QUESTIONE NAZIONALE E PROBLEMI DELLINTER-NAZIONALISMO
Notoriamente, uno degli elementi caratterizzanti lipotesi
politica di Indipendenza è il richiamo e la messa in valore delle specificità
etno-culturali dei popoli, il diritto completo e reale allautodeterminazione, il
sostegno alle lotte di liberazione, ad ogni rivendicazione nazionalitaria. Su questa
linea, si è incernierato tutto il discorso politico/editoriale del giornale; purtuttavia,
ci rendiamo conto che laver affrontato questa tematica -così vasta e complessa-
principalmente attraverso interventi su casi specifici (le lotte di liberazione
nazionale), nonché attraverso richiami ad essa -alle sue implicazioni politiche-
necessariamente poco approfonditi, può aver determinato in qualcuno lerrata
impressione che la rivendicazione nazionalitaria cui ci riferiamo sia la medesima cosa, al
più ridefinita per una mera operazione di maquillage, del nazionalismo classico, tipico
dellarsenale politico delle destre; o che, nei più, sia rimasta
uninsufficiente comprensione del nostro approccio alla questione nazionalitaria, e
quindi delle ragioni profonde del nostro porla in posizione 'forte' sul terreno politico.
Ragion per cui, abbiamo deciso di pubblicare questo documento politico/analitico, in cui
la problematica nazionalitaria è affrontata in modo approfondito (non esaustivo, ma
certamente non superficiale), sia dal punto di vista storico/sociologico che politico.
Si tratta della versione sintetizzata e 'limata' -ma sostanzialmente, ed in gran parte
anche letteralmente, immutata- di un documento redatto oltre 12 (dodici!) anni fa, e che
costituì una delle basi 'teoriche' su cui si è poi sviluppato il progetto
politico/editoriale di Indipendenza.
Riteniamo che non solo possa costituire una valida risposta ai problemi suaccennati, ma
che costituisca una valida testimonianza sulla correttezza delle nostre analisi: in un
periodo in cui queste vengono prodotte e consumate come fazzolettini di carta, in cui la
realtà si incarica costantemente di smentire quelle di ieri rendendo necessaria la
produzione di nuove, od in cui ci si arrocca nella testarda difesa delle vecchie
nonostante le smentite 'storiche', queste analisi mantengono dopo moltissimi anni la
medesima freschezza e lucidità (di là forse di qualche riferimento allora attuale oggi
storicizzato che disvela il periodo in cui il documento fu scritto). Ed in più, hanno il
conforto degli eventi. Non è da poco e -ci sia consentito dirlo- non è proprio da tutti.
INDIPENDENZA
1. IDEA DI NAZIONE E MODELLO STATO-NAZIONALE
Affrontare compiutamente e chiaramente il complesso tema posto ad oggetto di questo lavoro analitico richiederebbe, probabilmente, un esauriente esame storico dellidea di nazione, nonché del suo affermarsi. Ma ciò porterebbe lampiezza del lavoro ben oltre i limiti che unesigenza di 'pratico utilizzo politico' pone a queste analisi. Per conseguenza, ci si limiterà ad alcuni cenni essenziali riguardo alla moderna idea di nazione, cioè ai caratteri che la contraddistinguono nel mondo contemporaneo.
Un momento storico fondamentale, per laffermazione della moderna idea di nazione,
è costituito dalla costruzione dello stato rivoluzionario giacobino, nella Francia del
dopo 1789. Il nuovo regime rivoluzionario, infatti, getta le fondamenta di quella che
-sviluppandosi poi durante il regime bonapartista- diventerà la Francia moderna; in
questopera di 'fondazione', il ceto politico giacobino (cioè la borghesia) si mosse
essenzialmente tenendo presenti tre elementi, funzionali reciprocamente ed alla
conservazione del sistema rivoluzionario. Il primo di questi elementi fu determinato
contemporaneamente da due esigenze: rilegittimare in modo diverso lautorità (dopo
lannientamento della monarchia) e preservargli la capacità di difendere e
perpetuare il potere della borghesia; la risposta giacobina a queste esigenze fu di
fondare il potere non più sul 'diritto divino' -come la monarchia- ma sul suo esercizio
in nome del popolo (che, al tempo stesso, ricopriva il ruolo di alleato-subalterno della
borghesia, nel processo di 'emancipazione' politica in atto). Dunque, lidea di
popolo, come collettività politica 'fonte' del potere, vede la luce nel clima della
rivoluzione francese.
Al tempo stesso, i giacobini 'ereditano' dalla monarchia lidea dello stato come
apparato centralizzato che esercita lautorità e che si rivela non solo funzionale,
ma praticamente indispensabile, sia per difendere il regime rivoluzionario dalle reazioni
interne ed esterne, sia per procedere decisamente alla modifica delle strutture
socio-economiche della società.
Infine, e come risultato delle due tendenze precedenti, il regime rivoluzionario borghese
procede alla identificazione della 'fonte' (popolo) e dello strumento (stato)
dellautorità dando forma concreta -per la prima volta- al concetto di
stato-nazione, in cui i due termini tendono a (con)fondersi -a tutto vantaggio dello
stato, che è lunico a detenere strumenti di controllo.
Ma la rivoluzione francese è, prima di tutto, il segno dellavvento politico di un
ceto economico. Mentre fino ad allora il potere economico dei ceti dominanti era una
conseguenza di questo ruolo di predominio -conquistato attraverso la potenza militare o
una 'congiura di palazzo'- con la rivoluzione borghese è un ceto già dotato di potere
economico che dà (vittoriosamente) lassalto al potere politico. Ciò che ha spinto
la borghesia francese alla rivoluzione, infatti, è stata lesigenza di assumere in
prima persona il potere politico, sì da gestire in modo opportuno le nuove fasi di
sviluppo economico. Il nazionalismo, con cui i giacobini mobilitano il popolo intorno alla
rivoluzione, è dunque parte integrante di un processo di natura economica -cioè di
trasformazione della società in base ai mutamenti delleconomia. Abbiamo quindi, sin
dallinizio, il manifestarsi del nazionalismo moderno quale 'ideologia dello
sviluppo' economico, e laffermarsi della nazione quale 'confine politico'
dellautorità statale.
Negli anni successivi, il modello stato-nazionale si diffonderà a tutti gli stati
europei, anche a quelli che contro la rivoluzione francese hanno combattuto; e la
diffusione di questo modello su tutto il continente europeo, al di là di qualsiasi
barriera 'ideologica', ha la sua spiegazione proprio in un fattore economico, e cioè la
rivoluzione industriale. Le trasformazioni imposte da questo evento sono tali e tante da
rendere necessari, al tempo stesso, una partecipazione di masse crescenti ed un sistema di
controllo ben centralizzato. Lo stato-nazione risponde perfettamente a queste esigenze, ed
i ceti capitalistici in rapida crescita lo renderanno via via sempre più funzionale alle
proprie esigenze di sviluppo e di controllo. In questo processo di estensione, il modello
stato-nazionale si caratterizzerà sempre più per laccento posto sul fattore stato
(a sua volta sempre più inteso come strumento dei ceti capitalistici) a discapito del
fattore nazione (cioè degli interessi collettivi).
