NAZIONE ITALIANA, EUROPA, MEDITERRANEO
-il presente come storia. Coscienza storica, memoria storica, liberazione-
1. Le cinque questioni storiografiche decisive del Novecento (nazionalsocialismo
tedesco, comunismo storico novecentesco, colonialismo imperialistico, sionismo,
globalizzazione ipercapitalistica attuale).
2. Il nazionalsocialismo tedesco, il razzismo antisemita ed il "massacro
amministrativo".
3. Il comunismo storico novecentesco, l'utopia rivoluzionaria di Marx e la condanna
postmoderna dell'"illusione criminale".
4. L'industria ipocrita del perdono ed il fittizio superamento simbolico del
vecchio colonialismo imperialistico.
5. Il sionismo ed il segreto della sua scandalosa impunità internazionale.
6. La globalizzazione ipercapitalistica attuale e la cosiddetta "fine della
storia" in una dittatura incontrastata dell'economia.
7. L'enigma della storia italiana moderna.
8. La leggenda infondata di un Risorgimento senza eroi.
9. Il fascismo italiano fra rimozione culturale e politicizzazione storiografica.
10. Il triangolo storico della Prima Repubblica: il nazionalismo nostalgico
di destra, l'ecumenismo democristiano e lo storicismo cosmopolitico togliattiano.
11. Il caso Violante. La Seconda Repubblica ed il delirio dell'amministrazione
statale della memoria storica nazionale.
12. Nazione italiana, Europa, Mediterraneo. Il presente come storia. Coscienza
storica, memoria storica, liberazione.
Nazione italiana, Europa, Mediterraneo. Il presente come storia. Coscienza storica,
memoria storica, liberazione.
In tre successivi saggi per la rivista Indipendenza ho trattato la questione
politica, la questione culturale ed infine la questione nazionale italiana,
avendo come minimo comun denominatore di tutti e tre i saggi il tema di una
totale indipendenza di giudizio rispetto alle mode dominanti. L'indipendenza
di giudizio è la premessa per un'indipendenza organizzativa, storica
e politica. Chi invece mette davanti a tutto il problema cosiddetto pratico
dell'organizzazione a tutti i costi, pur di fare subito qualcosa e non perdere
tempo in chiacchiere, alla fine non farà un bel nulla e si troverà
con un pugno di mosche, perché organizzerà il vuoto e si agiterà
senza ben sapere qual è la prospettiva su cui lavorare.
Questo quarto saggio è dedicato al tema dell'identità e della
memoria storica. Per essere adeguatamente compreso, esso presuppone la lettura
dei tre saggi precedenti, cui è legato con mille fili. Svolto in dodici
paragrafi questo saggio è diviso in due parti. Nella prima parte, dal
primo al sesto paragrafo, sono trattati alcuni temi preliminari alla questione
della identità e della memoria storica degli italiani. Gli italiani sono
infatti collocati in un mondo globalizzato dai flussi economici, in un'Europa
che non ha ancora fatto i conti con la questione del fascismo e del comunismo,
in un Mediterraneo che deve ancora fare i conti, in particolare nella sua costa
meridionale ed orientale, con le questioni del colonialismo e del sionismo.
Sarebbe dunque assurdo trattare dell'Italia come se fosse l'unica isola emersa
in un mondo ricoperto da un grande oceano sconfinato. Nella seconda parte, dal
settimo al dodicesimo capitolo, si parla invece della questione nazionale italiana
dal punto di vista della memoria e dell'identità storica, oggi messe
in pericolo da almeno due fattori. In primo luogo, una globalizzazione supercapitalistica
e neoimperialistica che tende programmaticamente a schiacciare ogni residua
identità comunitaria nazionale. In secondo luogo, una manipolazione politico-amministrativa
della memoria storica nazionale, che trova nell'asse Violante-Fini il suo punto
visibile e più sfacciato e vergognoso, ma che è purtroppo assai
più diffusa.
1. Le cinque questioni storiografiche decisive del Novecento (nazionalsocialismo
tedesco, comunismo storico novecentesco, colonialismo imperialistico, sionismo,
globalizzazione ipercapitalistica attuale).
Sono molte decine le questioni storiografiche importanti per comprendere la
natura storica del secolo che si avvia al suo tramonto. Fra queste decine ne
abbiamo scelto solo cinque, che hanno l'inquietante caratteristica di essere
ancora aperte, come delle ferite che sanguinano ancora. E come ferite che sanguinano
ancora, esse possono produrre pericolose infezioni, ed è dunque giusto
prestare loro attenzione. Naturalmente, non mi passa neppure per la testa di
poter dare la soluzione giusta a queste cinque questioni storiografiche. Una
simile pretesa sarebbe così presuntuosa ed irrealistica da risultare
poco credibile anche per un lettore pregiudizialmente benevolo. Ed infatti non
si tratta di dare la soluzione giusta, per il semplice fatto che non esiste
la soluzione giusta definitiva per le questioni storiografiche, ed ogni generazione
si riserva il sovrano diritto di ritornare sul giudizio storico dato dalle generazioni
precedenti. Si tratta di tenere aperto lo spazio per una discussione, o meglio
di impedire che questo spazio venga chiuso ed amministrato dai manipolatori
del presente, che per poter progettare un'efficace manipolazione del futuro
devono assicurarsi prima la manipolazione del passato.
È vero che oggi la questione della memoria storica tende a perdere di
importanza. Nella concezione americana del mondo la storia universale non ha
molta importanza, il reale è confuso con il virtuale, il passato diventa
uno spettacolo come tanti altri, da sottoporre alla legge delle audience televisive
e cinematografiche (e si pensi a neofotoromanzi come il recente Titanic). Il
pensiero unico americano è una sorta di futurismo realizzato, ed è
interessante che nella sua estetica cinematografica dominante la narratività
decade a favore degli effetti speciali. Nello stesso tempo la cultura europea
non sembra in grado di reagire a questo futurismo realizzato se non opponendogli
un passatismo romanzato (e si pensi ai romanzi di ambientazione nell'antico
Egitto di Jacq, in cui un inverosimile Omero si intrattiene con gli antichi
egizi "fumando la sua pipetta"). Fra i due poli del futurismo realizzato
e del passatismo romanzato muore la stessa possibilità della trasmissione
della memoria storica fra generazioni. Ed allora cominciamo a discutere pacatamente
fra noi di cinque problemi che ci riguardano.
2. Il nazionalsocialismo tedesco, il razzismo antisemita ed il "massacro
amministrativo".
A suo tempo Theodor W. Adorno sostenne che ogni cultura è impossibile
dopo Auschwitz. Questa frase definitiva e paradossale deve essere presa sul
serio. Prenderla sul serio vuol dire interpretarla. E noi la interpretiamo così:
dopo Auschwitz la cultura, ed in particolare quella parte della cultura che
è la teoria sociale e filosofica, non può più fare come
se Auschwitz fosse un doloroso incidente di percorso nel progresso civile dell'umanità,
ma deve comprendere bene Auschwitz perché non si possa più ripetere
in futuro. I verbi sono dunque due: in positivo comprendere, in negativo ripetere.
Se si comprende bene la natura storica profonda di Auschwitz, vi sono buone
possibilità che si attivino strategie preventive di tipo culturale, storico,
politico e pedagogico per evitarne la ripetizione.
Ebbene, è proprio questo che non viene fatto, ed è anzi attivamente
impedito, dalla strategia culturale dominante oggi, che tende ad interpretare
il nazionalsocialismo tedesco come l'irruzione del demoniaco nella storia, un'eccezione
diabolica assolutamente unica ed imparagonabile a nessun'altra nella storia
moderna e contemporanea. Questa strategia della eccezionalità criminale
è certo animata da buone intenzioni, e considera ogni proposta culturale
di 'collocazione' del nazismo dentro la storia tedesca, europea e mondiale del
Novecento una colpevole 'banalizzazione' della sua specificità negativa,
lo sterminismo razzista che ha trovato nel sistema dei Lager il suo luogo di
applicazione.
È evidente che bisogna rispettare le buone intenzioni di chi propone
questa linea storiografica per interpretare la natura storica del nazionalsocialismo
tedesco di Hitler: trasformandolo in un diabolico tabù negativo si pensa
di ottenere lo scopo di evitarne in futuro la ripetizione in condizioni analoghe.
Ma la via per l'inferno è lastricata di buone intenzioni. Il nazionalsocialismo
tedesco (prescindendo qui dalle questioni del pangermanesimo e della geopolitica
europea nel Novecento) ha portato al massimo livello di legittimazione ideologica
e di efficienza organizzativa il massacro amministrativo. Il problema storiografico
principale è dunque la natura e la dinamica del massacro amministrativo
attuato dal nazionalsocialismo in particolare nei confronti degli ebrei, ma
non solo (e si pensi alle politiche di tipo eugenetico, di sterilizzazione e
di eutanasia dei malriusciti, condivise negli anni Trenta persino dalle insospettabili
socialdemocrazie scandinave, come documenta ad esempio la rivista Internazionale,
n. 198, 12/9/1997). In Modernità ed Olocausto lo studioso polacco Zygmunt
Bauman ha già esaurientemente chiarito che il massacro amministrativo
hitleriano non è un rigurgito diabolico medioevale in una modernità
rassicurante, ma è invece a tutti gli effetti un evento specificatamente
moderno ed addirittura contemporaneo, perché unisce la mobilitazione
ideologica di legittimazione politica all'efficienza tecnologica ed amministrativa
dell'esecuzione del progetto. Prima di lui lo psicologo americano Stanley Milgram
aveva già dimostrato che in nome della scienza (ed il razzismo era presentato
dagli hitleriani come pienamente scientifico) si può far fare alla gente
qualunque cosa. Milgram aveva chiesto a dei volontari di provocare dolorose
scariche elettriche a persone il cui dolore fisico (peraltro simulato dagli
psicologi, ma la cui simulazione era ignota ai volontari torturatori dilettanti,
che lo ritenevano reale) era presentato come legittimo oggetto di sperimentazione
scientifica "a fin di bene". Insomma, in "nome della scienza"
è possibile far fare qualunque cosa a tutti i coglioni che hanno messo
la scienza come principio di legittimazione al posto della religione e della
morale. Ma la scienza è appunto il principio di legittimazione filosofica
fondamentale della modernità.
