Nellera della robotica ad alta tecnologia, delle innovazioni elettroniche e tele/informatiche, delle nuove forme di organizzazione del lavoro -quel che si dice la "modernizzazione capitalista"- non è disinteressata la spinta al riconoscimento e alla valorizzazione di attività cosiddette "fuorimercato", anche se di "nicchia". Un nuovo luogo del conflitto: tra chi intende riscrivere un nuovo contratto sociale ancor più compatibile nel sistema del profitto e chi è alla ricerca di strade altre di socialità ed economia. In gioco non soltanto diritti sociali, politici, ambientali...
INTERESSI VOLONTARI
Da oltre un anno, del non profit o terzo settore o economia sociale -queste le espressioni ricorrenti- si discutono natura, ragioni, prospettive, finalità, nei più svariati -anche antitetici- ambiti culturali, sociali e politici. Una visibilità recente, significativa delle potenzialità -e degli interessi- insiti in materia. Tanto più in questa fase di ristrutturazione produttiva e organizzativa -"lungo tramonto del sistema fordista"1 qualcuno lha definita- che, da tempo avviata in Giappone e negli Stati Uniti, sta interessando da alcuni anni anche i paesi a capitalismo avanzato dEuropa. Progressivo è ormai lo smantellamento di quel "compromesso socialdemocratico" -il cosiddetto "stato sociale"- che di questi paesi costituisce -tra breve se ne parlerà al passato- un elemento di rilievo, seppur largamente parziale e imperfetto.
LO "STATO SOCIALE"
Un compromesso resosi necessario per la valenza delle lotte sociali
prodottesi tra la fine dellOttocento e, via via, sino agli anni Settanta di questo
secolo, in un contesto economico caratterizzato dalla produzione di beni di consumo di
massa, con mercati di riferimento prevalentemente nazionali ed un
circuito virtuoso di investimenti, produzione, salari e consumi. Il dualismo
conflittuale, determinatosi nella fabbrica e nella stessa società, lo si è
contenuto in una mediazione: lo "stato sociale" appunto.
Le modalità di questo compromesso, rappresentando solo una scelta tattica del capitale,
hanno alimentato le condizioni del suo superamento in ragione di fattori di
sviluppo concomitanti. Per la parte sociale dialetticamente antagonista -la
classe operaia- lo "stato sociale" ha significato di fatto
unaccettazione del sistema, nel cui ambito le lotte sindacali -e le stesse sponde
politiche di riferimento- da sempre si sostanziano in rivendicazioni per una più ampia
quota di reddito e, quindi, di margini di partecipazione ai consumi. Questa sorta di
concertazione sociale -che non ha modificato affatto la condizione di
sfruttamento e di alienazione nelle fabbriche- ha a poco a poco spuntato tanto la critica
delle ricadute sociali, inter/nazionali, ambientali di questo consumo, quanto il
radicamento generalizzato di certe istanze, il materializzarsi di soggetti sociali
coscienti, la costruzione stessa di passaggi materiali di un progetto di
trasformazione radicale della società. Un rapporto sub-conflittuale -nemmeno un "conflitto
di bassa intensità"- in una sorta di scambio merci: parziale sicurezza ("stato
sociale") da un lato, accettazione da parte del lavoratore della sua condizione
di salariato dallaltro. Questo tramite la ridistribuzione di una parte largamente
modesta del surplus di ricchezza prodotta attraverso garanzie e servizi sociali; una sorta
di salario/stipendio indiretto che, senza intaccare le dinamiche costitutive del profitto,
si è rivelato compatibile -e necessario in una parte del pianeta- al funzionamento di una
fase di accumulazione e di sviluppo del sistema capitalistico stesso.
Oggi di quella mediazione, che ha contribuito a determinare quel salto
organizzativo e produttivo che vediamo oggi, non cè più bisogno. Un rigetto
gravido di conseguenze...
ASPETTI DEL NUOVO CORSO DI GLOBALIZZAZIONE DELLECONOMIA
Se attori di questo processo di smantellamento sono gli apparati statali capitalisti -storicamente mediatori privilegiati, oggi sempre più organici alla cultura dimpresa sulla scena internazionale- la regia è nelle mani di quegli organismi economico/finanziari sovranazionali e di quelle imprese transnazionali -sempre più numerose- che hanno aperto una nuova e più accelerata fase di accumulazione del capitale che va sotto il nome di globalizzazione2. Unimpennata competitiva globale, frutto di una pluralità di fattori convergenti, in particolare due considerando il tema in questione:
- le innovazioni tecno/informatiche (dallautomazione sempre più
sofisticata alla continua e sempre aggiornata introduzione di programmi software, di
hardware sempre più potenti e di migliori reti -le cosiddette "autostrade
informatiche") che hanno acquisito nel processo produttivo una funzione guida
rispetto alla meccanica, con sovraprofitti in parte reinvestiti nel ciclo innovativo
stesso, in larga parte confluenti nella massa crescente di capitale finanziario3.
- la ri-strutturazione organizzativa toyotista -così detta per essere stata
lazienda giapponese di auto, Toyota, la prima ad introdurla-
dellimpresa integrata e della produzione leggera (lean production).
Il campo di alleggerimento è totale: spazio, tempo, impiego umano, risorse.
