Questione nazionalitaria e lotta di classe: una prospettiva di liberazione
Il crollo dei regimi del socialismo reale, spettacolarmente culminato
nel 1989 con l'abbattimento del muro di Berlino, è coinciso in Europa -e non solo- con
l'esplosione delle realtà nazionalitarie ed etniche. Un fenomeno che sicuramente
rappresenta una grossa novità politica nell'ambito di un panorama continentale da decenni
sostanzialmente stagnante e polarizzato. Il declino politico dell'ideale comunista (al di
là del fatto che lo stesso potesse o no essere rappresentato dalle burocrazie
statal-capitaliste che comuniste si definivano) ha parallelamente messo in discussione,
come sua logica conseguenza, uno dei punti centrali e qualificanti del pensiero marxiano
stesso: il concetto di classe, e con esso quella lotta di classe che per quasi un secolo
ha rappresentato la speranza di riscatto degli strati sociali oppressi, sfruttati,
economicamente subalterni. Ciò mentre quello che appare all'orizzonte di questo inizio di
decennio è un fiorire di aggregazioni a base etnica, prive di una riconoscibile matrice
sociale, troppo spesso caratterizzate da una difesa esasperata della propria identità
interclassista, particolaristica, quando non localistica. Ma è proprio così? È
effettivamente possibile decretare la morte o comunque la netta attenuazione di un
conflitto che, teorizzato nell'ottocentesca Europa paleoindustriale era giunto
sostanzialmente indenne nel suo corpus politico fino alle porte del secondo millennio?
Voler articolare un'analisi che, partendo dai cambiamenti avvenuti in questi ultimi
quarant'anni nel campo dell'organizzazione e della divisione del lavoro, delinei in
maniera esaustiva l'evoluzione strutturale delle classi storicamente individuate da Marx,
è compito certo non facile e che comunque esula dai propositi di queste righe. Il solo
voler affrontare l'alterazione della percezione che le stesse hanno di sè, indotta dalla
crescente informatizzazione dell'industria -l'operaio, fantasma della fabbrica moderna-
richiederebbe ben altro spazio di approfondimento. Ciò su cui cercheremo invece di
offrire degli spunti critici è il come, a partire dagli anni Settanta, il concetto di
classe sia stato e possa venire ridiscusso, nell'ambito di un contesto
etno-nazionalitario. L'intrinseca incapacità di comprensione di buona parte della
sinistra rispetto ai fenomeni etnici e quindi l'assoluta mancanza di strumenti adatti per
interagire con essi, è certamente un dato di fatto. La rigidità della griglia
interpretativa marxista -che sostanzialmente li ha sempre relegati tra quelli "sovrastrutturali"-
ha fondamenta poderose che poggiano sull'individuazione delle classi storicamente
antagoniste: la borghesia ed il proletariato. Due soggetti spesso non coincidenti,
all'interno delle realtà nazionali, con gli effettivi protagonisti del conflitto che,
purtuttavia, resta ancora di classe, fra oppressori ed oppressi, colonizzatori e
colonizzati.
Quello che emerge prepotentemente dall'osservazione di una serie di situazioni di
antagonismo a base etnica è il rimodellamento radicale della configurazione "storica"
della classe marxiana. Il suo determinante -carico di segni distintivi dalla forte valenza
mitica- si adatta al terreno dello scontro assumendo contenuti e significati talora "tradizionali",
talora del tutto anomali, e ciò a seconda della collocazione sociogeografica delle
situazioni stesse. Nelle "aree ricche" è la discriminante culturale -non
considerata e bollata di "irrazionalità" dai marxisti- a prevalere; in
quelle povere dove lo sviluppo diseguale è più accentuato, è quella sociale che
acquista maggior peso. In entrambi i contesti vi è comunque una tendenza comune, quella
che spinge la classe come entità teorica, astratta, a sgusciare dalle maglie
dell'ideologia, trovando una propria adeguata definizione solo all'interno delle realtà
che la plasmano.
Il caso irlandese, in questo senso, è certamente tra quelli meglio comprensibili, nella
sua estremizzazione. Durante un giro di conferenze tenute in Italia alcuni anni or sono,
Gerry Adams, leader del Sinn Féin, parlando della lotta di liberazione nazionale
in corso nel suo paese, non esitò a definirla una "lotta di classe" fra
lo sgomento (forse) di coloro i quali si ostinano a considerarla un conflitto a base
religiosa o puramente etnica. L'uso di un concetto in apparenza politicamente qualificante
non va comunque ricondotto ad uno spostamento -da qualcuno ipotizzato- del movimento
repubblicano su posizioni di ortodossia marxista. Adams individua, al contrario, con molta
lucidità, la natura del conflitto che insanguina l'isola proprio a partire dalla critica
a quella che era l'analisi marxista dello stesso. Un'analisi che risale, storicamente,
agli scritti di Marx ed Engels sulla questione nazionale irlandese, poi rielaborati negli
anni Sessanta-Settanta dal Sinn Fein/IRA "Official" e, dopo la scissione
avvenuta all'interno dello Sinn Fein stesso, fatta propria dal neonato "Worker's
Party". In sintesi, l'oppressione esercitata dagli unionisti filo-inglesi veniva
vista dagli "official" come lo sfruttamento operato dalla borghesia
compradora sul proletariato nazionale, cattolico o protestante esso fosse, sfruttamento
attuato attraverso i consueti meccanismi capitalistici (lavoro salariato e, quindi,
produzione di plusvalore, ecc.).