Negli anni successivi alla 1ª guerra mondiale, il processo di sviluppo industriale viene
a raggiungere un livello tale da richiedere una nuova svolta anche sul piano politico e
sociale. Ed è così che si succedono in Europa, da Mosca a Madrid, le rivoluzioni
totalitarie -quella che Mosse chiama la 'nazionalizzazione delle masse'. Dalla fase del
nazionalismo prevalentemente borghese (ristretto ai ceti borghesi) si passa ad una fase di
nazionalismo popolare. Significativamente questa nuova dimensione di massa del
nazionalismo penetrerà anche nei paesi ideologicamente avversari dei regimi totalitari e
resisterà anche dopo la caduta di questi ultimi, per lo stesso identico motivo per cui il
modello stato-nazione si diffuse anche oltre i confini della Francia rivoluzionaria. E
questo motivo è che esso era funzionale ad una ripresa della spinta 'in avanti'
dellindustrialismo, cioè a quella fase dello sviluppo industriale (occorre
distinguere lindustrialismo dal capitalismo, perché il primo è stato la
'ideologia' centrale anche di regimi socialisti in Europa e nel terzo mondo). Ancora una
volta, quindi, il nazionalismo moderno si configura come 'ideologia dello sviluppo'.
Riassumendo quanto detto sinora, il moderno nazionalismo (nato dalla rivoluzione francese)
si caratterizza dunque per: identificazione della nazione con lo stato, funzionalizzazione
al processo di sviluppo industriale ('in occidente', anche capitalistico), coinvolgimento
delle masse, accentramento dei meccanismi decisionali politici, cristallizzazione dei
confini stato nazionali. Da questa sia pur breve premessa storico/'ideologica', possiamo
ricavare due primi elementi per lo sviluppo di un progetto politico di cambiamento
radicale, rivoluzionario, dellesistente, e cioè: a) lo stato-nazione è funzionale
alla logica capitalistica (è un suo prodotto); b) un movimento autenticamente
anticapitalista che voglia far proprie rivendicazioni nazionalitarie deve,
necessariamente, caratterizzarsi diversamente dal nazionalismo classico.
2. IL NAZIONALISMO ETNO-CULTURALE
Conseguenza forse meno evidente ma più pregnante dellanalisi sin
qui sviluppata, il nazionalismo moderno, quale lo abbiamo descritto, si rivela una
mistificazione strumentale. Ciò che è avvenuto, è luso dei valori 'nazionali'
-che sono valori culturali- su di un piano simbolico, come strumento per -ad un tempo-
procedere ad una 'apertura con la forza' della nuova fase di sviluppo economico e per
garantirne il prosieguo e lo sviluppo (la mobilitazione delle masse serve a determinare il
consenso politico e fornire mano dopera e mercato). Linganno è costituito
proprio dallaver utilizzato elementi culturali di indubbio valore reale, per
procedere in una direzione che con questi elementi non era (necessariamente) connessa.
Ciononostante, lindustrialismo -almeno come realtà e non come 'ideologia'-
rappresenta un dato reale oggettivo, da cui non si può 'uscire' unilateralmente. È
possibile che lera industriale vada globalmente ad essere 'superata', o dalla
saturazione del mercato mondiale o da una 'crisi delle risorse', ma con ogni probabilità
questi eventi si collocano molto al di là nel tempo, e comunque richiederanno molto
tempo, prima di portare ad uneffettiva fine dellera industriale. Dunque, un
progetto rivoluzionario che aspiri a compiersi entro larco di questo secolo non può
prescindere da questa realtà industriale -pur rifiutando lideologia capitalista
dello sviluppo continuo ed i suoi corollari. Si tratta quindi di 'sfrondare' il
nazionalismo dai suoi tratti negativi, utilizzandolo poi come veicolo per una 'rottura
positiva', capace di fornire una risposta ai problemi delloggi coerente con le sue
premesse. Lelemento primo del nazionalismo, cioè laffermazione della
specificità, è infatti un valore reale, preesistente al nazionalismo stesso (nella sua
accezione moderna), ma da questo 'snaturato'.
Lidea di specificità 'nazionale' è presente sin da epoca romana; ad esempio,
"Giuliano vedeva ogni nazione sotto la protezione di un dio nazionale o etnico (...)
Le caratteristiche di ciascuna nazione sono le manifestazioni visibili del carattere del
suo dio etnico (...) Una volta che il carattere di una nazione ha trovato la sua
espressione nel tempo -in altre parole, una volta che vi è stata creata una cultura- vi
emerge naturalmente il concetto di tradizione nazionale, che idealmente dovrebbe essere
altrettanto perenne quanto il prototipo divino di cui è la concreta
rappresentazione"1. Come si vede, già in Giuliano è
lelemento culturale che viene posto al centro dellidea di nazione -che infatti
ha carattere etnico. Ma, se in epoche remote lidea di etnia, come unità di sangue e
di cultura, era più facilmente riconoscibile nei suoi aspetti 'razziali', nelle epoche
moderne è laspetto culturale a venire in primo piano; per cui, da questo momento in
poi, quando useremo il termine etnia sarà da intendere nel senso di "un gruppo con
un senso di identità basato sulla lealtà ad un modello culturale particolarmente
distintivo"2. Peraltro, se lelemento culturale ci appare come
il segno più importante dellidentità collettiva di un popolo, di unetnia
-oggi diciamo: di una nazione- secondo taluno esiste invece anche una seconda possibilità
di definire il nazionalismo; ad una prima definizione 'culturale' se ne aggiunge una
seconda 'volontaristica': "1- due uomini sono della stessa nazione se e soltanto se
condividono la stessa cultura, dove cultura significa a sua volta un sistema di idee, di
segni, di associazioni e di modi di comportamento e di comunicazione; 2- due uomini sono
della stessa nazione se e soltanto se si riconoscono reciprocamente appartenenti alla
stessa nazione. 'È luomo che fa le nazioni; le nazioni sono i manufatti delle
convinzioni, delle lealtà, delle solidarietà degli uomini. Una semplice categoria di
persone (gli occupanti, diciamo, di uno stesso territorio, coloro che parlano la stessa
lingua, ecc.) diventa una nazione se e quando i membri della categoria riconoscono
compatti alcuni reciproci diritti e doveri in virtù della comune appartenenza ad essa. È
il loro vicendevole riconoscimento come consociati di questo tipo ciò che li trasforma in
una nazione, e non altri attributi comuni, quali che siano, che distinguono questa
categoria da coloro che non ne sono membri"3.
Dunque, secondo Gellner esiste una forma 'oggettiva' di identità nazionale, se ciascuno
dei membri della nazione appartiene alla cultura specifica di quel popolo ed una
'soggettiva' che richiede invece la coscienza di questa appartenenza comune, condivisa con
gli altri membri della nazione. Dilatando ulteriormente lo schema gellneriano, potremmo
dire che per una società nazionale è sufficiente lesistenza di tot membri con una
cultura comune, mentre per parlare di comunità nazionale occorre che i membri abbiano
coscienza della reciprocità e comunanza della propria appartenenza; insomma, la comunità
richiede un rapporto solidale reciproco tra i membri, "significa soprattutto la
possibilità del prodursi, allinterno di certi gruppi umani, di un sentimento
specifico di solidarietà che li oppone ad altri gruppi"4. Ovvero,
detto altrimenti, "ogni convivenza confidenziale, intima, esclusiva (...) viene
intesa come vita in comunità: la società è invece il pubblico, è il mondo"5,
cioè non richiede alcun rapporto 'intenso' con gli altri membri.
Questa differenza ci conduce a spiegare come possa manifestarsi un forte sentimento
nazionalista negli USA (società) così come, ad esempio, in Albania (comunità), ed al
tempo stesso la profonda differenza che intercorre, non solo in termini ideologici, tra i
due casi; differenza che è strutturale. Comunque su questi aspetti comunitari del senso
didentità nazionale, torneremo più oltre.
Per intanto, ci soffermeremo piuttosto sul fattore di identità culturale in senso lato,
cercando di esaminarne talune caratteristiche.