Bauman e Milgram ci aiutano a capire la dinamica del massacro amministrativo:
la deresponsabilizzazione nichilistica provocata nell'individuo atomizzato dagli
ordini legittimi emanati da organi statuali superiori in nome della politica
e/o della scienza. È del resto questa la conclusione tratta anche da
Hannah Arendt nelle sue considerazioni sul caso Eichmann tratte nel suo libro
sulla Banalità del Male. In proposito, sappiamo oggi da una corrispondenza
prima rimasta inedita che fu il grande filosofo Karl Jaspers a suggerire alla
Arendt il nesso fra deresponsabilizzazione morale e massacro amministrativo.
Comunque la giriamo, il punto cruciale resta sempre la questione del massacro
amministrativo, questa anonima bestia fredda, intessuta di obbedienza ad ordini
superiori che sono sempre formalmente legittimi.
Il razzismo antisemita hitleriano si basa su di una preventiva colpevolizzazione
storica e sovrastorica dell'ebreo. Avvenuta questa colpevolizzazione per via
ideologica, il meccanismo del capro espiatorio (che sappiamo essere stato molto
precedente a qualunque antisemitismo) può svilupparsi fino appunto al
massacro amministrativo. Ma noi viviamo dentro continui e scandalosi massacri
amministrativi che si svolgono sotto i nostri occhi senza spesso che noi ce
ne accorgiamo. Ultimo, scandaloso esempio, l'embargo di prodotti alimentari
e medicinali al popolo irakeno, imposto da una ONU subalterna alla politica
di potenza americana.
Concludiamo. La imputazione di eccezionalità diabolica rivolta al solo
nazionalsocialismo tedesco non serve allo scopo di evitare il ripetersi del
suo prodotto più velenoso, il massacro amministrativo effettuato da poteri
dotati del doppio monopolio della emissione ideologica e della potenza militare.
Al contrario, è proprio riconoscendo la possibilità permanente
del ripetersi di massacri amministrativi che sarà forse possibile impedirne
in futuro il ripetersi.
3. Il comunismo storico novecentesco, l'utopia rivoluzionaria di Marx e la
condanna postmoderna dell'"illusione criminale".
Il comunismo storico novecentesco è a mio avviso un grande fenomeno storico
conchiuso, cioè terminato, nell'arco degli anni che vanno dal 1917 al
1991. Si tratta di 74 anni, il decorso di una vita umana media. Non inganni
il fatto che esso sembra tuttora 'in svolgimento' in alcuni paesi (Cuba, Cina,
eccetera). Così non è. Il comunismo storico novecentesco è
stato un fenomeno internazionale, non certo una politica economica mercantilistica
e statuale ad economia mista gestita da apparati amministrativi diretti da un
partito unico, politica economica che cerca oggi comunque la sua integrazione
nel mercato globalizzato di oggi. Quello che resta in piedi oggi della esperienza
del comunismo storico novecentesco è ormai inserito in un contesto qualitativamente
differente.
La visione dominante del comunismo storico novecentesco che oggi prevale è
quella che lo riduce ad una "illusione criminale", cioè ad
una illusione teorica (l'utopia rivoluzionaria integrale di Marx e di Lenin)
che comporta necessariamente il compimento di crimini pratici (la costruzione
artificiale staliniana di una società dispotica). È stato il francese
François Furet a formulare nel modo forse più completo questa
teoria della illusione criminale. Questa teoria del comunismo storico novecentesco
come illusione criminale fa il paio con quella già criticata del nazionalsocialismo
come eccezione diabolica. Il fatto che i neocomunisti ed i neofascisti tuttora
in attività si scambino l'un l'altro questa reciproca accusa non toglie
nulla al fatto che questa semplificazione della complessità storica vada
oggi ad esclusivo profitto di un terzo personaggio, il normale capitalismo imperialistico
vincitore di questo secolo americano. I due stupidi ubriaconi se le danno di
santa ragione di fronte agli occhi dello scommettitore che si diverte ad ascoltare
le grida ed a vedere i colpi.
Una considerazione storiografica seria del complesso fenomeno del comunismo
storico novecentesco deve invece partire da due momenti storici fondamentali:
la sua nascita (il triennio 1917-1919) e la sua morte (il triennio 1989-1991).
Questi due momenti devono essere posti sullo stesso piano di importanza. Una
loro corretta considerazione permetterà facilmente di superare razionalmente
la scorciatoia semplificatrice ed infondata della illusione criminale. La teoria
della illusione deriva infatti addirittura dalla critica dei pensatori della
Restaurazione (1815-1830) alla rivoluzione francese, vista come delirio giacobino
di ricostruzione integrale della società in nome di un astratto progetto
intellettualistico (e del resto è questa la lettura di Furet della stessa
rivoluzione francese). La teoria del crimine è invece derivata da quella
riduzione giuridica della storia risultante dal processo di Norimberga, per
cui ormai i vincitori devono ad ogni costo processare i vinti, ed è evidentemente
ritenuto insufficiente averli semplicemente vinti. La rivoluzione è una
illusione, e la sconfitta è un crimine. Chi si mette su questa strada,
magari con le migliori intenzioni soggettive di questo mondo, semina vento,
ed è probabile che in futuro raccolga tempesta.
Consideriamo la nascita del comunismo storico novecentesco (il triennio 1917-1919).
Si tratta di una risposta legittima allo scatenamento sanguinoso della prima
guerra mondiale imperialistica del 1914. È pertanto un atto politico
che ha una legittimazione storica originaria, in quanto risposta derivata da
una precedente barbarie, e non ha pertanto bisogno di nessun'altra legittimazione
storica o filosofica ulteriore. È semplice: il 1917 è una legittima
risposta al 1914. Dal momento però che la levatrice politica era un partito
marxista, il partito bolscevico russo di Lenin, si volle ad ogni costo trovarvi
una legittimazione teorica marxiana, e lo si fece con l'argomento per cui, pur
avendo previsto Marx la rivoluzione socialista nei punti alti dello sviluppo
industriale capitalistico, il nuovo stadio imperialistico comportava la possibilità
(ed anzi la necessità) della rivoluzione a partire dagli anelli deboli
della catena mondiale imperialistica. Nei termini dell'epistemologo americano
Kuhn, si tratta di una "correzione" di un paradigma scientifico già
in crisi. Ed il paradigma scientifico marxiano originario era già in
crisi, perché la contraddizione politica fra il carattere sempre più
sociale della produzione ed il carattere sempre più privato della appropriazione
non si era verificata, e di conseguenza non si era verificata la fusione fra
il lavoratore collettivo cooperativo associato e le potenze mentali della produzione
(da Marx definite con termine inglese "general intellect"). Come ha
chiarito lo studioso italiano Gianfranco La Grassa, questo è avvenuto
perché il modello originario di Marx è stato costruito sulla forma
della fabbrica, mentre la forma economica dominante è stata quella dell'impresa.
Ebbene, queste considerazioni marxologiche (qui richiamate in forma ultratelegrafica)
spiegano la mancata vittoria epocale del comunismo storico novecentesco sul
sistema capitalistico, ma non cambiano di una virgola la questione della piena
legittimità storica della nascita del comunismo storico novecentesco.
Ecco perché la critica di Nolte al comunismo, quella di aver avviato
nel 1917 una sorta di guerra sociale originaria è completamente falsa.
La guerra sociale originaria è stata avviata nel 1914, ed ancora perdura,
perché ancora perdura l'imperialismo.
Consideriamo ora la morte del comunismo storico novecentesco (il triennio epocale
1989-1991). Finché non sarà risolto l'enigma teorico di questa
morte, il mistero scientifico di questa doppia dissoluzione (dall'alto e dal
basso) sarà impossibile ogni comprensione storica seria del secolo ormai
al tramonto. Chi scrive propone qui brevemente la sua diagnosi, scusandosi per
la brevità. Il comunismo storico novecentesco non è morto perché
non ha avuto il tempo storico necessario per costruire un efficiente sistema
economico, politico e culturale socialista, ma è morto appunto perché
ha avuto tutto il tempo necessario per portarne a termine la costruzione, ed
è appunto questa costruzione portata a termine la premessa logica e storica
della restaurazione dell'attuale capitalismo normale mondializzato. Sappiamo
che questa formulazione purtroppo sarà letta come un assurdo paradosso,
e ce ne dispiace molto, perché la nostra affermazione deve essere intesa
in modo letterale, e non paradossale. Non ritenendo la classe operaia e proletaria
una classe capace di attuare una transizione storica intermodale (cioè
da una modo di produzione ad un altro), pensiamo che il fallimento storico ed
epocale del comunismo storico novecentesco non sia stato dovuto ad una maligna
espropriazione del potere della classe operaia da parte di una corrotta burocrazia
piccolo-borghese (è questa una spiegazione demonologica, e per questo
molto diffusa, perché la demonologia è la variante più
semplice ed elementare della sociologia), quanto proprio al fatto che il partito
che la rappresentava ha cercato di farne gli interessi. Ha trasformato la società
in un'immensa fabbrica, ma la fabbrica per funzionare ha bisogno dell'impresa,
ed il sistema più efficiente per far funzionare le imprese è quello
capitalistico normale. Chi preferisce il linguaggio filosofico può usare
altre espressioni. Se ama Hegel, potrà dire che l'ascetismo della morale
si trasforma dialetticamente in regno animale dello spirito. Se preferisce Heidegger,
potrà dire che lo svolgimento integrale della metafisica (marxista) si
realizza infine nella tecnica (capitalistica). In ogni caso, il comunismo storico
novecentesco non è stata la storia di una illusione criminale (e chissà
perché dovrebbe essere illusorio e criminale cercare di costruire un'alternativa
globale alla società capitalistica?), ma di una impotenza funzionale.
La classe (operaia e proletaria) ed il partito (comunista e marxista-leninista)
non sono organismi ed organi adatti al superamento del capitalismo.
