NOTAZIONI CRITICHE A SERGIO SALVI

Ma, insomma, la "nazione padana" esiste o no? L’intervento di Sergio Salvi ("La nazione padana"), che pure si sforza di dimostrarlo, non ci pare porti elementi convincenti di là di interessanti argomentazioni più o meno ‘collaterali’ (Occitania, genesi etnolinguistica della nazione italiana, ecc). Non ci soffermeremo, invece, sulle considerazioni ‘di contorno’ più politiche che ci sembrano un po’ approssimative nelle conclusioni -ed in qualche passaggio- e che nobilitano indebitamente la Lega. Ci sembra molto opportunistico sostenere, ad esempio, che "la Padania, che ha la responsabilità storica di aver fatto l’Italia, si è ora assunta la responsabilità di disfarla". Troppo ‘facile’ prefigurare su carta possibili benefici indiretti che deriverebbero al "Mezzogiorno" dal separatismo statuale di marca leghista, dimenticando che il processo storico di unificazione, tutt’altro che una sorta di moto spontaneo e popolare (che storicamente non si è verificato) dal Nord al Sud della penisola, ha avuto origine per le ragioni ‘di cassa’ dell’espansionismo subalpino di Casa Savoia e gli interessi tosco-padani che le si erano coagulati intorno nel processo di accumulazione primitiva di capitale ed ha dissanguato -in tutti i sensi- il Sud protraendosi nel tempo sino ai giorni nostri.
Ma non è su questo che intendiamo soffermarci, quanto sulle argomentazioni di merito sulla presunta nazione padana.
La tesi di Salvi mira ad affermare culturalmente -sul versante linguistico- l’esistenza della Padania come nazione e allo stesso tempo ad introdurre, senza approfondirlo, un distinguo tra questa e la Lega Nord, una sorta di richiamo alla percezione collettiva (soprattutto ‘di sinistra’) a non identificare o intercambiare il (presunto) referente nazionale con una sua (per quanto unica) espressione politica, sia pur nient’affatto ‘esaltante’. La Lega, per Salvi, avrebbe il merito di aver determinato un risveglio della coscienza nazionale padana ed innescato un processo di disgregazione dello stato plurinazionale italiano. Per il resto, in modo forse più netto di quanto non dica, traspare una critica alle istanze politiche, sociali ed economiche della Lega, che non circostanziata si esaurisce nell’auspicata "comparsa in tempi brevi" di una ipotizzata "sinistra padana", la cui inesistenza non è certamente casuale. L’approccio ed il livello delle argomentazioni ‘fanno’ l’interesse dello scritto che merita però alcune notazioni critiche.
Chi conosce Indipendenza sa che da sempre, proprio sotto il profilo nazionalitario, l’indissolubilità dello Stato-nazione -non solo quello italiano- non le è mai appartenuto come dogma. Nell’articolo che ha suscitato in Salvi il pretesto dialettico per le sue considerazioni, scrivevo: "Non solo non consideriamo l’unità d’Italia un dogma da difendere, come sostiene Luciano Violante, anche con la forza, ma riteniamo un suo parziale o totale sgretolamento in seguito ad autentiche istanze nazionalitarie un momento importante di quel processo di liberazione sociale e di recupero della sovranità nazionale (ora triste parodia di se stessa) che da tempo auspichiamo". Che quindi, su questa presunta nazione padana, noi si abbia delle opinioni che coincidono con quelle della totalità degli esponenti politici italiani, governativi o d’opposizione essi siano, non ci preoccupa affatto.
Diciamo di più per sgombrare il campo da equivoci: non riteniamo che il diritto all’autodeterminazione dei popoli debba essere subordinato alle idee politiche espresse dai dirigenti dei movimenti di liberazione nazionale che per tale autodeterminazione lottano. Certamente, per affinità politiche, guarderemmo con simpatia la componente che operasse per una direzione politica radicalmente anticapitalista e di liberazione individuale e collettiva. E per dirla ancora più chiara: un’eventuale direzione ‘di destra’ di un movimento di liberazione nazionale avrebbe una legittimità culturale rispetto a qualsiasi forma e ‘veste ideologica’ di oppressione esterna, ma a ben vedere questa stessa legittimità la perderebbe -la perde- immediatamente all’interno, tra la propria gente: il sentire ‘comunistico’ di una nazione non si può fermare al solo piano culturale per poi riperpetuare nelle dinamiche sociali e politiche interne, quand’anche in lingua autoctona, la stessa logica di oppressione e sudditanza. Lo snodo strategico tra un approccio reazionario ed uno emancipatorio alla questione nazionale è solo per cominciare qui. E non ci pare sia poco, soprattutto nel passaggio dall’approccio (cui siamo sensibili) al merito.
Quanto detto vale ovviamente anche nel caso della presunta nazione padana. Sarebbe scorretto intellettualmente e fuorviante politicamente ("la verità è sempre rivoluzionaria", diceva Lenin) sostenere l’infondatezza della caratterizzazione ‘nazionale’ della Padania come riflesso della critica -anche radicale- portata al cuore delle istanze tattiche e/o strategiche della Lega.