"Gli elementi costitutivi dellidentità etnica (che Isaac definisce 'basic
group identity') vengono acquisiti dalla nascita e consistono di un insieme di criteri di
identificazione già dati, che ogni individuo riceve ed interiorizza. Essi comprendono
anche la storia e la cultura consolidata del gruppo e, pur richiedendo un certo grado di
adesione individuale, costituiscono il fulcro dellidentità e fissano i requisiti
dellappartenenza"6; da quanto detto, appare chiaro -ed in
fondo è abbastanza evidente- che la 'durata' nel tempo di una identità culturale dipende
essenzialmente dalla sua trasmissione da una generazione allaltra. Perché, se da un
lato questa identità -nel suo 'nucleo centrale'- è il prodotto dellinteragire di
fattori genetici, specifici di un popolo, con il territorio in cui vive e con le
esperienze storiche che incontra nella sua esistenza, è ovvio che una volta stabilitosi
questo 'nucleo', perché si riproduca nel tempo, 'progressivamente', è necessario che
venga trasmesso nella sua essenza alle generazioni successive. Questa trasmissione,
finché sono esistite comunità con una forte coesione interna, si realizzava attraverso
la partecipazione ai 'miti comunitari': "lincarnazione dei miti è presente
nella pratica rituale. Questi riti costituiscono il motore attraverso il quale la gente
partecipa collettivamente e simbolicamente ad unimpresa comune. A sua volta, la
partecipazione ai rituali garantisce la sopravvivenza dei miti per almeno una generazione
successiva"7. Peraltro, questa dimensione comunitaria non è poi
solo un ricordo, od un appannaggio di popoli 'pre-civilizzati', poiché la si ritrova ad
esempio nella comunità cattolica nord-irlandese.
Anche in collettività umane non caratterizzate da una coesione particolarmente forte, ma
piuttosto dalla stabilità sociale, il senso di identità si trasmette facilmente, proprio
grazie alla lenta mutabilità dei ruoli. È solo quando questi modelli si frantumano sotto
la spinta dellindustrialismo che affiora limportanza del fattore culturale in
senso 'nazionale' (moderno); infatti "se un uomo non è stabilmente inserito in una
nicchia sociale, è obbligato a portare con sé la propria identità in tutto il suo stile
di comportamento e di espressione; in altre parole, la sua 'cultura' diventa la sua
identità. E classificare gli uomini per 'cultura' significa naturalmente classificarli
per 'nazionalità'. Questo è il motivo per cui sembra ormai insito nella natura stessa
delle cose che essere uomini significhi avere una nazionalità"8.
Insomma, mentre la società pre-industriale è caratterizzata dalla stabilità dei ruoli
sociali e dalla trasmissione culturale affidata essenzialmente alla pedagogia
dellesperienza -vissuta nella famiglia e nella propria 'nicchia sociale'- la
società industriale (cioè la moderna società nazionale) ha diverse, opposte
caratteristiche, dirette conseguenze delle sue diverse esigenze: essa si caratterizza per
una sempre più elevata mobilità sociale e per una trasmissione culturale affidata
alleducazione pubblica -cui spetta il compito di 'addestrare' la manodopera. Nella
società industriale è leducazione che forma, ad un tempo, lidentità
nazionale e la preparazione professionale -ragione di più, questa, perché nazionalismo
ed industrialismo vengono a coincidere nella cultura collettiva.
E questo, tra laltro, dà ancora oggi unimportanza fondamentale
alleducazione. Nelle società industriali moderne, poi, il ruolo di organo di
trasmissione culturale viene sempre più assolto dallinformazione -stampa, TV,
cinema, pubblicità...- che si incarica di diffondere modelli culturali via via più
'sovranazionali', cosmopoliti, in linea con lesplosione e
lintegrazione/omologazione dei mercati. Infatti "il controllo
dellinformazione consente ad un regime di porre obiettivi nazionali, di creare
unidentità nazionale, di insegnare le specializzazioni necessarie, di centralizzare
il potere, estendere il mercato, conferire status ad alcuni gruppi a scapito di altri e,
in generale, di manipolare grandi quantità di individui tramite tecniche di persuasione
di massa assai perfezionate"9.
Quindi è essenzialmente attraverso leducazione e linformazione che si
riproduce lidentità culturale di un popolo, di una nazione. E poiché oggi
linformazione -che in questo processo ha assunto unimportanza predominante-
tende invece ad imporre unidentità sovranazionale, cioè in prospettiva una
non-identità (se è vero come è vero che identità significa specificità) ecco che
viene in evidenza uno dei 'punti dintersezione' della moderna crisi, contraddizione
-transitoria- di uno strumento che tende a capovolgere il proprio orientamento
tradizionale (e quindi anche elemento su cui focalizzare lattenzione delle forze
rivoluzionarie).
Inutile dire che, "contro le tendenze cosmopolitiche, universalizzanti, tendenti a
dettar leggi astratte, valide per tutti i popoli, la nazione significa senso della
singolarità di ogni popolo, rispetto per le sue proprie tradizioni, custodia gelosa delle
particolarità del suo carattere nazionale"10, e che è proprio in
questa direzione che occorre premere. Ciò che occorre è precisamente "difendere la
propria libertà: ciò non solo sul terreno propriamente politico, ma anche, e forse più,
su quello morale, nei costumi, nelle credenze, nel modo di pensare, nella propria
individualità spirituale e morale, insomma in ciò che costituisce propriamente la
nazione"11.
Siamo quindi di fronte alla necessità di fronteggiare e combattere le tendente
allinternazionalizzazione. Ma, nel farlo, occorre tener presente che questa è
determinata a sua volta dallo sviluppo odierno dellindustrialismo e che quindi non
vi si può opporre efficacemente il nazionalismo quale oggi è inteso, perché
anchesso è un prodotto dellindustrialismo. Indubbiamente questo è un punto
contraddittorio -ed al tempo stesso complesso- e che proprio per questo deve essere
risolto in modo chiaro e positivo.
A nostro avviso, si tratta di riconnettere il nazionalismo alle sue radici 'etniche',
cioè a quei fattori di identità culturale che esistevano già prima del nazionalismo
stesso e che costituiscono una caratteristica immodificabile degli uomini. Insomma, lo
ribadiamo, letnicità "come fenomeno che implica lappartenenza a un
gruppo dotato di una cultura caratteristica e distintiva e una partecipazione a questo
gruppo"12; poiché "un gruppo etnico è un gruppo sociale che
condivide coscientemente alcuni aspetti di una cultura comune ed è definito primariamente
dalla trasmissione (della stessa). Caratteristico della dimensione etnica è il fatto che
alcuni valori di importanza centrale sono collegati ad ogni altro in un sistema di valori:
la gente ha vissuto insieme (questo spesso implica una stabilità regionale) ed hanno una
struttura di comunicazione costruita su esperienze comuni -trasmesse da generazione a
generazione- cioè una comunità culturale. In molti casi la religione è inclusa nella
cultura comune"13; con il ché, oltre a ritrovare limportanza
della trasmissione culturale, vediamo accennarsi anche limportanza del fattore
territorio, su cui andremo a soffermarci più oltre. Del fattore religioso, la cui
importanza non va affatto sottovalutata (si pensi al ruolo che riveste nelle culture, per
lappunto, definite islamiche), non ci occuperemo in questa sede perché porterebbe
via troppo spazio.
Quel che ci preme, prima di procedere oltre, è sottolineare che "lidentità
culturale offre coerenza e integrazione nella vita sociale: è il mezzo attraverso il
quale gli individui interpretano le loro esperienze e definiscono le loro preferenze e i
loro pregiudizi. Collettivamente impone ad una società una serie di modelli culturali, i
quali nei loro effetti sugli individui allinterno di questa società sono
caratteristiche durature"14; e questo, in una società in cui le
tendenze politico-economiche stanno provocando uno 'strappo', una crisi che è anche di
identità, apre interessanti prospettive. "Mentre si allentano o vengono meno altri
criteri di appartenenza, la solidarietà etnica risponde ai bisogni di identità di natura
eminentemente simbolica (...) Sul terreno degli orientamenti del mutamento, della
produzione di identità e di senso, lappello etnico lancia la sua sfida alle
società post-industriali"15. Di là dal fatto che, a nostro
avviso, è errato parlare di società post-industriale, resta comunque
linoppugnabile verità che è dalletnicità che vengono le più forti ed
efficaci resistenze al cosmopolitismo -oltre al fatto che queste resistenze si
caratterizzano in modo positivo, sotto il profilo delle scelte di valori.
