Il "Nord-Est" è un’astrattezza mediatica divenuta metafora socioeconomica di laboriosità e produttivismo. Punta avanzata nel nostro paese, in questo passaggio d’epoca, di una ristrutturazione -in atto su scala sovranazionale- del modo di produzione capitalista e delle forme del lavoro servile. Dietro la retorica dell’occupazionismo, impazzano rampantismo sociale, miseria e sfruttamento umano ed ambientale.

PASSAGGIO A NORD-EST

Un tempo il Nord-Est era considerato economicamente periferico rispetto al triangolo industriale Milano-Torino-Genova. Oggi i suoi distretti produttivi sono indicati come "modello" da imitare. Ad aprile, al G7 di Lille, se ne è parlato come di un antidoto alla disoccupazione, un potenziale serbatoio di crescita economica, un laboratorio di quella "flessibilità" tanto invocata dal padronato. Nel complesso, quindi, un ‘modello’ strutturale possibilmente garante di una non conflittuale relazione tra imprenditorialità e istanze occupazionali, con un portato di peculiarità innovative di non poco conto per una forte accumulazione di profitti.
In Italia non è solo la Confindustria a volerlo ‘esportare’ nel Meridione dove il ‘modello’ è presente solo "a macchia di leopardo": alta disoccupazione e incentivi finanziari -statali e comunitari- solleticano appetiti neocoloniali mai sopiti.
Il cuore del Nord-Est si trova nel Veneto centrale e in parte del Friuli, allargandosi in contesti, tra loro alquanto diversi, come Trieste, il Trentino, il Sud Tirolo. Un’area che alcuni vedono snodarsi verso il centro, con un’appendice in Toscana e lungo la riviera adriatica, ad includere così non solo l’Emilia Romagna ma anche le Marche.
Se la caratteristica di parte delle strutture produttive del Nord-Est è di essere basata su un vincolo familistico-parentale, nel complesso si snodano una miriade di piccolissimi, piccoli e medi produttori diffusi a centinaia di migliaia di unità a costituire quel "modello collettivo la cui forza sta nel numero piuttosto che nell’élite, nella sua rete sterminata più che nelle sue punte: il capitalismo del signor nessuno, il modello della porta accanto"1. Una crescita sregolata che ha portato al proliferare di aziende -spesso a stretto contatto di gomito- con un impatto devastante sul territorio non ancora quantificato.
A partire dalla metà degli anni Ottanta, con la sola contrazione a cavallo degli anni Novanta2, il saldo tra imprese nate e chiuse si mantiene in attivo. La svalutazione della lira ha certamente favorito un’impennata delle esportazioni soprattutto nei settori tradizionali a basso contenuto di innovazione tecnologica, dove prevale la concorrenza fondata sul prezzo, ma la straordinaria proliferazione di aziende non è spiegabile soltanto con l’enorme accumulazione di profitti; una parte difficilmente quantificabile di queste imprese, in una sorta di sistema a scatole cinesi, viene creata a tavolino da consulenti commerciali come società di comodo per evadere/eludere il fisco.
Il localismo3, la piccola/media impresa, la diffusa struttura reticolare del lavoro para-subordinato -formalmente "autonomo"4- ma anche ragioni territoriali -l’essere avamposto verso l’Europa dell’est- e psicosociologiche, con una cultura -quando non un vero e proprio culto- del lavoro, fotografano il volto del Nord-Est ma non ne scandagliano l’essenza.
Diciamo -e potrebbe sembrare un paradosso- che all’origine ‘strutturale’ del fenomeno vi è proprio quel processo di globalizzazione economico/finanziario che, globale in senso generico, si articola in realtà in maniera gerarchica, strutturando intorno a sé, a macchia di leopardo, aree marginalizzate e aree ad alta intensità di sviluppo produttivo non necessariamente beneficiate in termini di servizi sociali, ecc.
La radicale riscrittura del sistema di produzione e di lavoro nelle tradizionali aree più avanzate economicamente (in Italia in atto almeno dagli inizi degli anni Ottanta) se determina una nuova forma di accumulazione capitalistica, contemporaneamente ristruttura l’articolazione dell’intero corpo sociale -modificandone composizione, mentalità, moduli di comportamento- nonché le forme del conflitto e della stessa politica.
