LAVORO PRECARIO
Un gruppo di disoccupati di Bilbao ha sviluppato una significativa linea di ragionamento sulla condizione dei lavoratori precari e su una futura organizzazione di questo settore socialmente maggioritario
VERSO UNA MIGLIORE DEFINIZIONE DELLA SOCIETÀ NON ATTIVA
Il fenomeno della disoccupazione non è un problema transitorio delle
nostre società. In linea con le teorie neoliberiste che giustificano una struttura
sociale divisa in tre terzi diseguali e al di là delle vaghe promesse di soluzione poste
nei nuovi cicli di espansione economica, possiamo osservare che anche nelle potenze
economiche centrali la disoccupazione è ormai ben consolidata. Certo, ci sono delle
differenze. Mentre la disoccupazione è un problema di primaria importanza nei paesi
dell'Europa occidentale, gli USA, apparentemente in uscita dalla crisi, conoscono un tasso
di disoccupazione dell'8% della popolazione attiva, in Giappone il numero dei disoccupati
è in crescita, nella misura in cui le imprese spostano le loro attività verso i nuovi
paesi industriali del Sud-Est asiatico. Questo problema non può dunque trovare soluzione
all'interno delle strutture economiche del capitalismo deregolamentato attualmente in
vigore nel mondo.
Ciò non significa che un'evoluzione quantitativa della disoccupazione debba sfociare in
una contestazione del neoliberismo, che sarà possibile solo in presenza di nuovi motori
di trasformazione sociale. Il che trova la spiegazione nella situazione paradossale
vissuta dai senza-lavoro: cercano la sicurezza là dove gli è rifiutata ossia nel mercato
neoliberista del lavoro. I neoliberisti possono offrire solo una sicurezza minima, giusto
per evitare l'attacco dei disoccupati. Il prezzo è molto basso e straordinariamente
efficace. Cosciente di ciò il neoliberismo si perfeziona ed evolve con un mutamento di
mentalità: il cambiamento consiste nel passare dal ruolo di reticenti pagatori dei
diritti storici dei lavoratori a quello di garanti della carità sociale.
I sindacati, dal canto loro, sono stati incapaci di difendere queste conquiste storiche e
subiscono un deprezzamento inversamente proporzionale al prestigio sociale del
neoliberismo. Ma il non-lavoro non è solamente un fenomeno. È là che la sinistra e i
sindacati possono intravedere la fine del tunnel dopo i grandi sommovimenti
politico-sociali degli anni Ottanta. Essere disoccupato non vuol dire necessariamente che
non si lavora, che non si è funzionali al processo produttivo. La maggior parte dei
disoccupati ha un'attività non remunerata o un lavoro precario o passa alternativamente
dalla disoccupazione all'impiego o lavora solamente d'estate. Anche i disoccupati di lunga
durata mantengono una di queste caratteristiche che vanno dallo sbrigare le faccende
familiari fino a lavorare a tempo pieno al nero. Da questo punto di vista la
disoccupazione può considerarsi parte di un fenomeno più vasto che è quello della
precarietà. Una differenza tuttavia esiste: si può uscire dalla disoccupazione, ma non
dalla precarietà. Si è di fronte alla formarsi di una nuova condizione operaia che,
sociologicamente, sarà egemonica nell'immediato futuro. Il lavoratore precario è
sottomesso ad un'incertezza costante e non può darsi delle regole fisse di consumo, non
può arrivare ad una sicurezza nell'acquisizione dei beni individuali strategici come
l'abitazione o nella pianificazione familiare. Alternativamente questo lavoratore subisce
il rischio costante di ritrovarsi senza lavoro o la paura di restare totalmente
marginalizzato nel corso di una qualsiasi crisi ciclica di lavoro. Queste situazioni hanno
la loro conseguenza politica. La lotta per la trasformazione sociale nel settore
socioeconomico non è già più un bisogno per i lavoratori stabili, la loro lotta è la
difesa dei diritti ancora in vigore, validi per il mondo operaio e che devono dunque
essere legittimamente sostenuti da tutti i lavoratori coscienti. Solo i lavoratori precari
possono condurre questa ed altre lotte; ogni offensiva operaia che possa realmente fermare
le avanzate neoliberiste deve ben prendere in considerazione questi lavoratori in
situazione precaria. E, senza dubbio, l'ideale sarebbe creare delle organizzazioni di
lotta proprie di questi lavoratori.
