QUANDO IL NEOLIBERISMO FA SCUOLA
C'è una caratteristica peculiare che contraddistingue i governi di centrosinistra
che sono arrivati al potere in questi ultimi tre anni in Europa.
È quella di essere riusciti nel non facile compito di rendere accettabili
riforme dichiaratamente di destra ad un elettorato che fino a quel momento le
aveva sdegnosamente rifiutate. Gli appelli al realismo politico, alla logica
del "comunque il male minore", hanno reso possibile quell'allineamento
quasi totale alle logiche liberiste, che pure notevoli resistenze aveva incontrato
quando era stato propugnato dai Berlusconi di turno.
L'Italia, con l'esperienza del governo dell'Ulivo di Prodi, e poi con l'arrivo
alla Presidenza del Consiglio dei post-comunisti di D'Alema non ha certo fatto
eccezione. I dettati dell'ideologia del mercato fanno parte del DNA di questi
governi, che peraltro hanno continuato a contrabbandarli come odi alla modernità,
piuttosto che per quello che realmente sono: codicilli in calce ad un contratto
globale fatto firmare in bianco dalle grandi imprese ai governi nazionali.
Non poteva in questo senso fare eccezione un progetto organico di riforma della
scuola, che il Ministro della Pubblica Istruzione degli ultimi due governi,
Berlinguer, ha proposto attraverso un documento apparentemente dal basso profilo
intitolato: "Riordino dei cicli scolastici".
È qui d'obbligo una breve premessa. La riorganizzazione della Pubblica
Istruzione ha sempre caratterizzato, in Italia, l'inizio di cicli di profondo
cambiamento dell'assetto sociale del paese, che vedevano proprio nell'impostazione
della qualità, oltre che della quantità, dell'insegnamento da
impartire alle nuove generazioni, uno dei suoi nodi politici qualificanti. La
legge Casati sulla scuola statale è varata alla vigilia della formazione
dello Stato unitario, la riforma Gentile vedrà la luce durante il primo
anno del governo Mussolini. Nel dopoguerra, quell'idea di scuola che ha fatto
da ispiratrice ai seppur parziali interventi degli anni '60 (a partire dalla
riforma della scuola media inferiore avvenuta nel 1962), conferì al sistema
educativo un compito di promozione rispetto ad una socializzazione culturale
di massa, che mirava a far sì che l'istruzione professionale fosse preceduta
da uno strutturato e consistente momento di formazione umanistica e d'orientamento
generale.
Non può sfuggire perciò il fatto che quanto proposto dall'attuale
governo di centrosinistra mira ad edificare, sulle ceneri del sistema educativo
nazionale, di cui peraltro si possono individuare tranquillamente tutte le manchevolezze,
un impianto educativo ideologicamente propedeutico alla creazione di generazioni
di giovani perfettamente integrati rispetto al modello socioeconomico dominante,
quello tecno-capitalista.
Si tratta di una manovra che, va riconosciuto, è stata portata avanti
con notevole intelligenza nel corso degli ultimi anni, senza neppure la necessità
di arrivare, come sta accadendo ora, allo strappo insito in una proposta organica
come quella presentata da Berlinguer. Uno strappo, per riprendere il discorso
iniziale, reso possibile proprio dalla presenza, al governo, di forze politiche
che si definiscono di sinistra, le uniche in grado di garantire la fedeltà
e la sostanziale accondiscendenza del proprio elettorato rispetto a scelte di
chiarissima matrice ultraliberista.
Va rimarcata, inoltre, la sostanziale continuità, rispetto al progetto
scuola, dell'operato dei governi succedutisi in Italia negli ultimi anni, compreso
quello Berlusconi, colpevole solo di non aver avuto la forza politica per portare
avanti quanto è oggi propugnato dalla compagine ulivista.
La chiave di volta di questa vera e propria mutazione genetica del sistema d'istruzione
nazionale può essere sintetizzata in due parole: autonomia scolastica.