Ad imprimere questo ‘nuovo corso’ è la grande impresa transnazionale che esternalizza progressivamente larga parte dei propri comparti. La scomposizione del ciclo produttivo trova la sua convenienza con la delocalizzazione dei fattori produttivi in aree dove la manodopera è a basso costo, il livello di sindacalizzazione è scarso se non inesistente e ci si trova già dentro o a stretto contatto con gli stessi mercati, talvolta con la possibilità di approvvigionamento in loco delle materie prime. Nelle aree tradizionalmente industrializzate l’esternalizzazione di gran parte dei servizi -e di alcuni comparti produttivi e di assemblaggio- alimenta la categoria dei contoterzisti e dei lavoratori cosiddetti autonomi, figure produttive di fatto desalarizzate, non di rado continuatori della stessa attività che svolgevano precedentemente nell’azienda, con la quale mantengono relazioni di lavoro, senza più ricevere salario ma emettendo fattura con ritenuta d’acconto. Questo tipo di relazioni consente all’impresa di risparmiare una fetta consistente di oneri sociali avendo semmai all’attivo anche della produzione in nero. I sistemi computerizzati del resto consentono ai committenti di gestire in tempo reale strategie e flussi produttivi. La tesi di Sergio Bologna -"il lavoro autonomo rappresenta la forma specifica del lavoro in epoca post-fordista. Non un segmento, ma la forma generale del lavoro"5- è fotografica del divenire in corso. Che accanto ad un "post-fordismo di prima generazione" (commercio, artigianato e piccola impresa) vede l’emergere di un "post-fordismo di seconda generazione" (intellettualità di massa al lavoro, dalla produzione alla commercializzazione della merce), un’area di crescente precarizzazione minoritaria di massa. In Italia, secondo il Censis, "la quota di lavoro autonomo è maggiore che negli altri paesi economicamente avanzati"6.
La frammentazione e diversificazione dell’azienda sul territorio in tante micro-unità mira ad ottimizzare il processo produttivo: le unità divengono strutture flessibili per manodopera e produzione, in grado di adeguarsi in continuazione alle "esigenze del mercato", con limiti, però, sul piano dell’autonomia commerciale.
Le dinamiche di questo processo trovano peraltro terreno fertile in un diffuso senso di insicurezza: venendo meno la possibile certezza del ‘posto fisso’, si fa largo la consapevolezza che, per uscire dall’incubo della precarietà, si debba, sussumendo regole e mentalità proprie del sistema, divenire imprenditori di se stessi.La progressiva espulsione dalle grandi fabbriche contribuisce alla diffusione di una forma di vero e proprio egoismo collettivo nel quale si trovano di fatto ad operare sia gli ex lavoratori salariati, sia gli ex quadri, sia le nuove fasce del lavoro giovanile. Tutti generalmente sospinti nelle stratificazioni dei servizi.
L’apparente senso di libertà viene fortemente contraddetto dal persistere della dipendenza nei confronti del committente aziendale. Le forme dell’alienazione e dello sfruttamento si ingigantiscono. Il preteso carattere ‘autonomo’ del lavoro si rivela assolutamente fittizio:
-gli obiettivi di produzione sono determinati ‘a monte’ dai committenti che, se mantengono il controllo e la gestione del complesso di cognizioni tecniche e dei canali distributivi, scaricano tutti i costi delle eventuali recessioni all’esterno, nell’area diffusa dei subfornitori, cioè sui contoterzisti, sulla miriade di piccole imprese, sui lavoratori ‘indipendenti’, sugli artigiani, ecc.;
-i tempi di pagamento sono dilazionati nel tempo, con ripercussioni talora esiziali sulla vita dell’azienda ‘controllata’;
-i tempi di lavoro si dilatano enormemente: gli straordinari diventano ‘ordinari’ e si lavora anche di sabato e domenica, in condizioni e orari fuori controllo;
-nel rapporto para/familistico o amicale in azienda, il grado di sindacalizzazione si abbassa notevolmente o scompare.
Tutto è quindi funzionale all’esclusivo obiettivo del "produrre per competere". Per ogni piccola azienda la subordinazione ad una grande impresa diventa condizione fisiologica -essenziale- se vuole sopravvivere e interfacciarsi a livello sovranazionale.
Per queste imprese la carta vincente sul mercato è quella di essere competitive per la qualità dei manufatti e la rapidità dei tempi di produzione, oltre che -beninteso- per la puntualità nei tempi di consegna7.