Infatti, oggi si manifestano due tendenze nella politica internazionale: "una è la
tendenza dellinternazionalizzazione, cioè contatti incrementati tra i popoli ed
unaccresciuta integrazione inter-statale. Unaltra tendenza è stata visibile
ultimamente. Il processo di internazionalizzazione ed integrazione sembra essersi
affievolito. In questa situazione, un nuovo nazionalismo e una nuova delega possono venir
fuori come fattore più importante dellinternazionalismo. Questa tendenza può
essere definita come disinternazionalizzazione"16. Ed è dunque in
questa direzione, verso la disinternazionalizzazione ed il recupero delle specificità
etno-culturali, che occorre indirizzare lazione rivoluzionaria. In questo senso il
nazionalismo cui ci riferiamo, la 'rivendicazione nazionalitaria' di cui parliamo, ha poco
o nulla in comune con il moderno nazionalismo degli stati-nazione, in quanto non è
unideologia statalista né unideologia populista funzionale allo stato, ma
eminentemente lo strumento politico dellidentità etno-culturale dei popoli. La
forza di questo 'strumento' è enorme, anche e soprattutto per la sua flessibilità:
"il nazionalismo è sempre stato, fin dalla sua invenzione, un grosso enigma per i
politici ed i teorici non nazionalisti, e questo non solo per la sua forza, accoppiata
alla mancanza di una teoria razionale, ma anche perché le sue caratteristiche e le sue
funzioni mutano continuamente"17. In unepoca di crisi e di
denazionalizzazione, il nazionalismo, come forza divenuta di fatto anticapitalista
-perché il capitalismo rappresenta le tendenze anti e/o sovranazionali- si caratterizza
sempre più come espressione politica dellidentità etno-culturale di una comunità
nazionale, ed "è proprio la forza di questa identità etnica (...) il fattore
principale nel consentire alla comunità di reggere per periodi non brevi livelli di
scontro di insolita durezza"18.
A questo punto dobbiamo cercare di comprendere da cosa dipenda lo sviluppo di questa forma
particolare di nazionalismo, da quali fattori, materiali e psicologici. Indubbiamente
"molti fattori contribuiscono a favorire questo senso di identità collettiva: il
persistente attaccamento alla propria terra fornisce uno degli esempi più ovvi e, nel
caso in cui siano interessati gruppi etnici, il territorio viene ad assumere quasi sempre,
forse anche universalmente, un grande significato, positivo o negativo, per la formazione
dellidentità"19. Il territorio è precisamente il principale
fattore materiale, tra quelli che contribuiscono a determinare lidentità
etno-culturale.
"Il concetto di territorio, pur nella varietà dei suoi significati, contiene sempre
due idee: quella di un certo spazio materiale e quella del dominio di tale spazio,
esercitato attraverso forme di organizzazione sociale"20; per
quanto attiene allo spazio materiale, mentre lo stato-nazione lo delimita in base alle
frontiere statali (per cui, ad es., viene considerata Francia anche la Corsica, o la
Bretagna, lOccitania, e persino la Nuova Caledonia), il nazionalismo etno-culturale
fa riferimento ai 'confini culturali': il territorio di una nazione è quello ove vive il
suo popolo, non quello ove domina. Su questo punto torneremo più avanti, parlando
specificatamente del concetto di 'confine culturale'.
Per intanto soffermiamoci sul rapporto uomo/territorio. Come diceva Tönnies, "la
cosa primordiale, che viene propriamente posseduta dalle comunità umane, è il
suolo"21; dunque, sin dagli albori della storia umana, il rapporto
della collettività con un preciso spazio materiale è entrato a far parte
dellidentità inconscia degli uomini. Questo rapporto di possesso -che, è bene
precisarlo, è reciproco e non unilaterale (un popolo non è solo 'proprietario' di un
territorio, con il che diverrebbe normale 'scambiarlo' con un altro migliore, ma è al
tempo stesso 'parte' di questo territorio, ha con esso un legame 'di sangue', che lo rende
insostituibile)- appartiene anche alle popolazioni nomadi -segno ulteriore
delluniversalità di questo legame uomo/territorio.
"Il territorio rappresenta lo spazio in cui si svolge e si conclude idealmente il
processo di ricostruzione dellidentità del gruppo: nel luogo fisico da cui il
gruppo ha origine è infatti possibile ritrovare i segni della sua storia passata, per
esempio attraverso larchitettura e lespressione artistica caratteristiche di
un popolo. Il territorio è inoltre il luogo in cui si realizza il dominio politico (...)
Lidea di una terra patria liberata dal dominio esterno sta quindi alla base di una
rinnovata solidarietà. Infine il territorio è la principale fonte di vita delle
popolazioni. Il rapporto con la terra rinvia da un lato alle risorse naturali, essenziali
alla sopravvivenza del gruppo, e che devono quindi essere riportate sotto il suo
controllo. Daltro lato, la terra è, nella cultura tradizionale, la base di una
visione del mondo complessiva: perdere il controllo su di essa significherebbe la perdita
del senso dellesistenza"22. Insomma, il territorio attiene
alla sfera degli interessi materiali e psicologici di una collettività, alla sua
tradizione culturale, e riveste unovvia importanza fondamentale nella lotta di
liberazione, essendo -praticamente- loggetto del contendere, ciò che va liberato
perché siano libere le genti che vi vivono. Ma esistono diversi tipi di rapporto col
territorio, di cui almeno due fondamentali: il rapporto 'nazionale' col territorio è
infatti legato al tipo di legame che intercorre tra questo e luomo. Nelle zone
rurali o minerarie, laddove questo rapporto è più intenso sul piano materiale, si
sviluppa una 'coscienza dellusufrutto' -cioè dellutilità immediata- ben più
concreta; nelle città, invece, il rapporto col territorio è storicamente diverso,
attiene più alla sfera politica ed 'ideologica' -la città è storicamente il 'centro
dominante' del territorio. Le masse urbane, sia per tradizione che per condizione
materiale, esprimono un sentimento didentità col territorio meno materiale e più
politico, e proprio per questo il nazionalismo -espressione politica del senso
didentità culturale- vi trova più facile e 'forte' manifestazione.
Non è questa la sede per considerazioni di ordine strategico e tattico su questi
problemi, e quindi sul come affrontarli e risolverli. È peraltro chiaro che occorre
trovare il giusto modo per portare il senso didentità delle popolazioni extraurbane
alla sua piena maturazione politica, cioè allacquisizione della rilevanza
storico/politica dellidentità nazionale. E questo è possibile innanzitutto
attraverso unaccurata valorizzazione dei significati impliciti al rapporto
uomo/territorio, principalmente "il senso politico profondo della lavorazione del
suolo, che è soprattutto un mezzo politico di appropriazione della terra.
Unattività agraria che leghi luomo al suolo assicurandogli i mezzi di
sussistenza rappresenta infatti un vincolo reale, diversamente da semplici rivendicazioni
legali formali"23.