L'appello alla rivolta, sempre secondo gli "official", andava perciò
indirizzato alla classe socialmente subordinata -il proletariato- l'unica strutturalmente
pronta a recepirlo. Nella sua inadeguatezza, tale conclusione ignorava un qualcosa che
nell'Irlanda del Nord era ed è un dato di fatto, cioè che anche il proletariato
protestante beneficia -seppur in misura minore rispetto alle classi economicamente più
agiate- della situazione di sfruttamento ai danni dei cattolici, di tutti i cattolici
-proletari e borghesi (1)- e che spesso, per non dire sempre, questo si
presta a fare da braccio armato dello sfruttatore -legalmente arruolandosi nella polizia,
o illegalmente aderendo alle bande paramilitari unioniste- a difesa dei privilegi sociali
ed economici che la situazione gli permette di ottenere. La lotta di classe in Irlanda,
quindi, esiste, ma è tra il colonialista inglese (ed i suoi fiancheggiatori) ed una nuova
aggregazione sociale -classe certamente- quella degli sfruttati per etnia, oltre che (ma
non sempre) per censo. La realtà etnonazionale è essenziale in questo contesto, perchè
fornisce un collante, un legame di solidarietà interno alla comunità oppressa, naturale
così come era artificioso quello teorizzato dagli "official". Se oggi il
piano di pace per l'Irlanda, presentato dallo Sinn Fein, si rivolge a tutti gli
irlandesi, ciò rappresenta un tentativo di recuperare alla comunità nazionale coloro i
quali da essa si erano più o meno volontariamente allontanati, stabilendo un'alleanza di
interessi col colonialista invasore. Quello irlandese è indubbiamente un esempio in
positivo (ma lo stesso si può dire parlando della situazione in Corsica o di quella in
Euskadi) di come socialismo e istanza nazionalitaria possano dar vita ad una sintesi
politica realmente rivoluzionaria e progressista.
Purtroppo, ciò che sta accadendo in altre parti dell'Europa (la Jugoslavia, ad es.)
dimostra che il conflitto -comunque eticamente e politicamente ineccepibile- innescato da
fattori etnici, può assumere connotazioni ambigue, quando non smaccatamente reazionarie.
Le grandi potenzialità liberatorie dell'istanza nazionalista scompaiono, così, nel
perverso gorgo della xenofobia e dell'intolleranza, e quello che potrebbe rappresentare un
poderoso ariete scagliato contro la società industrial-capitalista del "mercato
mondiale" (2) si trasforma nel veicolo utilizzato per integrare la nazione
"liberata" all'interno dello stesso, magari attraverso l'edificazione di
una "patria" che ha clonato dal passato padre-padrone, da cui si è
appena staccata, i meccanismi di oppressione e di discriminazione abbattuti dalla lotta di
liberazione nazionale.
Questo non significa però che vadano bollati come reazionari la totalità dei movimenti a
base etnica, una prassi ampiamente diffusa nell'ambito della sinistra che solo
recentemente sembra inizi a rivedere le proprie perentorie posizioni sull'argomento. Al
contrario è sempre più necessario enfatizzare l'originalità di una ridefinizione del
concetto di classe che proprio attraverso il nazionalismo ha saputo adattarsi ad un
mutamento epocale delle realtà sociali, oggi sempre meno imbrigliabili dai rigidi schemi
dell'ideologia e ciononostante tutt'altro che pacificate.
Il nazionalismo, quindi, come speranza di liberazione sociale oltre che nazionale; un'idea
forte già fatta propria da molti dei movimenti anticolonialisti che hanno combattutto nel
Terzo Mondo dagli anni Quaranta in poi. Dice il generale Vo Nguyen Giap, eroe della
resistenza vietnamita, in una recente intervista: "Tutta la nostra storia è ricca
di coesione nazionale e lotte per l'indipendenza" e, ricordando Ho Chi Min, "Per
lui il primo grande passo era ottenere l'indipendenza e l'unità nazionale; poi la
liberazione sociale, in cui ogni uomo è padrone del suo destino e può migliorare le sue
condizioni materiali ed intellettuali". Non è inutile ricordare che la lotta del
popolo vietnamita, prima contro i francesi, successivamente contro gli americani, è stata
sempre considerata dalla storiografia marxista essenzialmente "di classe",
ignorando totalmente un sentimento nazionale, non solo orgogliosamente rivendicato dai
suoi più prestigiosi leader, ma che ha rappresentato il nodo strategico di una guerra
combattuta sempre contro un nemico militarmente e tecnologicamente di gran lunga più
forte.