Uno dei primi passi nella sua attuazione è stata l'introduzione, tra
le competenze dei Consigli di Circolo e d'Istituto, della facoltà di
stabilire forme d'autofinanziamento. Ciò vuol dire un esplicito invito
a presidi ed insegnanti ad escogitare iniziative promozionali che, migliorando
l'"immagine" del proprio istituto, possano attrarre un maggior numero
di studenti-clienti. Una concorrenza che tenderà a premiare non le scuole
migliori, ma piuttosto quelle capaci di darsene una il più possibile
accattivante. E che avrà come risultato finale, si prevede una sua piena
entrata a regime nel 2000-2001, un'accentuazione delle già notevoli disparità
formative presenti sia su base geografica, che rispetto ai vari ceti sociali.
Questo essendo la medesima basata sulla quantità delle risorse presenti
sul territorio e sulla sagacia dei presidi-manager nel procacciarsi consistenti
appoggi politici ed economici.
A seguito di ciò il sistema nazionale scolastico tenderà a frantumarsi
in microunità sempre più autonome l'una rispetto all'altra, anche
dal punto di vista della didattica. I singoli istituti hanno, infatti, già
ricevuto, a suon di circolari ministeriali, un'ampia delega anche per quanto
riguarda la determinazione dei programmi di studio, la scansione dei tempi e
dei livelli dell'insegnamento, la valutazione dei risultati conseguiti. Tante
scuole quindi, quante sono le realtà socioeconomiche del nostro Paese.
A questo si aggiunge un vistoso processo di riduzione del corpo insegnante.
Sono già state soppresse 11mila classi e 1.800 scuole, e Berlinguer ha
nei suoi programmi ufficiali il taglio di 9mila docenti in tre anni. Nella Finanziaria,
passata indenne alla crisi del governo Prodi, è poi prevista l'abolizione
della gratuità dei libri di testo nella scuola elementare. Libri che
saranno generosamente forniti solo alle famiglie dei più "bisognosi",
consentendo un risparmio di spesa, per l'Erario Pubblico, di circa 80 miliardi,
e il triste spettacolo di una scuola (quasi) gratis solo per gli indigenti.
In perfetta sintonia con il punto di vista neoliberista, la scuola dell'Ulivo
sarà dunque, prima di tutto, una scuola con meno insegnanti, meno personale
non docente, e meno costi per lo Stato, seguendo il principio per il quale ogni
sfera ancora pubblica, strutturata in funzione della realizzazione di valori
sociali, va considerata un costo da ridurre, oltre che un impegno politico cui
è lecito e doveroso sottrarsi appena ciò sia possibile.
Ma la riforma Berlinguer, vuole in realtà fare molto di più, muovendosi
nel segno del superamento della vecchia contrapposizione cultura disinteressata/cultura
professionale, e mirando ad una professionalizzazione di tutto il sistema scolastico.
Recita il già citato documento programmatico ministeriale: "Il modello
italiano è rimasto sostanzialmente l'unico in Europa che non si è
adattato allo sviluppo industriale; il concetto di formazione professionale
ha stentato e stenta a decollare ed è comunque considerato inferiore
al concetto di formazione culturale, tanto che mentre in quasi tutti i paesi
del mondo l'accesso alle professioni avviene attraverso rapporti diretti col
mondo delle professioni e con l'esercizio pratico del mestiere all'interno del
curricolo di formazione, in Italia il momento della formazione è costantemente
rinviato". E ancora, il governo auspica che la scuola perda la "sua
struttura fortemente piramidale, dove ogni ciclo ha funzione fondamentalmente
propedeutica rispetto ai cicli successivi, per assumere una struttura modulare
nella quale ogni segmento identifichi precise soglie da raggiungere e consolidi
risultati spendibili in termini professionali".