Il perché della quasi totale piena occupazione nel Nord-Est, al di là dell’enfasi mediatica, si spiega abbastanza facilmente con uno spezzettamento di tempi e posti di lavoro, a paghe sostanzialmente più contenute anche in relazione all’orario. Nel complesso, quindi, una concentrazione di ricchezze, comunque inegualmente distribuite, con alle spalle una fatica enorme per produrle. Eppure in quest’area non si determina nessuna tensione sociale, di liberazione. Semmai la conflittualità è nei confronti dell’amministrazione e del funzionamento della macchina statale. Si assiste ad una saldatura sociale tra le figure inserite a diverso livello nel processo produttivo, tanto più evidente nei suoi passaggi di crisi, quale ad esempio quello di fine ‘95 che ha visto un calo della crescita produttiva per la caduta consistente delle esportazioni dovuta al rafforzamento della lira, all’intensificarsi della concorrenza e alla contrazione di alcuni mercati. Questa saldatura si spiega perché gli imprenditori, i commercianti, gli artigiani e i dipendenti non solo sono partecipi dello stesso ‘modello’ produttivo, ma lo sono sovente intercambiando e intrecciando i ruoli. Non sono pochi i lavoratori dipendenti che, nelle aree di piccola impresa, hanno altre attività e che, transitando attraverso il ‘secondo lavoro’, divengono lavoratori ‘autonomi’ o mantengono un doppio ruolo lavorativo. La condivisione di bisogni e di interessi, di aspirazioni e di stili di vita tra lavoratori dipendenti e lavoratori ‘autonomi’ della piccola borghesia produttiva -che sul terreno specifico dell’organizzazione territoriale del processo produttivo si materializza nella comune mentalità ‘lavorista’ e produttivista- determina anche un sentire comune dei destini del sistema, un’analogia di orientamenti e di valori. La venuta meno delle appartenenze di classe -non pochi con una comune origine ‘operaia’ alle spalle- e, soprattutto, la mancanza di un referente politico radicalmente antagonista e propositivo (sul piano anche della solidarietà di classe) determina un quasi generale azzeramento delle rivendicazioni di diritti con spazi sempre più ristretti per le forze sindacali e un’acquiescenza pressoché collettiva ai canoni produttivistici.
Essenziale in questo policentrismo produttivo -e per le dinamiche economiche globali- è la disponibilità di una manodopera cui si richiede, oltre alla flessibilità, adeguate capacità tecniche. La necessità di una formazione rispondente ad esigenze aziendali in permanente divenire fa sì che il livello di cognizioni tecniche delle nuove generazioni di lavoratori sia mediamente più alto che in passato e che quindi di "dequalificati" ce ne siano pochi. Una delle lamentele degli operatori economici allo Stato è proprio quella di non provvedere -di fatto con i soldi della collettività- al finanziamento della formazione professionale, di non essere cioè, anche sotto questo profilo, un collettore di denari funzionale agli interessi delle imprese. In questo circuito, a coprire le mansioni più dequalificate o le turnazioni più ingrate -la notte e/o il fine settimana- sempre più spesso vengono utilizzati i lavoratori immigrati, la cui precarietà giuridica garantisce un’estrema flessibilità e disponibilità ai desiderata padronali. L’offerta, in tal senso, è tale e tanta per cui basta o un tam tam fatto di passa parola ai bar oppure entrare in una delle tante aziende che espongono il cartello con la richiesta di assunzione. Lo slogan leghista "meglio un negro che un meridionale", al di là di un frasario razzista, traduce di fatto le maggiori convenienze di impiego rispetto alla manodopera autoctona in alcuni comparti, il che conferma la funzionalità economica della disparità giuridica tra autoctoni e immigrati. L’"integrazione" quindi avviene al ribasso, si polverizza sul territorio conformemente alla molecolarità della struttura produttiva, evita la costituzione di ghetti e concentrazioni dove potrebbero alimentarsi tensioni sociali, si disperdono le possibilità di un raccordo rivendicativo per le stesse ragioni per cui si diluisce tra gli autoctoni.
Per l’insieme della forza-lavoro ‘autonoma’ e dipendente la lievitazione del reddito, diversificata non solo -e non tanto- per il ruolo che si svolge, ma per le condizioni aziendali in cui si opera, a ben vedere è solo apparente: l’illusione di un migliorato -per alcune fasce perlomeno- livello di guadagno deve fare i conti con l’allungamento dell’orario di lavoro e con la necessità di coprire ‘in proprio’ quel sistema di garanzie (sanitarie, assicurative, pensionistiche, ecc.) che lo Stato parzialmente assicurava e che ora sta via via cedendo alla gestione -e agli interessi- dei privati.
