LAVORO CRITICO, LAVORO POSSIBILE
Vi è una contraddizione 'storica' che attanaglia quel cosiddetto
'popolo di sinistra' che ritiene e non vuole essere compromesso negli ingranaggi del
sistema capitalistico: limitare al piano teorico la critica del sistema, ma continuare a
lavorare nelle sue strutture. Il che non significa negare l'utilità di rimarcare la
critica ai padroni in caso di licenziamenti, prepensionamenti, CIG, ecc., e non esclude
l'area del lavoro "autonomo": le caratteristiche essenziali del sistema
si possono sussumere anche "autonomamente".
Divenuta complessivamente organica alle compatibilità aziendali, l'attività di
genuflessione del sindacato nei confronti del padronato si è palesata anche sulla
questione di quelle cosiddette "forme di contratto atipiche", come sono
stati definiti i contratti interinali, a tempo determinato, part-time, base di un processo
che mira alla precarizzazione del lavoro, cioé alla sua riduzione di costo. Il postulato
dei padroni e dei sindacati 'maggioritari' è che le aziende, con mercati del lavoro meno
vincolistici, incrementerebbero le ore lavorate, creando più occupazione. La realtà
dimostra l'esatto contrario: cresce la produzione, ma anche la disoccupazione. È -questo-
un versante del modello sociale e di produzione che richiama quello toyotista del controllo
della qualità totale -qui in Italia ancora imperfetto rispetto a quello nipponico-
che punta ad una riscrittura della contrattazione del lavoro secondo gli interessi
dell'azienda. Come questa deregulation sia favorita dal contesto politico e dalla caduta
di stiledell'area dell'opposizione sociale è dimostrato, a livello esemplificativo,
anche dagli accordi sui turni di lavoro al sabato e alla domenica. Fenomeno ancora
'larvale' (sinora alla Fiat di Mirafiori, in alcune aziende tessili del Biellese e di
Prato, alla Sony, alla Valeo) la versione propagandistica è la solita allettante carota
dell'occupazione. Il bastone sta poi nella devastazione dei diritti, nella massimizzazione
dei profitti non socializzati, nell'alienazione delle condizioni di vita, ecc. I fatti
avvenuti alla Fiat di Termoli sono emblematici: l'accordo sottoscritto dai vertici
aziendali e sindacali viene respinto a maggioranza dai lavoratori con un primo referendum,
quindi accettato con un altro dopo l'intervento 'intimidatorio' di sindacati, clero
locale, media nazionali e del padrone che minacciava chiusura e trasferimento della
fabbrica. I lavoratori si son visti costretti a cedere. Il che la dice lunga sulle
possibilità di riaggregazione di un blocco antagonista ed anticapitalista 'centrato' su
soggetti sociali sottoposti a certe condizioni di lavoro. Né ci si illuda che
l'accettazione di questa deregulation sia una necessaria risposta congiunturale in
una "fase transitoria di crisi". Non solo la disoccupazione, ma anche la
precarizzazione del posto di lavoro, la mobilità dei lavoratori, la flessibilità di
turni e orari si stanno evidenziando sempre più come fattori strutturali, che fanno leva
su un quotidiano lavorio psicosociale e di mentalità cui ognuno è sottoposto.
Innovazione tecnologica, globalizzazione del mercato delle braccia, utilizzo a basso costo
della manodopera 'immigrata' -il capitale, si sa, non ha nazione, e sempre più disloca
gli impianti dove più è conveniente la manodopera (e non solo)- stanno ridefinendo a
fondo la "forza-lavoro" secondo linee che vedono da un lato occupati
stabili e dall'altro occupati a tempo, lavoratori in mobilità, precari, disoccupati. I
primi sempre più 'interni', per status sociale, mentalità, comportamenti ad una
conservazione sostanziale del posto di lavoro, di fatto sottomessi alle basi ideologiche
del rapporto di dominio. I secondi come possibile soggetto sociale potenzialmente
sensibile alla rottura con il modello sociopolitico e culturale esistente, in grado anche
di essere di supporto ai primi per una presa di coscienza e per un aiuto sul terreno della
difesa dei diritti sociali. Non vi è solo quindi un processo di polverizzazione -se non
di atomizzazione- sul lavoro, non vi è solo una debolezza come corpo, come insieme
rivendicativo della componente lavoratrice, ma anche l'incentivo ad un imbarbarimento
della certezza dei diritti e soprattutto all'allontanamento da quell'obiettivo che resta
il controllo sociale del ciclo produttivo. Da alcuni anni a questa parte si è fatto
progressivo e incalzante il superamento dei pur deboli argini posti -il welfare state-
e non ci si può contentare di aspettare che il sistema di produzione capitalistico crolli
per le sue intrinseche debolezze di sviluppo.