E' il medesimo sentimento che ha reso possibile la vittoria dei guerriglieri eritrei del FPLE,
i quali, attraverso una elaborazione teorica che si ispira proprio al modello vietnamita,
hanno privilegiato, nella costruzione della propria identità, un fattore
etno-nazionalitario sempre ostinatamente negato dall'oppressore etiopico. Nel continente
africano etnismo e lotta di classe si sono spesso sovrapposti nella veicolazione del
processo di autodeterminazione delle ex colonie occidentali. "In Africa non c'è
paese indipendente in cui la popolazione indigena non sia divisa in sottogruppi emersi
come elementi significativi nelle divisioni politiche del paese. Questo vuol dire che le
affiliazioni tribali o etniche sono collegate ai raggruppamenti politici o alle fazioni o
alle posizioni politiche, spesso alle categorie occupazionali e sicuramente alla
ripartizione del lavoro" (3).
Ciò è vero anche nel non ancora libero Sudafrica, dove la lotta di classe "tradizionale"
è stata una delle motivazioni che ha spinto buona parte dei neri a combattere
l'oppressore bianco. Ciononostante è impossibile disconoscere la presenza, all'interno
del movimento anti-apartheid, di una marcata componente etnonazionalista, essendo l'ANC
di Nelson Mandela in maggioranza composta di appartenenti all'etnia Xosa, e anche in
questo contesto -apparentemente semplificato- la realtà stenta ad adattarsi ad una
visione marxista della storia. L'Inkatha, il partito della minoranza Zulu che da
sempre si oppone all'ANC -e non solo politicamente-, ha certamente una base
proletaria che non gli impedisce di esprimere posizioni nettamente conservatrici e
filo-capitaliste, che sono arrivate all'appoggio più o meno diretto al sistema
dell'apartheid vigente ancora nel paese, ricevendone in cambio tutta una serie di
privilegi negati al resto della popolazione nera e coloured. Esemplificativo, in questo
senso, è stato l'atteggiamento assunto durante la guerra del Golfo. Mentre Mandela, pur
condannando l'invasione del Kuwait, si schierava contro un conflitto voluto e gestito
dagli americani, l'Inkatha, attraverso il suo leader Buthelezi, prendeva
apertamente posizione a fianco degli alleati (e del governo razzista di Pretoria). Anche i
sanguinosi scontri scatenati sempre dall'Inkatha nei ghetti neri (spesso con il
palese appoggio della polizia e dell'esercito) vanno viste in quest'ottica "compradora".
Un tentativo -che continua a causare centinaia di morti, soprattutto tra i militanti dell'ANC-
da parte di un gruppo reazionario (pur se a base proletaria) di ritagliarsi uno spazio di
rappresentatività politica a fianco dei bianchi. Niente a che vedere con i "regolamenti
di conti" tra neri o le "faide tribali" di cui continuano a
parlare la quasi totalità dei media occidentali, tradendo spesso un razzismo di fondo che
vede i neri incapaci di convivere pacificamente senza il benevolo aiuto del "civilizzatore"
occidentale.
Per concludere, è fondamentale l'individuazione dei soggetti attivi nello scontro
antisistemico scaturito, nel continente europeo e al di fuori di esso, dalla prepotente
rinascita delle istanze etnonazionali e comprendere, di conseguenza, come il colonialismo,
interno o esterno allo Stato-nazione, abbia oggi ridisegnato i confini delle classi
dominanti e di quelle dominate. Una comprensione che, partendo dalla realtà sociale
oggettiva, permetta di porre i presupposti per una qualificazione politica in senso
progressista dell'identità nazionalista, quale potenziale, efficace strumento di
liberazione dei popoli oppressi.
Indipendenza
(1) I tassi di disoccupazione all'interno della comunità
cattolica in Irlanda del Nord sono incredibilmente alti: il 78% per gli uomini, il 72%
delle donne.
(2) "I particolarismi di qualsiasi tipo sono considerati incompatibili con
la logica del sistema capitalista o perlomeno un ostacolo al suo funzionamento ottimale.
Ne consegue che all'interno di un sistema capitalistico è un imperativo affermare e
mettere in atto un'ideologia universalistica come elemento essenziale dell'incessante
ricerca di accumulazione del capitale. È per questo che parliamo delle relazioni sociali
capitaliste come di un "solvente universale" che lavora per ridurre tutto ad una
forma omogenea di merce la cui unica misura è il denaro". Da E. Balibar,
I. Wallenstein, "Razza Nazione Classe. Le identità ambigue", ed.
Associate, pag. 43.
(3) E. Balibar, I. Wallenstein, ibidem, pag.
200.