Adesso, per passare allanalisi dellaspetto psicologico del senso
didentità, cioè principalmente al sentimento di solidarietà comunitaria, gettiamo
uno sguardo laddove questo legame sembra essersi maggiormente affievolito: i centri
urbani. Come nota Pistoi, "un lavoratore manuale può guadagnare più o meno dei suoi
vicini, ma il ventaglio di reddito di un quartiere popolare è pur sempre assai più
ristretto di quello che si incontra nelle zone residenziali della classe media. Il reddito
dei ceti medi, contrariamente a quello dei lavoratori manuali, tende a crescere lungo
larco della carriera lavorativa e a distribuirsi su di un ventaglio piuttosto ampio
oltre ad avere una provenienza assai più diversificata (...) Questunica semplice
differenza di tipo economico tende ad aggregare sul terreno residenziale i ceti più
popolari, favorendo lesplicarsi dellinterazione comunitaria, mentre divide il
ceto medio in gruppi familiari assai più separati luno dallaltro"24.
Questo spiega tra laltro la maggiore incidenza della lotta di classe nei centri
urbani, laddove la solidarietà comunitaria, caratterizzandosi precipuamente sotto il
profilo economico/materiale, si manifesta come solidarietà di classe.
Questo particolare solidarismo, comè evidente, ha bisogno di un rapporto non solo
reciprocamente tra i membri del gruppo, ma anche tra questi ed il territorio; elemento
base della comunità è la vicinanza -fisica, culturale, spirituale- tra i suoi membri e
questo implica il risiedere in reciproca prossimità, condividere la vita. "La
comunità appare un modo di raggrupparsi naturale e spontaneo, basato sulla prossimità,
tanto (...) geografica, che (...) dei genitori, o prossimità spirituale (...) È al tempo
stesso un gruppo che non si basa sullinteresse, di natura disinteressata (...) Ciò
che forma il vincolo comunitario è qualcosa di disinteressato, è proprio quel fenomeno
di consanguineità o di prossimità, quella sorta di simiglianza, il fatto cioè di
sentirsi identici e di essere felici, di sentirsi identici e di vivere insieme"25;
in questo senso, tra laltro, possiamo cogliere appieno il significato
dellespressione 'identità culturale', che è sì distintiva rispetto al diverso, ma
è anche e soprattutto affermativa della identità (identicità) tra i membri della
comunità. Naturalmente, anche se i quartieri operai e popolari presentano un più elevato
grado di interazione comunitaria rispetto ai quartieri borghesi, resta il fatto che nei
centri urbani le condizioni di vita portano ad un abbassamento di questo grado, rispetto
alle aree extraurbane. Per citare ancora Tönnies, "il vissuto è il carattere
generale della convivenza nel villaggio, dove la vicinanza delle abitazioni, il terreno
comune o anche la semplice delimitazione dei campi danno luogo a numerosi contatti umani,
allassuefazione reciproca e ad una conoscenza intima, rendendo necessari il lavoro,
lordinamento e lamministrazione in comune (...) Essenzialmente condizionata
dalla coabitazione, questa forma di comunità può però anche mantenersi nella
separazione (...) e deve allora tanto maggiormente cercare il suo sostegno in determinate
abitudini di riunione e in usanze ritenute sacre"26. Ecco quindi
risaltare evidente limportanza della mobilitazione come strumento di riaffermazione
dellidentità, atto a rinnovare e rinsaldare i legami comunitari, tanto più laddove
-come nei centri urbani e, in senso lato, in tutto il mondo cosiddetto occidentale- lo
stile di vita introdotto dal capitalismo ha prodotto lallentamento dei legami
comunitari 'ordinari'.
Osservando in prospettiva storica i mutamenti avvenuti allinterno
dellorganizzazione sociale umana, ed in modo particolare quelli introdotti
dallindustrialismo, ci accorgiamo che la comunità 'etno-razziale' è venuta via via
sviluppandosi verso la società indifferenziata e che le resistenze contro questa tendenza
omologatrice vengono oggi dal cosiddetto 'revival etnico', cioè dallaffermazione di
identità etno-culturali. Allo stesso modo, si è passati dalla civiltà rurale alla
civiltà urbana. Cè insomma una serie di mutazioni prodotte dallera
industriale a cui non ha senso opporre un utopistico -e perciò stesso perdente- ritorno
alla civiltà agraria. Occorre piuttosto enucleare nella realtà di oggi, quale essa è,
gli elementi per un diverso indirizzo futuro -tale rispetto al presente ma anche rispetto
al passato.
In ogni caso il legame comunitario, anche quando non è scomparso, si è trasformato;
"la comunità di sangue in quanto mito dellessenza si sviluppa e si differenzia
nella comunità di luogo, che ha la sua espressione immediata nella coabitazione; e
questa, a sua volta, nella comunità di spirito, come semplice cooperare e disporre nella
stessa direzione, nello stesso senso"27. Cioè, in sostanza, la
comunità tende a sopravvivere essenzialmente come fatto volontaristico. Per dirla più
chiaramente "si potrebbe completare la classificazione di Tönnies con unaltra
categoria sociologica descritta da un altro autore tedesco nel 1922, Schmalenbach, e cioè
il bund, lordine (...) Il bund si distingue dagli altri gruppi (...) per una
differenza di grado, di integrazione sociale. Lintegrazione sociale sarebbe molto
più profonda nel bund, molto più concreta. Ci si può chiedere se questo concetto non
spiega alcuni aspetti di certi partiti moderni che cercano di creare una comunità
profonda e totale tra un certo numero di individui, come fecero gli ordini religiosi o
militari nel Medioevo"28. Questo, peraltro, è un pericolo.
Inevitabilmente i partiti e le organizzazioni, che sviluppano in tal forma ed in tal
misura un proprio distintivo senso didentità, finiscono col porsi in dualismo con
la società -e da qui derivano del resto i regimi a partito unico. Infatti il senso
didentità presuppone la condizione imprescindibile dellesistenza di un
altro-da-sé; lacquisizione del senso di identità e la sua definizione derivano
dallinterazione tra un dato soggettivo (qualcosa che il soggetto riconosce come
proprio ed esclusivo rispetto agli altri -in questo caso, le ragioni
dellappartenenza al 'bund' e lappartenenza stessa) ed uno oggettivo (il modo
in cui gli altri si rapportano al soggetto -al 'bund', ai suoi membri). Insomma,
lidentità culturale del bund è esclusiva (esclude -e si esclude da- gli altri).
Occorre quindi uno sforzo considerevole per 'fondare' (e fondere) la comunità politica
nella comunità 'naturale'. Questo significa essenzialmente condividerne lesistenza.
Pensiamo, ad es., al di là da altre differenze, al lavoro di integrazione nelle comunità
indie svolto dai quadri 'senderisti' in Perù prima di scatenare il conflitto
politico/militare con la borghesia. Lorganizzazione politica, soprattutto se
persegue un progetto di liberazione, non deve diventare una comunità a sé, ma costituire
lanello di congiunzione tra comunità reali, il superiore livello in cui le
comunità territoriali, raccordandosi in comunità culturale, esprimono una propria
progettualità/volontà politica.
Va in questo senso tenuta presente lesistenza di un fattore moltiplicante per
lintensità dellinterazione comunitaria, e cioè le difficoltà
dellesistenza. Ciò non solo perché -ovviamente- le difficoltà aumentano la
predisposizione alla combattività (quindi alla mobilitazione), ma anche perché è
naturale che, ad es., in un quartiere operaio "i residenti confrontano lun con
laltro le proprie esperienze, le proprie difficoltà, le proprie sconfitte, e
finiscono col dare una dimensione comunitaria alla loro condizione. Questa dimensione
comunitaria è lidentità del ghetto, linsoddisfazione condivisa"29;
"la vita comunitaria è possesso e godimento reciproco, ed è possesso e godimento di
beni comuni. La volontà del possesso e del godimento è la volontà della protezione e
della difesa"30. Insomma, il senso di identità collettiva
(comunità) è direttamente proporzionale alle difficoltà comuni dellesistenza, in
quanto è legato ad esigenze di autodifesa/autoaffermazione.