Si può esaminare adesso il contesto ideologico che fa da sfondo a questi lavoratori
instabili, che lavorano oggi e sono disoccupati domani. Sembra che l'insicurezza
strutturale che subiscono i precari non possa essere alleviata totalmente dalle offerte
ideologiche o dagli interventi sociali del neoliberismo. All'incertezza dei precari il
neoliberismo duro oppone l'equazione "Competitività=Successo=Fortuna",
con la volontà di nascondere la componente "Sfruttamento" che esiste
all'interno stesso del concetto di competitività. L'antitesi a questa "Fortuna"
sarebbe dunque la disoccupazione, cosa che, con questi presupposti ideologici, sarebbe il
più grande fallimento possibile e che è comunque qualche cosa di normale e quotidiano
nella vita operaia di questo sistema economico. Comunque sia, questo messaggio
neoliberista penetra nello spirito dei lavoratori attraverso i prodotti audiovisivi
americani, la cui immagine però viene offuscata dalla situazione personale di chi vive la
precarietà. Un ulteriore nucleo ideologico attivo viene dalla frazione ex sinistra della
generazione del '68 che propone una serie di comportamenti come la ricerca del piacere a
breve termine, la sottomissione scettica e la rassegnazione. Nessuna di queste proposte
solleverà i precari dal loro stato di ansietà. Il risultato è che i precarizzati
identificano l'origine della loro situazione nelle attuali strutture neoliberiste ma,
bombardati da due parti con tutti i mezzi di riproduzione ideologica, non credono più
possibile il cambiamento di sistema economico, né parimenti la deroga di una sola delle
misure di deregolamentazione del mercato del lavoro. I discorsi sindacali per
riorganizzare la lotta operaia nel variegato mondo dei lavoratori precari devono essere
del tipo: "Non c'è soluzione individuale alla precarietà", "Il
lavoro si crea lottando" ed anche "Il lavoro si mantiene in condizioni
degne difendendolo radicalmente". Tuttavia con l'attuale rapporto di forza tra il
padronato ed i sindacati, non sembra possibile fare avanzare uno solo di questi slogan. Le
abitudini, la cultura, il codice del lavoro, le forme di relazione, la distribuzione
spaziale dei posti di lavoro..., in sintesi, l'ambiente in cui si colloca il movimento
operaio è cambiato ma le sue strutture organizzative non sono adeguate a tale cambiamento
e non si progettano nuove forme di lotta operaia. Il potere accumulato dai padroni
consente loro di lasciare senza lavoro una voluta area di precari, nel momento e sotto la
forma desiderata. Come lottare contro tutto ciò? Questo potere è una vera macchina per
creare sottomissione, per presentarsi come la fonte di sicurezza vitale degli operai, per
neutralizzare ogni possibile rivendicazione e ci sono ogni giorno meno mezzi per
combatterla...
Esiste tuttavia un mezzo per lottare contro questo potere senza che il padrone possa
esercitare la sua repressione diretta contro i lavoratori precari. Si può dunque vedere
come il disoccupato stesso favorisca la costituzione di una "retroguardia
combattiva" di disoccupati organizzati, sostenuta dagli stessi sindacati. Ci si
vuol riferire ad una retroguardia combattiva che controlli le tecniche rivendicative
proprie, intervenendo in tutti gli spazi deregolamentati, nelle imprese più devastatrici
e nella società in generale nell'insieme delle rivendicazioni storiche e attuali.
APPROCCIO ALLA REALTÀ DEL DISOCCUPATO
In modo generale, le informazioni sulla realtà della disoccupazione
consistono in una descrizione statistica; sono i famosi tassi di disoccupazione rispetto
alla popolazione attiva, cifre spesso utilizzate come termometro della situazione
economica generale. Questo modo di vedere la disoccupazione ha in sé un grande potere di
sdrammatizzazione e serve poco nella lotta sindacale. Occorre dunque cercare un altro tipo
di descrizione più ampia, più vicina al linguaggio popolare. Così si può cominciare a
toccare una gamma di circostanze che intervengono nella vita quotidiana dei senza-lavoro.
Conviene dunque vedere da un altro aspetto la condizione del disoccupato, la ricerca del
lavoro, il tipo di relazione con l'ambiente sociale, gli aiuti dell'amministrazione,
qualche messaggio ideologico dei media e il problema della salute nella disoccupazione. È
ben noto che il potere d'acquisto dei disoccupati è stato fortemente ridotto dalle ultime
decisioni legislative. La riduzione delle prestazioni di disoccupazione ha
considerevolmente diminuito la massa monetaria di questi settori. Il sindacato ELA calcola
che 7 disoccupati su 10 non percepiscono un centesimo dall'amministrazione, mentre solo il
10% riceve delle prestazioni. Si può dunque affermare che i disoccupati degli anni
Ottanta erano più tutelati di quelli degli anni Novanta. Inoltre i disoccupati attuali
possono essere assimilati ai nuovi poveri o in via di diventarlo. Si può curiosamente
notare come si ascoltino di meno frasi lapidarie che dipingevano i disoccupati come
fannulloni, preferendo argomentazioni che li presentano come vittime della crisi. Il
disoccupato diventa ogni giorno una minaccia generale ed anche i capi della destra hanno
la tendenza ad addolcire le forme delle loro misure restrittive. Solidarietà,
particolarmente per la disoccupazione dei giovani, che agisce come ammortizzatore ad ogni
riduzione della copertura sociale, ripartendo gli effetti della povertà tra tutti i
membri della famiglia. Il cinismo dei neoliberisti li spinge ad esaltare i valori della
famiglia, mentre al contempo vi scarica tutto il peso della propria politica antisociale.