La gerarchia manageriale tradizionale viene sostituita da gruppi specializzati -compresi i
lavoratori di tutti i reparti- che interagiscono sul luogo di produzione e articolano in
tempo reale nei gangli reticolari e territoriali della fabbrica diffusa -anche
a migliaia e migliaia di chilometri di distanza- la stessa produzione, coniugando
produzione artigianale e industriale. Lautomazione sempre più sofisticata non mira
solo a maggiori livelli produttivi ma ad elevare il grado di variabilità del prodotto
richiesto dal consumatore: quasi-personalizzato, progettato via computer, e, tramite una
rete di sub-fornitori, messo in vendita in tempo reale (just in time) riducendo al
minimo limmagazzinamento di materiali, attrezzature e anche prodotti finali di tutta
la linea produttiva. Insomma, lobiettivo diventa lavvicinamento progressivo
alla qualità totale il cui anello finale è la produzione "su
commissione" anziché "per il magazzino" in tempi sempre più
stretti4.
- Il coinvolgimento di tutti gli operatori della fabbrica diffusa non esclude
nemmeno quelli al più basso gradino nella scala gerarchica. In modo fittizio
si creano parvenze di egualitarismo: stessa divisa, stesso parcheggio, stessa mensa,
fisicità nei rapporti tra operai e management, cooptazione di operai nelle funzioni
direttive anche per funzionalizzare la conoscenza di bisogni, di eventuali problemi,
facilitando unarmonia inter-personale tra i vari operatori. Obiettivo quello
dellottimizzazione ossessiva delle capacità fisiche e mentali di ognuno, la ricerca
continua di punti deboli o tempi morti tendenzialmente da azzerare con un mix di tecniche
motivazionali moderne e di pratiche coercitive più o meno autoritarie, più o meno
subdole. Al dualismo sub-conflittuale del ciclo di produzione taylorista-fordista5,
il passo naturalmente successivo diventa la sussunzione, lorganicità della forza
lavoro al processo produttivo, ladesione psico-comportamentale ed ideologica
allimpresa integrata, lacquisizione piena e consapevole del "Noi"
aziendale conflittuale con un altro "noi" aziendale: il "nemico".
Con la crescita -per limitarci ad alcuni effetti- di alienazione, stress e incidenti sul
lavoro.
In questo contesto si inscrivono i fenomeni di delocalizzazione, la capacità di spostare
velocemente, nello scacchiere-mondo, capitali, comparti di produzione, le stesse
operazioni di assemblaggio. Con una diffusione delle merci ad uso e consumo di strati
segmentati e disomogenei di una parte minoritaria degli abitanti del pianeta.
Chi enfatizza la transizione ad un nuovo tipo di economia e di società che
strutturalmente si orienta su più elevati livelli produttivi -e di profitti- dimentica
costantemente di porre laccento -e tantomeno di indicare serie soluzioni- sulla
sempre più ineguale distribuzione delle ricchezze. Al tirar delle somme -o
dei dividendi- si vorrebbero ignorare i milioni e milioni di esseri umani del
cosiddetto "Terzo" e "Quarto Mondo", che la miseria
spinge verso le aree del consumo stratificato e di cui ci si ricorda per stigmatizzarne o
la crescita demografica6 o lessere pur in parte manovalanza, in quanto fascia
estremamente ricattabile, nel lavoro illegale e/o criminale7. A questi
il mondo opulento dovrà più che nel passato includere e fare i conti con chi -in
crescendo nelle stesse aree cosiddette ricche- o è già nella fascia di
povertà o vi viene via via sospinto dalle dinamiche del sistema.
Insomma, si producono più merci impiegando, in parti ben localizzabili del pianeta, meno
manodopera e anche meno quadri intermedi, meno impiegati, meno dirigenti, meno "professionals",
incluso il terziario, il multiforme mondo dei servizi, che sembrava, sino ad alcuni anni
fa, potesse attutire la contrazione occupazionale nelle industrie. Lunico settore in
espansione -quello della conoscenza, della comunicazione8- pressoché unanimemente
lo si riconosce in grado di assorbire solo una frazione numericamente marginale rispetto
agli espulsi da tutti gli altri comparti. E pensare che questo insieme di cose -nuove
tecnologie informatiche e re-engineering, cioè acquisizione di nuove macchine-
viene valutato ancora agli albori. Rifkin stesso9 riferisce di analisi che danno a
meno del 5% le imprese che, a livello mondiale, si sono adattate a questo nuovo
corso. Cosa questo significhi in prospettiva, ad esempio quanto ad acutizzazione
della disoccupazione, è già nei numeri. Gli incrementi produttivi sono sempre più
dipendenti dal tipo di macchinario innovato (socialmente a-conflittuale e con un ritmo
costante di produttività) e sempre meno dallapporto di lavoro vivo. Il riscontro si
fa visibile nellallungamento delle code agli uffici di collocamento, cui peraltro un
numero crescente di persone da tempo smette di rivolgersi, e soprattutto nella forbice via
via più accentuata tra busta-paga e produttività.
Non è quindi paradossale leffetto che si è ripercosso proprio nelle cittadelle e
nelle aree del benessere inegualmente distribuito, con un consolidamento dellormai
strutturale disoccupazione, un parallelo ridisegno del lavoro che cè
secondo criteri di precarietà, flessibilità, arbitrarietà -insomma, sempre meno
soggetto ai pur parzialmente garantisti "lacci e lacciuoli" giuridici- e
lampliamento dellarea del non-lavoro, sacca di disponibilità al
nero largamente sfruttabile. Unaccentuata caratterizzazione servile del
lavoro, peraltro generalizzata su scala planetaria, sta polverizzando quelle pur parziali,
laddove era stato possibile, conquiste sociali e di dignità, che si erano materializzate
in Europa, con buona pace della sua conclamata "civiltà sociale"
post-bellica.
