QQUALE FUTURO PER LA SCUOLA ITALIANA
-intervista a Lucio Russo e Massimo Bontempelli-
Abbiamo avuto modo di conoscere Lucio Russo e Massimo Bontempelli in occasione
di un convegno, tenutosi il 28 ottobre all'Università di Salerno, su
"Senso e didattica della filosofia oggi. Una riflessione sulla riforma
scolastica", che ha visto comunque altri relatori ed una buona partecipazione.
Promotori dell'iniziativa: Dipartimento di filosofia - Università degli
studi di Salerno, Società filosofica italiana (sezioni di Avellino e
di Salerno), Punto Rosso (Salerno). Le relazioni di Lucio Russo e Massimo Bontempelli
hanno rispettivamente affrontato il tema "Sapere critico e dogmatismo nell'attuale
trasmissione delle conoscenze scientifiche" e "Riforma della scuola
e sapere critico". Lucio Russo, dopo aver insegnato per diversi anni Fisica
generale, è attualmente ordinario di Calcolo delle probabilità
all'Università "Tor Vergata" di Roma. Ha svolto ricerche su
argomenti di meccanica statistica, calcolo delle probabilità e storia
della scienza. Tra le sue pubblicazioni: "La rivoluzione dimenticata"
(Feltrinelli, 1996) e "Segmenti e bastoncini" (Feltrinelli, 1998).
Massimo Bontempelli insegna storia e filosofia in un liceo di Pisa. Come studioso,
si è occupato prevalentemente di storia antica e di dialettica platonica
e neoplatonica. Tra le sue opere ricordiamo "Percorsi di verità
della dialettica antica" e "Il senso dell'essere nelle culture occidentali"
(un manuale di filosofia per i licei), entrambe in collaborazione con lo studioso
Fabio Bentivoglio, e, più recentemente, in collaborazione con il filosofo
Costanzo Preve, "Nichilismo, verità, storia" e "Gesù.
Uomo nella storia. Dio nel pensiero". È un collaboratore della rivista
Koiné. L'intervista a Lucio Russo è stata curata da Francesco
Labonia (rivista Indipendenza), quella a Massimo Bontempelli da Nello de Bellis
(associazione culturale Punto Rosso di Salerno).
Innanzitutto, per dare un senso il più preciso possibile ai contenuti
di questo nostro dialogo, sarebbe necessario che tu richiamassi -tratteggiandoli
sinteticamente- gli aspetti salienti della riforma Berlinguer, prima di sottoporli
ad una riflessione critica.
RUSSO - L'aspetto essenziale del processo di riforma in atto consiste, a mio
parere, nel drastico abbassamento del livello culturale della scuola. Si tratta
del risultato di più linee di intervento convergenti. Le principali consistono
nella riduzione degli anni di scolarità, nella tendenziale eliminazione
dei contenuti disciplinari (realizzata soprattutto comprimendo le ore specifiche
delle discipline a vantaggio di "progetti" di varia natura) e nell'abbassamento
della preparazione professionale dei docenti. Probabilmente l'ultimo punto è
il più importante. L'abbassamento del livello culturale dei docenti è
stato perseguito già da decenni, in particolare attraverso la riduzione
del salario reale e le immissioni in ruolo senza concorso. Adesso a questi due
strumenti, che continueranno ad essere usati, se ne aggiungerà un terzo:
il reclutamento di docenti dotati di sola laurea breve. Per dare un 'idea di
quale sarà il livello culturale dei futuri insegnanti, si può
ricordare che il principale obiettivo previsto dai recenti "decreti d'area"
per i futuri laureati in lettere è una conoscenza "elementare ma
solida" della lingua italiana. È vero che dopo una "laurea"
conseguita in tre anni e senza tesi gli aspiranti insegnanti dovranno frequentare
una scuola di specializzazione, ma vi sono fondati motivi per ritenere che tali
scuole, gestite quasi ovunque da pedagogisti, non si cureranno se non marginalmente
degli specifici contenuti disciplinari e si concentreranno sulla funzione di
"animatori" e "socializzatori" dei futuri docenti.
In un tuo libro, "Segmenti e bastoncini", sostieni che i "segmenti"
(intesi come apparati logico-concettuali indispensabili per la comprensione
critica della realtà) sono in via di eliminazione dalla scuola, nella
quale si parlerà solo di "bastoncini" (riducendo l'insegnamento
ad istruzioni necessarie all'uso delle merci). Sottolinei inoltre e inviti a
prestare attenzione al nesso tra la natura di questo tipo di riforma scolastica
e la riorganizzazione della produzione su scala mondiale, in atto peraltro da
alcuni decenni. Puoi circostanziare quei concetti e precisare questo nesso?