Questo fenomeno è sostenuto anche dai media. Conviene anche esaminare le relazioni tra il
tempo libero e il non-lavoro. I disoccupati sono, insieme ai pensionati, quelli che
dispongono di più tempo libero nella nostra società. Ben inteso, questo tempo deve
essere considerato come un tempo d'ozio naturale e gratuito: si può guardare la
televisione, leggere i giornali, fare dello sport, bere qualche bicchiere e passeggiare.
Non si tratta di viaggiare o dello svago del consumo. Si può rilevare un punto
importante: il non-lavoro contiene un bene che può essere diviso con la società, perché
l'altra faccia della condivisione del lavoro è la condivisione del tempo libero. È tempo
ora di parlare di ciò che è un obbligo per tutti i disoccupati: la ricerca del lavoro.
Si tratta di un argomento importante che mobilita le più grandi batterie ideologiche. È
detto, in modo subliminale, che il "lavoro si crea con la ricerca". Si
può trovarlo cercandolo, ma si può anche crearlo. I 240.000 disoccupati di Euskal Herria
possono uscire ogni giorno e cercare un lavoro per cinque ore; non creeranno un solo posto
di lavoro. Infatti uscirà molto denaro dalle loro tasche e faranno aumentare il dumping
sociale. Di fronte a questa discutibile concezione del neoliberismo la Sinistra deve
suscitare nell'ambiente dei senza-lavoro una nuova dinamica: "il lavoro si crea
con la lotta". Il neoliberismo afferma che il vitale, ciò che dinamizza la
società, ciò che crea il lavoro è la ricerca del lavoro. Perché allora i trasporti
pubblici non sono gratuiti per i disoccupati, affinché questi possano ottemperare
quest'obbligo nei confronti della società? Questa contraddizione non è trascurabile, ma
si possono trovare posizioni altrettanto oscure sul versante sindacale.
Accanto a queste contraddizioni c'è tutta una serie di iniziative neoliberiste dirette
verso la società duale. Oggi, per esempio, le agenzie d'assunzione private sono
legalizzate (negli USA sono "le imprese della più grande manodopera
impiegata"). Queste imprese presentano un menù di profili operai, non solamente
professionali ma anche psicologici graditi ai padroni; indirizzano i lavoratori sul
miglior modo di adattarsi al peggio delle esigenze padronali. È inaccettabile. Il
problema è che queste imprese organizzano delle banche d'informazione con menù di
profili operai in cui i padroni possono studiare quelli che sono da scartare a priori e,
senza dubbio, quelli che hanno capacità sindacali. Questo potere di selezione degli
operai è una prerogativa eccessiva, creatrice di sottomissione ed antisindacale. Si
tratta di un terreno fondamentale per il sindacalismo operaio: come i cancelli
dell'impresa siano aperti per alcuni e chiusi per altri. È certo che la maggioranza delle
attività sindacali -si fa riferimento ai sindacati non corrotti- ha luogo all'interno
della fabbrica ed ai cancelli di uscita. L'entrata non è stata esplorata e questo è un
affare che ha molto a che vedere con il non-lavoro e con il futuro del sindacalismo. Una
grande parte del rifiuto dei sindacati, manifestato tra vasti settori operai, deriva da
queste pratiche corrotte. È dunque necessario controllare democraticamente i cancelli
d'ingresso delle fabbriche. Altrimenti queste parcelle di potere rinforzeranno ancora il
padronato, la sottomissione e la precarietà delle condizioni di lavoro. C'è poca eco di
questo machiavellismo padronale nei media; ciò è naturale, perché anch'essi sono
imprese controllate verticalmente dai gestori neoliberisti. È dunque normale che si senta
dire che "sono i padroni che creano i posti di lavoro". Con questa
menzogna enorme si tenta di ottenere il riconoscimento sociale dei disoccupati verso i
padroni. Così gli stessi che hanno licenziato in massa sono presentati come creatori di
lavoro.