Si lavora a ritmi impressionanti, con una socialità in crisi derivante da una miseria dei rapporti interpersonali e dalla scarsità (o inesistenza) di spazi verdi, sociali, culturali, di attrezzature sportive; al di là del reddito e del benessere un’area di solitudine disperata, soprattutto giovanile...
Non è casuale che siano gli operatori economici del Nord-Est, paventando il rischio che possa emergere tutta la fragilità del sistema, ad addossare alla macchina statale la responsabilità del possibile deragliamento di questa "locomotiva senza binario". Il cahier de doleances è significativo: insufficienza della rete delle comunicazioni e dei trasporti; assenza di investimenti nella ricerca, nella formazione, nella tecnologia applicata8; elevato numero di imposte; non idonea erogazione qualitativa e quantitativa dei servizi pubblici; snellimento del macchinoso apparato burocratico/amministrativo statale9; mancanza di un sistema di sostegno alle esportazioni (sotto accusa i servizi offerti dall’Istituto per il Commercio Estero o quelli assicurativi Sace, ad es.); richiesta allo Stato di un ruolo di intermediazione con le banche per indurle ad abbassare i tassi di interesse.
Se la conflittualità con il "centralismo romano", con lo Stato, per certi versi ha delle ragioni -‘nazionali’, peraltro, più che localistiche- singolare è l’area di provenienza -"il Nord"- ed i suoi soggetti produttivi -gli imprenditori- che comunque beneficiano di un processo di industrializzazione -e di investimenti- storicamente convogliato a Nord e che in sintonia con le componenti parassitarie della borghesia clientelare meridionale hanno partecipato alla man bassa dei fondi della Cassa per il Mezzogiorno. Reale è il rapporto ‘fiduciario’ -oltre che di interesse- con lo Stato che anche da una ricerca di alcuni anni fa della Banca d’Italia è emerso relativamente alla consistente allocazione di BOT e di altri titoli di Stato nel Nord, policentrico Nord-Est incluso10. Il paradosso è evidente: le imprese, che godono comunque -storicamente- di un diseguale investimento strutturale dello Stato al Nord, investono nello Stato, usufruiscono di una rendita di posizione -parassitaria- non tassabile, incrementano la lievitazione del debito pubblico per gli interessi sul debito, praticano per larga parte l’elusione e l’evasione fiscale11, hanno accumulato enormi profitti nell’export con la svalutazione della lira e pretendono ulteriori interventi dello Stato che migliorino la loro competitività e incrementino così la loro ricchezza.
Questi introiti rischiano una caduta verticale per il recupero della lira e per la mancanza di un costante ammodernamento qualitativo del prodotto, delle infrastrutture e delle condizioni generali che accompagnano l’intero processo. Il sostegno dello Stato è una necessità imprescindibile nel processo di internazionalizzazione e l’eventualità di un’implosione delle casse dello Stato -o comunque il permanere di questo stato di cose- per centinaia di migliaia di piccole imprese e di nuove figure produttive significa vedere fortemente a rischio il tenore di vita sin qui acquisito. La richiesta di un federalismo forte, di un marcato decentramento fiscale e amministrativo, è la soluzione che viene avvertita come la più consona ai propri interessi. Senza dimenticare le responsabilità storiche e ancora strutturalmente attuali del ruolo e della natura capitalista di questo Stato, all’origine -tanto per dirne una- della mai risolta e risolvibile "questione meridionale" nel quadro di regole e logiche date, è certamente singolare che le imprese richiedano allo Stato di fungere sostanzialmente da collettore finanziario del loro liberismo...