FINE DEL LAVORO?
Con unanalisi focalizzata pressoché esclusivamente sulle
società industrialmente avanzate, a stragrande maggioranza di razza bianca e con un
approccio che fondamentalmente accetta come immodificabile ed incontrastabile il
modello produttivo dominante e le sue repentine evoluzioni, taluni -e per la
maggiore leconomista americano Jeremy Rifkin10- sono giunti ad enfatizzare
una prossima, imminente, presunta "fine del lavoro": si aprirebbe una
nuova epoca con un numero sempre più decrescente di lavoratori11 necessari a
produrre servizi e beni ad uso e consumo della fascia privilegiata di
popolazione mondiale. Un mondo sempre più automatizzato -Rifkin ne prevede il compimento "entro
la metà del XXI secolo"- che si accingerebbe a ridefinire il valore
dellindividuo (non più misurabile con il "valore di mercato del suo
lavoro"), luso del tempo, le relazioni sociali, nuovi bisogni e relativi
modi di soddisfacimento.
Uno scenario potenzialmente liberatorio ma sostanzialmente depressivo visto che è
appannaggio di alcune aree del pianeta e a guidarne passaggi ed esiti sono logiche ed
interessi corporativi e di profitto.
Una visione molto edulcorata, che ha sedotto anche tanti sinistri sostenitori
del "capitalismo dal volto umano", estremamente circoscritta ad alcune
aree socioeconomiche (sostanzialmente il Nordamerica fino ai confini con il Messico, il
Giappone, lEuropa occidentale e pocaltro) con peraltro forti disomogeneità al
loro interno ed un sostanziale disinteresse -nella stessa analisi- per il resto del mondo.
LAfrica, addirittura, è pressoché fuori dalle direttrici di interesse primario del
capitale; il che non toglie che ne subisca i contraccolpi in unottica di ritorno.
Eppure, nellarea circoscritta di riferimento, due elementi sembrano destinati
a convivere in quella messianica prospettiva, il secondo addirittura come una sorta di
compatibile e nientaffatto ostativa controtendenza.
Innanzitutto gli elementi strutturali di tipo fordista, pur transmutati in una logica
complessiva di ottimizzazione del ciclo produttivo, permangono nella nuova struttura
organizzativa e gestionale dellimpresa, mantenendo una continuità di forma in
alcune aree dei paesi avanzati e ancor più altrove, nei paesi di seconda generazione
industriale12.
Secondo, se il numero crescente di espulsi dal vecchio ciclo produttivo è una realtà in
sempre più numerosi comparti -di produzione (agricola/industriale) e dei servizi- dei
paesi maggiormente industrializzati, nondimeno lo è la spinta competitiva per una
produttività a ciclo continuo che mira ad occupare anche le notti e il fine settimana ed
una sotto-occupazione autonoma esterna, largamente subalterna
allimpresa-madre13 che vede enormemente dilatati i propri tempi di lavoro14.
Un fenomeno non circoscrivibile -ad esempio in Italia- solo a quellarea del
policentrismo produttivo del cosiddetto Nord-Est, e nemmeno soltanto a Taiwan, Bangkok,
Singapore, nei paesi del sud-est asiatico di nuova industrializzazione. Da più parti si
produce una quantità enorme di merci con tempi di lavoro (vivo e -ancor più- meccanico)
intensissimi, ottocenteschi, che vede una minoranza di occupati a tempo pieno, ed una
massa di lavoratori autonomi eterodiretti, di sotto-occupati, part-timizzati,
precarizzati, mobilizzati, flessibilizzati, interinalizzati, affittati, nuovi
schiavi...
IL "TERZO SETTORE"
In questo contesto si spiega il perché dellattenzione e del
risalto per il multiforme mondo del terzo settore15. Questo ambito di
attività teoricamente extra-mercantili16, a prevalente fornitura di servizi
sociali, educativi, culturali, è entrato in unorbita eterogenea di interessi. Ivi
comprese le aspettative, maturate in un brevissimo lasso di tempo, anche di
menti e forze "progressiste" alla ricerca di una propria
ricollocazione nel quadro neocapitalistico già in corso. Una ragione in più per
studiarlo attentamente, pena profondere, in una direzione sbagliata, forze, energie,
aspettative.
Pratiche di volontariato e, in generale, attività -le più diverse- svolte senza fini di
lucro esistono da sempre, e non infrequentemente si sono intersecate con le direttrici del
profitto17. Si tratta da tempo immemorabile del supporto funzionale -anche
indiretto e loro malgrado- di alcune di queste stesse pratiche al processo di
accumulazione capitalista. Il lavoro di riproduzione, cura, accudimento svolto dalle
donne, ad esempio, mai adeguatamente valorizzato, anzi, atavica condizione sessuata di
subalternità e alienazione, è tra questi. Un riferimento per sottolineare che, se
lambito ufficiale -pur vasto- del terzo settore comprende molte
realtà eterogenee, ne esclude comunque altre, anche non marginali e ciò che verrà
riconosciuto o meno come terzo settore guarda caso coinciderà o si intersecherà
con le direttrici di interesse di più stretta funzionalità con la logica
dimpresa e di pace sociale. Il resto potrà benissimo continuare a vivere
nellombra come è sempre stato, per quanto importante sia il suo ruolo.