La crescita continua della produzione, della ricchezza e dei consumi è divenuta
incompatibile con la sopravvivenza del nostro pianeta. Lo sviluppo 'industrialista' è
giunto ad una fase di sostanziale stagnazione per l'impossibilità di superare i suoi
stessi limiti e diffondersi su scala planetari in quanto distruttore di risorse naturali
limitate e quindi di equilibri ecosistemici. Vi è in tal senso un tentativo, in atto da
tempo da parte di quelle strutture -multinazionali e non- che operano secondo criteri di
produzione capitalistici, di recuperare aspetti ecologici per esigenze di immagine e di
mercato. A ben vedere vi è molta ambiguità in tutto ciò, sia nel merito -spesso il
prodotto industriale 'verde' ha passaggi di lavorazione nient'affatto ecologici- sia di
metodo -permanendo nel lavoro condizioni di sfruttamento (retribuzione, tempi, salute,
rapporti, ecc.). Un livello che rimane peraltro appannaggio di una parte, manifestamente
incompatibile con una dignitosa condizione di vita dei più su questo pianeta.
È sempre più manifesta la necessità di passare da una sorta di 'obiezione di coscienza'
-sostanzialmente incapacitante nel riscrivere lo stato delle cose- ad una pratica molto
più incisiva e collettiva di non sottomissione, passando dal genericismo di
un'opposizione sociale rivendicativa alla costruzione di spazi di auto-organizzazione, di
'territorio culturalmente liberato', di autodeterminazione individuale e collettiva del
proprio essere su questo pianeta. In altri termini costruendo una prospettiva politica che
si svincoli dalla logica capitalistica. Si pone quindi la questione di re-indirizzare
scelte di vita, di lavoro, di consumo in un'ottica di interessi generali. Quanto si diceva
sopra si può ora intersecare: la disoccupazione strutturale nei paesi industriali
avanzati e il senso crescente della precarietà sul lavoro, può essere la base sociale
per la sfida che si pone sul doppio binario del 'lavoro a partire da sé' -un 'sé' tanto
meglio se collettivo- e di una riscrittura globale dei propri consumi -questa tanto più
incisiva quanto più in grado di coinvolgere nuclei familiari, sociali, realtà
territoriali, singoli. Due aspetti a ben vedere strettamente correlati. Rivedere i propri
consumi significa, in concreto, rivedere in profondità ciò che si spende, sulla base di
una valutazione che non sia solo economica, ma anche etica, quindi sociale ed ecologica.
Presuppone una presa di coscienza e quindi un lavoro che proceda di pari passo con
l'individuazione pratica di sbocchi alternativi. È un percorso che tiene in gran conto
l'impegno -attivo da tempo- dei movimenti e delle campagne delle Cooperative per il
risparmio etico (MAG), delle attività per il commercio equo e solidale (botteghe CTM,
Commercio Alternativo, RAM), ma che non necessariamente si esaurisce e deve esprimersi
solo in esse. Modificare la struttura dei propri consumi quotidiani (alimentari,
energetici, di abbigliamento, di trasporto, ecc.) sarebbe un primo significativo passo
verso una graduale non collaborazione 'di massa' con le strutture economiche dominanti. È
necessaria quindi la considerazione delle modalità di produzione: chi produce, come
produce, cosa produce, che impatto ambientale comporta...
Il discorso autogestionario non è sicuramente una soluzione a tutto. In certi settori vi
sono delle difficoltà oggettive dovute alla loro stessa natura. E su un piano teorico
più generale vi sarebbero una serie di questioni di gestione interna, di relazionamento
con l'esterno, ecc. Però tutto ciò é parte di quelle necessarie basi materiali da cui
far ripartire un punto di vista radicalmente diverso, 'altro', rispetto al predominio
della produzione per la produzione, alla mercificazione di tutto e alle intrinseche
condizioni di alienazione, coercizione, disparità, sfruttamento.