Di denaro, peraltro, in quest’area del paese che ha registrato da svariati anni a questa parte un ammasso di ricchezza straordinaria12, ne gira parecchio. Non a caso le banche locali vedono i propri forzieri colmarsi come non mai. Da tempo qui c’è un proliferare di Casse Popolari e di Risparmio, un tale crocevia di denari che ha attirato gli appetiti ‘acquisitori’ di colossi come la Deutsche Bank o la stessa Mediobanca13, che tentano con enormi difficoltà di ramificare la loro presenza nell’anticamera del futuro: l’Est Europa. Un rapporto di amore-odio quello tra imprenditori e banche locali nel Nord-Est. La contiguità territoriale, l’operare su microaree in cui tutti conoscono tutti, ha favorito, più che altrove, una maggiore facilità di finanziamento delle aziende di credito nei confronti degli imprenditori locali. Ciononostante questa imprenditoria lamenta l’assenza di un adeguato sostegno del sistema creditizio ed è in crescita il numero di aziende -quelle più dinamiche, più innovative, più giovani e di minori dimensioni- che hanno difficoltà a reperire capitali. Un’assenza di sintonia che si è resa sempre più visibile allorquando le aziende si sono dirette alla conquista dei mercati internazionali. Se per ragioni di interesse locale (allargare il capannone, acquistare nuovi macchinari, finanziare un progetto di investimento) l’imprenditore continua a ricorrere alla banca locale, privilegia quelle straniere quando investe oltreconfine. Ciò ha indotto le banche a stringere i cordoni della borsa. Inoltre non pochi osservatori ritengono che la propensione al credito a breve termine, la scarsa trasparenza delle aziende che non forniscono le informazioni necessarie sulla propria attività e la repentina rivalutazione della lira siano ulteriori ragioni dell’elevato costo del denaro, sintomo del sentore delle banche locali per una crisi del "modello".
In Friuli, ad es., questo rapporto di maggiore interscambio con lo Stato "romano" in passato era garantito dalla Democrazia Cristiana (Dc), che agiva in maniera molto locale, garantiva amministrazioni stabili e buoni collegamenti tra governo nazionale ed esigenze locali, utilizzando a fondo le potenzialità legislative e finanziarie della Regione a statuto speciale14 per accompagnare lo sviluppo della piccola impresa. Il ‘vuoto’ politico seguito alla dissoluzione della Dc spiega perché la ‘rivolta’ maturi in quei ceti che maggiormente vivono di aspettative sul buon funzionamento dell’apparato statale. Le argomentazioni rozzamente ‘secessioniste’ di Bossi, assolutamente confuse, prive di alcun fondamento culturale identitario storico, sono per larga parte utilizzate da questa componente sociale come spauracchio forte per imprimere un processo di marcata ristrutturazione della forma-Stato. Se con il voto, in maniera visibile quindi, la Lega vede premiate le sue boutade secessioniste, il referente politico-istituzionale attualmente ‘transitante’ e possibilmente recettivo è il coordinamento dei sindaci del Nord-Est15 la cui forza è quella di far da cassa di risonanza alle lamentele delle associazioni di categoria dei piccoli e medi imprenditori del Nord-Est. Lo ‘scandalo’ delle tesi leghiste serve a mantenere deste le ragioni della protesta, ma la mediazione politica rimane assolutamente interna alla compagine istituzionale dello Stato il cui governo centrale si vuole funzionale alla tutela dei propri interessi. In discussione, quindi, non è l’unità dello Stato, piuttosto, per ragioni di interesse economico, lo sono il modello centralizzato e le sue modalità di funzionamento.
La stessa appartenenza alla comunità sociale viene soppiantata dall’esclusivo -ed escludente- interesse per il proprio profitto: il senso di identità -tutt’altro che nazionale- semmai avviene sul medesimo terreno dei processi materiali di produzione. Di fatto i soggetti produttivi di quest’area, a stretto contatto e con un occhio di riguardo per l’area del marco16, già da tempo, con l’apertura di propri uffici di rappresentanza, sono proiettati al di là dei confini nazionali e l’idea di una "Padania" indipendente è quanto di più lontano ed estraneo ai loro interessi.
Grosso modo, quindi, l’insofferenza nei confronti dello Stato ‘centrale’ non nasce dal timore che non sappia portare il paese al rispetto dei parametri (capestro) di Maastricht, ma sfrontatamente perché non fornisce a pieno regime servizi e assistenza loro necessari per proseguire sull’onda lunga della competizione.