Lesempio citato, tanto per chiudere questo passaggio di riflessione, sarà ancora
tra questi.
La motivazione che sta alla base del convinto operare non profit di tanti
operatori, quella spinta lavorativa -vera forza motrice- attenta più alla domanda
dellutente che non al profitto è seriamente sul punto di essere risucchiata
pressoché integralmente in una spirale di sussunzione aziendale per un profit
immediato o di più lungo periodo, a prescindere dalle effettive intenzioni di chi è
attivamente parte in causa. Una risorsa a costo pressoché zero che, integrata nel
sistema, può contribuire a stemperare legittime istanze di in-subordinazione. Insomma,
quella pace sociale che è la pacificazione delloppressione, condizione ottimale per
laccumulazione di profitti e la crescita delle disuguaglianze.
Il caso degli Stati Uniti, più volte citato -anche a sinistra- per essere
allavanguardia nel terzo settore per numero di organismi18, quota
prodotta (oltre 500 mld di dollari di fatturato) e occupati (il 6.8%), è emblematico: la
presenza dello stato, nella spesa sociale, è assolutamente marginale -peraltro anche in
casa democratica si discute di ridurla ulteriormente- e il non profit
assolve un ruolo -parziale- di supplenza e di socializzazione19. Non a caso tra i
più convinti sostenitori si espressero a suo tempo iperliberisti -in casa altrui!-
repubblicani come Reagan, Bush...
Insomma, una vera e propria pratica di sostituzione che configura il terzo settore
come leva per la privatizzazione dello stato sociale, in grado di sgravare le
amministrazioni statali dei paesi capitalisti dallonere di dover fare i conti -con i
soldi prelevati alla cittadinanza dal fisco- con le esigenze collettive della società
stessa e in più potendo potenzialmente costituire "un secondo mercato del lavoro
deregolato". Peraltro -detto per inciso- analizzare la direzione -e la ragione-
del prelievo fiscale dello stato significa ragionare di uno dei suoi gangli vitali di
auto-legittimazione e del suo autoritarismo.
Cè chi pensa, inoltre, alla possibilità, con il terzo settore, di attutire
contraccolpi sociali già di breve/medio periodo, più conveniente di una lievitazione
altrimenti paurosa degli apparati poliziesco/repressivi di Stati sempre più incapaci di
assicurare libertà politiche e coesione sociale. La sussunzione
dellassociazionismo, dellautorganizzazione dal basso "volontaria e
solidale" (e, se non "gratuita", altamente conveniente), la
riscoperta dei volontariati, delloperare senza spirito di ricompensa, dello
spontaneismo più o meno organizzato, prima ancora di essere unopportunità
occupazionale, peraltro numericamente modesta a fronte degli espulsi dal ciclo produttivo
tradizionale, vuole essere infatti un fattore di integrazione sociale.
Alla propensione autorganizzativa di pezzi di società si appalta -scaricandovi costi e
rischi- la risoluzione di alcune distorsioni sociali -talune anche devastanti- che il
sistema ritiene economicamente sconveniente fronteggiare. Che questo settore in teoria lo
si veda come né Stato né Mercato o come ponte tra i due sistemi, non toglie che,
funzionante -e funzionale- come unimpresa, lo si stia individuando quale valvola di
contenimento di un malessere sociale che unanalisi attenta della nuova
epoca mostra come crescente. Basta osservare le metamorfosi della geografia sociale
delle metropoli e delle città, i parametri socioeconomici delle classi. E ricordarsi, ad
esempio, di Los Angeles che già alla fine degli anni Ottanta era stata pesantemente
colpita dai processi di automazione e ristrutturazione aziendali con una forte crescita
della disoccupazione e delle aree della marginalità sociale e che nellesplosione
della rivolta del 92 il pestaggio dellafroamericano Rodney King rappresentò
solo la miccia di accensione20.
Sul piano economico, i governi21 (sempre più aziendali si diceva
prima), stanno favorendo il declassamento dei servizi basilari di utilità
collettiva e della stessa crescente domanda di socialità da questione politico/sociale ad
insieme di interventi caritatevoli/solidaristici, procedendo alla loro assunzione come
risorsa -anche organizzativa- e favorendone quindi la sussunzione organica al "sistema
delle merci": ambiti in parte di non specifico e rilevante interesse economico
per le imprese, pur tuttavia funzionali a basso costo per il mantenimento dellordine
sociale e per le direttrici stesse del profitto.
Oltre ad essere unoperazione di marketing sul ritorno dimmagine (attività di
sponsorizzazione, ad esempio) e un mercato potenziale di non poco conto, il terzo
settore interessa per una pluralità di funzioni:
- come ammortizzatore sociale dei crescenti costi dello "sviluppo" e dei
sempre più decisi tagli (spese e manodopera) nelleconomia di produzione.
Unattenta lettura dei dati, anche e soprattutto nei paesi a terzo settore
più avanzato, evidenzia che le associazioni non profit intervengono per lo più
per sopperire ad alcune esigenze che si presentano nel contesto economico/sociale e che
sotto il profilo occupazionale tendono a compensare -molto parzialmente- il vuoto causato
dai processi di razionalizzazione -leggi anche: licenziamenti- e decentramento operati a
livello statale e privato. Non è credibile quindi la tesi che vedrebbe nel terzo
settore una sorta di occupazione addizionale;
- per la sua natura associativa, veicolo privilegiato del coinvolgimento dei clienti nella
produzione stessa dei servizi;
- come appalto a basso costo per comparti di lavoro non meccanizzabili e in parte di
produzione materiale stessa.