Tutto qua? Già, proprio così, tutto qua.
4. L'industria ipocrita del perdono ed il fittizio superamento simbolico del
vecchio colonialismo imperialistico.
Chi si sarà fatto le idee un po' più chiare sulle due nozioni
di massacro amministrativo (§ 2) e di impotenza funzionale (§ 3) non
avrà certo in tasca la soluzione dell'orientamento storico nel Novecento,
ma almeno si sarà emancipato dalle rappresentazioni fuorvianti e fittizie
dell'eccezione diabolica (il nazionalsocialismo tedesco) e della illusione criminale
(il comunismo storico novecentesco). Chi vuole impedire in futuro i massacri
amministrativi deve imparare a conoscerne bene la dinamica, se non vuole che
si ripetano. Chi vuole in futuro abbattere il capitalismo non deve ripercorrere
vie fallimentari praticate in passato, credendo che la buona volontà
soggettiva possa sostituire una evidente impotenza funzionale, e la fecondazione
possa avvenire per misteriosa volontà dello spirito santo.
Ma non è questa la via seguita dall'attuale cultura dominante, il pensiero
unico della sinistra moderata buonista mondiale. In questo momento esso tende
piuttosto a chiedere perdono delle malefatte del colonialismo e del razzismo
degli ultimi cento anni e più. Tutti chiedono perdono. Clinton chiede
perdono, Blair chiede perdono, il papa polacco chiede perdono. Si chiede perdono
ai neri, agli indiani, alle donne, agli omosessuali, a tutte le minoranze (e
maggioranze) oppresse e colonizzate in passato. Forse che l'accumulazione capitalistica
prende finalmente coscienza delle sue modalità barbariche di svolgimento,
e questo chiedere perdono annuncia una seria inversione di tendenza, una autoriforma
morale del sistema?
Ma neppure per sogno. Oggi il cosmopolitismo da manifesti alla Benetton richiede
un mercato mondiale globalizzato ed integrato, in cui tutti siano potenziali
acquirenti, ed in cui appunto le vecchie e fastidiose distinzioni di lingua,
sesso, razza, colore della pelle, religione non possano più giocare un
ruolo negativo per restringere o deformare ideologicamente la fluidità
e la flessibilità di un mercato globale del lavoro e delle merci. Un'unica
lingua (l'inglese), un unico sesso (l'unisex perverso-polimorfo annunciato dai
concerti rock e dagli efebi adolescenti della nuova Hollywood), un'unica razza
(umana, in cui il carattere più umano dell'umano è il potere d'acquisto),
ed un'unica religione (un ecumenismo monoteistico new age, in cui la divinità
non è più sovrana sulla natura e sull'economia, ma solo sulla
psicologia e sulla richiesta di senso del mondo del consumatore stressato dall'eccessiva
abbondanza di merci).
Dunque, i padroni del mondo chiedono perdono. Si ha così un fittizio
superamento simbolico del vecchio colonialismo imperialistico. Inoltre, chiedere
perdono non costa quasi niente, mentre un mutamento radicale delle ricette economiche
e finanziarie del Fondo Monetario Internazionale costerebbe moltissimo. Con
la sua introduzione massiccia di categorie (falsamente) morali ed anzi moralistiche
nella storia reale il perdonismo contribuisce ad intorbidare la comprensione
delle cause reali e profonde degli eventi.
Come già per i massacri amministrativi (che si stanno ripetendo) e per
le impotenze funzionali (che alcuni sciagurati vorrebbero riproporre), anche
la retorica perdonista sostituisce la comprensione delle ragioni della diseguaglianza
fra gli individui, le classi, i popoli, le nazioni ed i continenti. Ed è
appunto questa la ragione per cui possiamo aspettarci nel prossimo futuro un
asfissiante e nauseante aumento della retorica perdonista. È probabile
che, di fronte a tanta buona volontà e disponibilità a riconoscere
le colpe, alle vittime venga un complesso di colpa se non si affrettano anche
loro a perdonare i colpevoli per le ingiustizie ricevute (come già avviene
oggi, in cui giornalisti ossessivi chiedono ai parenti delle vittime uccise
dai sassi buttati per gioco dai cavalcavia se e quando perdoneranno gli assassini).
5. Il sionismo ed il segreto della sua scandalosa impunità internazionale.
Abbiamo visto come la retorica perdonista, sostituendo il moralismo ipocrita
alla comprensione razionale del passato, è funzionale non solo alla formazione
di un mercato mondiale omogeneo di consumatori multicolori e politically correct,
ma anche ad una cultura superstiziosa in cui i miti storiografici dell'eccezione
diabolica e dell'illusione criminale possono sostituire la decifrazione dei
meccanismi dei massacri amministrativi (degli stati ideologici, come nel passato
quello nazista ed oggi quello americano) e dell'impotenza funzionale a portare
a termine una rivoluzione anticapitalistica (dei partiti e delle classi elette
del marxismo novecentesco). Tuttavia, la retorica perdonista ha un'importante
eccezione. Vi è oggi una forza storica che non chiede perdono per quello
che ha fatto (l'espulsione di un popolo innocente dalla sua terra), che non
ha nessuna intenzione di farlo neppure in futuro, che terrorizza i suoi vicini,
che vìola le leggi internazionali e che gode di una scandalosa, e solo
apparentemente incomprensibile, impunità internazionale.
Questa forza storica è ovviamente il sionismo israeliano. Qual è
il segreto di questa impunità? Il tema è interessante. Recentemente,
il leader laburista israeliano Ehud Barak ha sostenuto che se fosse nato palestinese
avrebbe probabilmente fatto il terrorista. Apriti cielo! Nessuno gli ha contestato
che la parola giusta per indicare un combattente non è "terrorista"
ma è piuttosto "patriota", e non corrisponde a decenza verbale
definire un combattente sionista "patriota" e definire un combattente
palestinese "terrorista", perché si violano così tutte
le regole divine ed umane dell'equità. No, l'orrore è nato dal
semplice fatto che ha osato anche solo evocare un simile paragone. Ancora più
recentemente, lo studioso conservatore italiano Sergio Romano, autore di una
interessante Lettera ad un amico ebreo, ha sostenuto in un dibattito a Torino
davanti ad una platea di normali benpensanti di sinistra politically correct
e perciò filoisraeliani la seguente tesi, a nostro avviso assolutamente
impeccabile: io posso permettermi di essere filoisraeliano, perché sono
un uomo di destra sostenitore della politica di potenza, del fatto compiuto
e dell'imperialismo, ma voi, anime belle di sinistra, perché consentite
ad Israele quello che non consentireste in nessun altro caso?
Ed infatti capita proprio così. Come interpretare questa scandalosa impunità?
È necessario provare a farlo, perché senza chiarirsi le idee sul
sionismo, questo esempio purissimo di colonialismo imperialistico, è
impossibile orientarsi culturalmente nella storia presente.
In prima istanza, è necessario considerare preliminarmente gli ebrei
come un popolo ed una nazione come tutti gli altri. Questa è la mossa
culturale preliminare, condizione necessaria (anche se non sufficiente) per
non oscillare fra i due poli opposti (ma opposti in solidarietà antitetico-polare)
dell'antisemitismo (paranoico) e del filosemitismo (schizofrenico). Se cominciamo
a pensare che gli ebrei sono un popolo speciale, allora questa loro enigmatica
ed oscura specialità porta gli imbecilli a pensare che siano un popolo
eletto (da Dio, e perciò titolare di misteriosi privilegi speciali) o
un popolo maledetto (perché ha crocifisso Gesù, o perché
vuole conquistare il mondo, o perché è al centro di un complotto
globale diretto da finanzieri egoisti e da rivoluzionari senza patria, eccetera).
L'imbecillità è sempre politicamente pericolosa. A ragione il
grande socialista tedesco Bebel definì l'antisemitismo moderno un "socialismo
degli imbecilli". Mai definizione fu a mio avviso tanto azzeccata. Ma l'antisemitismo
è qualcosa che precede la modernità capitalistica. L'antisemitismo
è una vecchia ossessione del pensiero occidentale (cui è totalmente
estraneo il pensiero arabo-islamico), ed è un'ossessione legata al mito
della salvezza, ed al campo di amici e nemici che si fronteggiano nella grande
lotta per la salvezza stessa. Il massacro amministrativo contro gli ebrei, portato
a termine da Hitler e dal nazionalsocialismo, è il punto finale di questa
paranoica ossessione tipica ed esclusiva del pensiero occidentale. Questo fa
nascere un comprensibile complesso di colpa, anch'esso tipico ed esclusivo del
pensiero occidentale. Nello stesso tempo il tradizionale messianesimo ebraico,
materializzandosi nel piccolo stato espansionistico, militare ed ultracapitalistico
di Israele, si incontra con la parallela ideologia messianica, puritana e veterotestamentaria
del protestantesimo americano. Questo incontro è esplosivo, e permette
il rovesciamento integrale dell'antisemitismo in filosemitismo. Ed ecco le stupidaggini
sugli ebrei come "fratelli maggiori", "popolo eletto", portatori
di una filosofia speciale, eccetera. Fra Atene e Gerusalemme si proclama la
vittoria di Gerusalemme, ma non è la Gerusalemme simbolo della coesistenza
pacifica fra diverse religioni, ma la Gerusalemme in cui zeloti armati di armi
atomiche spaventano ed umiliano tutti i loro vicini.
L'odierno filosemitismo (schizofrenico) è dunque il semplice rovesciamento
dialettico del precedente antisemitismo (paranoico). La stessa cultura disgraziata
ed imbecille che mise le premesse del massacro amministrativo del nazionalsocialismo
tedesco, punto culminante della lunga storia dell'antisemitismo paranoico occidentale,
è oggi vittima di un comprensibile complesso di colpa, lo scarica sul
mondo arabo (non solo islamico, ma anche cristiano) che è del tutto innocente
di questa ossessione, e crede di espiare con un altrettanto grottesco filosemitismo,
dietro cui ci stanno le ossessioni messianiche da fine della storia del protestantesimo
fondamentalista americano, drogato di superstizione veterotestamentaria e perciò
continuamente ricattabile da bande di zeloti armati.