RUSSO - Vorrei innanzitutto precisare, a scanso di equivoci, che non voglio
affatto suggerire l'idea di un "complotto" del capitale internazionale
contro la scuola italiana. Voglio solo riferirmi a dei processi oggettivi. È
un fatto che quasi tutte le produzioni ad alto contenuto tecnologico hanno abbandonato
l'Italia e che la maggior parte delle multinazionali sono presenti in Italia
solo con strutture commerciali. In questa situazione molte aziende sono interessate
alla scuola come mercato per i propri prodotti e come luogo di formazione dei
propri clienti, e molto meno alla sua funzione di formazione dei futuri lavoratori.
Sono quindi in molti casi le richieste oggettive del mondo esterno alla scuola
a spingere verso la trasformazione da una "scuola per produttori"
a una "scuola per consumatori". Lo stesso processo avviene del resto
in gran parte del mondo, come effetto della concentrazione della produzione
(e anche delle attività del terziario), che riduce la richiesta di competenze
reali ad un numero così piccolo di persone da privare la scuola di massa
dal suo ruolo di formazione di competenze.
In tuoi recenti interventi hai sostenuto l'esistenza di un preciso rapporto
tra l'attuale processo di riforma della scuola e il pensiero unico che riconduce
ogni aspetto della società al criterio economico capitalistico. Cosa
puoi aggiungere al riguardo?
BONTEMPELLI - Ritengo che la chiave interpretativa degli interventi politici
sulle istituzioni sociali sia oggi quello che io chiamo totalitarismo neoliberista.
Si tratta di un liberismo di tipo nuovo, perché coniuga l'assenza di
intervento dello Stato ogni volta che occorrerebbe porre limiti alla ricerca
sfrenata di profitto con un intervento dello Stato molto articolato e costoso
a sostegno della redditività d'impresa. Si tratta inoltre di una forma
di totalitarismo, perché non c'è aspetto della società
che venga lasciato ad una logica diversa da quella di una subordinazione generale
alle esigenze del profitto. La sinistra è oggi la forza che con più
efficacia impone il totalitarismo neoliberista. Il processo attuale di riforma
della scuola si inscrive in questo totalitarismo. Abbandonata, infatti, l'idea
di un'educazione intesa come trasmissione di saperi e di valori adatti a formare
l'autonomia critica del cittadino, si impone una formazione scolastica costituita
da una generica socializzazione, priva di supporti concettuali, che sia in grado
di adattare flessibilmente l'individuo alla produzione e al consumo.
Uno degli spunti più suggestivi della tua analisi è l'individuazione
della riforma scolastica come manifestazione di nichilismo inconsapevole. Puoi
meglio precisare?
BONTEMPELLI - Viviamo in una società che, sottomessa ormai integralmente
alla dinamica di accumulazione del plusvalore, non ha più alcuna finalità
etica, e non è proiettata alla trasmissione di niente di essenziale,
come se non avesse né radici né futuro. Questo è un orizzonte
compiutamente nichilistico, di cui la riforma della scuola di Berlinguer è
la filiazione inconsapevole. Questa riforma non ha neanche provato, infatti,
a definire un asse culturale attorno a cui la scuola debba organizzarsi, e valori
imprescindibili da trasmettere. Lo spostamento dell'accento dai contenuti alle
metodologie più astratte e fumose, con lo spazio dato a quei veri e propri
sapienti del nulla che sono i pedagogisti, mostra chiaramente l'impianto nichilistico
dell'impresa. Non a caso gli insegnanti vengono coinvolti sempre più
in attività gestionali e organizzative, trasformati in semplici animatori,
incoraggiati ad attività di pura immagine e a defatiganti verbalismi
degli innumerevoli documenti che sono chiamati a stendere. Tutto per distrarli
dall'educazione, dallo studio, dalla cultura, dall'ancoraggio ad una solida
preparazione teorica. Non più intellettuali ma operatori scolastici;
non più educatori ma attivisti ed animatori: ecco il nichilismo.
Questione scolastica, trasmissione del sapere e questione nazionale sono connesse?
BONTEMPELLI - Strettissimamente connesse. La questione scolastica è questione
di scelta dei saperi e dei valori che meritano di venire trasmessi da una generazione
all'altra. Tale scelta, per essere sensata e culturalmente efficace, non deve
avere nulla di arbitrario e di soggettivo, ma deve essere radicata in un patrimonio
culturale ed etico collettivo. La nazione è il deposito di tale patrimonio.
