesa al Sud con altre sue merci, e per i fortunati anche con
i suoi stipendi e salari, ma senza farsi accompagnare dalle regole di una libera
democrazia. Perché? Credo si debba dare una risposta veritiera anche
a rischio d'apparire faziosi: perché, al Sud, il primo atto di vera democrazia
sarebbe la liberazione. Una cosa che va oltre le manette e arriva ai carri armati.
I maggiori benefici dell'allargamento al Sud delle condizioni sociali raggiunte
nell'Italia restante, li ricavano i ceti medi scolarizzati. Legioni di redditieri
ormai senza più rendita, e perciò promessi alla misurazione dei
marciapiedi cittadini, hanno trovato facilmente un posto. Altri posti si lasciano
sperare e si sperano. Legioni di figli del proletariato, in salita sociale per
via degli studi, s'infilano anche loro da qualche parte. Ragionieri, medici,
ingegneri, avvocati si sistemano in un modo o nell'altro. Altri s'infileranno,
almeno si spera. Alla fine del mese lo stato paga.
Sarebbe inopportuno mettersi a fare della sociologia senza possederne gli strumenti,
ma una cosa è chiara a chiunque: questa nuova quadreria che, attraverso
la politica e l'invasione politica della società civile, diventa la parte
sub-dirigente del Sud, manca di virtù. In fondo non è che l'erede
statuale di quella borghesia padronale e redditiera che si concesse a Cavour
per mancanza di decoro, d'onore e d'amor di patria. D'altra parte non è
una classe, e neppure una classe in formazione. Manca il punto di riferimento
sociale e quello autenticamente politico. Certo, un punto di riferimento non
manca, ed è il civismo rovesciato in disvalore. Esso aggrega le persone,
ma non può essere dichiarato all'esterno. Soltanto ristagna nel sottobosco
familiare e municipale come necessaria arte del campare.
A questo punto, se sommiamo la crisi produttiva, il non possedere altro che
braccia per pagare le merci forestiere, e ancora il sommovimento sociale, lo
scardinamento dei vecchi valori classisti, la disperazione occupazionale, abbiamo
il Sud degli anni Sessanta. Un Sud impoverito che dovrebbe solamente e puramente
liberarsi d'ogni torchiatura esterna e farsi (al suo interno) finalmente quei
conti sociali che i bersaglieri piemontesi impedirono, facendo colare sulla
sollevazione contadina un fiume di sangue.
Comunque, la Rivolta reggina non ebbe tale idealità, né prima
né poi. La rabbia contro lo stato straniero, o quantomeno estraneo, fu
scioccamente vanificata da un personale politico che non seppe far altro che
prendere il tram elettorale.
Allora cosa fu questa Rivolta? Perché Reggio?
Intanto l'occasione. Poi la singolarità va cercata nella sua splendida
agricoltura. Quella stessa classe di redditieri fondiari che aveva invocato
i bersaglieri piemontesi e che s'era pappato con poca spesa il demanio ecclesiastico
e gratis quello statale e comunale, s'era lentamente ricostruita moralmente.
Sicuramente spremendo sangue dalle ossa dei coloni, aveva piantato milioni di
ulivi e decine di milioni di aranci, limoni, bergamotti. Li aveva lavorati,
commerciati, imposti sui mercati stranieri (il Nord era ancora troppo povero
per presentare una domanda effettiva). Spesso s'era indebitata fino alle mutande,
in attesa che arrivasse il momento della fruttificazione. Anni, decenni di attesa,
durante i quali il Banco di Napoli li aveva vessati con i suoi avvocati e gli
ufficiali giudiziari. Poi un limitato benessere privato e anche un surplus provinciale
consistente.
Allo scadere del luglio 1970, l'agraria reggina non era del tutto appassita;
era ancora detentrice di qualche quattrino e s'era fatta un certo orgoglio di
classe. Una cosa che nei tempi prosperi appariva solo sussiego, ma che oggi
dobbiamo storicamente rivalutare, poiché era in effetti frutto della
fiducia in sé, la stessa che mostrava il cavaliere d'industria. O forse
-e più giustamente- quella di Esiodo, di Virgilio, di Plinio, di Columella,
del cremonese Stefano Jacini: l'agricoltura come esplicazione del sapere umano,
del vichiano conoscere la storia, in quanto produttori delle cose e di sé.
Insomma Reggio era stata una città effettivamente capace di partecipare
alla produzione nazionale in una posizione d'avanguardia; una città autentica.
Nei decenni precedenti, l'insolita identità reggina si era espressa mediante
l'uso di un partito non costituzionale come podio, come palco per la rappresentazione
scenica: il MSI. Ma senza per questo essere fascista. C'era solo una circostanza
casuale a determinarla. Il podio era preso a prestito, quel che contava era
l'uomo, forse il simbolo della sua rifiutata decadenza. Il senatore Francesco
Barbaro è descritto come un aristocratico d'altri tempi, democraticamente
alla mano; come un vir dotato di severo spirito di servizio.
Barbaro morì qualche anno prima della Rivolta, ma l'idea che la gente
di Reggio ne aveva, faceva del suo ricordo un punto di riferimento, e non solo
per l'agraria in decomposizione, ma per tutte le famiglie oneste: per quelle
dei lavoratori, gli antichi e i nuovi, per quelle della nuova burocrazia, dove
crescevano giovani destinati alla nuova guerra dell'uomo contro l'uomo, per
quelle dei bottegai e prestatori di servizi, per cui la decadenza decisa per
decreto rappresentava un atto ostile, persino per operatori economici di respiro
nazionale come Mauro e Matacena, nonché per una larga parte dei colti,
ai quali la conoscenza del passato dava conto della misura del declino.
Volendo concludere, l'input impresso dalle idee di Cavour al quadro sociopolitico
italiano ha diviso un paese che aveva avuto parecchi stati, ma strutture produttive
di uguale livello. Al Centronord l'intrallazzo finanziario e il parassitismo
industriale alimentarono la formazione di un esercito del lavoro agricolo e
industriale di tipo metropolitano, che è stato ed è rappresentato
da formazioni politiche e sindacati coerenti con la sua condizione; al Sud,
il saccheggio del capitale storico, dei surplus normali e dei surplus popolari
da astinenza, la centralizzazione padana del capitale bancario di rischio, la
mancanza di un proprio stato organizzatore, l'espropriazione del credito internazionale
derivante dal massiccio afflusso della valuta rimessa dagli emigrati, non lasciarono
altro spazio alla crescita capitalistica che una modesta nicchia in agricoltura;
una situazione ben lontana dalla richiesta popolare di dar lavoro alle masse
che la penetrazione di merci capitalistiche forestiere proletarizzava.
Le forze politiche e i sindacati italiani, coerenti con l'assetto occupazionale
settentrionale, forse avrebbero voluto, ma oggettivamente non potevano e storicamente
non poterono rappresentare gli interessi di un proletariato in larghissima parte
esterno ai rapporti capitalistici di produzione. Quando questa versione del
proletariato contemporaneo recepisce la lezione marxista, nega la negazione
imperialistica e si afferma come il protagonista storico della liberazione nazionale
dal sottosviluppo produttivo.
Insomma la Rivolta, per la partecipazione popolare che ebbe, poteva ben essere
il principio della rivoluzione meridionale, se il proletariato non fosse stato
da sempre solo. Invece, rimasta in mano al nazionalismo dannunziano di Ciccio
Franco, si tramutò nel parto di una vecchia, in un aborto politico, nella
contorta contrimmagine dell'impresa fiumana.
Nicola Zitara