Riportato alla normalità, il popolo e la nazione ebraica devono avere
un posto sicuro nella fraternità solidale fra i popoli e le nazioni del
mondo intero. Riportato alle frontiere del 1967, e dopo aver indennizzato e
permesso il ritorno concordato dei palestinesi espulsi nel 1948-49, lo stato
israeliano, che ormai esiste ed in cui si è formato un popolo nuovo,
il "popolo israeliano", garantito da credibili accordi internazionali
e regionali, deve tornare ad essere quel "focolare nazionale" (national
home), promesso dalla "dichiarazione Balfour" del 1917 (l'anno inquietante
in cui secondo Nolte e Furet sorse l'illusione rivoluzionaria criminale del
comunismo storico novecentesco), cosa ben diversa dallo stato espansionista
attuale.
Mi rendo conto che oggi considerazioni come queste sono rare, perché
vi è la paura di essere accusati di antisemitismo. Ma come già
disse il poeta "non ti curar di lor, ma guarda e passa"! È
vero che l'antisemitismo ed il filosemitismo non sono entità omogenee.
L'antisemitismo è il prodotto di un'orribile paranoia storica e culturale,
la quintessenza del rancore e del risentimento che ha già prodotto un
gigantesco massacro amministrativo. Il filosemitismo ne è per ora soltanto
un patetico ed innocuo rovesciamento, sintomo inquietante e fastidioso dell'incapacità
strutturale della cultura occidentale a rinunciare alla pericolosa imbecillità
dell'esistenza garantita da Dio di un "popolo eletto", e perciò
orwellianamente più "uguale di tutti gli altri".
Il mondo del futuro, per avere un senso, dovrà essere un mondo di popoli
e di nazioni eguali nel loro diritto alla differenza. Un simile mondo non può
riconoscere "differenze speciali" garantite da un Dio a sua volta
"più eguale di tutti gli altri". L'intellettuale ebreo Spinoza,
scacciato dalla sua comunità per la sua libertà di pensiero, avrebbe
certamente capito questo semplice ed elementare concetto.
6. La globalizzazione ipercapitalistica attuale e la cosiddetta "fine
della storia" in una dittatura incontrastata dell'economia.
Siamo ora giunti al quinto ed ultimo punto della prima parte di questo breve
saggio di orientamento. Si tratta del punto più importante, perché
condiziona direttamente l'orientamento politico ed ideologico di ognuno nella
congiuntura storica attuale. Ripetiamo qui per comodità del lettore i
quattro punti preliminari già trattati. Primo, il modo migliore per impedire
il ripetersi di fenomeni storici come il nazionalsocialismo tedesco di Hitler
sta nel non considerarlo un'inesplicabile irruzione del demoniaco e del male
assoluto nella storia, ma nel valutarlo come il punto estremo di un pericolo
sempre presente, la messa in atto pianificata di un'organizzazione ideologica
e tecnologica di un massacro amministrativo. Secondo, il modo migliore di considerare
globalmente il fenomeno del comunismo storico novecentesco sta nel ritenerlo
non certo l'applicazione dell'utopia rivoluzionaria originaria di Marx, ma piuttosto
la risposta nazionale e popolare, pienamente legittima, al massacro della prima
guerra mondiale imperialistica del 1914; di conseguenza, il suo fallimento irreversibile
e definitivo non deve essere visto come la smentita epocale di un'illusione
criminale, ma la sanzione storica di una tragica impotenza funzionale, l'impotenza
funzionale del suo organismo (la classe) e del suo organo (il partito) nel far
nascere una società stabilmente anticapitalistica. Terzo, il pentitismo
organizzato e la retorica perdonista di oggi, lungi dall'essere una presa d'atto
della natura del colonialismo imperialistico, devono essere visti come una premessa
ideologica per un nuovo mercato globalizzato ed indifferente a tutto ciò
che non è un parametro economico di scambio. Quarto, la scandalosa impunità
garantita al sionismo deve essere vista come una conseguenza politica di un
fatto culturale presupposto, il passaggio della "falsa coscienza"
occidentale da un precedente antisemitismo paranoico (il popolo deicida che
complotta per dominare il mondo) ad un posteriore filosemitismo schizofrenico
(il popolo speciale che ha subìto prove speciali per cui gli si devono
garantire privilegi speciali). Mi dispiace ripeterlo, ma chi non passa attraverso
la faticosa comprensione di questi quattro punti non può neppure arrivare
alla comprensione del quinto, che ora affronteremo.
La globalizzazione ipercapitalistica attuale ha bisogno di una religione di
massa, e questa religione di massa è l'onnipotenza dell'economia. I nuovi
idoli sono gli indici di borsa. La divinità, un tempo esteriore al mondo
sociale e politico, è oggi ormai interna ad esso e si esteriorizza nello
spettacolo permanente dei media. Le nuove cerimonie religiose sono officiate
da mezzibusti televisivi sorridenti che si consultano con economisti che ripetono
solenni parole in inglese roteando una pipa spenta. L'ideologia di questa nuova
società è quella della fine della storia. E appunto qui cominciano
le difficoltà. Molti pensano che la "fine della storia" sia
semplicemente una pensata superficiale coniata in fretta e furia (in tempo reale)
da uno sfrontato californiano dagli occhi a mandorla, un certo Francis Fukuyama,
saccheggiatore di Hegel e di Kojève. Insomma, una vera e propria americanata,
un'ideuzza destinata ad essere presto dimenticata e sostituita da analisi ben
più serie e complesse. Ebbene, chi pensa questo è in errore, e
non coglie il centro della questione. Ed il centro della questione sta in ciò,
che la fine della storia non è affatto un'opinione filosofica o storiografica,
ma è un programma politico globale attivamente voluto e perseguito dalle
oligarchie finanziarie transnazionali per ora internazionalmente coordinate
dalla superpotenza americana. Questo programma politico globale, che è
appunto un programma e non un'opinione, deve essere appunto connotato esattamente
per quello che è: un programma politico globale coscientemente perseguito
da una nuova feroce classe sfruttatrice, e non un'opinione filosofica frettolosa
e semplificata.
Se si capisce questo si parte con il piede giusto. E partendo con il piede giusto
molti apparenti enigmi trovano in via di principio una via per la loro soluzione.
Segnaliamone qui brevemente alcuni, sottolineando che il discorso che faremo
a partire dal prossimo paragrafo sull'Italia e la nazione italiana non sarebbe
comprensibile al di fuori di queste rapide considerazioni preliminari.
In primo luogo, è bene ricordare che la stessa parola globalizzazione,
che pure usiamo continuamente in modo poco sorvegliato, è impropria ed
inesatta. Essa è infatti la parola scelta dall'ideologia economica dominante,
che non è per nulla neutrale. Il termine corretto sarebbe forse nuova
mondializzazione imperialistica, per i seguenti ordini di ragioni. Primo, la
teoria dell'imperialismo di inizio secolo (e di Lenin in particolare) ci sembra
tuttora valida, in particolare se accettiamo la (plausibile) proposta teorica
di Gianfranco La Grassa sulla "ricorsività" capitalistica della
fase attuale, che appare tendenzialmente neo-imperialistica, in particolare
per l'emergere dei tre poli USA, Europa e Giappone. Secondo, vi è comunque
una situazione nuova, una vera e propria singolarità non ricorsiva, legata
alla superpotenza americana ed al suo virtuale monopolio in due settori strategici,
quello militare e quello culturale. La mondializzazione è dunque nuova,
e però anche imperialistica (e quindi ricorsiva). Nella situazione attuale,
è prematuro parlare di paesi subalterni come l'Italia come di veri e
propri centri imperialistici (e pertanto ci sembra corretta la posizione di
Francesco Labonia, in Indipendenza, n. 3, pp.3-4). È possibile che questo
avvenga per una futura Europa franco-tedesco-russa, ma per il momento questa
è pura fantapolitica, e non riguarda la situazione presente. La categoria
di nuova mondializzazione imperialistica indica pertanto un processo contraddittorio
in corso, e non una situazione già consolidata. La categoria di globalizzazione
è invece impropria e fuorviante, perché indica una inesistente
nuova utopia del libero scambio, resa veloce da Internet e dalle borse mondiali,
che non corrisponde alla realtà, il presente dominio imperialistico americano
con le sue due gambe militare e culturale. Quindi nuova mondializzazione imperialistica
è meglio di globalizzazione.
In secondo luogo, è bene ricordare che questa nuova mondializzazione
imperialistica comporta un indicibile svuotamento della politica, che rende
obsoleta l'intera teoria liberaldemocratica classica, ridotta ormai a connotare
veri e propri effetti di superficie non più espressivi dei movimenti
storici strutturali. Il ceto politico professionale, tenuto sotto ricatto permanente
da magistrati e giornalisti reclutati al di fuori di qualunque rappresentatività
in nome di ideologie giuridiche e mediatiche falsamente oggettive, non rappresenta
più interessi sociali coerenti, ma media fra lobby neocorporative. Non
viviamo dunque in una democrazia, e neppure in una liberaldemocrazia (su questo
punto il mio dissenso con Norberto Bobbio è esplicito e totale), ma in
una nuova oligarchia plebiscitaria, che la teoria politica liberaldemocratica
classica non riesce a concettualizzare neppure in modo approssimato. Lo stesso
termine di "poliarchia" (alla Robert Dahl) è fuorviante, perché
suggerisce un inesistente pluralismo effettivo di centri di potere diversi.
No, siamo proprio purtroppo dentro una nuova oligarchia plebiscitaria, con leader
politici fortemente mediatizzati il cui carisma non ha però più
nulla a che vedere con quello studiato da Max Weber, in quanto si tratta di
un carisma artificialmente prodotto, manipolato e montato da specialisti dei
media (il nuovo clero della nuova società stratificata nella sua fase
post-borghese e post-proletaria). Non è neppure esatto dire che siamo
in una società della libertà (individualistica) dei moderni e
non degli antichi, come sostenne all'inizio dell'Ottocento il teorico liberale
Benjamin Constant, perché Constant parlava di un "privato"
borghese, e non di un "privato" interamente colonizzato dalla pubblicità
e dalla manipolazione mediatica della vita quotidiana.