Il lavoro non è creato dai capi di imprese ma piuttosto dalla forza della domanda:
laddove c'è domanda di beni e servizi da parte della popolazione, il lavoro viene. I capi
di impresa sono solo gestori privilegiati di questa domanda. Esiste, è vero,
l'imprenditore, la persona che crea un servizio ed una nuova domanda e che in seguito
organizza una forza di lavoro specifica per rispondere a questa domanda. Ma il capo
d'impresa non è l'equivalente dell'imprenditore (questi ultimi sono poco e nascostamente
aiutati), ma è piuttosto gestore: del prodotto, della domanda e del servizio che auspica
l'inerzia sociale. Ciò è tanto più vero oggi che l'obiettivo primordiale del capo
d'impresa è giustamente quello di distruggere i posti di lavoro, di stimolare il
subappalto, di frenare i salari, ossia di rompere l'inerzia sociale della domanda. Diventa
dunque creatore di disoccupazione e ostacolo alla suddivisione del lavoro e del tempo
libero. C'è anche un aspetto importante della vita del disoccupato da prendere in
considerazione: le ripercussioni della precarietà sulla salute. Una rivista pubblica
analizzava le relazioni tra la precarietà e la salute: il rischio di morte prematura è
quattro volte superiore tra i senza-lavoro; a partire dal terzo anno di disoccupazione, le
visite dal dottore si moltiplicano; tre bambini di disoccupati su quattro sono in una
situazione di fallimento scolastico; i senza-lavoro hanno un tasso più alto di malattie
mentali, depressione, angoscia, ecc. Da come il neoliberismo presenta la disoccupazione
-un "fallimento personale"- quelli che sono in questa situazione saranno
particolarmente esposti alla depressione. Lo stress, le depressioni, i dolori dorsali,
l'alcolismo sono sovente la risposta dell'organismo all'inazione che deriva dalla ricerca
del lavoro in un mercato in cui non ci sono lavori da trovare, ma solo lavori da creare.
La medicina non è in grado di risolvere questi mali ma il sindacalismo, al contrario,
può essere la migliore medicina. La sfida consiste nel ricostruire l'amor proprio di
questi lavoratori vittime delle strutture economiche neoliberiste dandogli la possibilità
di lottare.
LA DISOCCUPAZIONE IN EUSKAL HERRIA
Il nostro paese ha 240.000 disoccupati, il tasso di disoccupazione più elevato dello Stato spagnolo dopo le Isole Canarie. Sarà un caso? La teoria in voga attribuisce questa situazione alla nostra classe padronale che si è sclerotizzata in una monoindustria obsoleta e ad una classe dirigente che non ha saputo preparare un altro tessuto economico. È vero, ma insufficiente: c'è una vera aggressione esterna per distruggere il tessuto economico basco, bloccare la ricostruzione su altre basi produttive, distruggere il lavoro, creare povertà individuale e collettiva, costringere all'emigrazione e alla sottomissione. La disoccupazione, come forma di repressione economica, è una realtà del nostro paese. Parallelamente, i piani come quello della lotta contro la disoccupazione sono delle toppe vergognose destinate a creare una clientela politica tra i senza-lavoro. Infine la disoccupazione fa ancora più danni tra i giovani, le donne e quegli adulti rifiutati dall'industria in declino, dotati di una grande cultura di resistenza operaia e disorientati dalla deriva aberrante dell'alleanza storica tra i settori operai d'avanguardia e il capitale. Si tratta di un problema fondamentale posto dalla disoccupazione nel nostro paese e solo quelli che non hanno conosciuto questa cultura dell'alleanza storica possono essere capaci di reagire, ma sono direttamente minacciati dall'emigrazione. Assisteremo presto a una vera diaspora di giovani baschi verso altri mercati del lavoro. Occorre dare un'alternativa di lotta ai lavoratori per combattere la precarietà, il non-lavoro e l'emigrazione. L'idea della formazione di una "retroguardia operaia" riposa sul fatto che i lavoratori, vittime della deregulation del capitalismo, non si sentono sostenuti da un sindacalismo che lavora all'interno delle fabbriche, né da potenti servizi giuridici, né da una dinamica rivendicativa strutturale. È possibile organizzare i lavoratori precari affinché i loro periodi di non-lavoro siano utilizzati per contestare le misure neoliberiste di alcune imprese. Quelli che sono fuori dalla portata delle grinfie padronali, sono gli stessi che devono condurre queste azioni: seguire la quota delle ore extra, ricordare la priorità della creazione dei posti sull'utile padronale, creare una nuova cultura operaia ed organizzare nello stesso tempo il proprio lavoro. Un fattore determinante per l'organizzazione di questo settore è la partecipazione dei sindacati attuali nella messa a disposizione di una direzione politica e l'apertura delle sezioni a questi lavoratori mal organizzati.