Che la definizione di "dialetto" venga sovente utilizzata dagli Stati centrali (e centralisti), non solo quello italiano, per minimizzare o negare l’esistenza di "nazioni interne" e che quindi ci sia un opportunismo politico nel dire cos’è lingua e cos’è dialetto, è un fatto indiscutibile perché prassi consolidata. Il linguista Tullio de Mauro, di là della valutazione che si può avere dei suoi studi, ‘fotografa’ la realtà quando sostiene che la distinzione tra lingua e dialetto è la differenza che passa dal possedere o meno bandiere e fucili (richiamo evidente alla violenza sedicente ‘legittima’ di cui si arroga uno Stato). Altrettanto significativa l’osservazione del cantautore De André sul fatto che il genovese fosse un tempo considerato una lingua ed il portoghese un dialetto, soltanto perché Genova formava uno stato (la Repubblica di Genova, Liguria e Corsica) mentre il Portogallo non ne aveva uno proprio ed era soggetto all’influenza castigliana. Se, sotto il profilo culturale, un corretto approccio nazionalitario indurrebbe al rispetto di qualsiasi identità linguistica in cui si riconosca una comunità a prescindere dalla sua consistenza numerica (il che non implica necessariamente una scelta attardata e di chiusura all’esterno, visto che si possono imparare altre lingue come arricchimento culturale, partendo dalla propria base identitaria), sul piano politico rileviamo due aspetti: 1. la specificità linguistica, che pure è parte significativa della riconoscibilità reciproca dei membri di una comunità, non può essere considerata unico ed esclusivo fattore dell’esistenza di una nazione; 2. l’esistenza di una nazione -e quindi anche di una lingua- riconosciuta o negata essa sia, non è detto che comporti, ma non lo esclude quindi, il passaggio obbligato all’indipendenza politica statuale (per restare in Italia, vi sono comunità greche, albanesi, slovene, ecc. che rivendicano il rispetto della propria identità culturale -addirittura secondo noi avrebbero diritto al più ampio autogoverno politico e all’autogestione economica del proprio territorio- ma non rivendicano una separazione o una statualità differenziata). Questo passaggio, che avrebbe tutti i requisiti oggettivi (oltre quello della lingua), dovrebbe essere completato dalla volontà e dall’aspirazione collettiva della comunità nazionale autoctona interessata a volersi dotare di una struttura politica autonoma sovrana.
Nel caso basco, sardo o corso, ad esempio, la necessità del separatismo è inscritta oggettivamente nella condizione di progressivo annichilimento culturale cui sono sottoposte queste comunità nazionali e nella condizione di sfruttamento coloniale (politico, economico, ambientale, psichico...) posto in essere dal sistema capitalistico dei rispettivi Stati di dominio. E lo è soggettivamente, in divenire, nella sempre più diffusa volontà collettiva di queste comunità a porre così in essere la loro speranza di sopravvivenza.
Insomma, se esistono una forma e dei requisiti oggettivi di identità nazionale che individua l’appartenenza alla cultura specifica di un popolo, deve parimenti corrispondere una forma soggettiva che richiede la coscienza dell’appartenenza comune, condivisa tra i membri della nazione. In questo senso nessuno, singolo o Stato che sia, può dare/togliere patenti di nazionalità.
Il che non esclude che processi separatisti o aggregazionisti possano verificarsi su altre basi. Cioè a prescindere da parametri identitari. Il punto è ora discutere di cosa si tratti nel caso padano, se di una nazione negata o dell’utilizzo di tematiche identitarie ‘gonfiate’ a livello di nazione dalla Lega Nord per rafforzare, su un vettore potenzialmente mobilitante di massa, l’incidenza di rivendicazioni di altro tipo, di natura fiscale ed economica ad esempio.
Questo ci riporta alle argomentazioni ‘culturali’ -precipuamente linguistiche- addotte da Salvi per ‘dimostrare’ l’esistenza della Padania come nazione. Nell’insieme ci sembra che il suo tentativo proceda con estrema difficoltà, di là dallo sforzo di far brillare la Padania, più che di luce propria, di luce riflessa (l’Occitania). Il punto da cui partire sta proprio in quanto sostiene Salvi: la non coincidenza della Padania geografica con la Padania nazione ("È chiaro che la Padania fisica e la Padania-nazione non coincidono: terre geograficamente padane come la Valle d’Aosta, il Tirolo meridionale e il Friuli per citare soltanto le principali, non fanno parte della nazione padana"). Insomma, la Padania se resta viva come espressione geografica, nasce già morta sotto il profilo politico/culturale. Né vale appigliarsi all’"artificialità" dei "nomi delle nazioni, spesso inventati per ragioni di opportunità e di visibilità", perché l’artificio ‘nominalistico’ più o meno fondato e ‘giustificabile’ culturalmente, deve comunque indicare una comunità oggettivamente riconoscibile e inter-soggettivamente riconosciuta/si. E l’interessantissima disamina della genesi delle "lingue etniche dei cittadini italiani" non ci pare porti elementi significativi per l’identificazione della nazione padana (che risulta peraltro priva, sotto il profilo linguistico, di una sia pur "minima standardizzazione ortografica"). Addirittura, sempre a sentire Salvi, "appare inspiegabile come una coscienza nazionale padana non sia sorta almeno attorno alla metà del XIX secolo", e "la riflessione storica, l’attività linguistica e letteraria, l’indagine accurata della propria identità" vede a tutt’oggi "i padanisti (...) ancora fermi al nastro di partenza, con l’aggravante di tutta una serie di false partenze che sembrano segnare itinerari confusi e contraddittori".