In terzo luogo, per finire, occorre sottolineare la crucialità assoluta
della questione culturale. Il soffocante economicismo e politicismo, quotidianamente
alimentato dal ceto dei giornalisti e dei commentatori superpagati, non permette
di comprendere questa crucialità, e di come per esempio la riforma scolastica
dell'Ulivo sia cento volte più importante di qualunque ingegneria istituzionale
da Bicamerale (chi vuole capire questo può iniziare dal libretto di Lucio
Russo, Segmenti e Bastoncini, Feltrinelli, Milano 1998), se si vuole capire
la devastante dinamica dell'americanizzazione culturale. La distruzione della
peculiarità di un sistema scolastico è infatti un tassello della
distruzione di qualunque residua identità nazionale. È un profondo,
terribile errore pensare che si tratti di un problema specialistico, da affidare
a pedagogisti professionisti.
Abbiamo trattato la questione culturale in un precedente saggio per Indipendenza,
e non ci torniamo sopra per esclusive ragioni di spazio. Ma ripetiamo che sta
qui il punto cruciale della questione in questo momento storico. Ed è
allora giunto il momento di discutere il tema dell'identità storica della
nazione italiana, in un'ottica nazionalitaria estranea ad ogni nazionalismo.
Si tratta di note preliminari ad un discorso ancora da fare, che potrà
essere fatto solo con una futura polifonia di voci. Qui vogliamo soltanto cominciare,
e stimolare opinioni e prese di posizione.
7. L'enigma della storia italiana moderna.
La storia italiana moderna presenta un enigma, anzi un paradosso, che cercheremo
di formulare nel modo più semplice possibile. Da un lato, gli aspetti
fondamentali del suo svolgimento sono conosciuti da milioni di persone, sono
contenuti in tutti i manuali di storia delle scuole medie, e sono pertanto noti
a qualsiasi liceale intelligente. Dall'altro, le conseguenze teoriche e culturali
di questi aspetti storici fondamentali sfuggono persino ad intellettuali sofisticati
ed a storici di professione, ed allora bisogna chiedersi il perché di
questo enigma e di questo paradosso, ed è appunto ciò che faremo
in questo paragrafo.
Vediamo il primo punto. È noto che la storia italiana tardomedioevale
e della prima età moderna è caratterizzata dalla mancanza della
formazione di uno stato nazionale unificato, che a quei tempi (si vedano le
esperienze di Inghilterra, Francia, Spagna, ecc.) non avrebbe potuto essere
portato a termine da nessuna protoborghesia commerciale e manifatturiera, ma
esclusivamente da una nobiltà feudale unificata da una dinastia anch'essa
sostanzialmente feudale. È altresì noto che questo processo di
unificazione non avvenne, nonostante alcuni tentativi presto abortiti (Federico
II di Svevia, ecc.), per la presenza convergente di una forza universalistica
(la Chiesa di Roma) e di robuste forze particolaristiche (i comuni, e poi le
signorie, i principati e gli stati regionali). Questa convergenza di una forza
universalistica e di forze particolaristiche è appunto la caratteristica
principale della storia italiana, come tutti gli studenti italiani (svogliati
o volonterosi) sanno molto bene. L'unità politica della nazione italiana
prima del 1861 non c'è dunque mai stata. Al suo posto, vi sono state
robustissime identità politiche cittadine e regionali, che hanno profondamente
condizionato tutte le forme di vita materiale degli italiani (e delle altre
nazioni -dai friulani ai sardi- ad essi mescolate).
Bene, questo è noto a tutti. E la conseguenza qual è? La conseguenza
è che allora l'elemento unificatore della nazione italiana è stato
per secoli fondamentalmente la lingua e la cultura, due termini spesso uniti
in uno solo. La lingua e la cultura hanno connotato l'identità storica
degli italiani ben prima che ci fosse un'unità politica, e per di più
un'unità politica sciaguratamente non federalistica e democratica come
quella realizzatasi nel 1861.
Si dirà che anche questo è noto. Ebbene, è proprio questo
il problema, visto che questo carattere identitario della nazione italiana nella
lingua e nella cultura, anche ammesso che sia noto (come direbbe Hegel) non
per questo è conosciuto. Se fosse conosciuto le classi dominanti italiane
ed i loro intellettuali servili e presuntuosi si comporterebbero come in Francia,
in cui si ha generalmente coscienza dell'importanza della lingua e della cultura
nella formazione e nel mantenimento dell'identità nazionale. Ma così
non avviene. Nessuno sembra avvertire il problema della tutela della lingua
italiana straziata dai mezzibusti televisivi ignoranti e politicamente raccomandati
che non sanno neppure più usare i congiuntivi. Nessuno sembra avvertire
che vi è un problema di sviluppo della cultura italiana in un contesto
di americanizzazione culturale crescente (e l'americanizzazione è il
solo minimo comun denominatore culturale dell'Ulivo, del Polo e della Lega,
di Veltroni, di Berlusconi e di Bossi). Anzi, il fatto che la concezione acriticamente
positiva dell'americanizzazione sia il solo perverso elemento comune degli sciagurati
intellettuali organici dell'Ulivo, del Polo e della Lega viene visto come un'ovvietà
della cosiddetta modernizzazione, non un vero e proprio enigma da svelare. Ci
si libera facilmente da questo problema riducendolo a folklore provincialistico,
laddove il provincialismo consiste proprio nella patetica e scimmiesca imitazione
dei modelli di comportamento della capitale, in questo caso della capitale imperiale
americana.
Per usare il linguaggio di Gramsci (un autore con cui non siamo quasi mai d'accordo,
ma in questo caso sì) sono gli intellettuali oggi il punto debole, il
ventre molle, il frutto marcio della nazione italiana. È inutile dare
la colpa ai cafoni arricchiti con il loro telefonino sguaiato, o alle casalinghe
berlusconiane affascinate dal gratta e vinci o dai giochi a premio. Non è
lì il problema. Il problema sta oggi soprattutto nei gruppi intellettuali
americanizzati e privi di qualunque dignità culturale e sociale. È
questo oggi il nostro principale problema storico, non quello degli squatter,
degli industrialotti veneti secessionisti, eccetera eccetera. Nei prossimi paragrafi
cercheremo di capire come si è potuto arrivare a questo punto, e soprattutto
dove è possibile lavorare per propiziare un'improbabile, ma non impossibile,
inversione di tendenza storica. Non bisogna avere paura di andare contro corrente,
se si hanno chiari gli obiettivi culturali e sociali verso cui ci si dirige.
8. La leggenda infondata di un Risorgimento senza eroi.
Il risorgimento (1815-1861) è stato un grande periodo storico, eroico
e legittimo, della nazione italiana. Questa è la premessa da cui partire.
Certo, non bisogna dimenticare il precedente eroico periodo del giacobinismo
patriottico italiano (1796-1799), da non identificare assolutamente con l'"occupazione
napoleonica" in quanto il giacobinismo italiano è uno stupendo esempio
per verificare la felice convergenza nell'idea di patria della rivendicazione
di un'unità nazionale basata sulla lingua e sulla cultura e di una democratizzazione
radicale della società basata sulle due idee regolatrici di libertà
e di eguaglianza. Lo stesso risorgimento italiano posteriore ha avuto moltissimi
eroi, di cui ne ricordiamo qui soltanto due, uno meridionale ed uno settentrionale:
il meridionale Carlo Pisacane, uomo d'azione (e morto in combattimento come
il Che Guevara) e sostenitore di una rivoluzione democratica, ed il settentrionale
Carlo Cattaneo, intellettuale di primordine e sostenitore di un intelligente
federalismo italiano, democratico e repubblicano. Taciamo su altre splendide
figure di patrioti, ben note a chiunque conosca la storia e non si limiti al
dialetto sinistrese imperante negli ultimi decenni. Come è possibile,
allora, che abbia potuto diffondersi tanto, in particolare fra gli intellettuali,
l'infondata leggenda di un "risorgimento senza eroi", da dimenticare
più che da rivendicare? Vi sono per questo molte ragioni. In primo luogo,
la cultura cattolica e clericale (da non confondere con la religione cristiana),
che ha sempre denigrato il risorgimento per il semplice fatto che esso è
stato fatto senza e contro di lei. In secondo luogo, la cultura monarchica e
sabauda, che ha arrogantemente identificato il risorgimento con la sua diplomazia
espansionistica piemontese e con le sue scelte politiche ed amministrative.
In terzo luogo, la cultura laica e massonica, che ha rivendicato a sé
il monopolio culturale del risorgimento identificandolo con il proprio profilo
ideologico e sociale, particolarmente odioso e ripugnante. In quarto luogo,
infine, la cultura socialista e poi comunista italiana, che ha sempre e solo
visto contadini, braccianti, operai ed artigiani dove c'erano anche degli italiani.
Questa quarta componente deve essere considerata con particolare attenzione,
perché le ragioni che la hanno portata a questa soluzione sono state
nobili e giustificate, e non devono pertanto essere poste sullo stesso piano
delle tre componenti precedenti. Chi scrive si è formato culturalmente
dentro l'utopia cosmopolitica e classista dell'emancipazione universale ed internazionale
del proletariato, non la rinnega affatto e la rivendica integralmente come matrice
passata e prospettiva futura della propria biografia culturale cosciente. Detto
altrimenti, chi scrive non è affatto un pentito filosofico e culturale,
al contrario. Anzi, è proprio per questa ragione che occorre prendere
le distanze recisamente non certo dal nocciolo universalistico ed emancipativo
dell'utopia rivoluzionaria di Marx (di cui sono comunque da ridefinire integralmente
le basi ideologiche, filosofiche e scientifiche), ma dalla tradizione di stupida
negazione dell'identità storica e culturale nazionale, una tradizione
parassitaria frutto di un economicismo e di un politicismo esasperati. Questa
tradizione, lo si noti bene, sta alla base del presente riciclaggio delle burocrazie
amministrative del comunismo italiano in personale politico di gestione dell'attuale
americanizzazione culturale. Questi sciagurati sono il vettore ideale dell'attuale
processo di americanizzazione culturale, e di conseguente cancellazione dell'identità
culturale nazionale, proprio perché provengono da una tradizione di precedente
(anche se apparentemente ideologicamente invertita) negazione, implicita o esplicita,
dell'identità culturale nazionale (e la figura tragicomica del ministro
pidiessino Berlinguer deve essere messa al centro dell'attenzione). È
questo il punto principale da capire, ed è questo il punto che la stragrande
maggioranza degli intellettuali italiani (indifferentemente ulivisti, polisti
e leghisti) non capisce, per il semplice fatto che essi si ritengono la soluzione
del problema, laddove invece purtroppo essi sono l'aspetto principale del problema.