Senza una valorizzazione dell'identità nazionale, quindi, la scuola non
può venire ancorata ad un coerente asse culturale, e la trasmissione
dei saperi e dei valori si disperde. Uno degli aspetti più sciagurati
della riforma di Berlinguer è la demolizione, attraverso la cosiddetta
autonomia, del carattere nazionale della istituzione scolastica. L'autonomia
scolastica voluta da Berlinguer è solo apparentemente promozione di iniziative
decentralizzate: non si spiegherebbe altrimenti come essa sia affidata a burocrati
statali, quali i presidi, che devono rispondere in maniera asfissiante alla
gerarchia amministrativa, e sia stata accompagnata da un diluvio di prescrizioni
agli insegnanti. Quel che essa è realmente è la rinuncia a un'idea
nazionale di scuola, e l'affidamento della cosiddetta offerta formativa all'arbitrio
dei singoli istituti, inevitabilmente condizionati dalle sollecitazioni più
contingenti e più legati all'odierna dittatura dell'economia e della
merce.
L'americanizzazione della scuola secondaria superiore è basata sull'idea
di una scuola fai-da-te e soprattutto sull'estensione applicativa del modello
fornito dall'impresa al progetto educativo stesso, con annessa produzione in
serie di individui altamente manipolabili. Tu leghi strettamente questo processo
che hai definito di "deconcettualizzazione dell'insegnamento" (con
ripercussioni in termini di impoverimento delle intelligenze e quindi della
nazione stessa) al processo di denazionalizzazione della scuola, di cancellazione
dell'identità culturale che sono gli imperativi ideologici della cosiddetta
globalizzazione, in realtà una rimondializzazione capitalistica. Puoi
sviluppare meglio questo passaggio?
RUSSO - Mi sembra che l'abbassamento del livello culturale della scuola sia
strettamente legato in vari modi al processo in atto di globalizzazione. Innanzitutto,
come abbiamo già notato, la concentrazione della produzione abbassa la
richiesta di competenze diffuse. Inoltre gran parte della cultura è strettamente
legata alle varie identità nazionali e quindi l'eliminazione dello studio
di discipline quali la storia, la storia della letteratura o la storia dell'arte
può dare un'importante contributo ad omogeneizzare il pianeta. Anche
in questo caso spesso non si tratta di una scelta consapevole. Molti accettano
come positivo il processo di globalizzazione solo perché, vedendolo in
atto, lo identificano con il "futuro", che a sua volta, per lunga
consuetudine, è identificato automaticamente con il "bene".
Ne deducono che tutte le caratteristiche culturali nazionali vanno eliminate,
in quanto rappresentano "il passato". Molti sono confusi dal fatto
che la cancellazione delle culture nazionali è presentata come "multiculturalismo"
e come accettazione della "diversità". In realtà il
processo tende proprio a distruggere le diversità, sostituendo le diverse
culture con un'unica miscela indifferenziata, ottenuta sovrapponendo gli aspetti
più banali e "commerciabili" delle diverse tradizioni culturali.
Poiché si tratta di un processo in gran parte già portato a compimento
negli USA, la realizzazione di questo gigantesco "omogeneizzato culturale"
si presenta in larga misura come un processo di americanizzazione. Si tratta
naturalmente di un processo utile per realizzare grosse economie di scala in
settori come l'editoria e soprattutto i nuovi media, ma che trascende largamente
gli aspetti puramente economici. Va sottolineato che le tendenze in atto presentano
importanti aspetti contraddittori. In particolare l'americanizzazione della
scuola europea ed asiatica finirebbe col privare i centri di eccellenza degli
USA delle loro fonti di importazione di cervelli, che sono stati sempre i paesi
con scuole secondarie non ancora americanizzate. Ciò che si rischia non
è quindi di allargare a livello mondiale il modello americano, ma piuttosto
di distruggere aspetti essenziali del modello nella sua stessa madrepatria.
Come valuti il fatto che l'interlocutore privilegiato delle oligarchie finanziarie
transnazionali, ed esecutore ideale -anche nel campo della riforma della scuola-
dell'attuazione di passaggi funzionali al totalitarismo neoliberista, sia in
questa fase la sinistra?
RUSSO - Non credo che esista più oggi una "sinistra". Su tutte
le questioni più importanti, mi sembra, le divisioni sono trasversali
rispetto ai vecchi schieramenti. In molti casi, come in quello della scuola,
lo schieramento oggi al governo ha un programma sostanzialmente coincidente
con quello che avrebbe un governo cosiddetto di "destra", con la differenza
che non dovendo preoccuparsi troppo dell'opposizione "di sinistra"
le possibilità di realizzare il programma che fu impedito, ad esempio,
a D'Onofrio, sono ben maggiori. D'altra parte esiste un'opposizione nascente
alla diffusione del modello "aziendalista" nella scuola in vari ambienti,
che vanno da buona parte di Rifondazione Comunista a settori della destra, a
molti ambienti cattolici. Finora l'enfasi data al problema della cosiddetta
"parità scolastica", riproponendo vecchie contrapposizioni,
ha avuto un ruolo importante nell'impedire la costituzione di un'unica opposizione
al disegno governativo sulla scuola.