- la maggiore sensibilità, attribuita alle realtà da terzo settore,
favorirebbe una flessibilizzazione e una diversificazione dellofferta, ma non è
affatto scontato che le motivazioni etiche -e lo stesso vincolo di non distribuzione dei
profitti- assicurino di per sé un livello migliore di "efficienza e
qualità". Non di rado lutilizzo e limpostazione al
risparmio di queste realtà, segmentando e precarizzando il lavoro, peggiorano le
condizioni e la stessa qualità del servizio22, con condizioni di
auto-sfruttamento, laffermarsi del principio della flessibilità e quindi della
differenziazione di reddito sempre più slegato -al ribasso- dal monte-orario.
Peraltro, con un calcolo comparato costo/qualità, andrebbe verificata leffettiva
convenienza e affidabilità -a tuttoggi solo teorica- dellorganismo non
profit, considerando tra laltro che la loro crescita è stata sinora
garantita dallesistenza di mercati protetti da sussidi
pubblici e dallassenza di interessi di mercato.
È prevedibile quindi che -più sistematicamente- disponibilità, sensibilità ed energie
si intendano far affluire loro malgrado al processo di accumulazione e di valorizzazione
del capitale. Alle "imprese sociali", in una logica da quadratura del
cerchio, si affiderebbe un ruolo di toccasana, taumaturgico rispetto al ritiro dello
stato, dovendo riuscire nel miracolo di essere competitive (ma la ragion
dessere di questi organismi non dovrebbe sottrarsi alla logica utilitaristica del
mercato?) coniugando però, allo stesso tempo, ragioni di equità e di sostegno alle
componenti sociali più svantaggiate...
Al banchetto non poteva mancare il sistema bancario. Lattenzione molto
interessata del mondo finanziario nasce considerando che queste organizzazioni
hanno un accesso alquanto limitato ai canali tradizionali del credito e del capitale, e
che nel suo insieme si è appunto in presenza di una nicchia di mercato dalle dimensioni
promettenti. La gamma di interventi bancari, da poco avviata, è destinata a ramificarsi.
Con, ad esempio, la crescente importanza economica dei fondi di investimento a basso costo
destinati alla solidarietà e dei cosiddetti "conti correnti etici" -in
pratica unautotassazione del cliente23 che devolve una parte degli interessi
maturati o ad un progetto o ad una lista di associazioni proposte dalla banca, che
incassa, a costo zero, immagine e clientela24. Insomma, chi controlla le leve
finanziarie ne condiziona la vita e non è un caso che proprio il fund raising
(raccolta di fondi) sia da non pochi operatori finanziari vista come la più
interessante nuova frontiera di intervento nel settore, unappetibile
prospettiva di lucro attraverso iniziative volte a rastrellare il pubblico risparmio di
chi è sensibile ai messaggi sociali. Del resto basta, come esempio, riflettere sulle
parole di Gianfranco Imperatori, presidente del Mediocredito Centrale e vicepresidente del
"Summit della Solidarietà": "...Il sistema bancario credo che
abbia un ruolo importante e non può più solo restare ad essere puro intermediario di
flussi finanziari ma debba recuperare tutto il suo peso nella direzione dello sviluppo sia
nel profit che nel non profit..."25.
Insomma, è necessario prefigurare qualcosa di molto diverso, letteralmente agli antipodi
di quanto la Fondazione Agnelli26, la Sodalitas di Assolombarda, Confindustria -per
inciso tutti enti non profit- e quantaltri vorrebbero.
IL "TERZO SETTORE": TRA COMPATIBILITÀ SISTEMICHE E PROGETTO DI LIBERAZIONE
Ombre inquietanti a parte, si tratta di osservare il fenomeno nella sua
complessità e con necessari criteri di differenziazione interna. Senza attestarsi nella
demonizzazione o nellesaltazione acritica delle sue sorti magnifiche e
progressive occorre valutare se e quale diversa valenza il terzo
settore può effettivamente assumere nella dinamica di un processo complessivo di
liberazione, di un progetto di società altra a partire da un approccio
nazionalitario -e quindi internazionale- a tuttoggi estraneo, sicuramente in Italia,
alla riflessione antagonista.
La motivazione soggettiva di tanti operatori, il bisogno altruistico di socializzare il
proprio impegno sembra concretizzarsi in tante attività frammentate, come riflesso
dellassenza di una dinamica di liberazione più generale; forse anche come
accettazione di una subalternità, nella coscienza (o auto-illusione) di svolgere un ruolo
alternativo (ma compatibilista), unimplicita ammissione -quel che più
sarebbe preoccupante- dellimpossibilità di contrastare il sistema localmente e
globalmente. Un limite inconfessato, forse inconfessabile, ma evidente. Unassenza
che la dice lunga sulla capacità del sistema di frammentare, separare gli individui, di
condizionare o anche impregnare di sé le coscienze e i comportamenti di tanti, anche di
chi, culturalmente e socialmente, dovrebbe contrastarlo. In un ben diverso contesto le
frammentarietà non sarebbero schizofreniche, dualistiche, ma
parte di un tutto, autonome nellunitarietà di un processo di liberazione.