Come scriveva Mishima, "il gruppo è un concetto di sofferenza divisa,
incomunicabile, un concetto che alla fin fine respinge la mediazione delle parole"31,
ovvero: il senso didentità comune, la comunità, richiede una coscienza di sé che
può derivare solo dallesperienza vissuta e mai dal mero convincimento teorico. La
comunità è il frutto dellazione, non della teoria.
Insomma, è evidente che una comunità, anche quando non è totalmente (esclusivamente) il
frutto di una scelta, vede dipendere la sua coesione dalla 'forza' con cui i membri
sentono lappartenenza -cioè da un fattore soggettivo. E questo ci porta al già
accennato concetto di 'confine culturale', che noi riteniamo di importanza fondamentale.
Questo confine è determinato, nella sua esistenza, da fattori oggettivi -la presenza di
gruppi umani a cultura diversa- ma perché si manifesti, perché assuma valore
'operativo', politico, è necessario lintervento di fattori soggettivi -cioè ogni
membro del gruppo deve essere cosciente di questa appartenenza e della diversità che
sancisce. Da qui a rendersi conto che i fattori soggettivi possono divenire anche più
importanti di quelli oggettivi, il passo è breve; se ciò che dà valore operativo ad un
'confine culturale' è la 'forza' con cui i membri se ne sentono parte, bisogna
riconoscere che questa forza può addirittura esprimersi in assenza di fattori oggettivi.
Per dare un esempio concreto di ciò che intendiamo, citeremo il caso dei 'Cacciatori
Turani', un gruppo fascista ungherese degli anni Trenta, che combatteva contro le 'Croci
Frecciate' (il più grosso movimento fascista ungherese) in quanto considerava le genti
magiare eredi etniche dei turcotartari e quindi era fedele al mito delle orde turche che
contendevano il possesso delle steppe euroasiatiche ai loro nemici di sangue, gli ariani.
In realtà, gli ungheresi sono di origine ugrofinnica, cioè arii, pure questa convinzione
era così forte per i 'Cacciatori Turani' che vinceva qualsiasi solidarietà, qualsiasi
identità ideologica32. Si può quindi affermare che "il fattore
critico per identificare un gruppo etnico diventa quindi il 'confine' sociale che
definisce il gruppo, non la realtà culturale allinterno di questo confine"33.
Proveremo adesso a visualizzare questi concetti, facendo ricorso ad alcuni disegni schematici.

Poniamo 'A' come il 'nucleo centrale' da cui storicamente ha origine il
nocciolo dellidentità del gruppo. Ad un dato momento, questa identità viene a
diffondersi via via, per cerchi concentrici, finché non incontra londa di
diffusione di una diversa cultura, di unaltra identità; ed allora, nel punto in cui
le due culture vengono a stabilizzarsi e fronteggiarsi, si stabilisce il 'confine
culturale'. Da questo momento in poi il confine stesso del gruppo assumerà un peso
fondamentale nel determinare la 'forma' di ciò che si trova al suo interno. Insomma, se
pensiamo in termini di società umane, diremo che il modo in cui i gruppi sociali
allinterno di una nazione interagiscono tra di loro, gli equilibri che vengono ad
assumere, la maggiore o minore organicità di questi rapporti, rivestono
unimportanza minore del 'confine culturale' complessivo della nazione, e sono da
questo fortemente condizionati. Il 'confine culturale' è ciò che restituisce, al singolo
ed alla collettività, il senso della propria identità. È evidente che, quanto più è
chiaro cosa ogni individuo è e cosa è la collettività nel suo complesso, tanto più
sarà semplice -ad ognuno rispettivamente ed a tutti complessivamente- trovare una
'strada' ed il modo di seguirla. La diversità rispetto agli altri ci fornisce la misura
della nostra identità, esattamente come uno specchio -che è ben diverso da noi- ci
riflette la nostra immagine. Anche se da ciò hanno origine, per degenerazione, il
razzismo, lo sciovinismo ed ogni altra forma di sopraffazione 'culturalmente'
giustificata, purtuttavia è così.
Ed è precisamente dalla caduta delle diversità culturali nel mondo occidentale, dalla
sostituzione dei 'confini culturali' con mere frontiere doganali e/o militari, che nasce
la crisi didentità, così come, per reazione, da ciò nasce la ricerca dei
particolarismi, la rivendicazione di micro-identità esasperate.
Lattuale ripartizione del mondo ('occidentale') in stati-nazione, che ha sostituito
al 'confine culturale' la frontiera, riproduce nel tempo la non-omogeneità culturale
allinterno di queste frontiere stato-nazionali ed anche lesistenza di quelle
che Aarebrot chiama 'periferie bifronti'; anche questo concetto proveremo a spiegarlo più
efficacemente per immagini.

Data 'A' come unarea culturalmente omogenea, ed 'a1' come il suo 'confine
culturale', mentre 'B' è uno stato-nazione e 'b1' la sua frontiera, vediamo che viene ad
enuclearsi una zona 'C', la quale -periferia sia rispetto ad 'A' che rispetto a 'B'- è
delimitata culturalmente (dal 'confine culturale') verso lo stato di appartenenza e
'doganalmente' (dalla frontiera) verso larea di appartenenza culturale. Esempi di
'periferia bifronte' se ne trovano sparsi in ogni angolo del continente europeo, valgano
per tutti i casi dellIrlanda del Nord ('A'=Eire, 'B'=Gran Bretagna), del Tirolo
('A'=Austria, 'B'=Italia), del Kossovo ('A'=Albania, 'B'=Jugoslavia).
Va da sé, infatti, che non si può sostenere il diritto, ad es., dei corsi o dei baschi
ad autodeterminarsi (attraverso anche la 'fuoriuscita' dagli stati che attualmente ne
inglobano il territorio) e negarlo poi ai tirolesi dellAlto Adige. Non sarebbe né
coerente, né tantomeno credibile, chiedere a Francia e Spagna quel che noi non siamo
disposti a riconoscere valido anche per lItalia.
3. NAZIONE E INTER-NAZIONALISMO
"Gli ideologi ufficiali della Nuova Comunità Europea prevedevano una rapida unione economica e monetaria, che conducesse ad uno stato politico comune. Il grande processo capitalistico di integrazione, avviato negli anni '50, avrebbe prodotto gli Stati Uniti dEuropa ben prima della fine del secolo. In questa unificazione -insistevano i visionari- i temibili antagonismi del secolo precedente sarebbero stati sconfitti definitivamente. Una pacifica Europa post-nazionalista costituiva sempre la parte più forte delle loro argomentazioni. Dallaltra parte, questa nuova Europa borghese fu sfidata da una nuova generazione di rivoluzionari. Ma, inevitabilmente, nel nome di una concezione non meno universale. La nuova sinistra anarchica e comunista che raggiunse la sua vetta più alta di militanza nel 1968 e 1969 prevedeva una rivoluzione sociale: il rifiuto di massa del consumismo e del capitalismo, non una crisi del sistema di stati nazionali. Che la rivoluzione scoppiasse in un punto o in un altro, avrebbe avuto valore universale, e quindi si sarebbe diffusa in Europa (almeno) con relativa rapidità. Per una strana coincidenza, il lato millenarista del movimento concordava con gli oppositori capitalistici. In termini di slogan, era fin troppo facile inserire la parola 'Socialisti' negli Stati Uniti dEuropa in formazione e ritenere che la rivoluzione da sola avrebbe potuto far avverare il sogno. La storia ha tuttavia il potere di smentirci tutti. Certamente essa ha messo in imbarazzo gli avanguardisti dellunità europea. Dopo la scomparsa di De Gaulle il processo non è andato avanti più facilmente; esso è affondato in sempre maggiori difficoltà, quando le classi di governo europee hanno affrontato il problema di collaborare in un più severo clima economico, e contro la più definita opposizione degli Stati Uniti. Tuttavia queste difficoltà hanno contribuito poco a favorire la sinistra rivoluzionaria. Sono le varie forme di riformismo nazionale, alcune guidate dai social-democratici, altre dai Partiti Comunisti, che hanno effettuato una certa e limitata avanzata dopo il 1970. Questo movimento è abbastanza esitante ed incerto sui propri fini e le proprie possibilità; ed è rimasto in gran parte limitato alle strutture dei vecchi stati nazionali. In altre parole, esso rimane legato al 'socialismo in un solo paese'. Ma quale paese? Questa domanda è diventata altrettanto importante dellaltra: quale socialismo? I profeti del capitalismo e della rivoluzione sono rimasti altrettanto confusi al riguardo. Ciascuno mirava a qualche forma di trascendenza dello stato-nazione, ad un più alto livello; nessuno pensava che esso potesse regredire ad un livello apparentemente più basso. Si pensava che sarebbero state le corporazioni multinazionali o i socialisti rivoluzionari a suonare la sua campana a morto, non gli insorti nazionalisti"34.