Dopo l'imminente distruzione del vecchio "liceo europeo", sintesi
creativa della cultura illuministica e romantica, in che modo è possibile
la trasmissione di un sapere critico?
BONTEMPELLI - Credo che ci stiamo avviando ad una catastrofe culturale per le
nuove generazioni. Esse hanno trovato fino ad ora una scuola spesso arida, astratta,
incapace di far interagire il sapere trasmesso con la loro esperienza di vita.
D'ora in poi troveranno una scuola ancora peggiore, in cui non incontreranno
affatto un sapere strutturato capace di fornire un orientamento razionale ed
etico nel mondo. Il sapere critico sarà d'ora in poi affidato soltanto
a nuclei di resistenza intellettuale, dentro e fuori la scuola. Ciò di
cui oggi c'è bisogno, e purtroppo gravissima mancanza, è un atteggiamento
morale e pratico di resistenza all'omologazione nell'impoverimento culturale.
La parola-chiave, rispetto alla devastazione umana promossa dalla società
mercantile, e dalla sinistra politica, che ne agevola in ogni modo la diffusione,
è: resistenza antropologica.
Alla luce di quanto detto, cosa ritieni si debba e si possa fare -nella scuola
e fuori- per opporsi a questa dinamica? Puoi in sintesi sviluppare proposte
per un possibile progetto di una seria riforma della scuola? Chi, cosa e come,
insomma?
RUSSO - Spero di essere smentito dai fatti, ma non credo che oggi una "seria
riforma della scuola" avrebbe alcuna possibilità di essere approvata.
In questa situazione mi sembrano utili due strade. La prima è quella
dell'elaborazione culturale. Tra le cause dell'attuale situazione di degrado
vi è infatti, al primo posto, un vuoto culturale reale. Se il ministro
ha scelto di privilegiare la distruzione dei contenuti disciplinari, non l'ha
fatto per una sua particolare insipienza, ma semplicemente perché si
tratta di posizioni alla moda, che hanno già vinto sia tra i pedagogisti,
sia, più in generale, nell'ambito accademico e che, per i motivi già
accennati, non hanno trovato una seria resistenza nel mondo delle imprese. Occorre
quindi riprendere un dibattito serio sui contenuti culturali che vogliamo siano
trasmessi alle prossime generazioni: un dibattito che costituisce una parte
essenziale del generale dibattito culturale, al quale è essenziale che
partecipino non solo gli intellettuali, ma anche gli esponenti delle professioni
e delle imprese. Un'altra strada, che credo debba essere percorsa parallelamente
alla prima, può consistere nel formare qualche forma di coordinamento
tra docenti e scuole impegnati a difendere la serietà degli studi. Penso
a un'associazione trasversale rispetto agli attuali schieramenti politici, senza
finalità sindacali, basata sull'accettazione di pochi punti caratterizzanti:
essenzialmente la difesa di una funzione della scuola non subalterna rispetto
al mercato, la scelta di privilegiare i contenuti disciplinari sulle forme della
comunicazione e la difesa della razionalità e delle diverse identità
culturali. Una tale associazione potrebbe dar vita ad un organismo libero con
funzioni di proposta, di consulenza e di valutazione sui programmi di insegnamento,
quella che viene oggi detta l'"offerta formativa" delle singole scuole,
i corsi di aggiornamento per gli insegnanti e, più in generale, tutti
gli argomenti riguardanti i contenuti dell'insegnamento.
In altri termini, poiché credo che la tendenza in atto non sia invertibile
in tempi brevi, occorre preparare il futuro con la discussione teorica e possibilmente
aiutando la costituzione di isole di sopravvivenza delle competenze. Occorre
per questo mettere in contatto tra loro le persone che condividono i punti che
ho prima elencato. Un piccolo passo in questa direzione è la recente
nascita della rivista quadrimestrale "Punti Critici". Le persone interessate
possono acquistarla presso le librerie Feltrinelli o richiederla all'editore
(Hortus Conclusus, via Iglesias 4, 00182 Roma, tel. 06/7010839, www.hortusconclusus.it).
intervista a cura di Francesco Labonia e Nello de Bellis