L’excursus storico/linguistico di Salvi, veramente interessante, ricorda, a nostro avviso, che, all’interno di quella realtà geografica individuata come Padania, esiste un ricco patrimonio culturale da rispettare, come d’altronde in altre aree, pressoché misconosciuto -storicamente- dal centralismo statuale italiano. Che questo possa andare incontro e legarsi ad una avanzata autonomia politica ed economica, ad un’autogestione responsabile del proprio territorio (ben diversamente dalla logica di capitalismo policentrico rampante di cui è alfiere la Lega e non solo nel cosiddetto Nord-Est), è cosa auspicabile e realmente possibile tanto più in un contesto anticapitalista. E non fuga la convinzione sull’artificiosità della Padania nazione nemmeno il passaggio di Salvi sul risveglio della coscienza padana attivato dalla Lega Nord. Non si tratta di negare la possibilità che una pratica di dominio intenda o possa arrivare a disarticolare, se non cancellare, la coscienza di sé (individuale e/o collettiva) su un qualunque piano (culturale, sociale, ecc.). Anzi. La storia, anche contemporanea, straborda di esempi in tal senso. Bisogna dimostrare con riscontri corposi che di questo si tratti per la cosiddetta nazione padana, laddove sul piano culturale ci sembrano ben scarsi o nulli, perlomeno non noti a noi, né a Salvi, né a Bossi, né ai leghisti, né alla fantomatica "sinistra padana".
Abbiamo un’opportunità più politica, una sorta di cartina al tornasole di un possibile riscontro: quello della genesi del fenomeno leghista, un’analisi strutturale dei motivi, delle argomentazioni, dell’iter politico delle Lega, Lombarda prima, del Nord poi. Che sin dalle origini si evidenziano su basi di protesta fiscale (che accomunano piccolo/medio imprenditore e lavoratore dipendente anche statale) e pretestuosamente su quelle etno-culturali ‘che fanno una nazione’ (come emerge sin dai primi documenti ufficiali della Lega). Il che non ci impedisce, nello specifico, di dissentire radicalmente dalla posizione di Rifondazione Comunista (più ‘esattrice’ del Re, potremmo dire) o di chi, in nome della formula ‘bisogna comunque pagare le tasse’, non entra nel merito di ‘a chi si pagano’, del ‘perché’ e, quindi, del possibile utilizzo di contestazione radicale, anche tramite il vettore fiscale, di questo Stato capitalistico. Qualcosa di antitetico all’opportunismo corporativo e ‘di classe’ delle istanze leghiste.
Delle due l’una, quindi. O, come si legge tra le righe di Salvi, dobbiamo ritenere che sia la Lega Nord ad usare strumentalmente una tematica nazionale comunque esistente e quindi, sul piano politico, si può finire con l’auspicare la nascita di una sinistra padana, salvo chiedersi il perché della sua invisibilità dopo circa 15 anni di fenomeno leghista. Oppure che si è in presenza di un artificioso utilizzo della capacità di mobilitazione e di dirompenza -effetti del senso di appartenenza identitaria- provocate da una ‘nazione quando si alza in piedi’.
Insomma, la Padania non è l’Occitania, semmai, per certi versi, ricorda il Quebec, nella logica del "solve et coagula". Intere regioni, favorite economicamente, che mirano ad aggregarsi, sole e più potenti, ad entità sovranazionali (Nafta, Europa di Maastricht, ecc.). Per i settori ‘che contano’ della Lega l’obiettivo è la creazione di una entità geoeconomica omogenea che possa diventare competitiva a livello europeo lasciandosi dietro la zavorra rappresentata dall’arretrato meridione. Noi non siamo pregiudizialmente contro o a favore di moti separatisti o aggregazionisti. Certamente ha una rilevanza il seguito popolare che questi riescono a coagulare che non significa né beatificare né demonizzare per principio. Riteniamo che un’analisi caso per caso, attenta, strutturale delle ragioni e delle dinamiche sia un parametro adeguato di valutazione, laddove la possibile valenza anticapitalista e di liberazione resta la nostra discriminante. Insomma, noi, nella Padania geofisica, vediamo delle nazionalità non riconosciute e delle regionalità non valorizzate. Una categoria, quella regionale, peraltro adoperata dallo stesso Salvi nel suo ancora attuale volumetto "Patria e Matria" a proposito anche della struttura statual-centralistica italiana (sul cui merito invitiamo a documentarsi), che ci sembra appropriata nel caso in questione, comunque ‘significativa’ per una riflessione politico/culturale più complessiva sullo stato plurinazionale (e pluriregionale) italiano.

Indipendenza

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