Liberazione nazionale: una necessità
In questi ultimi tempi, le problematiche innescate da un'accelerata
-nei fatti spesso 'eversiva'- esplosione dei conflitti d'etno/determinazione stanno
ri-calamitando da più parti un notevole interesse per la tematica nazionalitaria, sia per
la natura complessa degli elementi che la caratterizzano, sia, appunto, per i variabili
effetti di cui è portatrice.
Eppure a sinistra, perlomeno da parte di quelle forze non omologate e non compromesse con
il sistema di dominio imperante, non emerge, nè in sede di analisi nè, tantomeno, come
possibile 'via' strategica, la capacità di individuare le dinamiche, le direttrici e le
valenze di un fenomeno che non di rado, con un compattamento ed una forza d'urto notevole,
riesce ad attivare e a veicolare sul binario di un ritrovato senso di appartenenza -su
base etno/culturale appunto- una serie di rivendicative, radicali istanze di giustizia
sociale.
Il processo di 'semplificazione' della politica mondiale ha dato ulteriore impulso alla
mondializzazione dei mercati e, quindi, ad una necessaria omogeneizzazione delle culture (1)
e ha gettato le basi per una serie di conflitti 'limitati' -come quello appena concluso
nel Golfo- per stabilire chi avrà un ruolo-guida all'interno del sistema
capitalistico mondiale o, in subordine, come avverrà la spartizione
inter-imperialistica di ruoli e zone d'influenza. Sul campo, quali 'soggetti politici' in
grado di contrastare questa tendenza, vi sono i movimenti nazionalitari con tutto il loro
intrinseco, caratterizzante bagaglio di aspirazioni, quali la volontà di affermazione e
di determinazione del comune destino sul proprio 'spazio culturale', di auto-regolato
utilizzo delle risorse, di sviluppo auto-centrato ed armonico con i propri bisogni, ecc.
La rivendicazione della propria specificità culturale, strettamente legata alla
'materialità' del controllo e dell'autogoverno dell'habitat d'appartenenza (2),
rappresenta per ogni popolo la conditio sine qua non, la cruna dell'ago per ridisegnare
-su piani di equità e di rispetto- relazioni sociali, modi di produzioni, nuovi assetti
del territorio, ecc., in una prospettiva possibile di autentica liberazione globale. Con
il suo portato di 'specificità', ogni identità popolare, nella misura in cui prende
coscienza di sè ricercando pienamente forma espressiva e sviluppo, risitua su un piano
più profondo lo scontro con la non-cultura del capitale, il quale solo in virtù del
dominio psichico e a-culturale, e dell'appiattimento delle differenze, riesce a creare le
condizioni del suo prevaricare e il terreno fecondo per la mercificazione globale.
Per questo, non è solo espressione del progetto politico di quanti si riconoscono nelle
posizione di fondo di questa rivista, ma ad un livello più 'alto' -incisivo e di massa-
è patrimonio peculiare di parecchi movimenti nazionalitari la necessaria inter/azione di
un processo di liberazione nazionale con ciò che ne è il naturale completamento, cioè
la costruzione dinamica, autogestionaria e libertaria della società.
In quest'ottica, la tesi di Rossana Rossanda che, nel tratteggiare l'"uomo di
radici" (3), lo descrive avviluppato ad un "modello
ereditato" e a "fermi valori", bollandolo come un "aristocratico,
credente nell'ineguaglianza e non nella differenza", finisce con l'assolutizzare
-semmai- singole situazioni, ma non trova affatto riscontro nelle numerose esperienze
delle lotte di liberazione etno/nazionalitarie (pensiamo a quelle in Europa, ad es.). Del
resto, affermare l'ineguaglianza dei popoli significherebbe per i movimenti nazionalitari,
avallare la tesi dei propri oppressori e condannarsi al suicidio politico, laddove,
invece, come viene spesso sostenuto dagli stessi, è nella valorizzazione delle diversità
altrui che si ridà più dignità storica alla propria.
Parimenti lasciano perplessi i giudizi di quanti, 'a sinistra', attribuiscono alle
rivendicazioni nazionali un carattere "regressivo" e "disgregante"
(4) arrivando a sostenerne l'"irrealizzabilità" se non,
addirittura, l'"anacronismo" rispetto all'avvento di un macro-ordine
sovranazionale di tipo economico, che suona quasi a magnificenza della 'nuova era'....