Vi sono ancora due questioni, delicate ed importanti, sui cui vorrei richiamare
l'attenzione. La prima è la questione, postasi proprio a metà
Ottocento, dei cosiddetti popoli senza storia. Si tratta di una formulazione
errata ed infelice, sfortunatamente adottata anche da pensatori geniali come
Engels, l'amico e collaboratore di Marx. Con questa linea di ragionamento si
finirà col dire che gli italiani hanno storia mentre i friulani ed i
sardi no, che i turchi hanno storia mentre i curdi no, che gli spagnoli hanno
storia mentre i baschi no, che gli svedesi hanno storia mentre i lapponi no,
che i francesi hanno storia mentre i còrsi ed i bretoni no, eccetera.
In realtà la storia ha anche uno statuto nazionalitario, non solo nazionale
in senso stretto, nel senso che l'unificazione linguistica, lo sviluppo di una
grande letteratura scritta, e la costituzione in stato non possono e non debbono
essere postulati come una sorta di premessa per una inesistente "etnogenesi
legittima". La categoria di "popoli senza storia" deve essere
rifiutata come categoria sciovinistica e pseudo-scientifica. Inglesi ed aborigeni
australiani sono entrambi popoli a pari dignità storica, anche se ovviamente
nessuno nega che i primi hanno influenzato in modo incomparabilmente maggiore
la storia mondiale.
La seconda questione sta nel fatto che l'ammissione della pari dignità
nazionale di tutti i popoli del mondo non implica necessariamente la loro statalizzazione
separata, quando questa comportasse inevitabilmente spartizioni, annessioni,
secessioni, trasferimenti etnici forzati, ecc. In questo caso, bisogna dire
che l'esistenza di stati democratici, federali o confederali, di tipo multinazionale,
era e resta la soluzione migliore, contro ogni deportazione amministrativa ed
unificazione linguistica e culturale forzata. Ad esempio, lo spezzettamento,
la balcanizzazione e la libanizzazione del grande impero multinazionale ottomano
furono soluzioni peggiori di una sua (possibile) democratizzazione multinazionale
(e si vedano su questo gli studi in lingua francese dello studioso libanese
Georges Corm, che illuminano bene anche le questioni palestinese ed israeliana).
9. Il fascismo italiano fra rimozione culturale e politicizzazione storiografica.
Il fenomeno fascista fa parte integrante della storia politica della nazione
italiana. Questa affermazione può sembrare un'ovvietà, e non lo
è soltanto per l'indebita politicizzazione ideologica subita dalla nostra
storia per ragioni di legittimazione partitica, volta a volta di destra, di
centro o di sinistra. Ai due estremi di questo stravolgimento ci stanno due
posizioni apparentemente opposte e segretamente convergenti. Da un lato, la
posizione di origine gobettiana ed azionista, per cui il fascismo sarebbe la
triste e rivelatrice "autobiografia della nazione italiana", la manifestazione
di un "popolo delle scimmie" rimasto sempre eguale dai Borboni a Berlusconi,
nonostante l'impotente "testimonianza morale" di altissime minoranze
intellettuali segretamente protestanti ed eternamente incomprese. Dall'altro,
la posizione di origine crociana e ciellenistica, per cui il fascismo sarebbe
una "parentesi antinazionale", da cancellare come un vergognoso corpo
estraneo e collaborazionista dalla storia sana di una nazione dotata di una
bandiera che ha soltanto tre esclusivi colori ideologici legittimi (laico, cattolico
e socialista-comunista). Queste posizioni sono oggi, è vero, pura archeologia
ideologica dotate di interesse puramente storico-archivistico. Esse però
hanno costituito l'ideologia storiografica ufficiale della Prima Repubblica
italiana (approssimativamente 1946-1994), e sono ancora fortemente presenti
nel profilo ideologico dell'intellettuale ulivista medio (assolutamente maggioritario
oggi in Italia). Si tratta di posizioni prive di qualsiasi serio fondamento.
Da De Felice a Pavone, storici di ogni orientamento hanno accertato senza ombra
di dubbio che il fascismo godé a suo tempo di un vasto consenso, non
solo organizzato ma anche diffuso, e che fra il 1943 ed il 1945 ci fu in Italia
una vera e propria guerra civile, incrociata con elementi di guerra di liberazione
e di guerra di classe, ampiamente documentate dalla storiografia, dalla letteratura
e dalla memorialistica.
Queste affermazioni sono spesso scambiate per una sorta di filofascismo storiografico
e culturale. Ma non è affatto così, ed è anzi esattamente
il contrario, o meglio è la premessa per giungere a motivate conclusioni
assolutamente opposte al filofascismo, conclamato o reticente che sia. Il solo
antifascismo razionale e durevole, infatti, è quello che si fonda su
considerazioni veritiere, e non su miti storiografici insostenibili. In rapporto
alla questione nazionale, il regime fascista è stato a suo tempo colpevole
di almeno tre crimini atroci ed inescusabili, che è bene ricordare ancora
una volta, perché è diffuso il pregiudizio secondo cui il fascismo
avrebbe avuto lati negativi sul piano politico, culturale e sociale, mentre
almeno sul piano nazionale avrebbe avuto una posizione corretta. Ma non è
così, ed è anzi il contrario. È proprio la questione nazionale
il punto peggiore del fascismo. Il primo crimine è consistito nella politicizzazione
partitica dell'identità nazionale (che il liberalismo prefascista -sia
detto a suo merito- non aveva effettuata), per cui fascista era fatto sinonimo
di italiano ed antifascista di anti-italiano. Le conseguenze orribili di questa
mostruosità si sono poi rovesciate nell'ideologia ciellenistica posteriore
al 1945, ed hanno contribuito alla diffamazione dell'idea di nazione così
associata ad una partitizzazione ideologica di parte (non importa se di destra
o di sinistra). Il secondo crimine è consistito nell'associazione dell'idea
della nazione italiana con un programma espansionistico, colonizzatore e razzista
di tipo imperialistico, che ha visto nell'aggressione all'Etiopia del 1935-36
il suo punto più abbietto (condiviso, sostenuto ed appoggiato dall'antifascista
liberale Benedetto Croce, in questo buon allievo di Antonio Labriola, che aveva
già visto di buon occhio la politica coloniale italiana), destinato ad
essere proseguito con le aggressioni all'Albania, alla Grecia, alla Jugoslavia
ed alla Russia a partire dal 1939. Il terzo crimine, meno appariscente ma rivelatore,
è consistito nell'oppressione e nel tentativo di cancellazione e di snazionalizzazione
delle minoranze nazionali di lingua tedesca (dell'Alto Adige), slava (dell'Istria)
e greca (del Dodecanneso). Parlando di crimini, e non di semplici errori, abbiamo
inteso sottolineare tre questioni fondamentali, che impediscono a mio avviso
la messa in atto di una riabilitazione storica del fascismo. Parlare di "consenso"
in termini puramente numerici è del tutto fuorviante e diseducativo.
Un popolo che consente ad un crimine imperialistico, così come ad un
massacro amministrativo, cessa di essere un popolo (anche se continua ad essere
nazione, visto che l'etnogenesi non è un processo elettorale). Cessa
di essere un popolo, e diventa una plebe ignorante, immorale e fanatizzata.
Anche ammesso che il 90% degli italiani abbia consentito all'aggressione razzista
all'Etiopia o il 90% dei tedeschi abbia consentito al massacro amministrativo
antisemita di Hitler (e questo non è vero), ebbene questo presunto consenso
non legittima proprio nulla, ed è anzi un fattore aggiuntivo per una
condanna politica e morale inesorabile. Lo stesso discorso, ovviamente, vale
per il consenso eventuale di una maggioranza di israeliani per la deportazione
del popolo palestinese, per il consenso eventuale di una maggioranza di turchi
per una guerra di sterminio verso il popolo curdo, o per il consenso eventuale
di una maggioranza di americani per l'embargo assassino verso il popolo iracheno,
eccetera. Soltanto intellettuali rincoglioniti dall'economicismo o dai sondaggi
di opinione possono non capire queste ovvietà comprensibili a chiunque
abbia qualche nozione di diritto naturale, laico o religioso che sia.
Nei confronti della questione nazionale il fascismo è dunque colpevole.
Anche i massacri etnici avvenuti in Venezia Giulia fra il 1943 ed il 1945 non
devono essere iscritti in un "libro nero del comunismo", ma devono
essere collocati in una tragedia il cui primo atto è stato scritto dalla
dissennata politica antislava del fascismo italiano. Per capire questo non c'è
bisogno di nessuna leggenda sulla "autobiografia della nazione" o
sulla "parentesi antinazionale". Che le sciocchezze seppelliscano
le sciocchezze!!!
10. Il triangolo storico della Prima Repubblica: il nazionalismo nostalgico
di destra, l'ecumenismo democristiano e lo storicismo cosmopolitico togliattiano.