Lattualizzazione del ruolo e le aspettative sulle potenzialità relativamente
espansive del terzo settore non possono prescindere da come storicamente si sono
prodotte certe dinamiche e dalle esigenze in questo trapasso depoca del contesto
economico/sociale dominante. Apprezzare la validità di forme sperimentali di socialità
ed economia altra non deve far perdere di vista la parzialità in sé e la
fortissima esposizione a subire il condizionamento -la direzione di marcia-
del sistema in unottica parzialmente riequilibratrice degli effetti distorsivi da
questo prodotti. Lattitudine delle sinistre ad inseguire il sistema capitalista
nelle sue tendenze, soprattutto nelle aree mediamente e tradizionalmente ad alto consumo
di merci, mostra un corto respiro strategico. Al cui centro si pone acriticamente la
psicosi del lavoro, del "lavoro purchessia". La crisi del welfare
state, che aveva plasmato ruolo e funzioni delle organizzazioni della sinistra
istituzionale in tanta parte del mondo occidentale significa tra laltro la crisi
strategica di queste stesse forze. La logica occupazionista fine a se stessa diviene
espressione di un percorso di integrazione nei meccanismi di funzionamento del sistema e
indice di una visione arretrata e perdente perché non risale alle radici delle dinamiche
in corso e dei problemi. I limiti di certa sinistra si palesano, pertanto,
anche quando si pone come realtà di governo politico delle società, divenendo amministrazione
incapace di intaccare o di progettare altro -perché lorizzonte è dato dai criteri
e dalle necessità del capitale- comunque preferibile dallo stesso sistema, in particolari
passaggi critici, per il suo ruolo di interlocutore ideologico dei
settori sociali di riferimento sia quelli tradizionalmente più penalizzati sia quelli
a rischio.
Tanto sul suo versante moderato, socialdemocratico, che su quello
radicale le montagne di parole da tempo non producono nemmeno più i
classici topolini, anche quando, nella migliore delle ipotesi, lanalisi
critica della realtà è largamente -se non del tutto- condivisibile.
Il lavoro, il posto di lavoro, resta al centro della profusione di tante energie, con
differenze, al limite, sullaccento posto più su una che non sullaltra
rivendicazione o sullinterrelazione di alcune di esse: dalla riduzione
dellorario di lavoro (che in taluni comparti e aree geografiche sta facendo il
padronato non a parità di salario e che si acuirà con il passar del tempo) al salario
minimo garantito o di cittadinanza -parole dordine prive di unarticolazione
politica conseguentemente costruttiva- ai cosiddetti lavori socialmente utili
-una delle varianti nominali di una sorta di lavoro nero legalizzato e sottopagato- alla
recente scoperta del terzo settore, con una sopravvalutazione del
fenomeno che a sinistra in non poche aree impazza quale possibile panacea
sociale creatrice di nuova occupazione.
La critica anche abbastanza descrittiva e incontestabile delle dinamiche complessive del
sistema di dominio capitalista finisce così, sovente, per partorire rivendicazioni
sub-classiste e pseudo-emancipatorie che suonano come una richiesta di concessioni e di
partecipazione subordinata; migliore attestato sostanziale che si può fare al sistema
(cioè ai suoi governi statuali e alle sue imprese) a volerne far parte. Richieste che non
è da escludere vengano concesse, pur di prevenire/contenere unesplosione sociale
che è già nelle cose.
Se questo è nello svolgimento dei fatti, quel fare "gratuito,
reciproco e solidale"27, quella potenzialità critica attiva, in larga
parte carica di radicale alterità, antitetica alla "tecnocrazia produttiva"
e culturalmente irriducibile allassimilazione nel ciclo di produzione
capitalistico, è il tratto distintivo da valorizzare. In questo fenomeno non vanno
disconosciute le spinte di carattere etico che cercano di coniugare con risultati
tangibili certe idealità e nemmeno la necessaria valorizzazione -nello stesso processo di
ridefinizione dei contenuti e della direzione da terzo settore- di spezzoni
consistenti disponibili -per una comune cultura critica della logica del profitto- per un
fronte sociale anticapitalista. La carica di movimento, di soggettività, di
partecipazione deve essere assunta nel quadro di una griglia critica28 e di un
progetto di trasformazione di riferimento.
Si tratta di guardare ben oltre la possibilità di "traghettare" e
re-integrare socialmente i "naufraghi dello sviluppo" (e quelli esclusi
del sotto/sviluppo?) in isole da "sinistra infelice", per costruire
piuttosto strutture antagoniste, aree sociali di convergenza connotate in termini di
contro-potere per un progetto altro più complessivo. Sottrarre tempi e
risorse allaccumulazione capitalistica, rifiutare nel proprio agire una
complementarietà ai circuiti dellordine capitalistico, esternalizzare
pezzi di società dalle relazioni alienanti neoliberiste: un terreno di resistenza
ineludibile per una spinta in avanti.