Ragionare sul Nord-Est, che ha comunque specificità difficilmente esportabili, significa riflettere sulle forme avanzate di neocapitalismo nel nostro paese, sulla non casuale individuazione del ‘modello’ organizzativo dei distretti del Nord-Est come laboratorio economico/sociale anticipatore di una architettura che potrebbe caratterizzare, nelle sue linee essenziali, l’assetto produttivo e sociale di altre parti d’Italia (e non solo). Questa possibile prospettiva è al centro del dibattito. Il passaggio d’epoca del sistema produttivo capitalistico sta comportando nelle sue aree tradizionalmente più avanzate una crisi occupazionale che si intende gestire per prevenire un’esplosione sociale e per ottimizzare lo stesso processo. Tutt’altro che in crisi il sistema capitalista sta procedendo alla ridisegnazione su scala planetaria delle forme di produzione e di lavoro. La principale, straordinaria acquisizione che si intende mettere a segno nelle tradizionali aree avanzate è di restringere fortemente il sistema di garanzie sociali -welfare state- che ha ‘contenuto’ l’azione possibilmente rivoluzionaria delle masse subalterne. Si sono create inoltre aree sociali ‘privilegiate’ all’interno dello stesso ‘proletariato’ risucchiando l’azione -da anni ormai spiazzata dagli eventi- delle sinistre istituzionali e sedicenti rivoluzionarie nel sostegno a queste componenti di aristocrazia operaia. L’offensiva neoliberista dominante -incarnata sul piano politico dalle componenti di centrosinistra e di centrodestra- è divisa al suo interno se restringere gli spazi di garanzia sociale o spazzar via questi argini; il "modello" Nord-Est per larghissima parte lascia chiaramente intendere verso quale prospettiva sociale ed economica si intende procedere.
Assolutamente fuorviante sarebbe sostenere uno sbocco produttivo capitalistico la cui ‘bontà’ sia misurabile sulla base della crescita degli occupati. Eludendo, in tal modo, discriminanti fondamentali: cosa si produce, in quali tempi e condizioni, a beneficio di chi va il profitto, chi ha il controllo della proprietà produttiva. E un interrogativo di fondo: è accettabile che un’impresa abbia mano libera nell’accumulazione di profitti in un contesto di povertà crescenti anche nelle aree cosiddette ‘avanzate’ del pianeta? Che l’accento non venga posto sul sociale, su una ricaduta ‘positiva’ per la collettività?
Nel Nord-Est non vediamo nessun "modello" da auspicare. Di nuovo solo le forme inedite -peggiorative- in cui si ripropone la condizione servile della forza-lavoro di cui la cultura ‘lavorista’ -anche quella sedicente di sinistra- si accinge ad essere fautrice anche per il Mezzogiorno d’Italia. In linea con le istanze di una larga parte dell’imprenditoria che ritiene di poter tornare a lucrare massicciamente nelle zone depresse del Sud, nonostante non siano pochi gli osservatori che nutrono dubbi sull’esportabilità del ‘modello’. Bisognerebbe ricreare -il che la dice lunga su chi lo sostiene- le stesse condizioni ambientali ed umane che lo hanno generato. E nella prospettiva di un più contenuto export, il costante calo verticale dei consumi nelle regioni del meridione porterebbe duri colpi allo stesso apparato produttivo del Nord. In questo contesto si può leggere l’immagine di vitalità dell’apparato militare dello Stato contro il "sistema mafioso". Con la sua spettacolarizzata offensiva che ha portato all’arresto di capi ‘eccellenti’, filtra un duplice messaggio: di presenza e di garanzia per gli imprenditori e per l’investimento nord/estero soprattutto. Ed è noto che nell’ottica dilagante della centralità del ruolo dell’impresa, lo Stato viene chiamato -una richiesta da destra classica- a svolgere il ruolo di garante di un quadro politico/sociale stabile e, quando occorra, anche di ‘ufficiale pagatore’ (esempio Fiat, che ha costruito Melfi con i soldi dello Stato). Il Meridione presenta una struttura favorevole: grazie all’estrema precarietà, al tasso di disoccupazione altissimo e agli sgravi contributivi e fiscali17 c’è una manodopera a basso-bassissimo costo. Non a caso Confindustria, con il suo vicepresidente Carlo Callieri18, giudicando ‘arretrate’ le gabbie salariali, intende avere mano libera sulla forza-lavoro in entrata e in uscita dall’azienda, cioè totale libertà di ‘trattamento’ e di licenziamento. In più allettano gli incentivi comunitari: i fondi dell’Unione Europea prevedono per il quinquennio ‘94-’99 una spesa media annua per le zone depresse di oltre 10mila miliardi. Soggetti economico-finanziari come la Banca di Roma, la Fiat e il Mediocredito Centrale19 non nascondono l’interesse per un’area -il Meridione- che nei prossimi anni potrebbe diventare un bacino di nuova ricchezza, un’area di forte espansione produttiva e commerciale, una possibile immensa ‘zona franca’ -1/3 della popolazione, 1/4 del prodotto interno lordo e circa la metà della disoccupazione giovanile. L’interesse per il Sud potrebbe sancire ulteriormente l’interconnessione - complementare e strutturale- tra le imprese del Nord Ovest -elevata capitalizzazione, tecnologie alte o medio-alte, un settore terziario avanzato20- e imprese del Nord Est -medio/piccole, una tecnologia non sempre avanzatissima, una forte etica della famiglia e del lavoro.