Viene da pensare, leggendo queste parole, alle lucide osservazioni di Antonio
Gramsci, che nel 1916 parlava de "i piccoli mostri aridamente istruiti
per un mestiere, senza idee generali, senza cultura generale, senza anima, ma
solo dall'occhio infallibile e dalla mano ferma"1. Oggi la mano ferma è
stata sostituita dalla capacità di utilizzare, meccanicamente, un personal
computer, o di comprendere l'uso di un software, ma la sostanza resta indubbiamente
la medesima. E quello che si propone è da una parte una sempre maggiore
integrazione fra scuola e impresa, dall'altra un progressivo processo di "deconcettualizzazione"
dell'insegnamento, mirato alla formazione delle nuove generazioni di giovani
e solerti consumatori. Un processo, questo, ottenuto cancellando gli strumenti
intellettuali tradizionali, basati sull'uso di concetti teorici, e sostituendoli
con dei surrogati "pratici", più o meno tecnologici.
L'apologia dell'informatica come strumento didattico definitivo pervade, infatti,
il documento ministeriale. Tutto quanto è "multimediale" è
considerato più moderno e utile della parola scritta, quando è
dagli stessi esperti di informatica applicata all'insegnamento che vengono continui
moniti sui danni ai meccanismi di apprendimento causati da un eccessivo uso
del computer in fase prescolastica o di insegnamento di base. Un tempo "guardare
le figure" era considerata per lo più un'attività di livello
inferiore rispetto alla lettura, oggi l'utilizzo sempre più massiccio
di immagini è ritenuto un processo didatticamente essenziale.
Non può sorprendere, perciò, l'opinione del responsabile del team
di "addetti ai lavori" da cui il documento è stato partorito,
Roberto Maragliano, pedagogista esperto di tecnologie multimediali, che in piena
estasi da joystick declama: "Il videogioco è la più grande
rivoluzione epistemologica di questo secolo. Ti dà una scioltezza, una
densità, una percezione delle situazioni e delle operazioni che puoi
fare al loro interno che permette di esaltare dimensioni dell'intelligenza e
dello stare al mondo finora sacrificate dalla cultura astratta".
D'altronde la continua evoluzione tecnologica, che ha come risultato il lancio
sul mercato di sempre nuovi prodotti, spesso basati su tecnologie d'avanguardia,
necessita di una massa di consumatori evoluti, recettivi a tutte le novità
e in grado di adeguare ad esse i propri consumi; istruiti quanto basta da assimilare
con rapidità i messaggi pubblicitari e comprendere gli spesso incomprensibili
manuali di istruzioni; sintonizzati sul principio dell'obsolescenza programmata
dei prodotti, che ne implica un rapido consumo e un altrettanto rapido accantonamento
in favore di altri più nuovi.
Se vogliamo, vista la parcellizzazione e l'automatizzazione spinta ai massimi
livelli della produzione di beni di consumo di massa, questa finisce con il
necessitare di maggiore preparazione dei suoi clienti che dei suoi dipendenti.
In questo quadro ideologico si inserisce una scuola in cui, nei progetti di
Berlinguer, in realtà mero esecutore delle esigenze di mercato, lo studio
delle materie di interesse generale finirà di fatto a 12 anni, producendo
nei fatti un drastico abbassamento dei livelli di istruzione. Una scuola che
sfornerà sottoeducati e che, nel suo livello di base, finirà con
l'avere una funzione di semplice alfabetizzazione. Sparirà, infatti,
la distinzione dell'istruzione scolastica in tre livelli (elementare, media
e superiore), sostituita da due soli livelli: la scuola di base, appunto, e
quella secondaria.
L'istituzione di un biennio di orientamento, con 19 diversi indirizzi, che anticipa
a 13 anni la scelta dell'indirizzo degli studi, legherà questa ancora
più saldamente di oggi alle condizioni socio culturali della famiglia,
piuttosto che alla valorizzazione della personalità dello studente.
Il disorientamento che l'imposizione di una decisione così prematura
creerà in giovani poco più che adolescenti, costretti a saltare
da un corso all'altro neppure fossero allievi di un'università americana,
è peraltro salutato come una grande innovazione, perfettamente funzionale
alla generale organizzazione della società e del mondo del lavoro prospettata
dai campioni della sinistra "di governo". Leggiamo nel documento programmatico
del governo che "ciascun individuo nel corso della propria esistenza"
sarà chiamato "a cambiare più volte la propria attività
lavorativa", e dunque dovrà abituarsi anche a scuola alla "mobilità"
e alla "flessibilità" (due termini che ricorrono ossessivamente
nel testo).