La prima repubblica (1946-primi anni Novanta) è stata l'incubatrice storica
di processi di dissoluzione potenziale dell'identità nazionale italiana,
e pertanto dell'indipendenza reale del nostro popolo. Facciamo questa affermazione
gravissima in modo consapevole, senza alcun compiacimento, ed anzi con molta
preoccupazione. Per comprendere bene la severità di questa affermazione
bisogna ovviamente ricordare quanto già affermato nel paragrafo precedente,
per cui l'ideologia antifascista del CLN (il ciellenismo) non fece che rovesciare
la politicizzazione indebita attuata precedentemente dal fascismo, identificando
l'identità nazionale con una (sia pure legittima) posizione politico-ideologica.
Chi afferma oggi (ed alcuni coglioni lo fanno) che la nazione italiana morì
nel 1943, come se prima il fascismo l'avesse lasciata vivere onestamente, dimostra
soltanto la sua malafede ed il uso inguaribile settarismo politico. Ma questo
richiamo non basta. È infatti necessario analizzare i tre lati del triangolo
ideologico della prima repubblica, la destra, il centro e la sinistra.
Iniziamo dalla destra. Nella prima repubblica italiana ci sono state a mio avviso
schematicamente due destre, contigue ed intercomunicanti. Una prima destra governativa,
costituita da democristiani, liberali e socialdemocratici, ed una destra contigua,
costituita essenzialmente da aderenti e simpatizzanti del Movimento Sociale
Italiano. Il punto di collusione e di incontro di queste due componenti è
stato per decenni il vasto ed articolato apparato della burocrazia ministeriale,
delle forze armate, degli apparati di polizia e dei servizi segreti, eccetera.
Questo fatto è difficilmente negabile, ed in alcuni casi (e si pensi
alla posizione di Francesco Cossiga sulla cosiddetta Gladio) è addirittura
apertamente rivendicato, nei termini alla Nolte della "guerra civile mondiale"
1945-1991. Per entrambe queste destre (che marciavano sempre separate e colpivano
spesso unite) il fondamento dell'identità nazionale era l'anticomunismo.
È questo appunto un fondamento perverso, per il semplice fatto che un'identità
nazionale (in particolare come quella italiana, in cui la lingua e la cultura
sono i due elementi essenziali) non può mai fondarsi su di una opzione
politica, fascista o antifascista, comunista o anticomunista, ecc. Non si vuole
qui negare la legittimità storica novecentesca dell'anticomunismo, evidente
non appena si ammetta (e si veda il 3° §) la piena legittimità
storica novecentesca del comunismo, contro ogni mitologia della presunta illusione
criminale. Vi sono poi svariate forme di anticomunismo, tutte interessanti,
dal fervore del credente all'egoismo del ricco, dal rancore deluso dell'ex militante
disincantato all'irriducibile individualismo del non-conformista, eccetera.
Non vi è qui lo spazio per analizzare questa pittoresca e variopinta
fenomenologia psicologica e sociale. Qui basti riaffermare che l'identità
nazionale italiana non si può fondare sull'anticomunismo, che la subalternità
servile alla NATO non può certo essere più nazionale della simpatia
politica per il cosiddetto campo socialista, e che ancora una volta l'identificazione
di un principio comunitario (in questo caso nazionalitario) con una posizione
politica è sempre l'anticamera di una potenziale tragedia storica.
E passiamo ora al centro. Nella prima repubblica italiana esso è stato
sempre quasi completamente occupato dalla balena democristiana. È tuttora
difficilissima una valutazione storiografica sobria ed equilibrata di questa
balena democristiana, perché essa ha dominato per quasi mezzo secolo
un sistema politico bloccato, ed in essa si sono riversati tutti i difetti e
tutte le qualità del nostro popolo. A mio avviso l'aspetto storico principale
di questa balena sta in un tragicomico paradosso, cioè il fatto che questo
mastodonte cattolico-clericale ha politicamente gestito la progressiva scristianizzazione
del popolo italiano, largamente coincidente con la modernizzazione capitalistica.
L'idea di opporsi a questa modernizzazione restando democristiani ed anzi radicalizzando
il clericalismo (evidente in pensatori cattolici di buon livello come Augusto
del Noce) è per chi scrive un'idea parallela (nella sua patetica e tragicomica
ineffettualità) a quella di chi intendeva opporsi alla degenerazione
degli stati e dei partiti comunisti restando comunisti ed anzi radicalizzando
il proprio marxismo ed il proprio leninismo (evidente nel gruppo intellettuale
generazionale in cui si è formato lo scrivente di queste righe). Ma di
questo interessante parallelismo storico non possiamo purtroppo parlare adesso.
È invece importante ripetere che la balena clericale di centro, erede
dell'ostilità storica dei clericali allo stato nazionale italiano (ed
in questo positivamente aperta a valorizzare aspetti culturali locali e regionali),
era geneticamente predisposta ad aprire incondizionatamente verso due centri
politico-culturali non nazionali, la NATO americana e l'Europa carolingia soprattutto
tedesca. Nel sorriso di Prodi, democristiano genetico totale, vi sono tuttora
l'incondizionato servilismo verso la NATO americana (fino ad avallare tutti
i possibili bombardamenti contro l'Irak presenti o futuri) ed il prono consenso
al monetarismo dell'Europa carolingia di Maastricht ed ai suoi cosiddetti parametri
economici oggettivi. Questo doppio servilismo, genetico nella balena clericale
della prima repubblica, si è robustamente travasato nell'Ulivo. Potenza
della scienza degli innesti!
Passiamo ora alla sinistra. Qui la lingua batte, perché il dente duole.
In estrema approssimazione, la sinistra (e quella italiana in particolare) è
caratterizzata dalla confusione permanente fra popolo e nazione, il che comporta
uno stato culturale confusionale permanente fra il principio populista ed il
principio nazionalitario. Cerchiamo di spiegarci meglio. Naturalmente, non intendo
qui passare sotto silenzio i grandi meriti, anche culturali, della sinistra,
nel promuovere posizioni antifasciste, anticolonialiste ed anti-imperialiste
(dalla Corea al Vietnam, dall'Algeria a Cuba, dalla decolonizzazione africana
a quella asiatica -fa eccezione purtroppo la colpevole disattenzione verso il
sionismo). Queste posizioni devono essere tutte rivendicate. Ma la sinistra
ha talvolta (non sempre) un concetto di popolo (nel doppio significato di comunità
politica democratica e di strati sociali a basso reddito economico), ma non
ha (quasi) mai un concetto di nazione, nel significato di comunità nazionalitaria
sviluppatasi progressivamente in una etnogenesi linguistica e culturale. Alla
base di questa confusione ci sta purtroppo una concezione strumentale e riduttiva
della cultura, per cui la cultura è solo e sempre quello che serve, direttamente
o indirettamente, all'ideologia politica di legittimazione di partito. Ed allora
le conseguenze sono gravi, ed anzi incalcolabili. Facciamo qui soltanto (fra
i molti possibili) l'esempio del cosiddetto nazionalpopolare. Qui l'elemento
culturale dell'identità nazionale è ridotto a ciò che può
essere diretto al popolo inteso non come comunità politica democratica
(è questa la mia concezione teorica e pratica di popolo, per cui vorrei
che il popolo italiano fosse una comunità politica democratica, e non
una massa di manovra di una nuova oligarchia plebiscitaria agli ordini dell'impero
americano), ma come strati sociali poveri, preferibilmente analfabeti. Questo
populismo è potenzialmente devastante. A suo tempo, prima di sprofondare
nell'analfabetismo di ritorno del baronato universitario, Alberto Asor Rosa
scrisse in proposito pagine molto convincenti, nel libro Scrittori e Popolo.
La dinamica del populismo culturale, frutto del complesso di colpa regressivo
di piccoli e grandi borghesi angosciati dal non avere le mani abbastanza callose,
ed adoratori dei plebei più plebei possibili (qui il caso Sofri, o meglio
il caso Marino, offrirebbe ad un nuovo Balzac un tema romanzesco incomparabile),
inizia dal rammarico del non avere mai avuto un Victor Hugo italiano, e finisce
necessariamente in Canzonissima, Pippo Baudo e Raffaella Carrà, mano
a mano che la cultura popolare viene assorbita nella cultura di massa capitalistica.
Certo, non è colpa di Gramsci se ci è stato questo passaggio dialettico
da Pasolini a Veltroni. Ma chi non capisce questo è condannato a non
capire la dinamica della metamorfosi del nazionalpopolare in show-business,
e del perché della trasformazione alla Stephen King del popolano lettore
di romanzoni strappalacrime in casalinga berlusconiana lacrimante davanti a
telenovelas intervallate da accattivanti spot pubblicitari.
II. Il caso Violante. La seconda repubblica ed il delirio dell'amministrazione
statale della memoria storica nazionale.
Il passaggio alla Seconda Repubblica in Italia ha ragioni sia esogene che endogene.
Le principali ragioni esogene sono due, la necessità di entrare in Europa
adeguando le strutture politiche italiane al nuovo capitalismo finanziario flessibile
della terza rivoluzione industriale ed il crollo del sistema geopolitico degli
stati del defunto comunismo storico novecentesco. La principale ragione endogena
è la necessità di smantellare i costi di un sistema politico eccessivamente
rappresentativo di interessi sociali organizzati, e pertanto poco flessibile
e poco decisionista. Le tappe di questo passaggio sono state fondamentalmente
tre. Primo, la cerimonia tribale collettiva di espiazione, attuata con particolare
isterismo, in cui sono stati individuati e poi sacrificati due capri espiatori
della dinastia precedente, il cinghialone corrotto Bettino Craxi ed il gobbo
mafioso Giulio Andreotti, in cui la plebe confermava con ululati i rauchi appelli
di un gruppo sciamanico scelto, costituito da giudici e da giornalisti. Secondo,
la messianica instaurazione di una nuova legge elettorale maggioritaria, ritenuta
magicamente in grado di allontanare in futuro il malocchio, cioè i rischi
di corruzione del sistema politico (superstizione di fronte alla quale la credenza
comanche del totem del caribù appare una forma raffinata di razionalismo
scientifico). Terzo, l'investitura plebiscitaria di un ceto politico separato,
specializzato e professionalizzato (il ceto politico cattocomunista, esperto
in gestione del potere di mediazione sociale), ritenuto (correttamente) più
affidabile dell'eterogenea accozzaglia berlusconiana. È bene ricordare
ancora una volta che le oligarchie capitalistiche non si rappresentano mai direttamente
nel sistema politico e culturale, ma ricorrono a gruppi specializzati di politici
e di intellettuali del consenso.