Fin qui lanalisi di Nairn; che ci dice ad un tempo molte cose: come la tendenza al superamento delle 'barriere' nazionali tradizionali sia connaturata al capitalismo; come la lotta anticapitalistica che si fonda esclusivamente sul socialismo rivoluzionario e la dimensione internazionalista della lotta di classe si rivela perdente; come la rivendicazione 'nazionale' sia oggi la più efficace a contrastare le tendenze cosmopolite del capitalismo e a metterne in discussione le stesse basi attuali. È daltra parte altrettanto vero che la prospettiva 'nazionale', di per sé, può risultare parzialmente efficace, se priva di incisività su un altro versante strutturale del capitalismo, e cioè lo sfruttamento di classe. Ne consegue che dallincontro delle due diverse prospettive può scaturire il massimo dellefficienza politica per la lotta al sistema capitalistico. Un incontro, unalleanza che è peraltro quanto mai attuale e naturale.
Questo perché la tendenza 'mondialista', denazionalizzatrice, del
capitalismo contemporaneo, colpisce direttamente ed in misura crescente gli interessi
delle classi lavoratrici. Infatti, mentre "il capitale e i capitalisti fuggono,
emigrano, si 'mondializzano', chi resta qui, nella nazione? In primo luogo il lavoro
perduto, i salariati licenziati, i cassintegrati, i disoccupati e quelli che non
troveranno mai occupazione, gli 'inoccupabili', la cosiddetta 'popolazione eccedente';
essi non hanno nemmeno più come un tempo la possibilità di essere venduti sul mercato
mondiale del lavoro, perché lofferta di lavoro è esuberante ovunque; dovranno
restare per forza allinterno dei confini fisici della Patria; in secondo luogo gli
operai e gli impiegati che difendono disperatamente il lavoro che ancora hanno e lottano
contro gli effetti perversi della 'razionalizzazione' e della deindustrializzazione,
contro la chiusura selvaggia delle fabbriche e delle imprese; in terzo luogo, gli
artigiani, i piccoli industriali, gli imprenditori e tutti coloro che senza certezze di
alcun genere impegnano contemporaneamente, in Italia, il proprio lavoro e le proprie
risorse economiche e si dibattono in balìa delle conseguenze delle costrizioni del
sistema economico mondiale, del suo caos permanente, degli effetti della concorrenza senza
regole, dellincertezza degli sbocchi esterni, delle difficoltà di finanziamento,
dellenormità del costo del denaro, dellaltalena incontrollata delle monete,
della dittatura del dollaro. Qui si materializza lessenza costituzionale della
patria, lidea moderna di Nazione"35. È chiaro quindi che
proprio la difesa degli interessi particolari di classe deve spingere i lavoratori ad
assumere la portata nazionale dello scontro -intesa come rilevanza e caratterizzazione
nazionale della conflittualità tra interessi di classe e tendenze internazionalizzatrici
e mondialiste del capitalismo. Si rende perciò necessario il superamento dei pregiudizi
'anti- nazionalisti', che hanno trovato storicamente la loro ragion dessere in una
fase in cui -diversamente da oggi- il nazionalismo veniva utilizzato strumentalmente
dallideologia capitalista, e dunque da questa risultava condizionato. Perché
"il nazionalismo (...) non è una questione di semplice identità (come spesso si
pensa). Essere diversi dagli altri, avere una fisionomia riconoscibile e articolata sono
condizioni necessarie ma mai sufficienti per il suo sviluppo. La condizione sufficiente,
il catalizzatore, è qualcosa di più (...) Il mito mobilitante del nazionalismo consiste
in unidea del popolo. Questa non deve essere confusa con un concetto astratto, per
es., del valore della classe operaia. Deve essere una nozione, concreta, emotiva, ancorata
allesperienza e al folklore popolare. Questidea delinea la (...) autonoma
iniziativa del popolo: la rivoluzione, il rovesciamento delloppressione straniera,
la guerra di liberazione"36. Ciò perché -e la storia anche
contemporanea ce lo mostra (si pensi ad es. allIran)- una sperequazione economica e
sociale, anche spaventosa, determina sì una reazione 'di classe', ma "il conflitto
di rado diventerà feroce o si intensificherà allinfinito, contrariamente alle
previsioni marxiste, a meno che i privilegiati e gli altri non possano identificare se
stessi, e identificarsi reciprocamente, in termini culturali, 'etnici'"37.
La lotta dei lavoratori neri sudafricani è, da questo punto di vista, paradigmatica.
La questione nazionale assume ovviamente una diversa rilevanza secondo il contesto
specifico, la natura dei rapporti internazionali in cui viene ad inserirsi. Ovviamente,
diversa è la rilevanza della questione nazionale, ad es., in Irlanda od in Corsica -che
sono a tutti gli effetti delle colonie- da quella che può avere, per rovesciare
lesempio, in Gran Bretagna e Francia. ma la diversità non consiste
nellesistenza o meno della 'nazionalità' (e quindi della sua attualità e valenza
politica), quanto nel diverso 'peso' che essa assume nella prospettiva della lotta
politica.
Tanto per rimanere ad uno degli esempi citati, e che viene convenzionalmente ritenuto il
caso più esemplare in Europa, ovvero lIrlanda, lanalisi sviluppata dal
movimento repubblicano dai primi anni '70 in poi (cioè da quando -liberandosi dalla
'cappa' costituita dalla dirigenza 'stalinista' con la 'scissione' Provisional- ha
cominciato una 'lunga marcia' dalle posizioni del nazionalismo borghese a quelle di un
socialismo popolare irlandese) ha identificato con notevole precisione proprio nel 'Free
State', nella repubblica del sud, la vera e migliore colonia di Londra. Questa è la
riprova che la natura coloniale di una nazione non è strettamente legata a forme palesi
di dipendenza; la presenza di un esercito occupante, così come lesistenza di forme
di governo 'dipendente', costituiscono certamente la riprova di uno status coloniale, ma
questo non è assente in assenza di tali elementi di riprova. Da un punto di vista
politico, il punto è dunque quanto incide (quanto deve incidere) nella lotta politica il
grado di evidenza dello status coloniale. Il quesito da sciogliere, al riguardo, sarebbe:
quanto -e come- incide lesistenza sostanziale di un rapporto di subordinazione e
dipendenza? Se è giusto, comè giusto, lottare per abbattere un rapporto di
subordinazione tra classi, per giungere ad una pari dignità tra lavoratori, a prescindere
dalle capacità di ciascuno, altrettanto giusto è battersi per un rapporto paritetico tra
le nazioni del mondo, senza cioè che la maggior forza di una venga esercitata a danno
delle altre. E se questesigenza è tanto più valida quando loppressione di
classe è dissimulata, altrettanto si può e si deve dire per loppressione
imperialista.