Pur sottratto al valore di merce, alla sua traduzione in valore che è data dal mercato
capitalistico, è innegabile che il potenziale creativo -e produttivo- di nuovi posti di
lavoro, come circuito di risorse, è presente e potenzialmente tuttaltro che
trascurabile nel terzo settore. Il punto è valutare la funzionalità del proprio
agire. Se si ha una disponibilità di reddito, se la si accresce, non è detto che ci si
ponga effettivamente "fuori sistema" solo perché la si ripartisce tra i
membri o addirittura si crea un altro posto di lavoro e neanche se
nellattività svolta si trova la sola gratificazione, personale o sociale. Se il
tutto, infatti, è un modo per meglio partecipare -o far partecipare- al consumo
generalizzato di merci, al soddisfacimento di bisogni che consenta poi lafflusso al
processo di accumulazione capitalista, si resta nel quadro delle compatibilità di
sistema. Non è quindi affatto diverso se, con unaccumulazione
alternativa, si finisce per essere parte di questo processo. È dunque
necessario qualificare unattività non profit oltre la più o meno
accresciuta disponibilità di reddito e/o la creazione di lavoro. Cioè nelluso
delle risorse disponibili e nella direzione del nuovo posto di lavoro. La qualità non è
meno importante del vettore, della direzione, che oltrepassi, includendolo, lidea
dello spazio autogestito di contro-potere. Coordinati nella prospettiva di
uneconomia altra, di una società altra, i cui tratti
distintivi si costruiscano -e siano visibili- nelle strutture stesse che si mettono in
piedi. Che in quanto non finalizzate al profitto prefigurino unalternativa reale
allo stritolamento di culture, identità, risorse, socialità, intrinseche allo
sviluppo capitalistico.
Quel che può apparire spaventosamente grande rispetto alle proprie forze, in realtà, a
ben vedere, è frutto di una mancanza di volontà, di unincapacità a guardare
oltre, di unassenza di decisione. Qualcuno, tempo fa, consigliava di essere
realisti chiedendo limpossibile. Anche da qui, prima o poi, bisognerà passare.
1) Il processo di razionalizzazione produttivo, frutto
dellapplicazione dei princìpi di organizzazione scientifica del lavoro che Taylor
realizzò nelle officine Ford nei primi anni del secolo (di qui il cosiddetto
modello fordista-taylorista) più che essere superato, viene inserito in un
ciclo di ottimizzazione questo sì innovativo (per il supporto tecnologico/informatico)
che si potrebbe definire "neofordista". Pur mantenendosi un
aggancio con quel modello (i cui contenuti essenziali sono stati riassunti
nella formula "big labour, big industry, big state"), la nuova fase si
caratterizza nella relazione lavoro flesibile-impresa snella-Stato leggero. Il che
non significa che la grande impresa abbia fatto il suo tempo né che per le imprese di
piccole e medie dimensioni non si possa parlare di una tendenza postfordista.
È necessario osservare e studiare le specifiche caratteristiche, le interrelazioni, la
localizzazione geografica, senza dogmatizzarsi in una presunta contrapposizione
dualistica del sistema produttivo. Osservarne le variabili nellunicità
sostanziale del sistema, per capire come posizionarsi conflittualmente.
2) Un termine che vorrebbe, per i suoi apologeti, indurre fascinazione e che è
tale, semmai, sotto il profilo produttivo/organizzativo e finanziario, non certo del
soddisfacimento dei bisogni primari dellumanità.
3) Le transazioni a tuttoggi quotidiane fluttuanti dalla Borsa di
Tokio a quella di Wall Street, secondo logiche di investimento speculativo e
nientaffatto produttivo, sono sullordine del milione e mezzo di miliardi di
lire. Le stesse riserve monetarie dei principali paesi industrializzati sono largamente
inferiori al flusso finanziario che viaggia nelle reti telematiche. Un dominio
in grado di condizionare, asservire o travolgere le scelte economiche degli Stati.
4) "La giapponese National Bicycle Company è ancor più avanti nella
velocità di risposta (...). Nello showroom, ogni cliente viene misurato da una macchina
che determina, con lassistenza di un sistema di computer-aided-design, la dimensione
e la forma della sua bicicletta ideale. Poi il cliente sceglie marca e modello dei freni,
catena, pneumatici, cambio e il colore e può decidere se personalizzare la propria
bicicletta con il nome o con un logo particolare. Linformazione viene inviata per
via elettronica allo stabilimento e la bicicletta finita, realizzata secondo i parametri
scelti dal cliente, viene fabbricata, assemblata e spedita in meno di tre ore.
Ironicamente, con unanalisi di marketing, lazienda ha scoperto che i suoi
tempi di risposta sono troppo veloci e affievoliscono lentusiasmo del cliente; da
qui la decisione di ritardare la consegna di una settimana, in modo che il cliente si
possa godere "«la gioia dellattesa»". In J. Rifkin, "La fine
del lavoro", Baldini&Castoldi, p.177/178. La stessa Toyota sta predisponendo
per il duemila un modello organizzativo in cui il cliente, con appositi computer nei
concessionari, sia in grado di progettare il proprio modello di auto (carrozzeria,
cilindrata, tipo di meccanica, alcuni accessori) e riceverlo tre giorni dopo la commessa.
5) cfr. nota 1.
6) Tra laltro, quella di prolificare è paradossalmente lunica risorsa
di sopravvivenza dei popoli di fronte allalta mortalità infantile.
7) I due termini non sono né sovrapponibili né intercambiabili. Se talora, grosso
modo, lo si può fare, si può osservare che sovente ciò che sarebbe inteso come
criminale si legalizza, o anche che il rifiuto della legalità, quale
condizione necessaria per fronteggiare atti, pratiche, comportamenti obiettivamente
considerati iniqui, diviene motivo di criminalizzazione. La storia -anche contemporanea-
straborda di esempi in tal senso.