Le proposte di Giovanna Ricoveri sul Manifesto21

1. "il protezionismo. Bisognerà forse rivalutare la difesa delle produzioni giovani (infant industries);
2. ridurre l’export, consumando più merci prodotte nella propria regione e comunità;
3. porre un qualche vincolo alla libera circolazione dei capitali e della finanza (anziché alla circolazione delle persone)"
si innestano in modo interessante nel contesto di una riproposizione forte dell’esigenza di un ‘lavoro di base’ atto al superamento di questi assetti.
Non basta semplicisticamente auspicare la nascita di piccole-medie imprese la cui struttura collettivizzata, di controllo di tutte le fasi di produzione e la natura delle stesse siano di per sé sufficienti per una prospettiva ‘altra’. Certamente ci sono settori (agricoltura e servizi) dove è possibile sviluppare un lavoro non necessariamente soggetto alla committenza delle grandi imprese e dove un rapporto con i bisogni delle comunità può innescare sul terreno materiale un diverso modo di vedere la vita, i rapporti interpersonali, le scelte. Come può esplicarsi una pratica anticapitalistica che sappia legare appartenenza territoriale e utilità sociale in un contesto ecologico e liberato? È possibile una lettura attuativa in chiave socialista, di liberazione, del modello delle piccole e medie imprese? Sicuramente avremmo delle strutture di base come punti di riferimento e possibili attori di una dinamica di liberazione organizzativamente e progettualmente ancora di là da venire. Riflettere su come porsi propositivamente sul terreno materiale dei bisogni significa potenziare anche le armi della critica, altrimenti destinate ad infrangersi contro il muro di gomma dell’egoismo di massa e della gretta risoluzione individualistica delle proprie aspirazioni e bisogni.  

 

1) "Nord-Est chiama Italia", intervista di Gianni Montagni a Giorgio Lago, Neri Pozza Editore. Il che non vuol dire che non ve ne siano anche alcune di grandi dimensioni (Benetton, Stefanel, Marzotto, Riello...), numericamente più contenute.
2) Nel solo Veneto, stime danno a 428mila le aziende, una ogni dieci abitanti, contando neonati e pensionati.
3) Anche se l’esigenza di livelli qualitativi di produzione sempre più elevati e la necessità di aggregare risorse per investimenti in tecnologia e commercializzazione per alcuni soggetti produttivi hanno significato -negli ultimi anni- allacciare al di fuori del proprio distretto relazioni con altre imprese (partnership, joint-ventures,...) a denotare una tendenza alla ‘fuoriuscita’ dal localismo per meglio competere sul mercato, forse indicando una linea evolutiva delle economie locali in un futuro prossimo.
4) cfr più avanti.
5) cfr il Manifesto, 26/3/’96, "Neo-poveri". Su questa falsariga anche Jeremy Rifkin, La fine del lavoro, 1995.
6) Nuovi poteri ed economia territoriale, IV Forum Nazionale delle Economie Locali, luglio ‘94.
7) Si ordina sul venduto, sulla base del principio del just in time, esattamente quando serve, con precisi tempi di consegna: i committenti girano gli ordinativi alle aziende in relazione alle richieste del mercato e con tempi pressoché azzerati -e costi molto contenuti- grazie alla tecnologia informatica. Bastano un computer, un modem ed uno scanner per trasmettere anche a chilometri e chilometri di distanza i modelli desiderati.
8) La specificità strutturale del ‘modello’ Nord-Est richiede una formazione professionale continuamente aggiornata ed in un’ottica di compressione dei costi si chiede alle istituzioni di farsi carico della formazione.
9) Tra le richieste più diffuse la semplificazione delle procedure nel settore delle opere pubbliche e la riduzione dell’abnorme produzione di normative che nell’amministrazione locale determina un groviglio non di rado contraddittorio, spesso di difficile soluzione.
