In morte di Francesco Cossiga
Francesco Cossiga è stato dell'atlantismo un fedele servitore. Con sagacia e con ogni mezzo necessario. Significasse infiltrare, nei cortei, poliziotti in borghese con licenza di sparare e di uccidere, o inviare cingolati a Bologna (1977), o varare leggi (1980) di ulteriore stretta repressiva, o difendere ruolo e valore della committenza politica di Gladio-Stay behind (1990). Non lo piangeremo. Anche per questo. Ognuno piange i suoi morti.
Il che non toglie una compostezza emotiva, di rispetto, dovuta a chiunque di fronte alla sua morte, senza che questo significhi dimenticare né assolvere.
Più che uomo di partito (DC) è stato un uomo di (questo) Stato asservito. Spregiudicato e cinico nell'uso della forza, certo, ma colto e con una sua intelligenza, viva anche nella sua coerente imprevedibilità, più volte sfoderata nello svolgimento delle mansioni che era chiamato e si sentiva chiamato ad assolvere. Anche ricorrendo a dichiarazioni o atti non privi di lungimiranza nella loro logica. Seppe leggere gli effetti che le macerie del muro di Berlino avrebbero avuto sul sistema pentapartitico consociativo italiano e sul suo stesso partito (la DC) e, pur da uomo di immacolata e comprovata fedeltà atlantica, tentò, picconandoli, di salvare il salvabile anche cercando di cavalcare poi, con il suo sostegno a Di Pietro, l'operazione politico-giudiziaria che montava con la compiacenza interessata d'oltreatlantico. Cambiavano gli assetti geopolitici e Washington richiedeva amministrazioni colonizzate e subalterne più in linea con le proprie direttive egemoniche. Una sapiente delegittimazione giudiziaria di un ceto politico asservito, ormai tramontato e non più funzionale, intendeva accelerare in Italy-land i tempi per la sua sostituzione con un altro ancor più servile.
Da uomo di immacolata e comprovata fedeltà atlantica favorì la caduta del governo Prodi e l'ascesa di quello D’Alema nel 1998, sostenendolo con il partito politico da lui appena (e all'uopo) fondato, l’UDR. Un governo funzionale all'aggressione della Jugoslavia al fianco degli americani e con il non secondario effetto di saggiare dell'apparato metamorfico PCI-PDS-DS l'affidabilità atlantica, avviata quantomeno a partire dal riconoscimento e sdoganamento dell'«ombrello NATO» sancito a suo tempo da Enrico Berlinguer.
Sempre da uomo di immacolata e comprovata fedeltà atlantica seppe ora allearsi con la sinistra ora sostenere Berlusconi, e conservare l'omertà, qua e là squarciata da qualche sua dichiarazione (in qualche caso forse depistante, in qualche altro forse no), su piccoli e grandi "misteri d'Italia" (da Moro a Ustica, da Bologna alla strategia atlantica di stabilizzazione stragista, ecc).
Chissà perché, in queste ore, sia sostanzialmente passata sotto silenzio la sua vicinanza alla causa catalana e basca. Nella sua edizione elettronica del 17 agosto (http://www.gara.net/azkenak/08/216087/es/Fallece-Francesco-Cossiga-ex-presidente-italiano-defensor-causa-vasca) Gara, il quotidiano vicino all'illegalizzata Batasuna (sinistra patriottica basca), scrive: «Cossiga è stato conosciuto nei Paesi Baschi per il suo importante ruolo nella difesa della causa basca, dando impulso diretto ai recenti processi politici, da quello di Lizarra-Garazi al processo negoziale 2005-2007, combattendo apertamente la politica di messa fuori legge da parte dei governi Aznar e Zapatero. Tra le altre cose, Cossiga si è incontrato con esponenti della sinistra nazionalista basca (Batasuna, ndt) anche nei tempi più duri dell'illegalizzazione. Ha ascoltato le loro proposte per la pace e si è adoperato in iniziative come la “dichiarazione dei Sei”, firmata nel 2006 insieme ad altri referenti internazionali come Gerry Adams, Kgalema Mothlante, Adolfo Pérez Esquivel, Cuauhtemoc Cárdenas e Mario Soares (...). Nell'ultima intervista concessa a Gara nel 2007 sottolineava che “la magistratura spagnola ha un'origine ed una mentalità largamente franchista ed è legata alla ideologia della Hispanidad e che il Psoe ha una visione centralista della Spagna, a favore della repressione di qualunque movimento autonomista e indipendentista”».
Atti derivanti da una sensibilità nazionale, stante la sua origine sarda, o dall'ostilità politica mai nascosta nei confronti dell'ex leader del Partito Popolare ed ex capo del governo, il «franchista» José Maria Aznar?
Catalani e baschi comunque ringrazia(va)no, dal loro punto di vista giustamente, per l'utilità di queste contraddizioni nell'avverso campo atlantico.
Certo non si è trattato di una resipiscenza democratica del nostro. Di fronte all'Onda studentesca anti-Gelmini, intervistato dal Quotidiano Nazionale (22 ottobre 2008), così Cossiga suggeriva: «Maroni dovrebbe fare quello che feci io quando ero ministro dell'Interno. In primo luogo lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito... Lasciarli fare (gli universitari, ndr). Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedali. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì... questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l'incendio».
Indipendenza
17 agosto 2010