8) Ricercatori scientifici, biotecnologici, progettisti, esperti di marketing, di
media, programmatori di computer, consulenti, specialisti in pubbliche relazioni,
giornalisti, fiscalisti, ecc.
9) op. cit. p.27.
10) op. cit.
11) "Nei soli Stati Uniti, ciò significa [lutilizzo cioè di "macchine
automatizzate, robot e computer sempre più sofisticati" in grado di eseguire un
notevole numero di mansioni, ndr] che nei prossimi anni più di 90 dei 124 milioni di
individui che costituiscono la forza lavoro sono potenzialmente esposti al rischio di
essere sostituiti da una macchina". In Rifkin, op. cit., p.27.
12) cfr. nota 1.
13) I cosiddetti "lavoratori autonomi di seconda generazione",
area di supporto esterno nel settore "servizi alle imprese". Distinti
dagli "autonomi" tradizionali (avvocati, medici, commercianti, ecc.).
14) Molte imprese preferiscono, per il risparmio dei costi contributivi -pensioni e
sanità- lallungamento dei tempi con una forza lavoro ridotta, anziché la riduzione
dellorario con nuove assunzioni.
15) Cura delle persone, assistenza anziani, alcolizzati, disabili,
tossicodipendenti, malati di Aids, ragazze-madri, accoglienza immigrati, reinserimento
sociale psichiatrico, di ex detenuti, recupero sociale di individui, di minori a rischio,
tutela artistica, ambientale, culturale, rete di servizi, mense scolastiche autogestite,
attività ricreative, ecc.
16) Che oltre allapporto significativo di lavoro volontario e a non avere il
profitto come ragione sociale, si caratterizza per la natura sostanzialmente privata e una
struttura organizzativa formalmente democratico/partecipativa.
17) Pensiamo, ad esempio, ai benefici conseguenti alla detassazione dei
conferimenti alle fondazioni.
18) Stime danno a 2 milioni le organizzazioni, soprattutto fondazioni di magnati
che in larga parte forniscono "capitali e manager".
19) "Da noi -spiega Gian Paolo Barbetta, dellIRS (Istituto per la
ricerca sociale Università cattolica di Milano)- unespansione in termini
occupazionali pari a quella degli USA è impensabile. Perché limpatto occupazionale
passi da meno del 2% al 7% sarebbero necessari veri e propri sconvolgimenti a livello di
welfare state: vasti settori della sanità dovrebbero essere privatizzati, come succede
negli Stati Uniti. In quel caso, però, ci sarebbe un semplice travaso di posti di lavoro,
che dalle dipendenze degli enti pubblici passerebbero a quelle delle aziende non
profit", in Sole 24 ore, 18/5/96, "Nel «non profit»
cè posto".
20) In molte città americane -ci ricorda Rifkin- il paesaggio urbano sempre più
si caratterizza di muri eretti a separare quartieri residenziali dalle sempre più estese
periferie, di varchi-accesso controllati, di tesserini di identificazione per i residenti,
di passaggi obbligati in cemento nelle zone residenziali, di cancelli metallici che
cingono le case, di sempre più numerosi vigilantes privati...
In generale, comunque, è indice dello scenario sociale prossimo venturo lincremento
delle spese statali per il potenziamento delle forze di polizia e la costruzione di nuove
carceri per fronteggiare il dilagare dellillegalità e/o della
criminalità -per non pochi strada obbligata di sopravvivenza economica.
21) Anche in Italia si sta cercando di colmare il ritardo, sugli altri paesi, con
la predisposizione -in corso- di una normativa di agevolazioni fiscali. Un interesse dello
Stato che, come altrove, si orienta tra la committenza -il finanziamento più conveniente
di un investimento diretto- e/o un suo appoggio indiretto (esenzioni,
deduzioni, sgravi fiscali).
22) Significativo in tal senso lo sciopero di metà aprile delle Rappresentanze
di Base di non poche cooperative dei servizi socio-assistenziali dellEmilia
Romagna, che nel loro bollettino "Ops" tra laltro denunciano: "Le
ambiguità del Terzo Settore si trasformano in un passe-partout per il lavoro interinale
di fatto", cfr "il Manifesto" del 3/4/96.
23) Un recente sondaggio della Nielsen dava al 70% larea dei risparmiatori
disponibile a donare parte dei propri guadagni finanziari.
24) In Italia, ad esempio, sarebbero stimate in oltre 400mila le persone che a
tempo pieno si occupano di volontariato e a circa 10 milioni -gran parte donne- quelle che
prestano, a vario titolo, il loro sostegno.
25) In "Gli organismi non profit nella società italiana", atti
del convegno tenutosi il 18 novembre 95 a Roma, riportati come allegato alla rivista
"il fisco" n.47 del 27 dicembre 95.
26) Promotrice del convegno che, nel novembre 94, ha presentato la ricerca
mondiale sul non profit della John Hopkins University of Baltimora e che per i più
ha segnato, in Italia, lallargamento a vasto raggio del dibattito -e
dellinteresse in merito- di governo, imprese e banche.
27) Di cui parla Revelli (in "Il fronte impopolare", il
Manifesto, 11/2/96) e che pur andrebbe meglio analizzato.
28) Una discriminante costruttiva potrebbe essere quella di una loro indipendenza
dagli interessi dello Stato e dalle logiche liberiste di mercato; una carta di riferimento
sulla ragione sociale, le modalità di funzionamento interno, i processi decisionali e
partecipativi, i fini, ecc.