Alla "scuola di orientamento" saranno inoltre affiancate altre strutture,
in larga misura promosse o gestite dalle aziende, il che segna la rinascita
del mai rimpianto "avviamento professionale". D'altronde le stesse
metodologie didattiche sono considerate subordinabili alle logiche produttive.
Per gli estensori del documento sopracitato esse devono essere "idonee
ad attivare abilità e a valorizzare propensioni in un rapporto costruttivo
e dinamico con il mondo del lavoro".
Frutto di questo indirizzo è la decisione di abolire negli Istituti Tecnici,
che saranno solo dal punto di vista burocratico promossi a licei, lo studio
della letteratura italiana, sostituito dall'acquisizione di una generica capacità
a "saper scegliere e gustare le proprie letture" e, soprattutto, a
"orientarsi nella produzione libraria".
Con queste premesse anche il problema del finanziamento pubblico della scuola
privata, segnatamente cattolica, rischia di passare in second'ordine. Chi oggi
urla allo scandalo forse ha dimenticato che tale finanziamento era già
presente, e a chiare lettere, nel programma dell'Ulivo, e questo nonostante
la sua evidente anticostituzionalità.
Con l'escamotage dell'istituzione dell'obbligatorietà della frequenza
nell'ultimo anno delle scuole materne, almeno la metà delle quali sono
in mano a privati, si è oggi semplicemente innescato quel processo che
in tempi medi potrebbe portare alla completa parità tra scuola pubblica
e privata, con il conseguente finanziamento di quest'ultima da parte dello Stato.
D'altronde è la logica del "privato è bello (ed efficiente)"
che tende a dilagare. Basti pensare che i contributi aggiuntivi chiesti spesso
alle famiglie nell'ambito della già citata "autonomia scolastica",
per quanto modesti se li si paragona alle rette delle scuole private, sono spesso
accettati favorevolmente da queste in quanto illusoria garanzia circa la qualità
dell'offerta. Rispetto ad una scuola pubblica del tutto funzionale alle esigenze
delle imprese e di una cultura, se la si può chiamare così, basata
su una superficiale tuttologia da magazine televisivo di "informazione
e costume", viene da pensare che la battaglia, per quanto importante, contro
il finanziamento delle scuole private è del tutto di retroguardia, visto
che anche le pubbliche rischiano rapidamente di essere espressione di una filosofia
ispirata dal medesimo utilitarismo.
Più utile è probabilmente il tentativo, fatto ad esempio dai Cobas
Scuola, di sviluppare un progetto organico di riforma della scuola, che partendo
dalla salvaguardia dell'impianto nazionale del sistema formativo, punti innanzitutto
ad un'eliminazione del precariato nel personale docente e non docente, garantendo
la stabilità del posto di lavoro per tutti come strumento di continuità
dell'iter didattico dello studente. Una riqualificazione della docenza finalizzata
ad un rafforzamento della scuola generalista, cioè una scuola che insegni
ad esprimere opinioni ed a formarsene di autonome, piuttosto che ad usare l'ultimo
software Microsoft. Che sviluppi una critica scientifica alla scienza e alla
tecnologia, non considerandole né totem intoccabili, né argomenti
oscuri di cui si possono occupare solo gli esperti. Una scuola che aspiri a
trasmettere idee piuttosto che capacità tecniche, destinate oltretutto,
in un panorama di accelerato progresso tecnologico qual è quello attuale,
a diventare in breve tempo obsolete e quindi assolutamente inutili.
Una scuola per cui, oggi, continua ad essere importante combattere.
Giulio Silvestri
1 Avanti, 24 dicembre 1916, in: A. Gramsci "L'alternativa pedagogica".