Rivendicare la piena e completa indipendenza nazionale non è una questione che si
esaurisca negli aspetti formali delle istituzioni politiche, ma che deve incidere sui
piani sostanziali, quelli che davvero hanno valore di identificazione per quanto attiene
la natura dei rapporti internazionali.
Appare comunque evidente che porre nella giusta rilevanza la questione nazionale non
significa sottovalutare altri aspetti della dinamica politica, né tantomeno affermare
diritti di predominio 'etno-culturalmente' giustificati. Non si tratta di mettersi in
concorrenza con limperialismo o di dar vita a forme di sub-imperialismo (è quello
che invece fanno i governi dipendenti dEuropa), né tantomeno di cercare in un
confronto inter-nazionale il compattamento sociale necessario a mantenere la divisione di
classe allinterno; questi sono sicuramente dei rischi connessi al perseguimento di
un progetto politico di rivendicazione nazionale (peraltro legati alla natura
socio/politica di chi dirige la lotta), ma anche laffogamento è tra i rischi del
nuoto: non per questo si rimane a riva a guardare.
Non si tratta nemmeno di perseguire lobiettivo del 'socialismo in un solo paese',
perché lesperienza storica insegna che questo non può sopravvivere autarchicamente
nel 'mercato mondiale'. Ma sicuramente, dovendo abbandonare lutopia della
rivoluzione socialista mondiale, che esplode più o meno contemporaneamente ovunque, e
dovendo comunque 'ripiegare' realisticamente sulla lotta per il socialismo nel proprio
paese -come primo passo- ciò vuol dire che dovremo intendere la dimensione nazionale come
un 'confine culturale', come il 'limite' di unidentificazione collettiva, ma non
come una barriera. Realizzare la liberazione della nazione costituisce un passo verso la
liberazione di tutti coloro che la compongono, ma non, di per sé, la realizzazione piena
di questo obiettivo. Occorre quindi, di sicuro, che ad essa faccia seguito la liberazione
degli oppressi della nazione -e, se ve ne sono, dalla nazione.
Riconquistare indipendenza nazionale significa muoversi nellunico modo -e
nellunico senso- possibile per giungere concretamente alla riconquista di una
'possibilità di socialismo'. La liberazione nazionale è la conditio sine qua non della
rivoluzione. Le due cose possono darsi contemporaneamente, laddove le condizioni
storico/politiche lo consentono, ma non può esserci rivoluzione senza libertà nazionale.
Cè un legame inscindibile tra popolo e nazione, anche se "il nazionalismo è
stato troppo spesso identificato con il sentimento di lealtà verso uno stato, invece che
verso un popolo e un territorio"38; infatti "lavvento
del nazionalismo in senso specificamente moderno fu legato al battesimo politico delle
classi popolari. Il loro ingresso nella storia fornì unessenziale condizione
preliminare per la trasformazione della nazionalità in un fattore centrale e
determinante. E questo perché (...) i movimenti nazionalisti sono stati immancabilmente
populisti nelle prospettive e hanno tentato di introdurre le classi popolari nella vita
politica. (...) Quando è stato vincente -e naturalmente, nonostante vi siano implicati
molti altri fattori e lideologia nazionalista abbia sempre esagerato il suo ruolo,
esso è stato nella maggior parte dei casi vincente- questo ruolo positivo è stato
determinante nelle storie politiche successive di tutte le società. Esso spesso ha
determinato il mito chiave dello sviluppo politico seguente. Come sua principale
caratteristica, questo è forse il mito della rivoluzione popolare o della lotta di
liberazione nazionale -un modello di azione popolare e di coinvolgimento di massa che
minaccia lo stato e che si è rinnovato ripetutamente durante le ultime generazioni"39.
Sulla base di queste considerazioni, si può affermare che la rivendicazione di carattere
'nazionalitario' non costituisce affatto, di per sé, una pericolosa manifestazione di
sciovinismo, di interesse esclusivo per le classi dominanti, di imperialismo in pectore.
Ciò tanto più oggi, che le classi dominanti 'nazionali' dimostrano sempre più di
considerarsi ed essere ununica classe sovranazionale, e che le tendenze economiche e
politiche espresse da questoligarchia-senza-patria puntano decisamente verso
labbattimento di qualsiasi frontiera (persino di quelle doganali, che essa stessa ha
in passato voluto).
Rivendicare la propria identità è, oltre che una primaria esigenza delluomo,
indispensabile a stabilire rapporti equilibrati con gli altri. E questo vale tanto più a
livello di collettività. Per questo motivo non sarà mai possibile costruire un sistema
di rapporti inter-nazionali giusto ed equo senza che, prima, le singole nazioni abbiano
raggiunto la propria, reale, indipendenza.
NOTE:
1 P. Athanassiadi Fowden, Limperatore Giuliano, Rizzoli.
2 J. Davis, Minority/dominant relations - a sociological analysis, AHM.
3 E. Gellner, Nazioni e nazionalismo, Ed. Riuniti.
4 M. Weber, Structures of power.
5 F. Tönnies, Comunità e società, Ed. di Comunità.
6 A. Melucci/M. Diani, Nazioni senza stato, Loescher.
7 F. H. Aarebrot, On the structural basis of regional mobilization in
Europe, in: B. De Marchi/A. M. Boileau, Boundaries and minorities in Western Europe,
Franco Angeli.
8 E. Gellner, Thought and change, Weidenfeld & Nicholson.
9 M. Hechter, Il colonialismo interno, Rosenberg & Sellier.
10 F. Chabod, Lidea di nazione, Laterza.
11 Ibidem.
12 A. L. Epstein, Lidentità etnica, Loescher.
13 K. Nyström/R. Rönnquist, Regions in upheaval. Notes on social
change and ethnic conflict in contemporary Europe, in: B. De Marchi/A.M. Boileau, ibidem.
14 F. H. Aarebrot, ibidem.
15 A. Melucci/M. Diani, ibidem.
16 K. Nyström/R. Rönnquist, ibidem.
17 E. Hobsbawn, Some reflections on "The break-up of Britain",
su: New Left Review, n. 105, 1977.
18 P. Pistoi, Una comunità sotto controllo, Franco Angeli.
19 A. L. Epstein, ibidem.
20 G. Dematteis/A. Segre/C. Lanza/P. Serniotti (acd), Geografia
economica generale, Bulgarini.
21 F. Tönnies, ibidem.
22 A. Melucci/M. Diani, ibidem.
23 D. Diner, Israele: problema dello stato nazionale e conflitto del
vicino oriente, in: W. Benz/H. Grawl, Tensioni e conflitti nel mondo contemporaneo,
Feltrinelli.
24 P. Pistoi, ibidem.
25 M. Duverger, Classe sociale, ideologia e organizzazione partitica,
in: G. Savini (acd), Sociologia dei partiti politici, il Mulino.
26 F. Tönnies, ibidem.
27 F. Tönnies, ibidem.
28 M. Duverger, ibidem.
29 P. Pistoi, ibidem.
30 F. Tönnies, ibidem.
31 Y. Mishima, Sole e acciaio, il Borghese.
32 Cfr.: S. J. Woolf (acd), Il fascismo in Europa, Laterza.
33 P. Pistoi, Nazionalità, classe e mobilitazione sociale, premessa a:
M. Hechter, ibidem.
34 T. Nairn, Crisi e neonazionalismo, Liguori.
35 F. Gaja, Urge una nuova definizione della nozione di "interesse
nazionale", in: Maquis/dossier, n. 1.
36 T. Nairn, ibidem.
37 E. Gellner, ibidem.
38 A. Melucci/M. Diani, ibidem.
39 T. Nairn, ibidem.