10) Per non parlare di migliaia di conti bancari plurimiliardari allocati in quest’area.
11) Anche se va ricordato che i grandi gruppi industriali -anche per la loro propensione transnazionale- hanno più possibilità di evasione/elusione.
12) Quest’anno, a fine maggio, proprio Fazio, governatore di Bankitalia, faceva due significative considerazioni:
-dava i margini di profitto delle imprese in Italia "vicini ai massimi storici toccati negli anni ‘50", quando "la crescita degli investimenti e della produzione" era stata "eccezionalmente vigorosa",
-la redistribuzione del reddito è andata a vantaggio dei profitti, beneficiati dalla "moderazione" -cioè dalla decurtazione- dei salari.
13) Una guerra di egemonia tra i colossi nazionali e internazionali del credito: oltre alla tradizionale galassia formata da Mediobanca, Comit e Credit, in campo ci sono il polo di Banca di Roma e Banca Nazionale dell’Agricoltura, quello che ruota intorno all’IMI con San Paolo di Torino, Monte dei Paschi e Cariplo e sullo sfondo dei tentativi di costituire altre holding (vedi abbozzo di intesa di fine ‘95 fra le Casse di Risparmio di Torino e Verona per una nuova aggregazione bancaria con oltre 42mila miliardi di raccolta).
14) Non a caso in Veneto e Liguria è stata avviata una raccolta di firme per una proposta di legge d’iniziativa popolare sulla costituzione di Regioni a statuto speciale.
15) Nato nel settembre ‘95, vede al suo interno una trasversalità di sindaci: leghisti, post-democristiani, pidiessini. Chiedono una riforma fiscale su base federalista, un riassetto della finanza locale con nuove fonti di entrata non aggiuntive rispetto alle imposizioni centrali che permetta loro di ricoprire un ruolo di maggiore operatività, in un’ottica più avanzata -e sostitutiva- dei margini di manovra offerti alle regioni con gli statuti di autonomia, incluse quelle a statuto speciale globalmente accusate di riprodurre i guasti dello statalismo. Ha trovato una cassa di risonanza nel giornale locale, "Il Gazzettino", che ne ha potenziato il messaggio. Non a caso mal visto dai vertici leghisti che, temendo di essere scavalcati, hanno di recente invitato i propri rappresentanti ad uscire dal coordinamento. Significativa la polemica che è scoppiata tra i "veneti" che accusano di centralismo i "lombardi" e parlano di un problema di autonomia nel Nord.
16) Nei nuovi länder tedeschi, quelli dell’ex RDT, le sovvenzioni per chi crea posti di lavoro arrivano al 50% dei costi di investimento, sono a fondo perduto e in contanti. In aggiunta ai forti sgravi sugli oneri contributivi, ad un’estrema flessibilità del lavoro (mediamente lo stipendio di un operaio nell’area ex-orientale si attesta intorno ai 1500 marchi al mese rispetto ai quasi 3mila della parte occidentale), alla messa a disposizione di aree di insediamento a buon mercato.
17) Che non è una situazione che si protrarrà a lungo. Dal 1° dicembre ‘97 verrà gradualmente meno la riduzione del costo del lavoro legata alla fiscalizzazione, un’operazione che si concluderà alla fine del ‘99. Gli incentivi allettanti e gli sgravi degli oneri sociali per i loro dipendenti sino ad oggi compensavano gli imprenditori meridionali del differenziale dei tassi di interesse praticati dalle banche con una media di 2-3 punti più alti al Sud rispetto al Nord.
18) Salari più bassi per i neo-assunti per un periodo di 4-5 anni; allungamento della durata dei contratti di formazione e lavoro (con allargamento delle quote previste dalla legge) da 2 a 4 anni, escludendo dalla retribuzione le ore destinate alla formazione; deroghe ai minimi salariali per le imprese disposte ad investire nel Sud; alternanza tra lavoro e formazione; distribuzione annua anziché settimanale dell’orario di lavoro.
19) cfr convegno di fine marzo a Roma "L’Italia del Sud verso l’Europa".
20) Anche se, sul modello del Nord-Est, stanno configurandosi aree produttive decentrate nel Biellese, Cuneese, Astigiano.
21) il Manifesto, 25/2/’96, "Sviluppo naturale".

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