Vi è allora una quarta dimensione da sottolineare, quella della rioccupazione
simbolica dell'interpretazione del passato, cioè della memoria storica,
ed è allora normale che anche in questo caso vengano scelti soprattutto
giudici e giornalisti. È infatti necessario smantellare gran parte della
legittimazione storiografica della prima repubblica, gestire una riconciliazione
nazionale controllata dall'alto, riscrivere il passato per dominare meglio il
futuro. Se il filosofo ufficiale della seconda repubblica sarà Norberto
Bobbio, lo storico ufficiale sarà il magistrato e professore universitario
Luciano Violante, quintessenza della visione del mondo del pidiessino culturale.
La seconda repubblica non ha infatti più nemici a sinistra come i comunisti
e nemici a destra come i fascisti. La modernità inquietante dei comunisti
del PCI e dei fascisti del MSI si è dialetticamente evoluta nella post-modernità
rassicurante del PDS e di AN. L'unico vero nuovo nemico è l'emergenza
economica (un nemico depoliticizzato ed interamente tecnicizzato), con in più
qualche nuovo spauracchio, come il secessionismo di Bossi e la criminalità
organizzata. Bisogna dunque annunciare che "la guerra è finita"
e riconciliare i reduci. In proposito, non ha senso attardarsi a discutere sul
vero o sul falso. Come nel caso della Sindone di Torino, il radiocarbonio viene
convocato dopo, non prima delle scelte di utilità e di convenienza performativa
(si veda in proposito la brillante analisi di Lyotard) del potere. Violante
è in proposito un vero battistrada dell'amministrazione statale della
memoria storica nazionale, e mi stupisco che continui ad essere accusato di
ambizione personale neopresidenziale anziché onorato come nuovo Tucidide
della seconda repubblica. Ogni sistema politico ha infatti i tucididi che si
merita.
In primo luogo, la lunga guerra simbolica, artificialmente protratta per mezzo
secolo per le esigenze di legittimazione costituzionale del PCI, fra "ragazzi
di Salò" e "ragazzi partigiani", può finalmente
essere chiusa. La categoria bambinesco-veltroniana del ragazzo è in proposito
particolarmente opportuna, perché il ragazzo è il luogo dell'inesperienza
giovanile moralmente sincera (i ragazzi del '68, i ragazzi della FGCI, i ragazzi
di Kennedy, i ragazzi della via Gluck), e la morale dell'intenzione è
legata alla morale del pentimento. Se si è fatto qualcosa "in buona
fede" e poi ci si pente (del fatto che si è perduto, e gli altri
hanno vinto), si può essere reintegrati nella comunità. La morale
comunista dell'autocritica e la morale cattolica del pentimento trovano qui
un'apoteosi cattocomunista particolarmente felice.
In secondo luogo, però, deve essere chiaro che il comunismo ed il fascismo
non devono essere messi retrospettivamente sullo stesso piano, come vorrebbero
gli esagitati berluscones. È interessante che la motivazione resti sempre
quella della morale dell'intenzione (che permette il successivo pentimento,
come abbiamo chiarito nel 4° §). Comunismo e fascismo sono entrambi
stati forme di totalitarismo (come dice Hannah Arendt, che essendo donna ed
ebrea è anche particolarmente politically correct), però (a differenza
di Nolte e di Furet) essi non devono essere messi sullo stesso piano, perché
il comunismo aveva almeno l'attenuante delle "buone intenzioni", volendo
costruire una (impossibile) società egualitaria, mentre il fascismo non
aveva neppure questa attenuante, volendo programmaticamente la diseguaglianza
fra classi, nazioni e razze. Si noti che in questo modo sparisce il capitalismo
reale, e comunismo e fascismo sembrano due ubriaconi che si agitano come drogati
in crisi di astinenza (rivoluzionaria), gli uni però con l'attenuante
della buona intenzione di voler pagare da bere a tutti, e gli altri soltanto
ai bianchi biondi, e non a tutti gli altri. La terza soluzione, quella vincente,
è questa: tutti potranno bere, purché se lo possano permettere
e possano pagare. È questo il segreto universalistico alla Violante che
concede maggiori attenuanti al comunismo (24 anni di galera) che al fascismo
(30 anni di galera). Una vera e propria concezione giudiziaria della storia.
Il capitalismo è invece assolto non in base alle attenuanti, ma per non
aver commesso il fatto. Questo è dunque il segreto simbolico della seconda
repubblica: tutti, chi più chi meno, hanno commesso reati, al di fuori
del sistema capitalistico, che non ha commesso il fatto, perché il capitalismo
è l'unico complesso di fatti senza reati. È questo il segreto
della concezione del mondo di Antonio Di Pietro e dei suoi stolidi seguaci.
12. Nazione italiana, Europa, Mediterraneo. Il presente come storia. Coscienza
storica, memoria storica, liberazione.
Abbiamo chiesto molto alla pazienza ed alla concentrazione del lettore, ma ora
possiamo stringere le fila di quanto abbiamo detto. Il lettore avrà notato
che abbiamo detto alcune cose in modo particolarmente irritante. Lo abbiamo
fatto volutamente, ispirandoci al detto di George Bernard Shaw, che scrisse:
"Se volete dire qualcosa, ditelo in modo irritante, perché se non
lo dite in modo irritante, non vi staranno neanche a sentire".
In realtà G. B. Shaw era un grande ottimista, perché faceva dipendere
l'ascolto da una retorica dell'irritazione, rivolta evidentemente a richiamare
l'attenzione. Ma oggi questo principio funziona soltanto per la pubblicità
televisiva. Non bisogna farsi nessuna illusione sul fatto che le cose che diciamo
siano già ascoltabili da un numero rilevante di persone. Si tratta di
un'illusione illuministica, o se si vuole socratica, il pensare che basti che
la verità venga enunciata perché cominci immediatamente a fare
effetto. Esiste in realtà un'economia politica della verità, non
perché il valore d'uso della verità dipenda dal mercato (questo
è appunto il relativismo nichilistico, oggi imperante e legittimato dalle
oligarchie accademiche dell'insegnamento filosofico), ma perché il suo
valore di scambio dipende da rapporti di forza politici e sociali oggi soverchianti.
I gruppi intellettuali ulivisti, polisti e leghisti sono oggi sintonizzati su
altre lunghezze d'onda.
Pessimismo? Ma neppure per sogno. Semplicemente, sobrio realismo metodologico.
Le illusioni sono l'anticamera delle delusioni. Quanto diciamo (e quanto si
sforza di dire la rivista Indipendenza) è oggi contro corrente in modo
quasi insopportabile. Bisogna avere in proposito un atteggiamento calmo e meditato
di ottimismo strategico. È necessario rivolgersi a gente nuova, che si
affaccia ora all'esigenza di comprensione del mondo, e non credere di poter
riciclare gruppi e persone testardamente legati alla propria precedente dogmatica
concezione del mondo. È impossibile sapere se i tempi saranno insopportabilmente
lunghi, oppure se vi sarà un'imprevista accelerazione della storia. Le
eventuali accelerazioni della storia non sono prevedibili in alcun modo, per
cui non ha senso pensare con un orologio in mano. Non è così che
si elabora una teoria nuova.
Rimettiamo a fuoco il punto essenziale: l'identità e la memoria storica
della nazione italiana, costituite essenzialmente da una lingua e da una cultura
comune, messe in pericolo da una americanizzazione del pianeta, hanno oggi di
fronte un nuovo, terzo fattore di possibile nuova identità o di possibile
nuova disgregazione. Si tratta della situazione di integrazione europea, mentre
però permane la subordinazione americana, mantenuta con l'allargamento
della NATO, la cui sopravvivenza alla fine del sistema di stati del comunismo
storico novecentesco getta una luce sinistra sulla sua profonda natura. Ora,
la nazione italiana è inscindibilmente europea e mediterranea. Contro
questa profonda natura storica sedimentata nei secoli le oligarchie politiche
uliviste (ma quelle leghiste e poliste sarebbero ancora peggiori) hanno scelto
unilateralmente un'identità carolingia, peggiorata ulteriormente dal
mantenimento ricattatorio della NATO. Questo implica anche uno stravolgimento
del passato. Ad esempio, sono esistite per secoli due Italie bizantina ed araba,
ma esse devono essere fatte culturalmente sparire, come se l'ortodossia e l'Islam
non appartenessero all'Europa. L'ossessiva insistenza sull'insegnamento della
sola storia novecentesca, ritenuta da molti ingenui e malconsigliati come una
positiva innovazione didattica, è in realtà l'anticamera per una
permanente manipolazione giornalistica della situazione storica presente. Ma
sapere che ci furono delle Italie bizantina ed araba, e ci furono per dei secoli,
sarebbe un grosso contributo per dare agli italiani una coscienza non solo carolingia,
ma anche balcanica e mediterranea, ed in questo modo si potrebbero prevenire
pericolosi coinvolgimenti neoimperialistici contro i popoli arabi e balcanici.
Vivere il presente come storia, e non farsene schiacciare, presuppone la conoscenza
del passato, compreso quello arabo e bizantino, assai più importante
delle tavole rotonde sul Sessantotto.
Ecco, vorremmo finire qui: la nazione italiana è inscindibilmente europea
e mediterranea. Potrebbe sembrare poca cosa, una conclusione modesta di fronte
alle considerazioni precedenti. Ma non è così, ed è anzi
il contrario. Queste conclusioni sono incompatibili con la NATO e con ogni possibile
futuro imperialismo europeo. Queste conclusioni implicano una rivoluzione culturale
ed un riorientamento pedagogico per il momento ancora impensabili. Esse giustificano
un impegno di lungo periodo, un vero e proprio patto fra generazioni. Per ora,
ci basti averne messo a fuoco il profilo generale.
Costanzo Preve