Il problema di fondo, a ben vedere, risiede nell'impostazione politico/ideologica
'statalista' della cultura marxista, la cui validissima, e in gran parte ancora attuale,
'pars destruens' descrittiva/analitica/critica delle forme e del modo di produzione
capitalistico si è andata ad incagliare, tra l'altro, nella sublimazione -sia pur in
versione 'di classe'- dello Stato-nazione quale intoccabile 'istituzione-valore' da
difendere. Ciò ha storicamente prodotto un'ambiguità di fondo sulla tematica
nazionalitaria: attribuendo valore 'strutturale' alla sola economia e, nella dinamica
storico-politica, un ruolo principale alla lotta di classe, senza i pur importanti
distinguo che lo hanno da sempre caratterizzato, il nazionalismo -sul piano teorico- è
stato ed è sottoposto a critiche durissime -spesso pretestuose- per attribuirgli poi -sul
piano concreto- una "scientifica" funzione 'veicolare' per la lotta di
classe.
Il risultato è che, molto spesso, i vari movimenti di liberazione nazionale, recependo anche
conflittualità 'di classe' -non di rado, comunque, trovandosi a stravolgere la stessa
nozione marxista di "classe"- non solo hanno innalzato il livello
conflittuale, ma si son fatti portatori di forme di liberazione sociale proprie di un
socialismo egualitario, radicale e legato all'humus popolare. I problemi, semmai, sono
sorti nella gestione del dopo che ha sancito pressochè costantemente il fallimento
di quanti si son dati all'applicazione forzata di modelli già confezionati, laddove
l'utilizzo di formule fantasiose ed originali -Nicaragua e Libia, ad es- ha portato a
risultati decisamente migliori.
È ovvio che su questo tema vi sono ulteriori riflessioni da fare, sotto molti punti di
vista. Anche in Italia esiste una questione nazionale, che si manifesta su due piani
distinti ed intrecciati: alla pluralità di entità nazionali inglobate nello
Stato-nazione Italia (Sud Tirolo, Sardegna, Sicilia, ecc.) si sovrappone il
problema della dipendenza politico/economica dagli USA. Tornare su questa questione,
aprendo anche un dibattito, è quindi fondamentale. Ben al di là di una trattazione
accademica.
(1) Significativo è quanto sostenuto da A.M. Di Nola sul Manifesto del 10 gennaio, nell'inserto "la talpagiovedì", a proposito del "nuovo modello industriale postcapitalistico, il quale, per sua vocazione e per definizione, non ha bisogno di radici e, dove esse persistano, ne esige la distruzione... Cancellare i bisogni "culturali" del pastore abruzzese, che non riusciva a separarsi dai suoi abiti di foggia arcaica, o cancellare i costumi fantasiosi dei contadini normanni e bretoni o quelli delle donne giapponesi divennero l'indispensabile operazione per assicurarsi un mercato uniforme che esigesse dovunque la soddisfazione dei medesimi bisogni indotti, attraverso la creazione artificiosa delle mode e l'azione sottile e corrompente dei mass-media..."
(2) "...Per quanto attiene allo spazio materiale, mentre lo Stato-nazione lo delimita in base alle frontiere statali (per cui, ad es., viene considerata Francia anche la Corsica, o la Bretagna, l'Occitania, e persino la Nuova Caledonia), il nazionalismo etno-culturale fa riferimento ai 'confini culturali': il territorio di una nazione è quello ove vive il suo popolo, non quello ove domina... L'attuale ripartizione del mondo ('occidentale') in Stati-nazione, che ha sostituito al 'confine culturale' la frontiera, riproduce nel tempo la non-omogeneità culturale all'interno di queste frontiere Stato-nazionali...", in Indipendenza, n.20.
(3) Talpa-Manifesto, ibidem.
(4) Moffa, sul Manifesto del 22/3/'91 ("Il fascino delle patrie"), citando la questione curda, nell'ambito di una sua sommaria indicazione 'risolutrice', priva peraltro di un riscontro realistico, la liquida tra le "tendenze secessioniste generalmente antistoriche"; il che, oltre ad essere un'espressione assolutamente inappropriata (questa sì antistorica!) rispetto alla specificità culturale curda e ai suoi pieni, oggettivi requisiti di nazione, è anche uno strafalcione concettuale, quasi un'implicito avallo di legittimità all'oppressione e all'usurpazione coloniale e/o imperialista.